All’esame per la patente o a una qualunque visita oculistica ti sarà capitato di vedere un oggetto come questo:
Per chi non lo vedesse, all’interno del disco c’è un numero 74 in verde…
È un test pensato per rilevare la cecità a uno o più colori ed esiste in tante varianti, con abbinamenti cromatici diversi. Vediamo perché si fa il test, poi come parlarne a scuola e infine come sfruttarlo quando prepariamo una presentazione o un esercizio.
Perché si fa il test? Il test sfrutta le tavole Ishihara, 38 disegni ideati da Shinobu Ishihara, docente dell’Università di Tokyo (in Giappone), e pubblicata la prima volta nel 1917. Chi non riesce a vedere il numero all’interno del cerchio potrebbe essere affetto da un disturbo visivo: discromatopsia, acromatopsia incompleta o acromatopsia completa. Nei primi due casi si percepiscono soltanto alcuni colori, mentre nel terzo non se ne percepisce nessuno. I motivi di queste deficienze possono dipendere da una malattia che provoca la morte delle cellule dell’occhio oppure da un difetto ereditario che non ha fatto sviluppare i recettori visivi.
Nell’occhio umano i recettori visivi si trovano sulla retina e sono di due tipi: i bastoncelli e i coni. I bastoncelli percepiscono il contrasto luce-buio, mentre i coni ci permettono di distinguere i colori. Esistono tre tipi di i coni: i coni L percepiscono le lunghezze d’onda lunghe e quindi il colore rosso, i coni C percepiscono le lunghezze d’onda corte e quindi il blu e i coni M percepiscono le lunghezze d’onda intermedie e quindi il verde. Se non funzionano uno o più tipi di coni, la visione risulta distorta.
Ci sono lavori come il poliziotto o l’addetto di laboratorio chimico (qui ne sono indicati altri) in cui è necessario avere una visione perfetta dei colori, altrimenti non si può accedere alla professione.
Si stima che siano affette da disturbi 300 milioni di persone nel mondo, 2,5 milioni in Italia. Nella maggioranza dei casi riguarda più i maschi (7-8% della popolazione) che non le femmine (0,4-0,5% della popolazione). Il motivo è che spesso si tratta di una condizione genetica causata da una mutazione sul cromosoma sessuale X. Si tratta, inoltre, di un carattere recessivo, per cui il disturbo si manifesta solo negli individui omozigoti (cioè che presentano la mutazione su entrambi i cromosomi sessuali) e negli individui emizigoti (cioè che presentano la mutazione nell’unico cromosoma presente). Le femmine (XX) hanno quindi una probabilità minore di essere affette perché la mutazione deve essere presente su entrambi i cromosomi sessuali, mentre nei maschi (XY) la probabilità è maggiore perché se la mutazione è presente sull’unico cromosoma sessuale X, si verifica il disturbo. Questo albero genealogico dovrebbe chiarire qualche dubbio:
Quando avviene la fecondazione, ogni genitore dà al figlio un solo cromosoma sessuale: una femmina con un cromosoma mutato e uno non mutato (cerchio con pallino) è portatrice sana, cioè non manifesta il disturbo, ma può trasmettere la mutazione.
Come parlarne a scuola? Possiamo parlare di questo argomento in tanti momenti diversi:
- In biologia, quando affrontiamo la genetica e la trasmissione dei caratteri ereditari legati al sesso;
- In anatomia, se e quando affrontiamo la struttura dell’occhio e gli organi di senso;
- In biotecnologie, quando parliamo di terapia genica;
- In chimica, quando parliamo della teoria atomica di John Dalton;
- In fisica, quando parliamo della luce e della lunghezza d’onda.
Questo tema è dunque interdisciplinare e potrebbe anche essere uno spunto per un elaborato d’esame (alle scuole medie o alle superiori). In particolare nella parte di anatomia possiamo far capire agli studenti che questa condizione non è curabile in quanto non si tratta di una vera e propria malattia, quanto più di un assetto di partenza diverso. L’unico modo per evitare questa condizione sarebbe la terapia genica, ovvero intervenire a livello di codice genetico e “manomettere” la mutazione.
In chimica possiamo affrontare questo argomento come curiosità: il disturbo nella percezione dei colori è chiamato daltonismo in onore del chimico John Dalton, che ne era affetto e che ne avviò lo studio.
Come sfruttare queste conoscenze? Al di là della spiegazione scolastica dell’argomento, possiamo (anzi, dovremmo) tenere conto di questi argomenti quando prepariamo una presentazione o degli esercizi. Dobbiamo sapere che ci possono essere persone che non vedranno le differenze cromatiche che abbiamo inserito, ma devono poter cogliere lo stesso il significato.
Per esempio, un esercizio come questo:
può risultare banale, ma presuppone una visione perfetta del colore e quindi può mettere in difficoltà chi non ce l’ha. Stesso discorso potremmo farlo per quelle slide di presentazione in cui i particolari importanti sono indicati con dei colori.
Per ovviare a questo problema possiamo usare delle sfumature che permettano di distinguere due colori diversi anche a chi ha un parziale o totale disturbo della percezione dei colori. Esistono piattaforme in cui è possibile testare delle immagini e vedere la resa cromatica in assenza di uno o più recettori visivi: per esempio, il sito Coblis o la app Chromatic Vision Simulator.
Perché seguire questo criterio? Per parlare di un tema interdisciplinare, ma soprattutto per migliorare le proprie presentazioni dal punto di vista grafico e cromatico.