Come ci si deve comportare in caso di eruzione? Cosa si deve dire, portare, preparare? A queste domande non sono molti quelli che saprebbero rispondere con cognizione di causa. Infatti siamo abbastanza preparati sul rischio sismico, ma sappiamo poco di altri rischi, come il rischio alluvione-frana-valanga o il rischio chimico o appunto il rischio vulcanico.
Vediamo un esempio. Il 13 novembre 1985 il vulcano Nevado del Ruiz in Colombia erutta in modo così fragoroso ed esplosivo che nessuno si ricordava un evento simile in precedenza. La gente non sa cosa fare, è terrorizzata e non ha una guida da seguire. Risultato: muoiono ventitremila persone. La popolazione di una città grande come Ivrea viene spazzata via in un modo che ricorda tanto un disaster movie. Il racconto della vicenda è disponibile sul Post. Il fatto più sbalorditivo di questa vicenda è però che questa tragedia era stata annunciata. Il governo aveva interpellato molti esperti e tutti avevano dipinto scenari apocalittici: è necessaria una immediata evacuazione degli abitanti della zona, avevano detto. Ma nessuno mosse un dito e così è successo quello che sappiamo. Il vulcanologo John Lockwood commentò la tragedia dicendo «Non si era fatto abbastanza per avvertire la popolazione».
Qui più che di vulcani parliamo di rischio vulcanico. Parliamo quindi di una competenza non codificata ma indispensabile: saper reagire in caso di calamità, sapere dove reperire le informazioni, saper comunicare in modo chiaro agli altri. Per dirla in altri termini, saper gestire un’efficace comunicazione del rischio.
Questa disciplina è poco nota in Italia e infatti non ci sono né corsi universitari né bibliografie sterminate in merito. Uno degli esperti principali Giancarlo Sturloni, autore di un libro edito da Mondadori. Nel libro vengono trattati tanti casi in cui la popolazione è stata avvisata poco e male dei rischi che stava correndo: per esempio in occasione dell’incidente della centrale nucleare di Chenobyl nel 1986 o dopo l’incidente alla fabbrica chimica di Seveso nel 1976. Ma per venire a tempi più recenti, una comunicazione del rischio balbettante c’è stata in occasione della serie sismica a L’Aquila nel 2009 o a più riprese nelle prime fasi della pandemia di Covid-19. Il risultato è che la popolazione agisce d’impulso, cadendo spesso in errore, e perde fiducia nelle autorità che dovrebbero guidarla.
Questo tipo di competenza può essere acquisito o allenato a scuola e si applica ad argomenti molto diversi: vulcani, terremoti, inondazioni, alluvioni, incidenti nucleari, incidenti a impianti chimici, pandemie, malattie legate ai vizi (fumo, dipendenza da droghe, sedentarietà). Per allenarsi occorre padroneggiare l’argomento di cui si vuole parlare e mettere in campo le strategie più efficaci per comunicarlo. Per esempio: pianificare una campagna social, simulare delle interviste al telegiornale, creare dei cartelloni pubblicitari e così via.
Questo tipo di approccio può tornare utile sia nelle scuole in cui il tempo per fare scienze è poco sia nelle classi in cui l’attenzione degli studenti è scarsa. Mettiamoli di fronte a un compito ben preciso e valutiamo le conoscenze che hanno sull’argomento in funzione del prodotto che realizzano.
I temi su cui cominciare a ragionare non mancano; in Italia il 7,9% del territorio nazionale è a rischio per frane e l’8,4% a rischio per alluvione (dati ISPRA), un terzo della popolazione vive in aree a elevato rischio sismico e ci sono numerosi vulcani attivi sparsi per la penisola.
Basta una fotografia per ricordare la pessima comunicazione del rischio fatta dal capitano della Costa Concordia il 13 gennaio 2012 (fonte ARPAT | Flickr).
Perché seguire questo criterio? Per dare maggior importanza alla comunicazione del rischio e per dare un coinvolgere gli studenti su argomenti molto mnemonici.