Ho trovato in Rete questo video e mi ha incuriosito (dura 3’35”):
È tratto dal canale youtube di DeAgostini Scuola e fa parte della serie L’immaginario scientifico. Mi ha incuriosito perché mette al centro un tema che diamo spesso per scontato: l’uso delle metafore e delle similitudini.
Da studenti ci saremo sentiti dire almeno una volta che «la metafora è una similitudine senza il “come”». In realtà la metafora è qualcosa di più, è quella figura retorica che attraverso un’immagine spiega un concetto nascosto e più difficile da capire. Lo spiega bene Andrea Tarabbia, che fa un confronto anche con l’allegoria.
Nella divulgazione della scienza queste due figure retoriche ritornano di continuo. Il motivo per cui si sceglie di usarle è semplificare la comprensione di un concetto scientifico attraverso un oggetto di uso comune. Nei programmi televisivi, soprattutto, si fa un largo uso di entrambe e il buon Piero Angela in questo è un maestro.
Ma ci sono tre possibili problemi dietro l’angolo:
1. Il confronto fatto è fuorviante perché offre un’immagine troppo semplificata, che non rispecchia totalmente le caratteristiche del concetto scientifico. Questo problema viene analizzato nel video di cui abbiamo parlato all’inizio. Dire che il DNA è «il libro di istruzioni delle cellule» è molto suggestivo, ma ci fa immaginare il patrimonio genetico come un manuale che viene letto dalla prima all’ultima riga. In realtà il DNA è molto di più e quindi in un certo senso stiamo introducendo delle misconceptions nella loro mente.
2. Usare delle metafore mette ancora più in difficoltà coloro che non padroneggiano bene il linguaggio. Il rischio fraintendimento è ancora maggiore con le persone che hanno difficoltà a capire le sfumature di significato. Le persone affette da autismo, per esempio, «interpretano il linguaggio in maniera letterale, non cogliendo le sfumature come l’ironia o i giochi di parole» (fonte Anastasis) e quindi potrebbero rimanere ancora più tagliati fuori dalla comprensione.
3. A volte facciamo metafore e analogie ricorrendo a oggetti ancora più complicati da spiegare. Dire che «il DNA è un software» è moderno ed evocativo. Ma tutti sanno come funzioni un software o come sia fatto un linguaggio di programmazione? Il rischio è che gli studenti si appiccichino questa immagine in mente, ma non la sappiano spiegare per davvero.
Un altro esempio di questo terzo problema lo troviamo nella spiegazione dell’omeostasi. L’omeostasi è quell’insieme di reazioni che avvengono nel nostro corpo e che servono a mantenere l’equilibrio. Si dice spesso che l’omeostasi funziona come il termostato di una caldaia: se la temperatura scende sotto un certo livello, il termostato attiva la caldaia, ma non appena viene raggiunta la temperatura fissata, il termostato disattiva la caldaia.
Un esempio è quello dell’omeostasi della glicemia: se c’è un livello basso di zuccheri nel sangue, il pancreas libera glucagone nel sangue, il fegato libera le sue riserve e riporta alto il livello; se invece il livello di zuccheri è troppo alto, il pancreas libera insulina nel sangue e così il sistema adiposo e i muscoli lo sequestrano e lo tolgono dal circolo sanguigno.
A fronte di questo esempio potremmo chiederci: perché dobbiamo ricorrere alla metafora del termostato? Molti studenti non avranno mai visto un termostato perché vivono in un condominio con il riscaldamento centralizzato. Non possiamo limitarci a estrarre le informazioni essenziali dagli esempi concreti? In altre parole, la regolazione della glicemia è un processo molto più complicato di come l’ho descritto, perché coinvolge molte strutture cellulari, ma la sua essenza è questa. Evitiamo di impelagarci nella spiegazione di come sia attivata o disattivata una caldaia. Stiamo sul concreto e andiamo in progressione: partiamo dal molto semplice e poi aggiungiamo dettagli mano a mano che procediamo nella spiegazione.
Perché seguire questo metodo? Per evitare di perdere per strada gli studenti perché non hanno capito la metafora o perché si sono fissati troppo su di essa.