Agosto 1835, New York. Sul quotidiano The New York Sun appaiono sei articoli in cui viene descritto il paesaggio lunare: vegetazione rigogliosa, mandrie di animali fantastici, creature alate simili agli umani, città e templi perfetti.
A osservare questi dettagli inaspettati è stato John Herschel, uno dei più stimati astronomi dell’epoca, grazie a un potente telescopio costruito a Capo di Buona Speranza, in Sudafrica. La scoperta è stata pubblicata sulla rivista scientifica Edinburgh Journal of Science, mentre gli articoli del Sun sono firmati da Andrew Grant, compagno di viaggio e assistente di Herschel in queste osservazioni della Luna.
Dopo un primo articolo che ne preannuncia l’uscita, seguono cinque giorni consecutivi in cui vengono descritti vari aspetti del paesaggio lunare. Ma se l’articolo di lancio passa pressoché inosservato, i successivi richiamano l’attenzione di un pubblico via via crescente e fanno raddoppiare il numero di copie vendute dal giornale. Il successo del Sun viene raccontato da altri quotidiani, che rilanciano la scoperta in tutto il mondo. A Napoli la notizia cattura a tal punto l’attenzione che ispira una delle storie di Pulcinella: il personaggio più rappresentativo della città fa rotta verso la Luna per verificare la scoperta e dimostrare che le sue capacità superano quelle dell’astronomo che lui chiama Ercel.
Ma la scoperta raccontata sul Sun è tutta un’invenzione. Perché Herschel non ha mai compiuto quelle osservazioni, perché a Capo di Buona Speranza non è mai esistito un telescopio simile, perché l’Edinburgh Journal of Science ha smesso di pubblicare da diverso tempo e perché lo stesso Andrew Grant non esiste. Fa tutto parte di The Great Moon Hoax, la grande burla della Luna.
Ma allora perché è stata inventata questa storia? Per capirne i motivi bisogna partire dagli autori della burla. Secondo il ricercatore Vincent S. Foster gli indiziati sono tre: il giornalista del Sun Richard Adams Locke, l’astronomo francese Jean-Nicolas Nicollet e Lewis Gaylord Clark, redattore della rivista The Knickerbocker. A detta di Foster, l’autore più probabile sarebbe Locke, che però non lo avrebbe mai ammesso.
Secondo un altro ricercatore, Keith Williams, invece, Locke avrebbe confessato di esserne stato l’autore e che il suo intento fosse fare satira. Voleva, infatti, prendersi gioco del reverendo Thomas Dick, un sacerdote e astronomo che predicava l’esistenza di popolazioni sulla Luna. Nella sua opera The Christian Philosopher, or the Connexion of Science and Philosophy with Religion del 1823, Dick metteva a confronto la civiltà terrestre, corrotta dal peccato, con la civiltà lunare, che non aveva mai conosciuto il peccato e che viveva in armonia con Dio. Quando venne svelata la burla, Dick e suoi seguaci si scagliarono contro Locke, che rispose in modo caustico:
So far from feeling that I deserve the coarse reproaches of Dr Dick, I think it quite laudable in any man to satirise … that school of crude speculation and cant of which he is so eminent a professor.
Quindi, secondo Williams, l’intento di Locke era soltanto giocare con il potere della suggestione e sfidare le autorità religiose.
È stato dunque solo uno scherzo? No, perché la grande burla della Luna è considerata la prima fake news dei tempi moderni. Per capirne il motivo bisogna prima definire meglio il concetto di fake news. Nel linguaggio comune usiamo come sinonimi termini diversi: bufala, disinformazione, misinformazione e fake news. Crea una bufala chi inventa e diffonde una storia completamente fasulla; fa disinformazione chi parte da una base di verità e la distorce per raggiungere uno scopo predefinito; fa misinformazione chi diffonde con troppa leggerezza una notizia falsa, ma senza secondi fini; crea una fake news chi unisce disinformazione e misinformazione. Dunque la grande burla della Luna è una fake news per almeno tre motivi:
parte da un fondo di verità;
tratta un tema di interesse pubblico;
è scritta in modo accattivante.
Ma se guardiamo a ciò che succede oggi in Rete, le fake news che hanno successo presentano queste 3 caratteristiche, ma non solo. C'è un motivo di fondo che ci porta a credere in modo automatico a certe informazioni. Lo spiegano Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini in Liberi di crederci (Codice Edizioni):
ciascuno di noi raccoglie input e stimoli che deve selezionare e poi filtrare. Grazie a internet e ai vari meccanismi che favoriscono ricerche personalizzate su Google; grazie ai news feeds su Facebook; grazie ai suggerimenti di amicizia, all’adesione a gruppi o a pagine da seguire – sulla base dei nostri interessi e di quello che più frequentemente cerchiamo – e, ancora, grazie alle liste su Twitter, ognuno di noi può scegliere di vivere in un mondo virtuale cucito su misura, e condividerlo con utenti che fanno esattamente la stessa cosa. Chi cerca il fascino della teoria del complotto, che mette in discussione tutto il senso comune, troverà ciò che cerca; e lo troverà anche chi si erge a paladino della verità assoluta della scienza. Sul web è possibile trovare la propria nicchia di riferimento che apparirà plausibile e sostenibile.
Come puoi cominciare la prossima lezione? Fai cercare in Rete agli studenti un’altra fake news su Facta o Pagella Politica e chiedi loro di individuare le stesse tre caratteristiche.