Il registro elettronico è uno strumento ormai consolidato nella pratica didattica italiana. È stato introdotto nel 2012 nel processo di dematerializzazione della pubblica amministrazione. Ha sostituito il registro cartaceo, in uso fino a quel momento. Non esiste una piattaforma pubblica ufficiale, ma ogni istituto può adottare la soluzione che preferisce. Esistono tre gruppi di registri elettronici tra cui le scuole possono scegliere:
registri elettronici proprietari, cioè sviluppati da società private specializzate e concessi alle scuole dietro pagamento di una licenza;
registri elettronici open source, cioè liberamente disponibili in Rete e fruibili in modo gratuito dalle scuole;
registri elettronici locali, cioè sviluppati all’interno di un istituto e usati solo da quell’istituto o da una piccola rete di scuole intorno.
Ogni modello propone una grafica diversa e un certo numero di funzioni personalizzate, ma tutti devono rispondere a tre caratteristiche:
1. semplificare l’archiviazione e la consultazione di documenti ufficiali,
2. ridurre i costi di archiviazione,
3. aumentare la trasparenza e la velocità di comunicazione tra istituzione scolastica e famiglie.
A queste caratteristiche, fissate dalle direttive del Ministero dell’Istruzione, se ne aggiunge un’altra:
4. garantire la privacy degli utenti coinvolti, che nella maggior parte dei casi sono minorenni.
Quest’ultima è particolarmente sentita, specie dopo la definizione del “Regolamento generale sulla protezione dei dati” o GDPR, entrato in vigore nel 2018.
Ma dopo 10 anni di uso di questo strumento è utile chiedersi: la digitalizzazione del registro ha influito sulla valutazione in classe? Nel 2018 la ricercatrice Maila Pentucci ha condotto una ricerca in proposito, che mette in evidenza i passi indietro fatti nell’ambito della valutazione a seguito dell’introduzione di questo strumento digitale.
Per capirne i motivi occorre partire dalla definizione di valutazione. Nel Dictionnaire de l’Evaluation et de la Recherche en Education, il termine valutazione indica
il procedimento sistematico che mira a determinare in quale misura gli obiettivi sono stati raggiunti dagli allievi» e «comporta dei giudizi di valore concernenti la loro desiderabilità.
Dunque, per essere efficace una valutazione necessita della definizione di:
un livello (cioè un obiettivo) da raggiungere,
un valore (cioè un voto) che misuri di quanto lo studente o la studentessa è vicino/a al livello prefissato,
un giudizio (cioè un feedback) che indichi su quali aspetti lo/a studente/studentessa ha agito bene e su quali può ancora migliorare per raggiungere un livello più alto.
La valutazione deve derivare da un insieme di misure, che si possono ottenere attraverso prove formative e sommative. Le prove formative servono per prepararsi alla prova sommativa, che dà un bilancio finale del percorso svolto. Per questo dovrebbero avere pesi diversi e il voto finale da esprimere in pagella dovrebbe essere il frutto di una media ponderata. Ma il registro elettronico non prevede distinzioni tra valutazioni formative e sommative.
Inoltre, la valutazione formativa è utile soprattutto per i giudizi (o feedback) che l’insegnante fornisce, perché aiutano studenti e studentesse a capire in cosa devono migliorare. Sul registro elettronico c’è un campo per i giudizi, ma viene usato poco dall’insegnante, che al massimo si limita a descrivere l’attività che è stata valutata.
Un ulteriore limite del registro elettronico, secondo Pentucci, è il poco margine di scelta dei voti, che induce l’insegnante a scelte più drastiche di quelle che avrebbe espresso con un giudizio.
Lo strumento, infatti, permette di scegliere tre gradi intermedi tra un voto pieno e l’altro: 6; 6+; 6,5; 7–; 7.
Infine, uno dei punti basilari della dematerializzazione del registro dell’insegnante, ovvero aumentare la trasparenza e la velocità di comunicazione tra istituzione scolastica e famiglie, rischia di essere controproducente. Ogni famiglia, infatti, ha accesso al registro elettronico del figlio o della figlia e può vedere in tempo reale un voto assegnato, traendo delle conclusioni sul rendimento scolastico senza tenere conto della reale preparazione dell’alunno/a e possono minare il rapporto di fiducia tra genitori e figli lungo il percorso scolastico.
E c’è un altro rischio: in Italia il digital divide, ovvero una mancanza di strumenti e/o di competenze digitali da parte di una fascia di popolazione, è molto forte (fonte: rapporto DESI 2021), per cui una parte delle famiglie può non essere in grado di accedere al registro elettronico o può consultarlo senza consapevolezza. Come ha scritto la ricercatrice Manuela Delfino:
«Il rischio attuale è che se la comunicazione tra scuola e famiglia viene affidata principalmente (se non totalmente delegata) al mezzo digitale, alcune famiglie siano emarginate, altre attivino processi interpretativi che distorcono la realtà scolastica e il peso attribuito al registro».
Questo rischio è ancora più evidente con la consegna della pagella intermedia (alla fine del primo trimestre o quadrimestre) e periodica / conclusiva (alla fine del secondo pentamestre o quadrimestre). Le pagelle sono infatti recapitate soltanto in forma digitale attraverso una sezione apposita del registro elettronico. In cambio di una indubbia comodità, ne deriva la completa esclusione di un momento di feedback tra insegnante e famiglia, che viene ridotto a un giudizio conclusivo, spesso generico e burocrratico.
Le critiche mosse da Pentucci e Delfino al registro elettronico poggiano su un assunto: lo strumento condiziona la pratica didattica e peggiora la situazione rispetto alla prassi consolidata del registro cartaceo.
Ma il diverso modo di relazionarsi con i voti e con il sistema di valutazione da parte di insegnanti, studenti e famiglie non va imputato soltanto allo strumento. È un effetto della reintroduzione del voto in decimi, avvenuta nel 2009, al posto delle valutazioni tramite giudizi o lettere adottate nei trent’anni precedenti nelle scuole primarie e secondarie di primo grado. La motivazione principale che ha spinto alla reintroduzione dei voti in decimi è l’immediatezza del messaggio: nel sentimento comune, la valutazione di 6/10 rappresenta la sufficienza, tutto ciò che sta al di sotto rappresenta l’insufficienza e tutto ciò che avvicina o supera i 9/10 rappresenta l’eccellenza. Quindi un sistema basato sui numeri risulta semplice da assegnare per l’insegnante, chiaro per studenti e studentesse e comprensibile anche per le loro famiglie.
Tuttavia l’immediatezza del messaggio non restituisce il percorso che l’alunno/a ha compiuto e, nella maggior parte dei casi, lo/a danneggia. In altre parole, la valutazione in decimi, priva di giudizi (o feedback) che argomentino un risultato, appiattisce la prestazione dello studente o della studentessa su un numero e fa perdere di vista il valore del lavoro svolto.
Tutti questi limiti del sistema valutativo non possono essere imputati all’insegnante, che si deve al contesto in cui opera e agli strumenti che ha a disposizione. Ma come sottolinea Mario Castoldi:
«la questione di fondo risulta quella della responsabilità con cui l’insegnante gestisce il ruolo valutativo: tema chiave in quanto l’espressione di un giudizio in un contesto sociale implica un’assunzione di responsabilità, particolarmente stringente in funzione delle conseguenze sociali del giudizio stesso».
Cosa bisogna ricordare? L’appiattimento sui limiti tecnici del registro elettronico e i problemi della valutazione in decimi hanno fatto fare dei passi indietro al sistema di valutazione.