Immagine del banner tratta da questo articolo di Orlando Magazine.
C’è un’espressione generica e stereotipata, ma molto di moda: nativi digitali. Se ne parla in questo video Rai, ma se vogliamo riassumere al massimo possiamo dire che sono nativi digitali coloro che sono nati e cresciuti in corrispondenza con la diffusione delle nuove tecnologie informatiche e che, quindi, si dà per scontato che non abbiano difficoltà a usare o imparare nuovi strumenti digitali. È un’espressione generica e stereotipata, appunto, perché non è detto che tutti coloro che sono nati dopo il 2000 siano così abili. Inoltre c’è da sottolineare un fatto: essere più svelti nell’imparare a usare una nuova tecnologia non significa essere in grado di usarla a prescindere.
Anzi, alla prova dei fatti, emerge spesso che molti studenti e studentesse sono bravissimi nel montare un video con una app, caricarlo su una piattaforma e condividerlo sui social. Sanno fare l’editing di una fotografia o creare una gif in un batter d’occhio. Sanno trovare un’informazione relativa a un cantante o a un’attrice con grande facilità. Ma non sanno mandare un’email, non sanno esportare una presentazione in pdf, non sanno creare un PowerPoint a partire da un template. E non sanno fare queste cose perché nessuno glielo ha insegnato.
Nel campo dell’antropologia questo argomento desta un certo interesse perché internet, i social media e tutti gli apparecchi elettronici che abbiamo a disposizione hanno cambiato il nostro modo di vivere in società. C’è chi ha studiato il modo in cui influenzano il modo di apprendere, chi si è concentrato sul modo di stringere amicizia, chi sui rischi da dipendenza. In un articolo apparso nel 2015 sui Quaderni di sociologia, invece, una ricercatrice ha cercato di capire se esiste una relazione tra il modo in cui i nativi digitali usano le tecnologie informatiche e la loro condizione socio-economica. In altre parole, la condizione economica di un nativo digitale condiziona il modo in cui si rapporta a un prodotto informatico?
Questi alcuni passaggi interessanti, presi direttamente dall’articolo:
1. In generale:
- Gli adolescenti di status socio-economico elevato sfruttano maggiormente la rete per la ricerca di informazioni, mentre i coetanei di status inferiore sono orientati verso il gioco e il divertimento.
- Per i liceali l’appropriazione di Internet tende a svilupparsi «in verticale», in una relazione dialogica e virtuosa con gli adulti, per gli studenti che provengono da contesti familiari con meno risorse, il senso di Internet è costruito unicamente sulla «dimensione orizzontale» della relazione ai pari.
2. Chi proviene da famiglie più agiate:
- Lo scetticismo verso i media digitali è associato a una scarsa propensione alla creazione o condivisione di contenuti (in forma di commenti, testi, immagini, video). Tra gli adolescenti intervistati nei licei prevale una modalità d’uso della rete in cui non è contemplata la partecipazione attiva tramite user-generated content.
- I ragazzi sono consapevoli che diffondere contenuti autoprodotti online può avere un impatto e una visibilità ampia, per tale ragione sono poco propensi a pubblicare materiale amatoriale di bassa qualità. Vogliono proteggere la loro reputazione oppure temono di incappare in problemi per ciò che pubblicano.
- I genitori sono riconosciuti sia come esempi, figure importanti che indirizzano certi usi e esperienze con la rete, sia come dei mediatori attivi, attenti a promuovere un uso consapevole dei media.
3. Chi proviene da famiglie meno agiate:
- Gli intervistati che frequentano gli istituti professionali e provengono da famiglie di classe operaia o media sono particolarmente propensi a cogliere le opportunità relazionali ed espressive della rete, e poco interessati alla ricerca di informazioni.
- Molti intervistati negli istituti professionali raccontano che, anziché limitarsi a comunicare nei siti di social network, utilizzano Internet anche per approfondire interessi e produrre contenuti. Gli adolescenti fanno parte di gruppi e sottoculture (per esempio nel campo della musica rap, della street art dei graffiti, dello skateboard), seguono assiduamente generi della cultura popolare (come i fumetti, i cartoni animati giapponesi, la letteratura fantastica, il cinema horror) o possiedono interessi in campi artistici ed espressivi (come la fotografia, il disegno, la grafica).
- Questi studenti sfruttano Internet per approfondire i loro interessi, tutti collocati «al di fuori» della cultura istituzionale in ambiti «informali» non riconosciuti dalle istituzioni scolastiche.
- I genitori non svolgono attività di mediazione attiva per incoraggiare i figli a fare un uso consapevole e vantaggioso della rete e la preoccupazione maggiore sembra quella di bilanciare il tempo online con lo svolgimento di altre attività.
- Gli studenti dei professionali non «restano indietro» ai coetanei dei licei di classi più elevate per quanto riguarda l’uso di Internet per la creatività e l’espressione di sé tramite creazione di contenuti.
Quindi nel momento in cui l’accesso a Internet non è più un problema, le differenze sociali si ripercuotono sull’uso. Secondo la logica «the more, the more», chi proviene da un contesto sociale favorevole sfrutta la rete per aumentare ulteriormente le proprie conoscenze e opportunità, mentre negli altri casi prevale un uso disimpegnato e ludico. Ciò nonostante i primi sono fin troppo timidi e non sperimentano, mentre i secondi sono più creativi e si mettono in gioco.
Queste informazioni possono tornare utili per lavorare sui propri studenti, cercando di capire l’uso che fanno di Internet e dei social network e agendo sui loro punti deboli.
Cosa bisogna ricordare? I nativi digitali non sono campioni nell’uso di Internet e devono essere accompagnati per usare la rete in modo più consapevole.