C’è un appuntamento scolastico che ogni anno interessa 2 milioni di studenti e preoccupa sia i loro insegnanti sia i loro dirigenti: le prove INVALSI. Tre prove standardizzate, uguali su tutto il territorio nazionale e che non incidono sulla media dei voti degli studenti. Tre materie: italiano, matematica e inglese. Cinque livelli scolastici di somministrazione: 2° e 5° elementare, 3° media, 2° e 5° superiore.
Ogni anno ad aprile gli studenti affrontano le prove (in formato cartaceo o digitale) e a luglio arrivano i risultati. E i commenti. E le polemiche.
Polemiche perché nella scuola media il 39% degli studenti è insufficiente nella prova di italiano, il 45% in matematica e il 41% nell’ascolto di inglese. E tutti questi dati sono in crescita rispetto all’anno precedente. Nella scuola superiore dati simili, ma peggiori: il 44% degli studenti è insufficiente nella prova di italiano, il 51% in matematica, il 51% nell’inglese scritto e il 63% nell’ascolto.
Infine grandi disparità territoriali perché in molte regioni del Mezzogiorno oltre il 60% degli studenti è insufficiente in tutte e tre le discipline. In questo documento si trova un riassunto dei risultati più importanti.
Per capire qualcosa in più ne ho parlato con Roberto Ricci, presidente dell’INVALSI.
Presidente Ricci, i risultati 2021 sono scoraggianti perché molti studenti sono insufficienti in tutte le materie.
Non li definirei scoraggianti, perché chi lavora nella scuola non può permettersi il lusso del pessimismo. Anzi, ci devono incoraggiare per fare fronte ai problemi che sono emersi.
È vero che la colpa è della didattica a distanza?
Magari fosse così facile! In questo caso basterebbe tornare in presenza per azzerare i problemi emersi, quando in realtà sono situazioni che vengono da molto più lontano. La DAD è stata problematica, certo, ma ha consentito di mantenere il legame con la scuola per milioni di ragazzi e ragazze. Semmai il problema è che i diplomati sono privi di competenze di base perché la scuola non è riuscita a trasmetterle.
Tra i dati emersi dalle prove 2021 c’è il legame tra rendimento e contesto socio-economico degli studenti: ottengono risultati migliori gli studenti che vengono da contesti più agiati. Com’è possibile che accada ancora oggi?
La situazione attuale non sfigurerebbe in un romanzo di Dickens perché in Italia (e non solo) ci sono disparità sociali ed economiche molto forti. In una situazione di crisi pandemica, chi ha i mezzi riesce a sopperire alle mancanze, ma chi non li ha va subito in crisi. E le prove standardizzate INVALSI hanno fatto emergere proprio questa disparità.
Un altro dato evidente è la disparità territoriale: nelle regioni del Sud i risultati sono tendenzialmente peggiori. Ma se guardiamo il numero di diplomati con il massimo dei voti, vediamo che sono più frequenti nelle regioni del Sud. Come è possibile?
Nei territori in cui c’è una difficoltà sociale ed economica, non ci sono mezzi e strumenti adeguati per far sviluppare quelle competenze che una prova standardizzata va a testare. La soluzione adottata è allora quella di usare l’unico strumento a disposizione, cioè il voto, per dare una speranza a studenti bravi e promettenti. Ma questo atteggiamento è oltremodo grave perché va ad alterare il sistema di voto stesso e illude gli studenti che la loro preparazione sia eccellente quando in realtà non lo è.
Se andiamo a scremare i dati per tipo di scuola, vediamo che i licei scientifici vanno meglio di qualunque altro tipo di scuola in queste prove. Come se lo spiega?
Una prova standardizzata fa emergere un problema che avevamo nascosto sotto al tappeto. Nella scelta del tipo di scuola viene indicato un livello minimo uguale per tutti e una specializzazione in aree di interesse diverse. Se somministro la stessa prova a tutti, però, vedo che quel livello minimo viene raggiunto solo da qualcuno e quindi c’è una disparità tra un tipo di scuola e l’altro. Le competenze di base non dovrebbero essere negoziabili, cioè tutte le scuole dovrebbero garantirle. E invece ancora una volta vanno a svantaggio di quei tipi di scuole che in genere sono frequentati da studenti con più difficoltà.
Sarebbe utile avere prove standardizzate su più materie?
No: italiano, matematica e inglese sono più che sufficienti. Il loro obiettivo è dare degli ancoraggi utili per ragionare sul sistema scolastico.
Sul sito Invalsi Open avete messo a disposizione degli insegnanti dei materiali utili per preparare gli studenti alle prove. È dunque un problema legato al tipo di prova? Occorre che gli studenti si allenino a questo tipo di verifica per poterla passare con profitto?
Magari fosse così. Vorrebbe dire che è un problema di strumento e non di sostanza. In realtà nel preparare la prova standardizzata proviamo diversi tipi di strumenti, ma i risultati sono pressoché uguali.
E allora a cosa servono quei materiali?
Agli insegnanti diamo degli esempi di prove che possano essere usati per allenare gli studenti e mostrare loro i tipi di domande che si troveranno di fronte. Ma soprattutto diamo loro consigli e materiali per rafforzare quelle competenze che gli studenti devono raggiungere per superare la prova INVALSI. Il livello a cui puntano le prove standardizzate è quello presente nelle indicazioni nazionali.
Per il 2022 cosa dobbiamo aspettarci?
Il nostro obiettivo sono sempre le competenze di base presenti nelle indicazioni nazionali. Non devono tenere conto della situazione di crisi che stiamo vivendo, ma devono registrare il livello di raggiungimento delle competenze a prescindere dalle condizioni intorno. Proprio per questo sono prove senza voto. Quindi le prove cambieranno alla luce di ciò che abbiamo imparato in questi anni, ma non muteranno nell’obiettivo da raggiungere.
Cosa bisogna ricordare? Le prove INVALSI sono prove standardizzate che mettono in luce il livello di raggiungimento delle competenze di base presenti nelle indicazioni nazionali.