La valutazione è lo scoglio più difficile nel lavoro di insegnante ed è ciò che distingue questo mestiere da quello della comunicazione. È il più difficile perché cerca di essere oggettiva, ma è per natura condizionata da fattori che non hanno a che vedere con la prestazione svolta. Dare i voti, spesso, non è come prendere i tempi in una gara di corsa o leggere i punteggi in una partita. Ci sono fattori comportamentali, sociali e personali che possono influenzare il modo in cui viene valutata una prestazione.
Già nel 1994 Maria Lucia Giovannini individuava una serie di fattori che incidono sulla valutazione o meglio, sull’insegnante che deve assegnare un voto. Nel libro Valutazione sotto esame (Ethel Editoriale Giorgio Mondadori) le chiama distorsioni valutative e le raggruppa in 6 categorie:
effetto successione, quando una prestazione è sopravvalutata o sottovalutata in funzione di quella che l’ha immediatamente preceduta;
effetto contrasto, quando in una serie di valutazioni si osserva un andamento altalenante, ma ricorrente (il primo gruppo di prove è sottostimato, il secondo è sovrastimato e l’ultimo è di nuovo sottostimato);
effetto ancoraggio, quando i risultati di tutte le prove sono comparati con quelli di una prova presa come riferimento;
effetto assimilazione, quando la valutazione riflette l’idea che l’insegnante si è costruito/a dell’alunno/a che ha svolto la prova;
effetto contagio, quando le valutazioni attribuite da altri colleghi influenzano la valutazione di una prova;
effetto Pigmalione, quando le proprie convinzioni di partenza condizionano tutte le valutazioni successive (ne avevamo parlato anche qui).
È chiaro che nessuno di questi effetti permette una valutazione oggettiva, ma i primi 3 sono legati ad aspetti che riguardano le prove, mentre gli ultimi 3 sono legati a fattori estranei e, in alcuni casi, extrascolastici.
Tra i fattori extrascolastici che Giovannini non ha considerato c’è lo stereotipo di genere. Questo fattore si è fatto molto sentire negli ultimi anni, da quando è emerso in modo chiaro che esiste un divario di genere o gender gap in tanti settori della società. Per quanto riguarda la formazione e la scuola, esiste un gender gap importante nell’ambito delle materie scientifiche, che influenza anche le scelte di orientamento (come abbiamo detto qui). Le ragazze sono considerate meno capaci nelle materie scientifiche e questo pregiudizio le condiziona al punto che evitano i percorsi di studi più incentrati sulle STEM.
Molte ricerche hanno analizzato l’esistenza e gli effetti di questo stereotipo, ma una ricerca dell’Università di Trento ha fatto emergere un aspetto paradossale: molti insegnanti tendono a sovrastimare le prove delle studentesse in italiano e in matematica. Se compariamo i risultati dei test Invalsi con i risultati scolastici, vediamo che, a parità di competenze Invalsi, le ragazze hanno valutazioni migliori dei ragazzi. Per quanto riguarda l’italiano, non è così strano perché le ragazze tendono ad avere prestazioni migliori in assoluto; ma in matematica la situazione è opposta: i maschi vanno meglio delle femmine nelle prove Invalsi di matematica, eppure alle ragazze è in media assegnato mezzo voto in più di quello che spetterebbe loro in modo oggettivo.
I motivi di questo vantaggio sono ipotizzati dai due ricercatori, Ilaria Lievore e Moris Triventi:
le ragazze hanno comportamenti migliori in classe e quindi viene premiata la loro attenzione e collaborazione;
per evitare di rafforzare gli stereotipi che vedono le ragazze più deboli in materie scientifiche;
per spronare le ragazze a migliorare ancora grazie a un piccolo incentivo valutativo.
Queste tre spiegazioni si incrociano con le distorsioni proposte da Giovannini: effetto assimilazione, effetto contagio, effetto Pigmalione.
Magari nessuna delle 3 ipotesi avanzate spiega davvero la realtà dei fatti, ma è plausibile che a fronte di una situazione difficile da scardinare (il gender gap), la scuola reagisca in modo inconsapevole ma decisivo per rovesciare il paradigma.
Cosa bisogna ricordare? La valutazione non è un atto neutrale, ma è condizionato da diversi effetti; negli ultimi anni è emerso il problema dello stereotipo di genere, di cui si vedono gli effetti a vari livelli.