Di Fadi Saad
«Il cessate il fuoco non sarebbe stato raggiunto senza la Repubblica Islamica dell'Iran nei colloqui con il Pakistan, a seguito della leggendaria fermezza della Resistenza e del suo popolo in Libano. Grazie, Iran. Perché le autorità hanno irrigidito la loro posizione? Se un cessate il fuoco viene raggiunto tramite un mediatore, deve essere accettato, e nessuno negozia le condizioni del Libano tranne il Libano stesso.
Mercoledì, in un giorno pieno di sangue, l'aggressione israeliana contro Beirut e tutto il Libano, con 200 raid aerei in 10 minuti, ha provocato oltre 300 vittime civili e più di 1200 feriti. Il nemico ha giustificato l'attacco affermando che le autorità libanesi non erano interessate al cessate il fuoco. Le autorità hanno risposto con un vergognoso incontro a Washington martedì, in seguito al quale il Dipartimento di Stato americano ha rilasciato un accordo, firmato dal governo libanese senza nemmeno convocarlo, che prevedeva un cessate il fuoco unilaterale da parte del Libano, concedendo a Israele la libertà di continuare l'aggressione e "il riconoscimento da parte di entrambi i governi della necessità di arginare Hezbollah e altri gruppi estremisti". Non abbiamo ricevuto alcuna risposta ufficiale.
Il governo ha forse deciso di collaborare con il nemico israeliano contro il proprio popolo?
Scrivetelo nella storia: il nemico israeliano non resisterà nemmeno su un metro quadrato della nostra terra occupata.
I nostri uomini torneranno sulle loro terre fino al confine meridionale con la Palestina occupata.
O nostro popolo, come abbiamo resistito insieme, così insieme costruiremo» (HTTPS://T.ME/LANTIDIPLOMATICO/53242)
Il senso di “disgusto” che ci attanaglia oggi non è semplicemente una reazione al collasso finanziario o politico, ma piuttosto un'istintiva repulsione per un “genoma” politico dipendente dal vivere in uno stato di perpetua prostrazione di fronte alle capitali del po tere. Non siamo governati da politici, ma da “impresari di sepoltura”, che vendono il cadavere della nazione a ogni asta internazionale in cambio di una commissione per rimanere al loro posto.
Il peccato libanese ebbe inizio quando la mentalità politica decise che la forza del Libano risiedeva nella sua “debolezza”. Dal 1948, invece di costruire una dottrina di difesa nazionale, le élite si divisero tra il “Patto di Baghdad” e il “nasserismo”; Il conflitto non era per la Palestina o per gli arabi, bensì una competizione per diventare l'"agente esclusivo" degli interessi stranieri a Beirut.
Questa sottomissione culminò nell'Accordo del Cairo del 1969, il momento in cui lo "statista" firmò il documento del "suicidio" dello Stato. Legittimarono armi non libanesi non per fede in una causa, ma per eludere la responsabilità della sovranità, trasformando il Libano da "patria" in un "hotel" per tutti gli eserciti e le milizie.
Negli anni '70, la guerra civile non fu altro che un "periodo di affitto" per il territorio libanese. Abbiamo visto "principi del massacro" chiedere l'intervento siriano, per poi affrettarsi a chiedere l'invasione israeliana nel 1978 e nel 1982. Questi uomini non difendevano una "setta", ma stavano spianando la strada ai carri armati israeliani per raggiungere Beirut, convinti che l'"originale" sionista avrebbe garantito loro "agenti" permanenti. I risultati del 1982 non furono la liberazione, bensì un tentativo di privare il Libano della sua identità attraverso l'"Accordo del 17 maggio", che crollò a causa dei disaccordi tra Stati Uniti e Israele e della sua attuazione da parte dei libanesi.
L'atto di inganno più sfacciato della nostra storia ebbe inizio il 13 ottobre 1990. In quell'occasione, la sovranità non solo fu persa, ma venne "nazionalizzata" con il via libera internazionale.
L'accordo: gli Stati Uniti (l'amministrazione Bush padre) e l'Arabia Saudita diedero il via libera al regime siriano per assaltare il Palazzo di Baabda e il Ministero della Difesa e rovesciare la legittimità militare, in cambio della partecipazione della Siria alla "liberazione del Kuwait" e della garanzia della stabilità del fronte delle alture del Golan.
Il sistema: nacque la figura del "funzionario fantoccio", la cui dignità fu "schiacciata" di fronte all'ufficiale siriano ad Anjar. Lo Stato si trasformò in una "troika" che si spartiva il bottino. Il regime siriano si assicurava la sicurezza, mentre il suo fantoccio locale (sostenuto da Arabia Saudita e Stati Uniti) si accaparrava i fondi, la ricostruzione, il debito pubblico e il collasso delle istituzioni statali. Quando la tutela terminò con una risoluzione internazionale nel 2005, sostituirono l'"abito siriano" con la camicia di una finta "sovranità", e gli stessi volti continuarono a governare con una mentalità di sottomissione alle nuove ambasciate.
L'episodio più disgustoso è stato quello del luglio 2006. Mentre il mondo osservava con stupore la fermezza del Libano, i "partner della nazione" si trovavano nelle stanze segrete a pretendere che il nemico non cessasse il fuoco finché la resistenza non fosse stata annientata. Questo è stato "tradimento nella sua forma più pura". Queste persone non erano soddisfatte. Tra il 2013 e il 2017, hanno abbracciato il terrorismo takfiri (ISIS e al-Nusra) per dispetto verso i propri concittadini, applicando la logica: "Il membro dell'ISIS è mio alleato finché uccide il mio fratello libanese". Tuttavia, la presenza del presidente Michel Aoun, che ha fornito copertura politica all'esercito libanese, ha salvato il Libano ancora una volta.
Questo è il periodo che ha visto i tentativi più violenti di "sottomissione" programmata attraverso strumenti economici e di sicurezza per raggiungere la capitolazione completa:
Il colpo di stato del 2019: la "rivoluzione" non era altro che un meccanismo sotto mentite spoglie – nonostante le buone intenzioni di alcuni cittadini – ma è stata sfruttata da "sale operative" internazionali per minare la presidenza del generale Michel Aoun e rompere l'alleanza sovrana. Il sistema bancario è stato utilizzato per contrabbandare denaro e strangolare finanziariamente la popolazione, costringendo il governo a scegliere tra la resa politica o il completo collasso economico.
4 agosto 2020: quando il colpo di stato finanziario non è riuscito a rovesciare le istituzioni statali, l'esplosione del porto è arrivata come un'"esecuzione morale" di Beirut. La carneficina e lo spargimento di sangue furono immediatamente sfruttati per accusare il "regime" e le armi della resistenza, cercando di distruggere il prestigio dello Stato e trasformarlo in un cadavere che implorava un intervento sotto la maschera degli aiuti.
La sottomissione del 2026: oggi assistiamo alla cruda realtà. Il sistema che si è sottomesso a ogni capitale ora pratica la sottomissione ufficiale al nemico israeliano. Vediamo funzionari, vincolati dai loro fascicoli di corruzione, vendere confini, risorse e sovranità per compiacere gli americani e incitare una parte della popolazione a odiare i propri fratelli fino al punto di pregare per la vittoria di Israele.
L'analisi di questa traiettoria conferma che non ci troviamo di fronte a una "crisi di governo", bensì a una "struttura schizofrenica" insita nel DNA dell'élite. Questi individui comprendono che la loro esistenza dipende dal fatto che il Libano rimanga un'"arena", non uno "Stato", perché uno Stato forte significa semplicemente... la loro fine. La psicologia della sottomissione: il "leader per procura" teme il cittadino libero, quindi ricorre al sostegno straniero (o persino al nemico) per consolidare il proprio potere a livello nazionale.
L'economia politica della dipendenza: il saccheggio delle riserve e la svendita dei confini non sono fallimenti amministrativi, bensì il "prezzo della sopravvivenza" che questi individui pagano alle potenze straniere in cambio della loro tolleranza verso i furti protetti a livello internazionale.
Ma la storia ci insegna che i "mercenari" cadono sempre quando non c'è più bisogno di loro. L'attuale stato di "disgusto" nelle strade è un "parto di presa di coscienza". Le maschere sono cadute; la resurrezione non inizia con le urne gestite dal sistema, ma con il ripristino della definizione di "nemico" e "amico" nella coscienza popolare. Il Libano del futuro non sarà costruito da coloro che si prostrano nei corridoi delle ambasciate, ma da coloro che credono che la dignità nazionale sia l'unica moneta che non crollerà.
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Traduzione e note a cura di Gabriella Grasso
Lo “statista” a cui si fa riferimento è Charles Hélou, presidente della Repubblica libanese dal 1964 al 1970.
All'epoca il primo ministro Rashid Karamé si era dimesso e la strada musulmana, con i suoi leader sciiti, sunniti e drusi, premeva per dare libertà d'azione alla resistenza palestinese.
Hélou cercò aiuto dalla Francia e dagli Stati Uniti, ma ricevette solo un sostegno di facciata, senza un intervento concreto.
Secondo il suo stesso biografo (suo nipote), Hélou non si sentiva di aver avuto una scelta. Firmò un accordo il 3 novembre 1969 per scongiurare una guerra civile che sembrava imminente già in quell'anno, riuscendo solo a rinviarla al 1975.
L'accordo fu firmato materialmente dal comandante dell'esercito libanese, il generale Emile Bustani, e dal leader dell'OLP Yasser Arafat, con la mediazione del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. Ma la responsabilità politica ultima fu di Hélou.
L'Accordo del Cairo (1969) legalizzò di fatto una situazione che già esisteva, stabilendo che ai palestinesi residenti in Libano veniva riconosciuto il diritto di partecipare alla rivoluzione palestinese attraverso la lotta armata. Le armi appartenevano alle organizzazioni di guerriglia palestinesi, riunite sotto l'egida dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat.
Venivano creati "posti di lotta armata" all'interno dei campi profughi, che avevano il compito di "organizzare e limitare" la presenza di armi, ma sempre al di fuori del controllo diretto dello stato libanese. All'OLP veniva garantita la libertà di movimento e l'accesso alle zone di confine per le operazioni contro i sionisti. In sintesi, l'accordo legittimò la presenza di uno "stato nello stato" palestinese armato, trasformando il Libano in una base di partenza per le azioni militari, con le tragiche conseguenze che conosciamo (guerra civile, invasioni israeliane).
Suleiman Frangieh (presidente della Repubblica, maronita) nel 1976, vedendo l'avanzata delle forze libanesi-palestinesi, chiese ufficialmente l'intervento siriano per evitare la sconfitta delle sue milizie. Kamel Chamoun (ex presidente, leader dei "Tigri" liberali, maronita) e Pierre Gemayel (leader delle Falangi, maronita): appoggiarono la sua richiesta, convinti che la Siria avrebbe riportato l'ordine a loro favore. L'Esercito Arabo Siriano (presidente Hafez al-Assad), inizialmente intervenne come "forza di pace" della Lega Araba, ma poi come occupante de facto.
Tra il 1978 e 1982, gli stessi ambienti maroniti conservatori sollecitarono Tel Aviv, vedendolo come un "garante" anti-palestinese e anti-siriano. Bachir Gemayel (figlio di Pierre, comandante delle Forze Libanesi) fu il principale artefice dell'alleanza. Architetto dell'alleanza strategica con i sionisti, comandante delle Forze Libanesi (milizie maronite riunite) dal 1976 unificò le varie fazioni cristiane sotto il suo comando. Alleato dei sionisti dal 1978, visitò segretamente l'entità più volte, incontrando Begin e Sharon. Accettò armi, addestramento e sostegno logistico israeliano. Il suo obiettivo politico era diventare presidente della Repubblica ed eliminare militarmente OLP e Siria dal Libano, instaurando un regime cristiano filo-israeliano. Nel 1982 chiese apertamente l'intervento sionista per cacciare sia l'OLP che i siriani. Camille Chamoun (già menzionato) e Frangieh (con ambiguità) favorirono il passaggio dei carri armati israeliani verso Beirut. Furono due le invasioni dei sionisti: nel 1978 (operazione Litani) e nel 1982 (operazione Pace in Galilea) sotto i governi di Menachem Begin (Likud) e il ministro della difesa Ariel Sharon. Finalmente presidente nell'agosto 1982 (grazie all'invasione israeliana che aveva cacciato l'OLP da Beirut) fu ucciso il 14 settembre 1982 in un attentato (bomba nella sede del partito falangista a Achrafieh) prima di assumere l'incarico. L'attentatore non fu mai identificato. La sua morte portò al potere il fratello Amine Gemayel (più debole e meno filo-israeliano), che firmò poi l'Accordo del 17 maggio 1983. Ma questo accordo fu respinto con forza da sciiti e drusi, che rappresentavano le comunità escluse dal patto cristiano-israeliano. Fu formalmente annullato dal Libano nel 1984, a. sotto pressione combinata della resistenza militare sciita/drusa, b. perché l'esercito israeliano aveva subito perdite crescenti nel sud Libano (ritiro parziale e poi totale nel 1985), c. a causa di disaccordi Washington-Tel Aviv sugli equilibri regionali e perché l'esercito siriano non si ritirò mai.
Il "via libera" al regime siriano non fu un evento segreto, ma un accordo geopolitico esplicito tra le potenze internazionali e la Siria, siglato nel contesto della prima Guerra del Golfo (1990-1991).
L'Accordo di Ta'if (1989), aveva già posto le basi per l'egemonia siriana in Libano. Esso chiedeva il ritiro delle truppe siriane, ma **senza una scadenza definita**, subordinandolo a condizioni politiche interne libanesi mai completamente realizzate. Di fatto, legittimava la presenza militare siriana e il suo ruolo di garante dell'ordine.
Successivamente il presidente siriano Hafez al-Assad decise di schierarsi con la coalizione internazionale contro l'Iraq di Saddam Hussein, che aveva invaso il Kuwait e inviò circa 1.100 soldati siriani in Arabia Saudita. Questo gesto lo trasformò da "paria" a "alleato occidentale" in pochi giorni. In cambio del sostegno militare e politico, Hafez Assad ottenne tacitamente l'offensiva siriana contro Michel Aoun, il generale ribelle che rifiutava l'Accordo di Ta'if e la presenza siriana. La Siria ottenne ingenti aiuti e finanziamenti dall'Arabia Saudita e dal Kuwait, oltre a petrolio a basso costo e gli Stati Uniti smisero di fare pressioni pubbliche sui diritti umani in Siria e in Libano, concentrandosi sulla coalizione anti-Iraq. Con il via libera internazionale assicurato, l'offensiva fu pianificata ed eseguita. Il 13 ottobre 1990, l'aviazione siriana (con caccia Sukhoi) e l'artiglieria bombardarono il Palazzo di Baabda e il Ministero della Difesa a Yarze. Le truppe siriane e le milizie libanesi a loro fedeli (come quelle di Elie Hobeika) attaccarono da terra. Michel Aoun fu sconfitto in poche ore. Si rifugiò nell'ambasciata francese e poi andò in esilio. Le sue truppe vennero sopraffatte e ci furono numerose esecuzioni sommarie di prigionieri e civili. Con Aoun eliminato, in Libano si instaurò una Sovranità Limitata: La Siria controllava la sicurezza, la politica estera e i servizi segreti. Da Anjar, il generale Ghazi Kana'an (capo dei servizi segreti siriani in Libano) era il vero governante del paese. Furono installati presidenti e primi ministri fedeli a Damasco (come Elias Hrawi, Rafik Hariri ed Emile Lahoud), che gestivano l'amministrazione e la ricostruzione sotto il patronato siriano, spartendosi il bottino (appalti, fondi, debito pubblico).
La guerra nel 2006 iniziò quando Hezbollah effettuò un'operazione transfrontaliera, catturando due soldati israeliani. La risposta dell'entità sionista fu massiccia, con bombardamenti a tappeto su vaste aree del Libano, in particolare sulla roccaforte di Hezbollah nella periferia sud di Beirut (Dahiya) e nel Sud del paese. Nonostante la schiacciante superiorità militare israeliana e le devastanti perdite (oltre 1.000 vittime libanesi, per lo più civili, e la distruzione di infrastrutture civili), Hezbollah riuscì a resistere, a lanciare razzi fino nel nord dell'entità e a infliggere perdite inaspettate all'esercito israeliano. La guerra si concluse con la Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, che imponeva un cessate il fuoco. Hezbollah dichiarò la fine del conflitto come una "Vittoria Divina", lanciando una campagna mediatica nazionale che celebrava la resilienza e la forza della resistenza. Questa capacità di resistere a una potenza come quella sionista e di non essere annientato fu interpretata da molti nel mondo arabo e islamico come una storica "fermezza".
Tuttavia la guerra del 2006 non vide solo uno scontro militare, ma anche una profonda crisi politica interna libanese tra l'Asse della "Resistenza" (Hezbollah e alleati) e l'Asse del "Rifiuto" o della "Restrizione" (governo di Fouad Siniora, sostenuto dall'Arabia Saudita e dagli Stati Uniti, insieme ad alcuni leader sunniti e drusi). Questo considerava l'operazione di Hezbollah del 12 luglio come una "avventura avventata e irresponsabile", ritenendo che Hezbollah avesse usurpato la sovranità dello Stato, decidendo la guerra senza consultare il governo libanese. L'Asse del "Rifiuto" fu accusato di "tradimento" dall'asse filo-siriano ed da Hezbollah in quanto non si limitarono a criticare Hezbollah, ma attivamente facevano il gioco di Tel Aviv: la loro richiesta di un immediato cessate il fuoco, senza condizioni, equivaleva ad un tentativo di impedire a Hezbollah di conseguire una vittoria militare, salvando di fatto i sionisti da una sconfitta. In un clima estremamente polarizzato, l'opposizione alla guerra venne facilmente etichettata come "tradimento" di fronte al nemico.
Con l'esplosione della guerra in Siria, Hezbollah inviò migliaia di combattenti a sostegno del regime di Bashar al-Assad. Questo attirò l'ira dei gruppi jihadisti sunniti, che videro in Hezbollah un nemico primario.
Dal 2014 (ISIS) e il Fronte Al-Nusra (affiliato ad Al-Qaeda) nelle zone montuose al confine libanese-siriano, dalla valle della Bekaa lanciavano attacchi contro Hezbollah e l'esercito libanese.
Ma la brutalità dell'ISIS (come le esecuzioni di soldati libanesi) e la sua minaccia al territorio libanese portarono a una rara convergenza tra le fazioni libanesi rivali, spingendo persino il movimento sunnita del Futuro (Saad Hariri) a condannare il gruppo. L'ISIS non ha mai avuto una base sociale solida in Libano, a differenza dell'Iraq o della Siria, ed è stato visto come un corpo estraneo e "alieno" dalla maggioranza della popolazione sunnita libanese. Subito dopo l'elezione di Aoun (2016-2017), l'esercito libanese lanciò operazioni militari su larga scala contro le roccaforti di ISIS e Al-Nusra al confine siriano.
Aoun, presidente cristiano alleato di Hezbollah, fornì la legittimità istituzionale necessaria per combattere i gruppi sunniti senza che l'operazione potesse essere etichettata come una mossa puramente settaria sciita.
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