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Vogliamo parlare di aumenti salariali? Oppure di pretendere una vita diversa? Leggere un pezzo come: Il marketing politico del campo largo, [9 euro indicati come soglia minima «inderogabile»; 7,5 l’ora; 8,60 euro l’ora; oggi intorno agli 8,8], mi ha fatto percepire di vivere in un'epoca schiavista. Con questi numeri puoi pagare le tasse universitarie ai tuoi figli? E pagare il dentista per te?
Vedo spesso sul viso di chi ascolta analisi marxiste un sentimento di diffidenza e mi chiedo quale strano tipo di spiegazione daranno queste persone allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. Ripensando al pezzo citato, il linguaggio politico dei marxisti generalmente non aiuta. Sto per scrivere di istruzione e sanità ma con l'introduzione a quanto dovuto a Marx e spesso omesso dagli attuali marxisti.
La convinzione che la teoria di Marx sia puramente speculativa è una semplificazione. Al contrario, la sua opera è profondamente intrisa di motivazioni umanistiche, che emergono con chiarezza sia nei suoi primi scritti che nelle sue opere più mature.
L'ispirazione umanistica di Marx è un tema centrale e si manifesta su diversi livelli.
Negli scritti giovanili, la motivazione umanistica è esplicita e dominante. Marx non si limita a criticare Hegel, ma pone l'uomo reale al centro della sua riflessione. Il suo programma è riassunto nell'idea che "la radice delle cose è l'uomo". Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844, la sua critica del capitalismo si fonda sul concetto di lavoro alienato: sotto il capitale, il lavoro dell'operaio non è un'espressione della sua vita e della sua individualità, ma una mera attività imposta, un tormento che lo porta a "perdere se stesso". Questa non è pura speculazione, ma una vibrante denuncia della disumanizzazione prodotta dal sistema economico.
Anche quando Marx si concentra sull'analisi scientifica dell'economia politica, l'orizzonte umanistico rimane il fine ultimo del suo lavoro. Nelle sue opere mature, il capitalismo viene descritto come un sistema in cui l'individuo viene "degradato a mero operaio" e "sussunto sotto il lavoro", e in cui "gli individui sono sussunti dalla produzione sociale". La sua analisi del feticismo della merce e dello sfruttamento mira a smascherare un meccanismo che trasforma gli esseri umani in cose, riducendoli a strumenti del processo produttivo.
L'obiettivo finale non è solo teorico, ma eminentemente pratico e umano: il comunismo è concepito come una "associazione di liberi esseri umani", una "società cooperativa" il cui scopo è il "pieno e libero sviluppo di ogni individuo", realizzando così un "umanesimo nuovo di una società diversa".
Infine, la dimensione umanistica emerge dalla sua stessa personalità. Il biografo Franz Mehring sottolinea come Marx trovasse "ristoro e sollievo nella letteratura" e fosse un profondo ammiratore dei grandi poeti come Eschilo, Dante e Goethe, considerando la poesia un "patrimonio comune dell'umanità". Questa passione per la cultura classica e la sua visione cosmopolita sono descritte come la "migliore spiegazione del carattere umanistico della personalità di Marx".
In sintesi, l'opera di Marx è animata da una tensione costante verso il pieno sviluppo della persona umana, in opposizione alla sua riduzione a mero ingranaggio del sistema produttivo capitalistico. La sua analisi scientifica è al servizio di un'aspirazione profondamente umanistica, che mira a creare le condizioni per una vita autentica e libera per tutti.
La prassi dei politici marxisti contemporanei che impostano ogni proposta politica in termini economici costituisce una contraddizione fondamentale e molto attuale. Se la teoria di Marx è nata da un profondo slancio umanistico, come mai i suoi epigoni politici contemporanei parlano quasi esclusivamente di PIL, produttività, tassi di interesse e bilanci statali?
Tale prassi è un tradimento dell'approccio dialettico di Marx, e scade in ciò che egli stesso definiva "economicismo" o "materialismo volgare" per i seguenti motivi:
Per Marx, il "fattore economico in ultima istanza" non significa che la politica, la cultura e il diritto siano semplici riflessi passivi dell'economia. Anzi, Marx criticò aspramente i suoi seguaci che riducevano tutto a calcoli materialisti. Nelle sue opere storiche (come Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte), Marx mostra che la lotta politica, le ideologie e la volontà degli individui hanno un'autonomia relativa e possono persino accelerare o rallentare i processi economici. Quando un politico marxista traduce ogni rivendicazione (dalla sanità all'istruzione, dalla pace alla libertà di espressione) esclusivamente in termini di costi-benefici, sta applicando la stessa gabbia razionalistica del capitalismo che dice di voler superare.
Il fine ultimo di Marx è il "pieno e libero sviluppo di ogni individuo". Nella sua visione, il regno della necessità (quello del lavoro, della produzione e dell'economia) deve essere ridotto al minimo per fare spazio al regno della libertà (quello dell'arte, della scienza, della socialità e del tempo libero). Quando i politici marxisti contemporanei impostano tutto in termini economici, finiscono per pensare l'emancipazione umana solo come "redistribuzione del reddito" o "aumento dei consumi". Questo è un orizzonte piatto e produttivista, che dimentica che l'accumulazione stessa (anche se gestita dallo Stato) è il problema, non la soluzione. Si perde la critica qualitativa del valore, per inseguire solo la sua quantità.
In parte, questa prassi è anche una strategia difensiva. Viviamo in un'epoca in cui il linguaggio economico-tecnocratico è diventato l'unico ritenuto "serio" o "realistico" nel dibattito pubblico (si pensi al predominio delle agenzie di rating). Molti politici di sinistra, per paura di essere tacciati di "idealismo" o "utopismo", adottano questo lessico per legittimarsi. Tuttavia, questo è un errore tattico fatale: accettando i termini del dibattito dettati dal capitale, si legittima l'idea che l'economia sia una scienza naturale oggettiva, piuttosto che una relazione sociale di potere. Invece di sovvertire il senso comune, lo confermano.
Per Marx, la prassi (l'azione trasformatrice) è unità di teoria e pratica, ma anche di economia, politica, etica e cultura. Ridurre la prassi alla sola politica economica significa amputare la visione rivoluzionaria. La vera domanda marxista non è "quanto cresce il PIL?", ma "come cambiano i rapporti sociali tra gli esseri umani?". Un politico che parla solo di spread e manovre finanziarie sta amministrando il capitale, non costruendo una nuova società.
In conclusione: questa prassi è da ritenersi come un riduzionismo teoricamente erroneo e politicamente inefficace. Essa trasforma il marxismo da "critica dell'economia politica" (che smaschera i rapporti di potere nascosti nelle merci) in una "sottodisciplina dell'economia politica" (che cerca solo di ottimizzare il sistema vigente). Per tornare allo spirito autentico di Marx, i politici dovrebbero parlare di economia in funzione dell'umano, e non dell'umano in funzione dell'economia. Dovrebbero avere il coraggio di rivendicare il primato della politica e della cultura sul mercato, esattamente come faceva Marx quando difendeva la giornata lavorativa di 8 ore non solo per l'efficienza, ma per permettere all'operaio di leggere, pensare e amare.
Scendere sul piano pratico è fondamentale per non rimanere astratti. Le tendenze dell'istruzione che diventa preparazione tecnica e della sanità che si privatizza sono riscontrabili in azioni politiche molto concrete degli ultimi anni in Italia, spesso sostenute da una retorica di "efficienza" e "modernizzazione".
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Il governo italiano ha avviato una riforma strutturale dell'istruzione secondaria superiore, incentrata sulla creazione di una "filiera formativa tecnologico-professionale". L'obiettivo dichiarato è allineare i percorsi formativi alle esigenze del mercato del lavoro e dell'industria 4.0. Questa riforma si concretizza in diversi provvedimenti:
Il modello "4+2": La riforma istituisce un percorso che abbrevia il ciclo scolastico superiore da cinque a quattro anni, seguito da due anni di specializzazione presso gli ITS Academy (Istituti Tecnici Superiori). I sostenitori lo vedono come un modo per immettere prima i giovani nel mondo del lavoro, mentre i critici lo definiscono un "impoverimento" dell'offerta formativa che riduce il tempo per l'apprendimento e la formazione culturale generale.
Riordino degli istituti tecnici: A partire dall'anno scolastico 2026/2027, gli istituti tecnici saranno riordinati con nuovi indirizzi e quadri orari. Un elemento chiave è l'introduzione di un' "area di indirizzo flessibile" e di una "area territoriale", pensate per sviluppare competenze specifiche richieste dal mondo del lavoro e dalle professioni del territorio.
Coinvolgimento diretto delle aziende: La riforma prevede esplicitamente la "coprogettazione dell'offerta formativa con il coinvolgimento delle aziende e delle realtà produttive del territorio". Questo significa che la scuola "viene piegata a criteri economicisti e all'idea di studentesse e studenti trasformati in risorse umane", abdicando alla sua funzione primaria di "formazione globale del cittadino".
Rafforzamento dell'alternanza scuola-lavoro: La riforma punta a un aumento delle ore dedicate ai tirocini in azienda, consolidando ulteriormente il legame diretto tra il percorso di studi e le esigenze del tessuto produttivo.
Nel campo della sanità, la tendenza alla privatizzazione è meno esplicita ma altrettanto reale. Questa si manifesta attraverso due fenomeni principali:
Aumento della spesa a carico dei cittadini (out-of-pocket): La quota di spesa sanitaria pagata direttamente dai cittadini (per ticket, prestazioni private, ecc.) è in costante crescita. Nel 2024 ha raggiunto i 41,3 miliardi di euro, pari al 22,3% della spesa sanitaria totale. Questa percentuale supera stabilmente da 12 anni il limite del 15% raccomandato dall'OMS, oltre il quale si mettono a rischio l'uguaglianza e l'accessibilità alle cure. Questo significa che una fetta sempre più grande della salute dei cittadini è affidata alla loro capacità di spesa personale, un fenomeno noto come "privatizzazione della spesa".
Espansione del ruolo dei privati nell'erogazione dei servizi: Accanto alla spesa dei cittadini, cresce il numero e la varietà di soggetti privati che erogano servizi sanitari, in un fenomeno definito "privatizzazione della produzione". La Fondazione GIMBE identifica una galassia di attori privati, che vanno dagli erogatori di servizi agli investitori, fino ai fondi sanitari e alle assicurazioni. A questi si aggiungono i Partenariati Pubblico-Privato (PPP) per la costruzione e gestione di ospedali. Il rischio è che le logiche di profitto di questi attori prevalgano sulla tutela della salute, creando un "ecosistema" opaco che erode il principio di universalità del SSN.
In sintesi, sia nella scuola che nella sanità, le politiche in atto stanno ridisegnando il rapporto tra cittadino e Stato, spostando l'asse dalla formazione umanistica e dal diritto universale alla salute verso una logica di mercato, dove la preparazione tecnica e la capacità di spesa diventano criteri sempre più discriminanti.
La militarizzazione della scuola con la stretta disciplinare e la repressione sindacale al San Raffaele – non sono episodi separati, ma due facce della stessa medaglia: l’autoritarismo che accompagna la deriva economicista, dove chi si oppone alla trasformazione degli esseri umani in ingranaggi (studenti o infermieri) viene messo a tacere.
Dal punto di vista di una prassi marxista-umanista (che non è né astensionista né puramente parlamentare), il modo di procedere deve rompere l’isolamento dei singoli contesti e "socializzare il conflitto", portandolo dalla sfera ristretta del luogo di lavoro/scuola alla sfera pubblica e politica e tradurlo in azioni pratiche per i due ambiti.
La risposta pratica non può limitarsi a difendere le materie umanistiche contro quelle tecniche. Bisogna spostare il tiro sulla forma autoritaria del potere.
Costruire "Assemblee Permanenti di Istituto": Di fronte all'aumento dei provvedimenti disciplinari verso docenti e studenti dissidenti, la prassi vincente è la collettivizzazione della difesa. Invece di lasciare che il singolo insegnante venga isolato e punito, bisogna attivare immediatamente assemblee congiunte (studenti, genitori, personale ATA e docenti) che si riuniscano fuori dall'orario scolastico (magari nel locale del circolo ARCI o della sezione sindacale sotto la scuola) per analizzare ogni circolare ministeriale. Se arriva una contestazione disciplinare, questa non deve essere affrontata con un ricorso burocratico individuale, ma con un contropiede politico: una conferenza stampa davanti alla scuola, un banchetto informativo e una lettera aperta al Consiglio di Istituto per sfidare politicamente la preside e i rappresentanti delle forze dell'ordine coinvolti.
Educazione alla "Costituzione vissuta": Poiché i militari portano un'idea gerarchica e acritica della disciplina, occorre organizzare corsi di formazione paralleli (promossi da sindacati di base come USB o FLc CGIL, o da associazioni come l'ANPI) che insegnino agli studenti e ai docenti gli articoli 21 (libertà di pensiero), 33 (libertà dell'arte e della scienza) e 40 (diritto di sciopero). Non come nozioni, ma come strumenti giuridici immediati da opporre ai provvedimenti. La prassi è: "Ogni circolare che impone il silenzio viene accolta da una lezione pubblica sulla disobbedienza civile".
Scioperi della valutazione: Poiché la scuola tecnica si regge sulla misurazione ossessiva delle competenze (i famosi PFI e crediti), una proposta pratica è quella di proclamare giorni in cui i docenti di base si rifiutano di compilare le griglie di valutazione numeriche, sostituendole con una restituzione qualitativa e dialogata del percorso dell'alunno. Questo colpisce il cuore della logica aziendale della scuola, senza esporsi a contestazioni disciplinari formali (perché il docente sta comunque valutando, ma rompe lo schema).
Il comunicato del 3 luglio è già un ottimo esempio di difesa sindacale, ma per non rimanere una "conferenza stampa" fine a se stessa, la prassi deve evolvere in una campagna di mobilitazione territoriale.
Allargare il fronte oltre i lavoratori: oltre ai sindacati, vanno coinvolti i Comitati per la difesa della sanità pubblica (es. il Comitato "Salviamo il SSN" di Milano) e le associazioni di pazienti. Perché la repressione sindacale non è un affare interno, ma un attacco alla qualità delle cure. La prassi è costruire un "Comitato Unitario Lavoratori-Cittadini" che entri nel San Raffaele con un presidio fisso esterno (tendoni, gazebo) per spiegare ai pazienti e ai parenti che se si reprime chi chiede organici adeguati, la conseguenza pratica sono turni più lunghi e maggiore rischio di errori medici.
La leva economica capovolta (l'antidoto all'economismo): Poiché il San Raffaele è un ospedale privato che riceve ingenti finanziamenti pubblici (attraverso la Regione Lombardia), la mobilitazione deve puntare alla trasparenza dei fondi. Praticamente: presentare un esposto alla Corte dei Conti e alla Regione chiedendo che i futuri rinnovi delle convenzioni siano vincolati al rispetto della libertà sindacale (art. 39 della Costituzione). Contemporaneamente, organizzare un sciopero della fame a staffetta (simbolico, di poche ore) davanti alla sede della Regione Lombardia, per mostrare che il conflitto non è più relegato al singolo ospedale, ma investe il governo del territorio.
Internazionalizzazione del conflitto: Visto il trend globale, una prassi concreta è chiedere la solidarietà ai sindacati europei del settore sanitario (es. EPSU). Una lettera aperta firmata da sindacati francesi, spagnoli e tedeschi inviata alla Direzione del San Raffaele mette pressione sull'immagine internazionale dell'ospedale, rendendo la repressione un "costo reputazionale" che i vertici aziendali faticano a sostenere.
In entrambi i casi, l'errore da evitare è la difesa corporativa o individuale. La strategia praticabile è:
Rompere l'isolamento (l'insegnante da solo viene sospeso; il sindacato da solo viene diffidato).
Coinvolgere l'utenza (genitori per la scuola; pazienti per l'ospedale) – perché la scuola e la sanità sono beni comuni e non "servizi" erogati a utenti passivi.
Usare il diritto come arma offensiva, non solo difensiva (es. impugnare le diffide, chiedere pareri legali all'Avvocatura di Stato, utilizzare il Garante della Privacy se i provvedimenti disciplinari ledono la dignità personale).
Tradurre ogni vertenza in un fatto politico nazionale, come stanno facendo CUB e USI, tenendo alta l'asticella del "sindacalismo conflittuale" e rifiutando la logica del compromesso al ribasso.
Infine, per restare fedeli a Marx: in queste azioni, il fine non è "migliorare il PIL" o "aumentare l'efficienza", ma restituire dignità e parola a chi viene ridotto a numero. Questa è la prassi umanistica: lottare per la riduzione dell'orario di lavoro e dei carichi didattici non per produrre di più, ma per permettere a quell'insegnante e a quell'infermiere di avere tempo per leggere, pensare e lottare. Se la mobilitazione del 7 luglio riuscirà a portare in piazza non solo gli operatori, ma i loro familiari e i cittadini che curano, avremo capovolto il rapporto di forza.
Note
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Parla Gino Perri marito di Margherita Napoletano. - TgCub del 7 Luglio 2026-CUB Confederazione Unitaria di Base
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