di Mario Pietri *
Federico Rampini ci ha abituati a un copione sempre uguale: Cina e Russia sono i cattivi, l’Occidente è il custode dell’ordine, il resto del mondo è una platea passiva. Nel suo ultimo articolo sul Corriere, la formula non cambia:
se il Giappone si riarma, è colpa di Xi Jinping; se la Germania aumenta le spese militari, è “merito” di Putin.
Una narrativa comoda, rassicurante per chi crede ancora nella centralità morale dell’Occidente —
ma completamente scollegata dalla realtà.
La verità è molto più complessa e molto meno occidentale-centrica. E soprattutto: dimostrabile con numeri, documenti e storia, non con percezioni.
Il Giappone ha approvato quello che molti analisti considerano il più grande programma di riarmo dai tempi della resa del 1945. Parliamo di un piano quinquennale da 315 miliardi di dollari, una cifra che da sola basterebbe a raccontare la portata del cambiamento. Ma il dato più impressionante è l’aumento complessivo della spesa militare: +60% rispetto agli anni precedenti, con l’obiettivo – mai dichiarato così apertamente prima – di raggiungere il 2% del PIL, lo stesso parametro utilizzato dagli Stati NATO. In altre parole: Tokyo vuole uscire dalla tradizionale postura minimalista e avvicinarsi al modello delle potenze armate occidentali.
Il passo più simbolico e politicamente sensibile riguarda però le capacità offensive. Il governo ha deciso di acquistare dagli Stati Uniti 400 missili Tomahawk, armi progettate per colpire obiettivi a oltre 1.600 chilometri di distanza. Non si tratta più, dunque, della classica “difesa territoriale” che il Giappone ha sempre invocato nel rispetto dell’Articolo 9 della Costituzione pacifista: siamo di fronte a strumenti militari che cambiano la natura stessa della postura giapponese, introducendo capacità d’attacco che Tokyo non aveva più dal secondo dopoguerra.
Questo salto non è un atto improvviso, né un risveglio spontaneo generato da timori interni. È il frutto di un clima geopolitico in cui gli Stati Uniti spingono apertamente gli alleati asiatici ad assumere un ruolo militare più assertivo, mentre la leadership politica giapponese – oggi guidata da una linea più nazionalista rispetto al passato – coglie l’occasione per rinegoziare il proprio status strategico nella regione.
Il risultato è che, per la prima volta da quasi ottant’anni, il Giappone torna ad affacciarsi sulla scena internazionale non solo come potenza economica, ma anche come attore militare dotato di capacità d’attacco, un cambiamento che in Asia viene percepito con molta più inquietudine di quanto non avvenga in Europa o negli Stati Uniti.
Per capire fino in fondo la portata di questo cambiamento, bisogna ricordare un fatto fondamentale che spesso nei commenti occidentali – e anche nell’articolo di Rampini – viene solo sfiorato, mai davvero spiegato: il Giappone del dopoguerra non è stato pacifista per scelta, ma per imposizione. La rinuncia alla guerra non nasce da un improvviso slancio idealista del Sol Levante, bensì da un preciso progetto politico e militare degli Stati Uniti, che dopo la resa del 1945 occuparono il Paese e ridisegnarono da zero il suo assetto costituzionale.
Fu il generale Douglas MacArthur, governatore militare dell’arcipelago, a imporre nel 1947 l’ormai celebre Articolo 9, in cui si legge: “Il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione.” È un passaggio storico spesso citato, ma raramente contestualizzato. Washington lo volle per due motivi molto chiari: innanzitutto per evitare che il Giappone potesse tornare, anche solo lontanamente, una potenza militare come quella che aveva devastato mezza Asia negli anni ’30 e ’40; e, allo stesso tempo, per assicurarsi il controllo dell’area attraverso basi americane, non giapponesi, trasformando il Paese in un pilastro strategico della presenza USA nel Pacifico.
Il risultato è sotto gli occhi di chiunque osservi i dati: da quasi ottant’anni in Giappone sono presenti circa 55.000 soldati statunitensi, distribuiti in oltre 80 installazioni militari, tra cui la vasta base di Okinawa, definita dal Pentagono “la più importante dell’intero Indo-Pacifico”. In un contesto simile è semplicemente irrealistico immaginare che Tokyo abbia avviato un processo di riarmo totalmente autonomo, come se si svegliasse un giorno decidendo da sola di rovesciare settant’anni di dottrina strategica.
Il nuovo corso giapponese, infatti, si colloca all’interno di un sistema di sicurezza definito e guidato dagli Stati Uniti, nel quale il riarmo di Tokyo risponde perfettamente agli interessi americani nella regione. Parlare di “scelta indipendente” significa ignorare, volontariamente o meno, la logica profonda che ha plasmato l’Asia del dopoguerra.
Per comprendere fino in fondo perché Cina e Corea osservino il riarmo giapponese con crescente inquietudine, bisogna fare un passo indietro e guardare alla storia. Ed è proprio questo passaggio che molti commentatori occidentali saltano, come se fosse un dettaglio irrilevante. In realtà è il cuore di tutto. Tra il 1931 e il 1945, l’Impero giapponese non fu soltanto un attore aggressivo: fu, a tutti gli effetti, una delle potenze più violente e devastanti del XX secolo, capace di infliggere all’Asia orientale sofferenze paragonabili a quelle provocate in Europa dal nazifascismo.
L’invasione della Manciuria nel 1931 non fu che l’inizio. Negli anni successivi il Giappone lanciò campagne militari in Corea, Cina, Mongolia e nel Sud-Est asiatico, lasciando dietro di sé una scia di atrocità documentate in modo schiacciante dai Tribunali di Tokyo e dalle ricerche storiche contemporanee. Gli studiosi stimano tra 20 e 30 milioni le vittime civili dell’imperialismo giapponese: una cifra impressionante che include massacri di intere città, deportazioni, lavori forzati e carestie indotte.
Uno degli episodi più emblematici è il Massacro di Nanchino del 1937, quando l’esercito imperiale giapponese occupò la capitale cinese dell’epoca e, nell’arco di poche settimane, uccise circa 300.000 civili, commettendo stupri di massa, torture e crudeltà sistematiche. Parallelamente, migliaia di donne provenienti da Corea, Cina, Filippine e altri Paesi furono costrette alla schiavitù sessuale nei bordelli militari dell’esercito nipponico: le tristemente note “comfort women”, un crimine riconosciuto e documentato da decine di testimonianze e sentenze internazionali.
A questo si aggiunge la pagina oscura della Unità 731, un reparto segreto dell’esercito giapponese che condusse esperimenti disumani su esseri umani: vivisezioni senza anestesia, test biologici, congelamento degli arti, diffusione controllata di peste bubbonica e colera nelle popolazioni cinesi. Gli stessi ricercatori dell’unità ottennero, dopo la guerra, l’immunità dagli Stati Uniti in cambio dei loro dati scientifici.
E tutto questo mentre la Corea viveva dal 1910 al 1945 una colonizzazione brutale, e Taiwan — conquistata nel 1895 — restava sotto dominio giapponese per mezzo secolo.
Ricordare questi fatti non significa indulgere nel passato, ma capire perché, oggi, ogni passo del Giappone verso il riarmo venga osservato a Pechino e a Seul con una naturale, quasi fisiologica, apprensione. Soprattutto perché, proprio negli ultimi anni, la politica giapponese ha visto emergere figure come l’attuale premier Sanae Takaichi — e prima di lei Shinzo Abe — appartenenti all’ala nazionalista del Partito Liberal Democratico. Una corrente che tende a minimizzare o relativizzare gli orrori del passato e che, ogni anno, rende omaggio al santuario di Yasukuni, dove sono commemorati, tra gli altri, numerosi criminali di guerra di Classe A.
È un gesto che in Occidente passa spesso sotto silenzio, ma non così in Asia. Per Cina e Corea non si tratta di simboli innocui o cerimonie folcloristiche. È il segnale che quel Giappone che devastò il continente non è scomparso dalla memoria politica, ma continua a vivere negli atti di una parte dell’élite di governo.
Ecco perché il riarmo giapponese, oggi, non viene percepito come un semplice aggiornamento della difesa, ma come il possibile ritorno delle ombre del passato in una versione aggiornata al XXI secolo. In un’Asia che porta ancora cicatrici profonde, la memoria non è un dettaglio: è la chiave per capire le paure del presente.
A questo punto diventa inevitabile affrontare un altro dei punti centrali dell’argomentazione di Rampini: la presunta esistenza di un “vuoto americano” in Asia, un progressivo disimpegno degli Stati Uniti che, sempre secondo questa lettura, spingerebbe i Paesi dell’Indo-Pacifico — Giappone in testa — a riorganizzarsi militarmente per non restare scoperti. È una tesi suggestiva, ma completamente smentita dai dati ufficiali. E non si tratta di interpretazioni: sono numeri nudi e crudi, pubblicati ogni anno dallo stesso Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.
In realtà, la presenza militare americana in Asia non solo non sta diminuendo, ma è cresciuta in modo sistematico negli ultimi dieci anni. Oggi gli Stati Uniti mantengono 55.000 soldati in Giappone, distribuiti in decine di installazioni — da Yokosuka, sede della Settima Flotta, fino alla gigantesca base di Kadena a Okinawa — e 28.500 in Corea del Sud, dove si trova uno dei più grandi concentramenti di truppe americane fuori dal territorio nazionale. A questo si aggiunge il fatto che il Pentagono ha appena riaperto una serie di basi nelle Filippine (accordo del 2023), posizionandole in punti che strategicamente guardano direttamente verso il Mar Cinese Meridionale.
Parallelamente, il patto AUKUS, firmato nel 2021 con Australia e Regno Unito, prevede la costruzione di sottomarini nucleari d’attacco e una cooperazione militare mai vista prima nell’area. Nel frattempo, dal 2015 a oggi, il numero delle esercitazioni congiunte nel Pacifico — dalle manovre navali alle operazioni aeree — è triplicato, con un chiaro obiettivo: migliorare l’interoperabilità delle forze statunitensi con quelle di Giappone, Australia, Corea del Sud e altre nazioni dell’area.
E il dato più rivelatore è forse quello economico. Attraverso la Pacific Deterrence Initiative, la grande cornice finanziaria degli Stati Uniti per il contenimento militare della Cina, Washington ha più che raddoppiato i fondi: dai 6,9 miliardi di dollari del 2020 ai 14,7 miliardi previsti per il 2024. In altre parole, mentre in Occidente si parla di un’America stanca e sul punto di ritirarsi dal mondo, gli USA stanno investendo nel Pacifico come mai prima nella storia recente.
Alla luce di questi dati, l’idea di un “vuoto americano” è semplicemente insostenibile. Non siamo davanti a un ritiro, ma a un consolidamento massiccio della presenza USA, spesso accompagnato dalla pressione esercitata su Giappone, Australia, Corea del Sud e Filippine affinché potenzino le proprie capacità militari. Questo processo non risponde a un presunto abbandono da parte di Washington, ma alla strategia dichiarata di contenere l’ascesa della Cina.
Ecco perché parlare di “vuoto” non è soltanto impreciso: significa capovolgere la realtà. La presenza americana non si sta dissolvendo, si sta strutturando e radicando. È un fatto, non un’opinione. E qualsiasi analisi seria del riarmo giapponese deve partire proprio da qui, non da narrazioni suggestive ma prive di fondamento.
Per comprendere davvero la crisi attorno a Taiwan, bisogna sgombrare il campo da un equivoco molto diffuso nel dibattito occidentale: la Cina non ha cambiato posizione sulla questione taiwanese. È la posizione degli Stati Uniti — e dei loro alleati — ad essersi progressivamente trasformata, e solo negli ultimi dieci anni in modo particolarmente evidente.
La Cina considera Taiwan parte integrante del proprio territorio dal 1949, ovvero dalla nascita della Repubblica Popolare. Questo non è un dettaglio ideologico: è la base della politica nazionale cinese e gode di un riconoscimento internazionale molto ampio. La Risoluzione 2758 dell’ONU, approvata nel 1971, sancisce ufficialmente che la Cina è rappresentata unicamente da Pechino, e che Taiwan non possiede uno status statale autonomo nella comunità internazionale. È un principio che gli Stati Uniti stessi accettarono nel 1972, con il celebre Shanghai Communiqué, firmato da Richard Nixon e Mao Zedong, in cui Washington riconosceva l’esistenza di “una sola Cina”.
Per decenni questo equilibrio — fragile ma funzionale — aveva garantito la pace nello Stretto di Taiwan. Le tensioni recenti, però, nascono dal fatto che gli Stati Uniti hanno iniziato ad allentare, quando non a superare, i limiti dello status quo. Negli ultimi anni Washington ha approvato oltre 19 miliardi di dollari in armamenti per Taiwan, ha inviato istruttori militari sull’isola, ha intensificato le operazioni navali nello Stretto e ha autorizzato visite politiche di altissimo livello, come quella della Speaker Nancy Pelosi nel 2022, un gesto che a Pechino è stato percepito come una rottura deliberata degli accordi precedenti.
Da qui nasce la crescente percezione cinese che gli Stati Uniti stiano trasformando Taiwan in “una seconda Ucraina”: un territorio conteso, trasformato in avamposto avanzato contro una grande potenza continentale. È una lettura che può non piacere in Occidente, ma che diventa assolutamente comprensibile se si guarda il quadro dal punto di vista di Pechino.
La reazione cinese assume un carattere ancora più comprensibile quando la si collega al nuovo attivismo militare del Giappone. Se Tokyo appare oggi così decisa a ridefinire la propria postura strategica, Pechino lo interpreta sulla base di tre elementi molto concreti, che nulla hanno a che vedere con emotività o “isterie”, e tutto con la logica geopolitica.
Il primo è la geografia. Taiwan dista appena 130 chilometri dalla costa cinese, mentre è a oltre 1.100 chilometri dal Giappone e a più di 11.000 chilometri dagli Stati Uniti. Per Pechino, qualunque presenza militare ostile sull’isola rappresenta un rischio diretto e immediato per la propria sicurezza nazionale. E questo è un dato oggettivo, non un’opinione politica.
Il secondo fattore è la storia. Dal 1895 al 1945, Taiwan fu una colonia giapponese. L’amministrazione nipponica impose riforme drastiche, sfruttamento economico, assimilazione culturale e uno stretto controllo militare. Per la Cina — e anche per Taiwan stessa — la possibilità di un ritorno del Giappone come potenza armata nella regione non può essere considerata alla leggera. Le ferite coloniali non sono semplici ricordi: sono elementi strutturali della memoria collettiva asiatica.
Il terzo punto è la sensazione, sempre più forte, di un accerchiamento strategico. Dal punto di vista cinese, l’insieme di basi americane in Giappone e Corea, le nuove installazioni nelle Filippine, il patto AUKUS con l’Australia e il riarmo giapponese costruiscono una sorta di “NATO del Pacifico”, una cintura militare pensata per contenere e limitare l’ascesa cinese. E quando la storia insegna che le grandi potenze reagiscono con forza ai tentativi di accerchiamento, ignorare questo dato significa non capire come funzionano le dinamiche di sicurezza internazionali.
Per questo la Cina reagisce con tanta durezza alle dichiarazioni e ai piani militari del Giappone. Non è una questione ideologica, ma strategica. Non è paranoia, ma memoria storica, geografia e logica geopolitica. E nel momento in cui Giappone e Stati Uniti intensificano la loro cooperazione militare, Pechino vede emergere un quadro che somiglia pericolosamente a quello della Guerra Fredda: un mondo polarizzato, con alleanze rigide e margini sempre più stretti per la diplomazia.
A tutto questo si aggiunge un elemento che raramente viene discusso con la dovuta serietà, e che invece è centrale per capire perché la crisi attorno a Taiwan e il riarmo giapponese stanno assumendo dimensioni così preoccupanti: la narrazione occidentale, sempre più ripetitiva, emozionale e povera di contesto storico. Negli ultimi due anni la parola “invasione cinese” è comparsa più di 13.000 volte sulle principali testate europee e statunitensi. Al contrario, espressioni come “superamento delle linee rosse cinesi da parte degli Stati Uniti” o “cambiamento della posizione americana su Taiwan” sono quasi assenti dal dibattito mediatico.
Questo squilibrio non è casuale. Non si tratta di informazione, ma di una costruzione narrativa che risponde a precise esigenze politiche: normalizzare il riarmo del Giappone presentandolo come inevitabile, giustificare l’espansione della presenza militare statunitense nel Pacifico, dipingere la Cina come la nuova minaccia esistenziale — una sorta di “Russia asiatica” — e rendere impossibile qualsiasi compromesso diplomatico, perché la sola idea di trattare verrebbe vista come un cedimento al “nemico”.
In questo senso, la storia insegna una lezione molto semplice e molto scomoda: le guerre raramente nascono dai fatti oggettivi, e molto più spesso dalle percezioni, dalle paure, dalle narrazioni amplificate fino a diventare realtà politiche. È sufficiente guardare a come furono raccontati, nei rispettivi mondi, gli eventi che precedettero la guerra del Vietnam, quella dell’Iraq o la crisi dei Balcani. Il modo in cui una società percepisce una minaccia conta, spesso, più della minaccia stessa.
Ecco perché la conclusione autentica — quella che Rampini e molti come lui non diranno mai — è che il riarmo giapponese, così come quello tedesco, non è affatto la risposta spontanea a un’aggressione esterna, ma la conseguenza diretta della strategia statunitense degli ultimi trent’anni. Washington non sta semplicemente “difendendo gli alleati”: sta plasmando l’equilibrio militare dell’Eurasia per rispondere a due grandi obiettivi che guidano la sua politica globale dal crollo dell’URSS a oggi.
Il primo è contenere la Cina, impedendole di raggiungere una posizione dominante nel Pacifico — obiettivo dichiarato apertamente nei documenti del Pentagono e del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Il secondo è indebolire la Russia, riducendone la capacità di influire sugli equilibri europei e asiatici.
Entrambi questi obiettivi portano alla stessa conclusione strategica: costruire una nuova architettura militare in Asia, una rete di alleanze e basi che ricorda sempre più la NATO, ma spostata sul versante indo-pacifico. Il Giappone — potenza tecnologica, economicamente robusta, e ora sempre più politicamente propensa alla revisione costituzionale — è l’ingranaggio più importante di questo disegno.
Ed è qui che il quadro si ricompone. Le tensioni nello Stretto di Taiwan, il riarmo giapponese, la retorica sull’“aggressività cinese”, la demonizzazione della Russia: non sono fenomeni separati, ma tessere di una strategia più ampia. Una strategia che presenta le sue scelte come “necessarie”, ma che in realtà risponde a una logica precisa: mantenere, in un mondo che cambia, la centralità geopolitica dell’Occidente e soprattutto degli Stati Uniti.
Il problema è che questo gioco rischia di trasformare l’Asia nel nuovo epicentro della competizione globale — e, potenzialmente, della prossima grande crisi internazionale.
Mantenere la centralità geopolitica occidentale in un mondo che non è più occidentale.
Ed è qui che, inevitabilmente, bisogna tornare a Rampini e alla sua lettura semplificata del mondo. Ogni volta che scrive della Cina o della Russia, sembra di assistere allo stesso copione: l’Occidente come arbitro morale, l’America come garante della pace, gli altri come minacce da contenere o disciplinare. Un racconto che non tiene conto dei dati, della storia, della geografia, e che soprattutto ignora come le altre potenze percepiscano ciò che accade.
Rampini parla del riarmo giapponese come di una risposta “razionale” all’aggressività cinese, ma evita accuratamente di ricordare che è Washington ad aver imposto al Giappone il pacifismo costituzionale e oggi a premere per smantellarlo. Parla di “vuoto americano” nel Pacifico, quando gli Stati Uniti non sono mai stati così presenti e operativi nella regione. Evoca la minaccia di Pechino, ma non dedica una riga alle ragioni — storiche, strategiche, perfino emotive — che spiegano perché la Cina reagisca con fermezza al ritorno di un Giappone armato.
Questa narrazione non è soltanto sbilanciata: è pericolosamente miope. Perché non vede — o non vuole vedere — la trasformazione profonda in atto nello scenario globale. La Cina lo vede. La Russia lo vede. Molti paesi asiatici lo vedono da anni, anzi da decenni, e regolano le loro scelte di sicurezza di conseguenza.
Forse è ora che cominciamo a vederlo anche noi.
Perché continuare a interpretare la realtà attraverso la lente stanca e autoreferenziale del “mondo libero” ci condanna a fraintendere le dinamiche più importanti della politica internazionale. E lo fa proprio mentre quel mondo libero — quello di cui Rampini si fa puntualmente cantore — sta perdendo centralità, trasformandosi in una potenza regionale travestita da impero globale.
E allora sì, il problema non è la Cina che cresce, né la Russia che resiste, né il Giappone che si adegua. Il problema è la nostra incapacità — spesso accompagnata da una buona dose di arroganza intellettuale — di riconoscere che l’ordine unipolare non esiste più.
Rampini può continuare a raccontarci la favola degli autocrati da un lato e dei custodi della democrazia dall’altro. Ma il resto del pianeta non ci crede più.
E se continuiamo a crederci noi, rischiamo di ritrovarci ciechi nel mezzo di una trasformazione epocale, mentre il mondo intorno a noi cambia direzione senza aspettarci.
* Mario Pietri è economista e consulente d’impresa, Vicepresidente nazionale di CONFISI e Presidente provinciale per Brescia. Fondatore del canale “Mondo Multipolare”, si è espresso a sostegno delle Repubbliche Popolari del Donbass e nella critica al nazionalismo filonazista ucraino. Relatore al Forum Euroasiatico di Istanbul (ottobre 2025) e partecipante ai principali forum internazionali in ambito economico e geopolitico, promuove una visione di mondo multipolare fondata sulla cooperazione tra popoli e la sovranità delle nazioni.
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[NDR]
IG Farben prima multinazionale chimica, sedi ni USA, di Rockefeller Standard Oil & c. finanziarono Hitler. Gli esperimenti ad Auschwitz ed in Giappone erano loro a farli.
Leggi: https://it.wikipedia.org/wiki/IG_Farben
da wikipedia:
La struttura societaria della IG Farben
L'apparato burocratico della IG Farben si può suddividere in tre parti: il livello superiore, le fabbriche e i servizi centrali.
La Farben controllava una holding, la IG America, fondata nel 1926 per gestire le attività statunitensi della tedesca IG Farben.
Membri del suo Direttivo: Edsel Ford, Charles E. Mitchell (Rockfeller Bank), Walt Teagle (Presidente di Standard Oil), Paul Warburg (capo della Federal Reserve), Herman Metz, direttore della Bank of Manhattan, controllata da Warburg. Direttore era Max Warburg, fratello di Paul.
Ascolta: "Siamo ancora nella preistoria.." di Emilio del Giudice (fisico)
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