Ma quello che è davvero inimmaginabile della vita delle piante è la loro capacità di viaggiare ed espandere il proprio areale geografico. Come sono fisse nel corso delle loro singole vite, così sono nomadi e avventurose nel conquistare nuovi territori, generazione dopo generazione. Una specie di paradosso per degli organismi viventi che noi percepiamo come immobili e stanziali e che, al contrario, sono in grado di valicare barriere e colonizzare territori lontani ed inospitali, dietro la spinta irresistibile della vita ad espandere la propria presenza. È importante osservare come le stesse forze che spingono a migrare le popolazioni umane funzionino con uguale determinazione su tutti gli esseri viventi, siano essi animali o piante. Tra queste inarrestabili forze, le principali sono, senza dubbio, quelle che modificano l’ambiente all’interno del quale una specie vive. E fra queste, il riscaldamento globale è oggi, senza dubbio, la più importante di tutte. La forza prima da cui dipendono le modificazioni planetarie a cui le specie rispondono conle migrazioni. Non credo che le conseguenze del riscaldamento del pianeta siano così drammaticamente evidenti a tutti. Certo, a Firenze, la città in cui vivo, negli ultimi cinque anni ci sono stati, ogni anno, una o due trombe d’aria, o uragani o eventi simili, cosa che con sicurezza si può affermare non sia mai accaduta prima nella storia registrata della città. Certo, la caduta di enormi quantità di alberi a seguito di eventi atmosferici estremi era qualcosa di cui non avevamo notizia in Italia, e, certo, qualche decennio fa le piante di olivo fiorivano un mese più tardi rispetto ad oggi. Tutto sommato, fenomeni abbastanza macroscopici da risultare evidenti anche ai meno attenti, ma in fondo, niente che non si possa risolvere con un po’ di buona volontà. In pratica, la nostra impressione diretta di cosa sia il riscaldamento globale, non va molto oltre l’idea che sia solo un’enorme seccatura. Qualcosa che ha, addirittura, dei lati positivi: gli inverni sono più miti, la stagione estiva si allunga e banalità simili. Eppure, basta spostarsi di poche centinaia di chilometri, in regioni del mondo molto vicine ma che per la loro collocazione geografica sono più sensibili ai cambiamenti climatici, per vedere con evidenza gli effetti catastrofici di queste forze inarrestabili al lavoro. In ampie zone dell’Africa, ad esempio, le conseguenze del riscaldamento globale sono talmente palesi e drammatiche da essere indiscuti
li. Effetti che, paradossalmente, pur essendo molto simili a quelli che conosciamo alle nostre latitudini, hanno qui effetti catastrofici. Così negli ultimi decenni, inondazioni si sono alternate a periodi di siccità estrema, cambiando in maniera radicale la distribuzione delle precipitazioni e creando situazioni incompatibili con l’agricoltura e, quindi, con la sopravvivenza di intere popolazioni. Molti fra i fiumi più piccoli si stanno prosciugando e i ghiacciai del Kilimangiaro, che rappresentavano la sorgente di numerosi corsi d’acqua, sono, in pratica, scomparsi, riducendosi dell’82% rispetto alle prime misurazioni del 1912 (2). Eccole all’opera, le forze irresistibili che portano alle migrazioni.
Ma il riscaldamento globale non si limita a pregiudicare direttamente la possibilità di sopravvivenza delle persone: agisce anche indirettamente, creando disordini, conflitti, guerre. Nel 2013, Solomon Hsiang dell’università di Princeton, insieme a Marshall Burke e Edward Miguel di Berkeley, analizzando oltre 45 conflitti dal 10.000 a.C. a oggi, dimostravano al di là di ogni dubbio come le deviazioni dalle temperature e precipitazioni medie accrescano sistematicamente la probabilità di uno scontro(3). Le cause scatenanti di questi conflitti, come è facile prevedere, possono essere innumerevoli: declino della produttività economica, sperequazione nella distribuzione della ricchezza, ridotto potere delle istituzioni governative ecc., ma tutte hanno come
motore primo il cambiamento climatico con il conseguente impatto negativo sulla produttività economica. È per questo che moltissimi di quelli che chiamiamo “migranti economici” non lo sono affatto. Dovrebbero molto più correttamente essere definiti migranti climatici e, come tali, avere lo stesso status dei rifugiati. L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM) li definisce «persone o gruppi di persone che, principalmente perché colpite negativamente dal cambiamento, improvviso o progressivo, nell'ambiente, sono costrette ad abbandonare le proprie case, o scelgono di farlo, temporaneamente o permanentemente, e che si spostano all’interno del proprio paese o all’estero» (4).
Nel 1938, gli alleati occidentali tennero ad Evian, in Francia, una conferenza durante la quale discutere del problema europeo dei rifugiati. Il tema della riunione era come comportarsi nei confronti degli ebrei tedeschi e la soluzione trovata fu di non fare nulla. Nessuno Stato era disposto ad accettare ebrei rifugiati. Gli ingressi nei paesi sicuri furono ridotti a pochi casi e gli ebrei lasciati al loro destino. Oggi stiamo compiendo esattamente lo stesso misfatto. Bloccando le migrazioni delle persone che arrivano dai paesi dell’Africa subshariana si compie un crimine contro natura. Migrare dovrebbe essere un diritto dell’uomo. L’articolo 14 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo recita: «Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni». Non è sufficiente. Non basta che si possa avere il diritto di migrare in risposta ad una persecuzione. Bisognerebbe poterlo fare sempre e, certamente, quando rimanere in un luogo significa compromettere le proprie possibilità di sopravvivenza. Gli animali migrano, le piante migrano. Migrare è una strategia naturale di sopravvivenza, il cui impedimento dovrebbe essere trattato come una limitazione della dignità umana.
Nello stesso tempo, è molto di più. È l'essenza stessa della vita. Gli organismi viventi non possono essere limitati nella loro diffusione. La nostra stessa specie, che oggi contiene spensieratamente gli spostamenti delle persone e amerebbe tanto farlo con gli altri esseri viventi — invasivi e dannosi —, non si sarebbe diffusa senza la spinta a migrare. Oggi diamo per scontato qualcosa che, anche senza scomodare le categorie dell’etica e della morale, dovrebbe essere vietato perché limita le nostre naturali possibilità di sopravvivenza.
Chissà quante volte lo avrete sentito dire: le specie soprattutto di origine tropicale sono in costante crescita. In Italia negli ultimi trent'anni il numero di “specie aliene” è cresciuto del 96%(5): pesci, piante, insetti, alghe, rettili, uccelli migrano tranquillamente. Non avendo bisogno di visti e carte di soggiorno, si spostano dove hanno maggiori probabilità di sopravvivere e così oggi possiamo trovare in provincia di Novara l’ibis sacro, a Firenze i parrocchetti verdi, nel Mediterraneo il pesce scorpione e, inoltre, infinite specie vegetali: dalle alghe unicellulari agli alberi più enormi, che tranquillamente si spostano in risposta alle variazioni del clima.
In risposta alla pressione di un ambiente sempre più caldo, le specie forestali, ad esempio, stanno aumentando l’altitudine alla quale vivono. In Catalogna, le popolazioni di faggio (Fagus sylvatica) e di leccio (Quercus ilex) stanno velocemente variando i loro habitat in funzione dell’aumento della temperatura media. Il leccio ha raggiunto le altitudini normalmente occupate dalle faggete e il faggio, a sua volta, si è spostato ulteriormente ad altezze che prima gli erano proibitive (6). In Svezia, negli ultimi cinquant’anni le popolazioni di abete rosso (Picea abies) sono salite di circa 250 metri e la betulla (Betula pendula), di cui fino al 1955 non si conosceva un solo esemplare oltre 1095 m sopra il livello del mare, cresce oggi normalmente ad altitudini tra 1370 e 1410 m (7).
Sono migliaia le ricerche che dimostrano lo spostamento epocale di popolazioni forestali in relazione al riscaldamento globale. Essere certi che le specie forestali riescano a migrare è fondamentale per poter predire il futuro delle foreste sulla Terra. Qualora i cambiamenti climatici fossero più veloci delle possibilità di spostamento delle nostre foreste, le conseguenze potrebbero essere drammatiche. Vorrebbe dire che neanche la strategia di sopravvivenza più importante che le specie usano in questi frangenti, ossia la migrazione, può servire contro il riscaldamento globale. È talmente importante questa strategia che addirittura, nei casi in cui le piante non ce la facessero da sole a spostarsi lì dove l’ambiente garantisce possibilità migliori, è stato proposto che l’uomo intervenga favorendo delle migrazioni assistite. Si tratterebbe di spostare specie forestali in aree nuove con la speranza che le piante riescano a colonizzarle. Senza addentrarsi nella discussione sull’opportunità o meno di avventurarsi in operazioni di questo tipo, di cui, come abbiamo detto, è difficilissimo predire i risultati finali, rimane una spiacevole sensazione di incredulità verso un mondo che prevede per le piante delle soluzioni che sono negate agli uomini. E, io, amo le piante.
Fonte: Stefano Mancuso. La nazione delle piante.
NOTE:
1 S. Mancuso, Plant Revolution. Le piante hanno già inventato il nostro futuro, Giunti, Firenze 2017.
2 Climate Change 2014: Synthesis Report, Contribution of Working Groups I, II and III to the Fifth Assessment Report of the Intergovernmental Panel on Climate Change, a cura del Core Writing Team e di R.K. Pachauri e L.A. Meyer, IPCC, Geneva 2014, 151 pp.
3 S.M. Hsiang, M. Burke, E. Miguel, Quantifying the Influence of Climate on Human Conflict, in«Science», 341 (6151), 2013.
4 Glossary on Migration, International Migration Law, 25, seconda ed., IOM, Geneva 2011, consultabile on line all’indirizzo: https://publications.iom.int/system/files/ pdf/imli25_1.pdf
5 Risultati del progetto EU-LIFE ASAP.
6 J. Pefuelas, R. Ogaya, M. Boada, A.S. Jump, Migration, Invasion and Decline: Changes in Recruitment and Forest Structure in a Warming-Linked Shift in European Beech Forest in Catalonia (NE Spain), in «Ecography», 30, 2007, pp. 829-837.
7 L. Kullman, Rapid Recent Range-Margin Rise of Tree and Shrub Species in the Swedish Scandes, in «Journal of Ecology», 90, 2002, pp. 68-77.