Porto alla vostra attenzione un recente sviluppo che riguarda il Politecnico di Torino - ma funge da barometro per tutto il resto. Vi invito a leggere prima il pezzo che ha pubblicato Repubblica Torino lo scorso weekend, in calce.
Non fermatevi al titolo - it gets better in the text. Poi una riflessione uscita sul Manifesto in edicola oggi
https://ilmanifesto.it/luniversita-e-le-sfumature-della-difesa?t=C4HD8jkJgIZ1nUPvKnVIA
Il complesso militare-industriale-accademico è a pieno regime.
I danni che fará sono evidenti - basta guardare lo USA o Israele, rappresentazioni compiute di tale regime.
Michele Lancione
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É stata consuetudine per le Università italiane nascondere i loro rapporti con il complesso militare industriale. I progetti di ricerca finanziati dal Piano di Ricerca Militare di Crosetto venivano a malapena annunciati, e l’appartenenza al club di Leonardo – Fondazione Med-Or – passata in sordina (si veda il Rettore Lorito di Napoli che, un anno fa, promise le sue dimissioni dal consiglio scientifico della Fondazione e poi, finite le proteste, non si dimise).
Oggi assistiamo a un cambio di passo. Il rapporto con il mondo militare non viene piú messo in secondo piano, ma incoraggiato. Questo dipende dal mutato contesto politico, inclusi i fondi messi in campo con il ReArm Europe: 800 miliardi di euro da spendere anche per sviluppare tecnologie utili a garantire, come si legge nella pubblicistica, «la pace in Europa». Il Politecnico per il quale lavoro, a Torino, ha preso posizione pubblica a favore di questa rinnovata stagione militare. La questione, qui, non é solo che il Politecnico lavori con chi produce armi – l’ha sempre fatto – ma come giustifica il rinnovato sentore militarista.
Da un lato, si mette mano al significato dell’etica e dell’integrità della ricerca. Il nuovo regolamento etico appena approvato a Torino é esemplare. Ricercatori e ricercatrici si devono impegnare a “ripudiare la guerra” ma, allo stesso tempo, sarà possibile svolgere ricerca per “fini militari” se gli “usi militari” saranno limitati alla “difesa dello Stato”. Dall’altro, il Politecnico difende il rapporto con partners militari sulla base del cosiddetto duplice uso: non si può controllare come terzi useranno il nostro lavoro. Qui si sottolinea anche la distinzione tra ricerca e produzione: chi fa scienza non arriva a produrre il dispositivo militare, ma si ferma al prototipo. Cosa c’è di male? In fondo, é tutto vero: se non li usiamo noi a Torino, i fondi di riarmo li useranno altri; il duplice uso é difficile da controllare; e il lavoro di ricerca non porta al prodotto utilizzabile. Cosa c’è di male se come università pubblica facciamo ciò che il pubblico – lo Stato, l’Unione – ci chiede? The devil is in the details… Ne cito due.
Primo. La “difesa dello stato” apre le porte a qualunque questione militare presente nel mondo del capitalismo razzializzato contemporaneo. Si pensi alla guerra al terrore di Bush, che ha permesso di vestire qualunque cosa come una questione di Stato, con conseguenze enormi in politica interna e estera (dalla necessità di avere militari nelle nostre stazioni, all’invasione preventiva di paesi sovrani, come l’Iraq).
La questione Ucraina, mobilitata come problema di sicurezza per l’intero blocco, é un altro esempio in tal senso.
Se possiamo fare ricerca militare solo per fini di “difesa”, ma la “difesa” può plasticamente includere tutto – anche l’azione militare preventiva – dove sta il limite?
Secondo. Il duplice uso é un falso problema, cosí come quello della distinzione ricerca-prodotto. Chiaramente il Politecnico non può controllare cosa faranno terze parti del nostro lavoro, né dai nostri cancelli uscirà un Eurofighter fatto e finito. La questione é altra. Se io, istituzione universitaria pubblica, instauro legami diretti e formali con Leonardo, che ha l’80% del suo fatturato in armi e cybersecurity militare, sto facendo qualcosa che ha ripercussioni reali, che non esisterebbero senza il mio coinvolgimento.
Ci sono tre livelli.
In primis, si offre legittimazione epistemica e culturale a Leonardo, che nella pubblicistica metterà il logo di Polito, non gli effetti dei razzi OTO Melara operati dalle corvette Sa’ar 6 di Israele sulla popolazione palestinese a Gaza.
In secondo luogo, si aumenta la capacità di ricerca e sviluppo di Leonardo, che potrà contare non solo sui suoi laboratori ma anche su quelli delle Università.
Terzo, se dobbiamo parlare di duplice uso, la relazione diretta con chi produce armi facilita il passaggio di consegna del civile al militare.
Come scienziato… chiedo piú rigore. Vogliamo prenderci i soldi di ReArm Europe? Vogliamo lavorare con Leonardo? Facciamolo senza creazioni discorsive atte a legittimare la scelta militare come inevitabile. Senza invocare, come fa il Rettore del mio Politecnico, la necessità di «orientarsi tra le oltre cinquanta sfumature di grigio che il tema della difesa può avere». Quali sfumature ci sono, Rettore, nell’abbracciare rapporti istituzionali diretti con chi le armi le produce, con chi la cybersecurity la vende a regimi di mezzo mondo, con chi (come Frontex, altro nostro partner) attua ed é complice di respingimenti razzializzati nel Mediterraneo Nero?
La stagione di totale apertura al militare é iniziata. Siamo già al lavoro nel complesso militare-industriale-accademico che farà implodere l’Università, cosí come la possibilità di vivere senza l’eterna presenza della guerra, o come la chiamano i buoni, “difesa”.
Michele Lancione
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Articolo di Repubblica Torino:
Oggi più di un contratto di ricerca su dieci al Politecnico di Torino nasce si muove o viene applicato sui temi della difesa. La percentuale sale al 15% se si prendono in considerazione i bandi collaborativi con enti, realtà nazionali e internazionali. Un corpus che ha un impatto sul bilancio dell‘ateneo torinese di oltre 7 milioni di euro ogni anno, salvo le iniezioni fuori misura del Pnrr. Questo focus è frutto di un Lavoro portato avanti da decenni e che mostra come l’'ateneo sia un interlocutore importante sulla ricerca italiana in questo ambito, al di là delle facili diatribe etiche e economiche.
Attorno a questo settore trasversale, da ormai qualche settimana, è in atto un acceso dibattito. E anche al Politecnico la conversazione è attiva. È infatti verosimile, in primis nella ricerca applicata, immaginare un futuro ruolo degli ingegneri politecnici nell'ottica di un impegno maggiore in investimenti per la difesa europea. Il piano ReArm Europe è stato presentato il 19 marzo scorso dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. e negli stati membri le riflessioni sono avviate.
Il piano potrebbe valere circa 800 miliardi di euro con l'obiettivo di garantire la pace in Europa ed evitare che le mosse della Russia, della Cina, o dei possibili passi indietro degli Stati Uniti vadano a compromettere la sicurezza comunitaria. Si passerà dal rafforzare l'industria della difesa alle capacità militari dell'Unione. Anche l'Italia parteciperà al piano, ed è tra gli stati membri che oggi investe meno per le spese militari (1,57% del Pil). Questo vuol dire anche spendere di più per ricerca e sviluppo. E per quanto proprio dalle università stiano partendo una serie di proteste, sono questi i luoghi dove la ricerca si fa e che potrebbero ambire ai fondi a disposizione.
Il contributo del Politecnico, che è abituato a muoversi a livello europeo già con i propri progetti, sarebbe oggi anche facilitato dal recente regolamento che Senato e Cda dell'ateneo hanno approvato su Ettica e integrità della Ricerca, che dice sì alla ricerca per scopi militari ma solo se rivolti alla Difesa dello stato.
ll regolamento per cui la discussione in ateneo ha mosso i primi passi la scorsa primavera, sull‘'onda delle proteste Pro Pal, arriva come una bussola concreta per docenti e ricercatori, in caso di un'eventuale “call to action” per il riarmo italiano.
È lo stesso rettore Stefano Corgnati che lo conferma, a pochi giorni dall'aver spento la prima candelina alla guida dell'ateneo. Per quanto sia precoce immaginare che ci sia già un team dedicato in ateneo in attesa che il piano si trasformi in bandi specifici da intercettare, di sicuro, spiega a Repubblica, «abbiamo lavorato come da tradizione del Poli in Chiave strategica e abbiamo creato un'infrastruttura regolamentatoria per essere pronti nel caso ci fossero questi percorsi da Intraprendere».
Così mentre il piano ancora spacca la politica, il Politecnico si rifà alla Costituzione che definisce la difesa «sacro dovere del cittadino» delineando un percorso regolamentato, con clausole contrattuali «per orientarsi tra le oltre cinquanta sfumature di grigio che il tema della difesa può avere», precisa il rettore. Gli fa eco Francesco Laio, direttore del dipartimento di ingegneria dell’Ambiente, del Territorio e delle Infrastrutture (DIATI): «Noi siamo ingegneri e architetti, non siamo scienziati politici e facciamo ‘innovazione tecnologica tramite la ricerca».
I contratti e i progetti già attivi in ateneo in ambito difesa si concentrano su ricerca di base e ricerca applicata. Nascono da bandi lanciati per lo più dal Ministero italiano o da enti europei, per cui possono compartecipare le aziende. Così il Politecnico negli | anni ha collaborato con la Nato e le Nazioni Unite ma anche con aziende come Leonardo e Thales Alenia, finite spesso al centro delle proteste da parte di studenti universitari, ma anche ricercatori e docenti perché additate come «industrie della guerra».
Ma dall'ateneo insistono: nella ricerca non è così netta la separazione tra applicazioni civili e militari. «Spesso noi come docenti e ricercatori non siamo nella condizione di esaminare quali saranno gli ambiti applicativi», aggiunge Lalo. Non solo nell'aerospazio, settore spesso al centro della bufera, ma anche nelle telecomunicazioni, data analytics, mobilità terrestre, energia, pianificazione logistica e soprattutto oggi intelligenza artificiale. «Pensiamo alle osservazioni satellitari, sottolinea Corgnati, possono dare dettagli centimetrici utili per il “water management il controllo del sistema idrico, ma servono anche per monitorare il transito di veicoli in casi particolari».
Anche la matematica è tra questi settori. Facile ripescare dalla memoria la figura di Alan Turing, scienziato inglese che con i suoi studi sulla crittografia diede un contributo per la vittoria della seconda guerra mondiale. Danilo Bazzanella, docente del dipartimento di Scienze Matematiche, si interessa di crittografia «che serve a dare sicurezza e di certo può avere applicazione in ambito militare ma non è un'arma di offesa». Bazzanella ha all'attivo un progetto europeo incentrato sul creare sistemi crittografici sicuri pronti a una transizione al post-quantum. «Rischiamo, un giorno, la vulnerabilità del sistemi crittografici a causa del computer quantico e l'Europa sa che è un problema serio di sicurezza. Anche le guerre oramai sono cyber. Ma il lavoro sui sistemi crittografici è militare? No, serve per far funzionare la società digitale ma quando si abilita una tecnologia potranno usarla tutti. Noi inoltre come università pubblica facciamo cultura, pubblichiamo tutti i risultati». Al di là delle valutazioni politiche che rimangono personali, e grazie al regolamento di ateneo, ricercatori e strutture sanno bene che i bandi in arrivo proprio sulla difesa saranno poi cruciali anche per «assumere giovani ricercatori» e, spiega per esempio Bazzanella, pubblicare ricerche crittografiche che aumentano la sicurezza di tutti».
Il tema è capire quanti sarannogli Investimenti e dove saranno - diretti, se alla produzione «per - cui gli atenei si collocano abbastanza indietro nella catena. Lì dove il grigio prevale», sottolinea Laio. Oppure sulla ricerca, ambito in cui ovviamente gli atenei hanno un peso rilevante. Sono centinaia di casi di ricerca nata come militare che poi ha avuto rilevanti applicazioni civili. Un concetto, quello della differenza tra ricerca e produzione, che spiega bene Carlo Rosso, docente del dipartimento di Ingegneria Meccanica e Aerospaziale * (Dimeas). Lui stesso ha guidato ì progetti “dual use” «sotto precisi accordi di riservatezza. Le attività che si possono fare in Università, definite “a fini militari” sono a un livello di sviluppo talmente basso che prima che diventino utilizzabili ci passa ancora del tempo, sottolinea. Cita il metodo di valutazione Technology Readiness Level (Trl), ossia il livello di Maturità Tecnologica. «una scala da 1 a 10 dove 9 vuol di re pronto per la produzione mentre nelle Università di solito ci si ferma al livello quattro, quindi al prototipo di laboratorio». Proprio per questo, conclude Rosso, «anche se in ateneo si costruisce conoscenza e si studiano dispositivi, oltre alla formazione, a seguito del cambiamento della politica ci aspettiamo di essere maggiormente coinvolti nello sviluppo di tecnologie per scopi militari.
LA RICERCA IN CAMPO MILITARE E GLI USI CIVILI:
1 La nascita di internet
È Forse l'esempio più noto di ricerca militare che diventa uno strumento civile: internet nasce da Arpanet, è progetto avviato negli anni 60 dal Dipartimento della Difesa Usa
2 Il forno a microonde
Nel 1945 un ingegnere lavorava su apparecchiature radar militari: notò che una barretta di cioccolato nella sua tasca si era sciolta. Così nacque dopo ricerche il forno a microonde
3 I treni ad alta velocità
Il sistema di navigazione inerziale sviluppato in ambito militare consente a treni ad alta velocità di poter viaggiare in tutte le condizioni incluse le zone remote
Il rettore del Politecnico di Torino dal 2024 è Stefano Corgnati:
“Come da tradizione lavoriamo per essere pronti”