26 senatori pro-sionisti degli Stati Uniti erano motivati dal loro bisogno di avere i voti ebraici e i fondi elettorali.
Il voto sulla risoluzione di spartizione fu fissato per il 29 novembre.
Niles, ebreo, quando lo stesso presidente Truman non era in servizio, gestiva la questione Palestina alla Casa Bianca.
Roosevelt aveva preso Niles nella sua cerchia ristretta come Assistente Esecutivo del Presidente per gli affari delle minoranze. Quando Truman successe a Roosevelt affidò a Niles la gestione del problema palestinese. Niles aveva una “passione per l’anonimato” (sono parole sue) e una volta fu descritto in un giornale (The Saturday Evening Post) come “L’uomo misterioso del sig. Truman.”
Robert E. Hannegan, Ministro delle Poste, in almeno due occasioni, fece pressioni sul presidente per farlo schierare con i sionisti al fine di proteggere il flusso dei fondi elettorali ebraici.
La maggioranza necessaria dei due terzi fu raggiunta. Per un soffio.
33 voti per la risoluzione della spartizione compresi quelli espressi dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica,
13 contrari e
10 astensioni.
Bisognava cambiare quattro voti “No” in “si”
e sette “no” in astensione.
La Gran Bretagna fu uno dei 10 Stati membri che si astennero.
Non era disposta a votare una risoluzione che non disponeva l’appoggio di entrambi, gli ebrei e gli arabi di Palestina.
capovolgere la maggioranza dell’Assemblea Generale da ‘No’ a una maggioranza di ‘Si’?
Truman riconosceva in questo modo che i sionisti gli avevano fatto sapere che poteva dimenticarsi di essere rieletto per un secondo mandato, se la sua amministrazione non avesse premuto sugli stati membri per garantire la necessaria maggioranza dei due terzi per la risoluzione di spartizione nell’Assemblea Generale.
I senatori pro-sionisti e i loro alleati presero di mira i governi degli stati membri, non musulmani, più bisognosi di assistenza americana, nell’economia e in altri settori.
Alla Francia, per esempio, fu chiesto di considerare il suo futuro senza l’assistenza economica che doveva ricevere nell'ambito degli aiuti del Piano Marshall.
Dei 12, solo la Grecia rischiava di inimicarsi il Senato degli Stati Uniti e rimase attaccata al suo “no”.
I paesi presi di mira per la spinta finale erano Liberia, Filippine e Haiti.
Per cambiare il “No” della Liberia in un “si”, il trio chiese, ed ottenne, i servizi di Harvey Firestone, il Firestone del Firestone Tyre & Rubber Company. Aveva una grande concessione di gomma in Liberia. La gomma era allora la principale fonte di ricchezza nazionale della Liberia. La Firestone Company fu il più grande datore di lavoro del paese.
La posizione di partenza “No” delle Filippine, l’eroe di guerra il generale Carlos Romulo, prese il primo aereo di ritorno a Manila, lasciando il rappresentante permanente delle Filippine, l’ambasciatore Elizalde, per deporre il “No”, potrebbe suggerire che Romulo credeva che la sua vita fosse in pericolo a New York. c’erano sette progetti di legge sospese nel Congresso in cui le Filippine avevano un interesse vitale.
Haïti il console Usa ha avvicinato il presidente di quel paese e gli ha suggerito che, per il suo bene, doveva ordinare il cambio del voto del suo paese,
Il delegato del Costa Rica fece uscire più tardi la storia di come, dopo aver rifiutato una tangente di 45 mila dollari, fu istruito a cambiare il proprio voto. La conseguenza ovvia fu che qualcuno più in alto del Costa Rica aveva preso una tangente più grande.
Il libanese Camille Chamoun richiamò i suoi colleghi delegati a pensare al danno che sarebbe stato fatto alle Nazioni Unite se si fossero abbandonati i metodi democratici.
E il delegato egiziano, Mahmoud Fawzi, non ebbe peli sulla lingua:
Diciamo francamente a tutto il mondo che, nonostante le pressioni che sono state esercitate sui delegati e i governi per votare a favore della spartizione, la maggioranza delle Nazioni Unite non può tollerare la violazione dei principi della Carta.
l rifiuto formale arabo della risoluzione fu espresso dal principe Feisal, subito dopo il voto, in una dichiarazione all’Assemblea Generale. Parlò delle pressioni che erano state applicate per garantire la maggioranza dei due terzi e poi disse: “Per queste ragioni, il governo dell’Arabia Saudita registra in questa occasione storica il fatto che essa non si considera vincolata dalla risoluzione adottata oggi dall’Assemblea Generale.”
Sir Muhammed Zafrullah Khan, Ministro degli Esteri del Pakistan e capo della delegazione del suo paese alla Sessione Speciale dell’ Assemblea Generale. Disse:
Alla spartizione manca totalmente la validità giuridica.
La pressione fu applicata dai sionisti e dai loro manutengoli al Senato degli Stati Uniti; e fu il coinvolgimento nella cospirazione sionista dei 26 senatori che la fecero apparire come una totale cospirazione istituzionale americana quando, in realtà, non lo era.
AI momento i sionisti e i loro sostenitori nel Senato degli Stati Uniti vano piegato l’Assemblea Generale alla loro volontà.
Dean Rusk, direttore dell’Ufficio del Dipartimento di Stato delle Nazioni Unite disse: mesi dopo che la decisione dell’Assemblea Generale era stata “derubata di qualsiasi forza morale che, altrimenti, avrebbe avuto.”
Il compito, adesso, per l'Onu, senza autorità legale o morale, era quello di attuare il piano di spartizione.
Il Segretario di Stato Marshall e il Segretario alla Difesa Forrestal avevano ragione quando sostenevano che, data l’opposizione del mondo arabo e del più ampio mondo musulmano, la creazione di uno Stato ebraico non era nel migliore interesse dell’America.
Dopo due rinvii, il voto critico sulla risoluzione di spartizione fu fissato per il 29 novembre. Nonostante la loro prepotenza e i loro ricatti, Niles e gli altri cospiratori non potevano essere completamente fiduciosi circa l’esito fino a quando i voti non fossero stati espressi effettivamente in Assemblea Generale.
Come accadde, quel giorno ci furono 33 voti per la risoluzione della spartizione compresi quelli espressi dagli Stati Uniti e dall'Unione Sovietica, 13 contrari e 10 astensioni. La maggioranza necessaria dei due terzi fu raggiunta. Per un soffio.
La Gran Bretagna fu uno dei 10 Stati membri che si astennero. Non era disposta a votare una risoluzione che non disponeva l’appoggio di entrambi, gli ebrei e gli arabi di Palestina.
Ma qual era la storia dietro la storia? Come hanno fatto i sionisti, e i loro sostenitori acritici nel Senato degli Stati Uniti, a capovolgere la maggioranza dell’Assemblea Generale da ‘No’ a una maggioranza di ‘Sì’?
In Memoirs, pubblicato molto tempo dopo i fatti, lo stesso presidente Truman fu molto franco sulla costrizione sionista. Scrisse:
I fatti dicono che non solo c’erano movimenti di pressione intorno alle Nazioni Unite come non s'era mai visto prima, ma anche la Casa Bianca fu sottoposta a un fuoco di sbarramento. Non credo di aver mai avuto tanta pressione e propaganda indirizzate alla Casa Bianca come ebbi in questo caso. L’insistenza di alcuni capi-sionisti estremisti azionati da motivi politici, e impegnati in minacce politiche, mi hanno disturbato e infastidito.
Alcuni, addirittura, ci suggerivano di fare pressioni sulle nazioni sovrane per ottenere i voti favorevoli nell’Assemblea Generale. Non ho mai approvato il loro metodo di imporre con la forza la loro volontà ai deboli sia tra gli uomini che tra le nazioni.15
Minacce politiche? Truman riconosceva in questo modo che i sionisti gli avevano fatto sapere che poteva dimenticarsi di essere rieletto per un secondo mandato, se la sua amministrazione non avesse premuto sugli stati membri per garantire la necessaria maggioranza dei due terzi per la risoluzione di spartizione nell’Assemblea Generale.
La minaccia sionista per le prospettive elettorali del Partito Democratico era stata invocata anche al tavolo del Governo. Robert E. Hannegan era il Ministro delle Poste. In almeno due occasioni, fece pressioni sul presidente per farlo schierare con i sionisti al fine di proteggere il flusso dei fondi elettorali ebraici. Nel gabinetto, il 4 settembre, il giorno dopo la relazione di maggioranza UNSCOP che raccomandava la spartizione, Hannegan disse che la posizione assunta sulla Palestina avrebbe “una grande influenza e un grande effetto sulla raccolta di fondi per il Comitato Nazionale Democratico.16 Rammentò ai colleghi del suo Gabinetto che “ingenti somme” 17 erano state elargite dai finanziatori ebrei nel passato e che essi potevano essere influenzati “sia nel dare o nel trattenere da cd che il presidente fa sulla Palestina.”18
Nel Gabinetto del 6 ottobre, quando i sionisti e i loro sostenitori avevano bisogno che l’amministrazione Truman “facesse pressione sulle nazioni sovrane per il voto favorevole nell’Assemblea Generale”, Hannegan sollevò nuovamente l’importanza dei fondi ebraici per la campagna.19 Disse che molti contribuenti delle campagne democratiche in passato stavano “premendo decisamente per ricevere assicurazioni da parte dell’amministrazione al sostegno definitivo della posizione ebraica in Palestina.20 In quell’occasione Forrestal citò le parole del presidente che diceva ad Hannegan che se quelli che facevano pressioni fossero rimasti tranquilli, secondo lui tutto si sarebbe risolto bene; ma “se insistevano nel tentativo di andare oltre la relazione della Commissione delle Nazioni Unite, c'era il grave pericolo di demolire tutte le prospettive per l’accordo.”21 Hannegan insistette ancora sul presidente per dare ai sionisti la certezza definitiva del suo sostegno. Truman, osservò Forrestal, fu “irremovibile” ovvero si rifiutò di dare la certezza definitiva.
L'affermazione di Truman che la sua amministrazione a livello esecutivo non premeva sui governi per cambiare il loro voto dal “No” al “Sì” era corretta. Quello che molti delegati delle Nazioni Unite, comprensibilmente ma erroneamente, percepivano come pressione dell'amministrazione Truman fu applicata da un prestigioso gruppo politico formato dai 26 senatori pro-sionisti degli Stati Uniti motivati dal loro bisogno di avere i voti ebraici e i fondi elettorali. Essi coordinarono le loro attività con Niles e il suo gruppo non ufficiale di “privati cittadini”.
I senatori pro-sionisti e i loro alleati presero di mira i governi degli stati membri, non musulmani, più bisognosi di assistenza americana, nell’economia e in altri settori. Alla Francia, per esempio, fu chiesto di considerare il suo futuro senza l’assistenza economica che doveva ricevere nell'ambito degli aiuti del Piano Marshall. Baruch fu il latore di quel messaggio ai francesi. (Attraverso l'ex ambasciatore William Bullitt, egli fece pressione anche sulla Cina).
Di tutte le manovre dell’alta squadra senatoriale, la più efficace fu un telegramma firmato da tutti i 26 e inviato ai rappresentanti delle 12 delegazioni delle Nazioni Unite pochi giorni prima del voto. Contribuì a cambiare quattro voti “No” in “Sì” e, in modo cruciale, sette “No” in astensione. Dei 12, solo la Grecia rischiava di inimicarsi il Senato degli Stati Uniti e rimase attaccata al suo “No”.
Ma la maggioranza dei due terzi non c’era ancora. I calcoli sionisti dell’ultimo minuto indicavano la necessità di trasformare altri tre “No” in “Sì”. I paesi presi di mira per la spinta finale erano Liberia, Filippine e Haiti.
Per cambiare il “No” della Liberia in un “Sì”, il trio chiese, ed ottenne, i servizi di Harvey Firestone, il Firestone del Firestone Tyre & Rubber Company. Aveva una grande concessione di gomma in Liberia. La gomma era allora la principale fonte di ricchezza nazionale della Liberia.
Nella parte inferiore del rigonfiamento sulla mappa che è l’Africa occidentale, la Liberia era un paese davvero notevole. Era stato creato da filantropi americani che volevano evangelizzare l’Africa occidentale e trovare una sede permanente per gli schiavi neri americani liberati. Cominciarono il re-insediamento nel continente dei loro antenati nel 1818. Nel 1847, divenne la prima repubblica indipendente d’Africa. La Liberia era (e rimase per molti anni) un modello di stabilità e continuità di governo. Nel 1927, la Società Firestone concluse un contratto di locazione di 99 anni con il governo della Liberia per una piantagione di gomma di 100.000 ettari. Prima e durante la Seconda Guerra Mondiale, la Società Firestone svolse un ruolo importante nell’economia della Liberia, che rappresentava una grande percentuale di esportazioni e importazioni. La Firestone Company fu il più grande datore di lavoro del paese. Il governo della Liberia deriva la maggior parte delle sue entrate da dividendi e royalties corrisposti da società straniere e, nel caso di Firestone, dalle tasse pagate per la Concessione della gomma. Probabilmente nessun estraneo aveva avuto maggiore influenza potenziale sul governo liberiano di Harvey Firestone. A nome del trio, Nathan chiese ad Harvey Firestone di usare la sua influenza. A nome del sionismo.
Lo stesso Firestone parlò con il governo della Liberia e poi inviò un messaggio al capo rappresentante della sua azienda nel paese istruendolo a premere per il voto a favore della risoluzione di spartizione. Il governo della Liberia fu lasciato senza possibilità di scelta che, se non avesse fatto quello che voleva la Firestone Company, i suoi proventi dalla gomma avrebbero sofferto.
L’uomo che scoprì come la Firestone Company era stata usata per intimidire la Liberia fu il sottosegretario di Stato Lovett. Egli aveva informato sia il Segretario di Stato Marshall che il Segretario della Difesa Forrestal di quello che sapeva; e Forrestal aveva annotato nel suo diario quello che Lovett gli aveva detto.
La posizione di partenza “No” delle Filippine non avrebbe potuto essere più esplicita. Nell'assemblea Generale del 26 novembre, tre giorni prima del voto, il capo della delegazione delle Filippine, l’eroe di guerra il generale Carlos Romulo, fece questa squillante dichiarazione: “Io difenderò i diritti fondamentali di un popolo a decidere il suo futuro politico e di preservare l’integrità territoriale del paese della sua nascita!”22
Temendo che Romulo potesse essere in grado di influenzare gli altri delegati, i sionisti schiacciarono il loro pulsante d’emergenza; e l’eroe di guerra delle Filippine non ricevette più minacce. Il fatto che prese il primo aereo di ritorno a Manila, lasciando il rappresentante permanente delle Filippine, l’ambasciatore Elizalde, per deporre il “No”, potrebbe suggerire che Romulo credeva che la sua vita fosse in pericolo a New York.
Mentre Romulo era sulla via del ritorno a Manila, il presidente delle Filippine, Manuel Roxas, fu informato che il suo paese aveva troppo da perdere offendendo gli Stati Uniti. In seguito, e come è riportato in un prolisso telegramma dell’ambasciatore americano a Manila per il Dipartimento di Stato, il presidente Roxas ebbe una conversazione telefonica con l’ambasciatore Elizalde durante la quale gli chiese la sua opinione. Elizalde era stato uno dei destinatari del telegramma dei 26 senatori e ne era molto preoccupato. Aveva anche ricevuto “messaggi” da due giudici americani, Felix Frankfurter e William Francis “Frank” Murphy, esortandolo fortemente a votare per la spartizione. Elizalde disse al suo presidente che la spartizione della Palestina non era una mossa saggia, ma... Gli Stati Uniti erano determinati a farla e sarebbe stato sciocco votare contro gli Stati Uniti in un momento in cui c’erano sette progetti di legge sospese nel Congresso in cui le Filippine avevano un interesse vitale.
Fu lo stesso presidente Truman a dare la migliore spiegazione, in sintesi, di come il presidente di Haiti era stato persuaso a cambiare idea su come il suo paese avrebbe dovuto votare la risoluzione di spartizione, L'11 dicembre, 12 giorni dopo il voto, un Truman arrabbiato disse quanto segue in un memorandum a Lovett:
Ho un rapporto da Haiti in cui si afferma che il nostro console ha avvicinato il presidente di quel paese e gli ha suggerito che, per il suo bene, doveva ordinare il cambio del voto del suo paese, affermando che aveva istruzioni da me [corsivo mio] di fare una tale dichiarazione al presidente di Haiti.
Era perfettamente chiaro, aggiungeva il memorandum, “che i gruppi di pressione riusciranno a mettere fuori gioco le Nazioni Unite, se questo genere di cose dovesse continuare.” 23
Chi avrebbe osato dire al console americano ad Haiti di fare una tale minaccia, e avrebbe avuto sufficiente credibilità per essere creduto dal Console quando disse che stava trasmettendo un'istruzione del presidente Truman? La risposta più probabile, mi sembra, è Niles. Il Console avrebbe saputo che, quando lo stesso presidente Truman non era in servizio, Niles gestiva la questione Palestina alla Casa Bianca.
Il verbale ufficiale dell’Assemblea Generale riunita rifletteva le pressioni esercitate sulle spalle dei delegati per cambiare il proprio voto da “No” a “Sì”.
Il libanese Camille Chamoun richiamò i suoi colleghi delegati a pensare al danno che sarebbe stato fatto alle Nazioni Unite se si fossero abbandonati i metodi democratici. Disse:
Amici miei, pensate ai metodi democratici, alla libertà di voto che è sacra per ciascuna delle nostre delegazioni. Se dovessimo abbandonare questo sistema per quello tirannico di intrattenere ogni delegazione in camere d’albergo, a letto, nei corridoi e anticamere, a minacciarli con sanzioni economiche o a corromperli con promesse, al fine di costringerli a votare in un modo o un altro, pensate cosa diventerebbe la organizzazione nel futuro.24
E il delegato egiziano, Mahmoud Fawzi, non ebbe peli sulla lingua:
Diciamo francamente a tutto il mondo che, nonostante le pressioni che sono state esercitate sui delegati e i governi per votare a favore della spartizione, la maggioranza delle Nazioni Unite non può tollerare la violazione dei principi della Carta.25 (il corsivo è mio)
Tutti i delegati degli stati membri erano consapevoli che i soldi avevano cambiato le mani. Un delegato latino-americano aveva preso una tangente di 75 mila dollari per votare “Sì” al posto di “No”. E il delegato del Costa Rica fece uscire più tardi la storia di come, dopo aver rifiutato una tangente di 45 mila dollari, fu istruito a cambiare il proprio voto. La conseguenza ovvia fu che qualcuno più in alto del Costa Rica aveva preso una tangente più grande.
Si può dire, senza timore di smentita, che la risoluzione di spartizione non sarebbe stata approvata dall’Assemblea Generale se a tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite fosse stato permesso di votare liberamente.
Subito dopo il voto, i sentimenti della vera maggioranza degli Stati membri furono espressi da Sir Muhammed Zafrullah Khan, Ministro degli Esteri del Pakistan e capo della delegazione del suo paese alla Sessione Speciale dell’Assemblea Generale. Disse:
Alla spartizione manca totalmente la validità giuridica. Noi non nutriamo alcun senso di risentimento contro quei nostri amici e compagni rappresentanti che sono stati costretti, sotto forte pressione, a cambiare posizione e votare a favore di una proposta la cui giustizia ed equità non recano a loro onore. Il nostro sentimento verso di loro è quello della simpatia perché sarebbero stati messi in una posizione di tale imbarazzo tra il loro giudizio e la coscienza, da un lato, e la pressione a cui essi e i loro governi sono stati sottoposti dall’altra.26
I delegati e i governi di quei paesi che furono costretti, in un modo o nell’altro, a cambiare il proprio voto da “No” a "Sì", o di astenersi, furono convinti che l’intera istituzione del governo americano era stata responsabile per la campagna di intimidazione e di minacce per garantire la necessaria maggioranza dei due terzi. Non era così. Ci sono più che sufficienti elementi di prova raccolti a sostegno della tesi che l’amministrazione Truman a livello esecutivo, il presidente stesso e i suoi colleghi di gabinetto, abbiano giocato secondo le regole e non abbiano mai esercitato alcuna pressione sui governi membri. La pressione fu applicata dai sionisti e dai loro manutengoli al Senato degli Stati Uniti; e fu il coinvolgimento nella cospirazione sionista dei 26 senatori che la fecero apparire come una totale cospirazione istituzionale americana quando, in realtà, non lo era.
Nei decenni che seguirono, Israele frequentemente lamentava (come fa ancora oggi) che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite è indebitamente ed eccessivamente ostile ad essa. Se il mio amico Chaim Herzog fosse oggi ancora vivo, questo ex DMI servi per un periodo come ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite, gli farei questa domanda: È davvero sorprendente che lo stato sionista abbia cosi pochi amici alle Nazioni Unite?
Quando il 1° dicembre, Lovett parlò con Forrestal, a proposito di come i sionisti avevano raggiunto la loro vittoria in Assemblea Generale, gli disse: “Lo zelo e l’attività degli ebrei stavano portando alla sconfitta gli obiettivi sionisti futuri.”27 (Come vedremo più avanti in questo capitolo, lo zelo continuo, e l’attività dei sionisti, quasi li portavano a perdere il sostegno del presidente Truman, provocando una crisi come nessun’altra per il sionismo e, in definitiva, per Truman stesso). Dopo aver notato i commenti di Lovett nel suo diario, Forrestal aggiunse:
Ho notato che molte persone riflessive di fede ebraica avevano profondi dubbi circa la saggezza delle pressioni sioniste per uno stato ebraico in Palestina, e ho anche osservato che l’editoriale del New York Times di domenica mattina sottolineava quei timori quando ha detto ‘Molti di noi hanno a lungo avuto dubbi … per quanto riguarda la saggezza di erigere uno Stato politico, sulla base di una fede religiosa’. Ho detto di pensare che la decisione era gravida di un grande pericolo per il futuro della sicurezza di questo paese.28 (corsivo mio).
AI momento i sionisti e i loro sostenitori nel Senato degli Stati Uniti avevano piegato l’Assemblea Generale alla loro volontà. Dean Rusk era il direttore dell’Ufficio del Dipartimento di Stato delle Nazioni Unite. Mesi dopo, a porte chiuse, trovò le parole giuste per spiegare le implicazioni di ciò che era accaduto. Stava andando ad una riunione dei rappresentanti americani delle associazioni delle Nazioni Unite sparse nel paese. Era proprio vero, egli disse, che gli Stati Uniti non avevano “mai esercitato pressioni sui paesi delle Nazioni Unite”, ma “alcuni funzionari e soggetti privati non autorizzati hanno violato la correttezza e sono andati al di là della legge.” In conseguenza, disse Rusk ai presenti, la decisione dell’Assemblea Generale era stata “derubata di qualsiasi forza morale che, altrimenti, avrebbe avuto.” 29
Il compito, adesso, per l'Onu, senza autorità legale o morale, era quello di attuare il piano di spartizione.
Solo una cosa era certa. La Gran Bretagna avrebbe lasciato la Palestina entro la mezzanotte del 14 maggio 1948. Questo, aveva determinato l’Assemblea Generale, avverrà quando il Mandato britannico sarà finito e il piano di spartizione, ammesso che possa essere attuato, entrerebbe in vigore. Che cosa sarebbe realmente accaduto nei sei mesi intercorrenti tra l’approvazione dell’Assemblea Generale del piano di spartizione e la partenza della Gran Bretagna dalla Terra Santa, nessuno lo sapeva.
Il rifiuto formale arabo della risoluzione fu espresso dal principe Feisal, subito dopo il voto, in una dichiarazione all’Assemblea Generale. Parlò delle pressioni che erano state applicate per garantire la maggioranza dei due terzi e poi disse: “Per queste ragioni, il governo dell’Arabia Saudita registra in questa occasione storica il fatto che essa non si considera vincolata dalla risoluzione adottata oggi dall’Assemblea Generale.”30
In tutto il mondo arabo i governi avevano fatto un grande investimento nella speranza, la speranza che il piano di spartizione non potesse e, pertanto, non sarebbe stato attuato a causa della totalità dell’opposizione araba.
I capi arabi sarebbero stati confortati se avessero saputo che il presidente Truman, in privato, cominciava a nutrire dubbi circa la sagacia e la praticabilità della decisione della spartizione. Almeno una parte di sé stava riconoscendo che il Segretario di Stato Marshall e il Segretario alla Difesa Forrestal avevano ragione quando sostenevano che, data l’opposizione del mondo arabo e del più ampio mondo musulmano, la creazione di uno Stato ebraico non era nel migliore interesse dell’America.
NOTE
15 Harry S. Truman, Memoirs, Vol II, Years of Trial and Hope (New York, Doubleday, 1958), p. 225, come citato da Lilienthal op. cit.
16 The Forrestal Diaries, op. cit., p. 299.
17 Ibid.
18 Ibid.
19 The Forrestal Diaries, op. cit., p. 311.
20 Ibid.
21 Ibid.
22 Official Records of the General Assembly, 1947, Vol II, p. 1.426.
23 FR 1947, Vol V, p. 1.309.
24 Official Records of the General Assembly, 1947, Vol II, p. 1.341.
25 Ibid, P. 1.330.
26 bid., P. 1.426.
27 The Forrestal Diaries, op. cit., p. 331.
28 Ibid. Pp. 331-32.
29 Alfred M. Lilienthal, op. cit., p. 67.
30 Official Records of the General Assembly, 1947, Vol II, p. 1.425.
tratto da Alan Hart
SIONISMO IL VERO NEMICO DEGLI EBREI – VOL. 1
Il falso messia
Pp 318-325