La Rivista Controspazio
Fondata nel 1969, sulla rivista trovavano spazio le discussioni d’avanguardia su architettura, urbanistica e arte, mettendo sempre in luce il loro rapporto con la società.
Fondata nel 1969, sulla rivista trovavano spazio le discussioni d’avanguardia su architettura, urbanistica e arte, mettendo sempre in luce il loro rapporto con la società.
Il nome ''Contospazio''
Fu invenzione di Portoghesi che seppe intercettare il sentimento “contro” che la cultura giovanile esprimeva in quel momento coniugando i valori dello “spazio” che la rivista di culto di Luigi Moretti aveva esaltato: con la storia dell’architettura antica e moderna. L’editore di «Controspazio» fu Raimondo Coga (Edizioni Dedalo, Bari) che proprio in quel periodo si qualificò come uno degli editori di punta della cultura extraparlamentare. Formato tabloid, carattere "bastone" in copertina, carta uso mano e prezzo popolare (500 lire=2,5 €). Questi furono i fattori che ne determinarono l’immediato successo fra gli studenti delle facoltà d’architettura italiane, più in generale fu una geniale risposta al mercato delle riviste della carta patinata.
" Controspazio è un tramite selettivo d'informazione sull'architettura e sull'urbanistica. All'interno della realtà culturale italiana e internazionale la rivista vuole adempiere al compito fondamentale dell' estensione degli ambiti di interesse, dell'attenzione ad ogni contributo stimolante, della documentazione sulla produzione fino alla ricerca. La rivista è aperta a tutti gli apporti considerati utili all'avanzamento del dibattito: progetti, architetture, ricerche teoriche. La rivista (...) indagherà inoltre nella realtà della cultura architettonica e urbanistica italiana e straniera, alla ricerca di ciò che oggi sfugge all'ambito tradizionale dei veicoli di comunicazione. "
-Dall'editoriale di Paolo Portoghesi sul n.1, giugno 1969.
Copertina del n.1 Controspazio, 1969.
Copertina del fascicolo gennaio- dicembre 1980. Numero speciale dedicato alla prima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.
Come le piccole riviste hanno cambiato il modo di pensare l'architettura
A partire dagli anni sessanta del novecento una forma tipica con cui gli architetti discussero di teoria e critica dell’architettura fu quella delle “piccole riviste” prodotte al di fuori dei grandi circuiti editoriali.
Fu un fenomeno tipicamente europeo (Italia, Francia, Spagna) e nordamericano (New York, San Francisco), in controtendenza con il mondo delle riviste sostenute dalla pubblicità. La loro vita fu breve, le loro uscite irregolari; ma cambiarono il modo di pensare l’architettura, riportando l’attenzione sulla ricerca piuttosto che sulla professione. Il loro pubblico privilegiato fu quello del mondo universitario, da cui provenivano i loro redattori, quasi tutti docenti.
Esse diedero voce a quel fenomeno noto come “architettura disegnata”, che vide protagonisti, soprattutto in Italia, gli architetti-intellettuali, distaccati dal mondo professionale, e dediti all’insegnamento e all’esercizio della critica.
La nascita di «Controspazio»
Il periodo di gestazione di «Controspazio» (1968) fu tutto “romano” e crebbe nel clima culturale delle lotte studentesche e operaie che dal 1963 al 1968 avevano avuto grande seguito nella Facoltà di Architettura di Roma, fino a sfociare in quel punto di radicale rottura con la politica tradizionale che fu la cosiddetta “battaglia di Valle Giulia”
(1 marzo 1968).
Per il n. 0 di «Controspazio» (mai uscito) la redazione romana, propose a Portoghesi uno schema di presentazione che esaltava il ruolo della “politica” come vera finalità dell’architettura, in funzione di un processo rivoluzionario in cui essa avrebbe dovuto catarticamente dissolversi.
Le stagioni e le redazioni di «Controspazio»
«Controspazio, rivista di Architettura e Urbanistica» diretta da Paolo Portoghesi uscì dal 1969 al 1981. Sono identificabili in essa tre stagioni: una milanese e due romane, connesse ad altrettante redazioni, tutte costituite da giovani architetti-ricercatori, la cui ambizione era progettare e al tempo stesso scrivere. Tutti si erano laureati prima della fine degli anni sessanta, quando le Facoltà erano ancora strutturate con i piani di studio previsti da Giovannoni a partire dal 1919 (37 esami). Per loro, anche se con accentuazioni diverse, la conoscenza della storia dell’architettura era la base indispensabile del progettare.
La rivista, seppure articolata in sezioni (teoria, progetto, storia, ecc.) considerava l’architettura un insieme unitario. Proponeva una buona miscela di progetti, elaborazioni teoriche, saggi di storia dell’architettura, stabilendo una continuità reale con le riviste che erano uscite in Europa fra le due guerre.
La prima stagione Milanese:
La prima stagione (1969-1972) fu quella milanese, che produsse complessivamente 26 fascicoli; il suo direttivo era costituito da Ezio Bonfanti, redattore capo (Milano 1937-1973) e da Massimo Scolari (Milano 1943). Insieme ad essi: Luciano Patetta (Milano 1935), Virgilio Vercelloni (Milano 1930-1995), Maria Grazia Messina, Benigno Cuccuru.
Portò alla notorietà la “tendenza” milanese di Aldo Rossi e fece scoprire alle facoltà italiane il fenomeno degli studi urbani che avevano in Venezia la loro roccaforte.
La seconda e terza stagione Romana:
Dopo la morte di Ezio Bonfanti, Portoghesi trasferì la redazione a Roma: questa stagione (1973–1976) produsse 17 fascicoli e vide Renato Nicolini (Roma 1942-2012) prendere il posto di Bonfanti, facendola diventare però una rivista sempre più di “tendenza”. Nel 1973 facevano parte della redazione, con Renato Nicolini, Gianni Accasto (Cuneo 1941), Giampaolo Ercolani (Roma 1946), Vanna Fraticelli (Roma 1942), Giorgio Muratore (Roma 1946-2017); e continuarono ad esserci della vecchia redazione milanese Antonio Monroy, Luciano Patetta e Virgilio Vercelloni. Ad essi si aggiunsero dal 1974 al 1976 Maurizio Ascani, Alessandro Anselmi (Roma 1934-2013), Claudio D’Amato (Bari 1944), Daniela Fonti, Guglielmo Monti (1941), Livio Quaroni (Roma 1942), Giuseppe Rebecchini (Roma 1942), Duccio Staderini (Roma 1941), Laura Thermes (Roma 1942). Seguendo la tradizione ideologica del PCI, fu creato un “centro studi” di cui faceva parte l’ala dura della “tendenza”: Salvatore Bisogni (Napoli 1932), Rosaldo Bonicalzi (Milano 1944), Raffaele Panella (Foggia 1937-2016), Uberto Siola (Napoli 1938).
In questo periodo fu proposta una rilettura critica dell’architettura italiana del dopoguerra, incentrata sull’opera di maestri come Ridolfi e Gardella, fu analizzata l’eredità del Movimento Moderno. Si contrapposero due linee di pensiero: una che faceva capo al neo-razionalismo; l’altra che rivolgeva la sua attenzione all’espressività dei linguaggi e al ritorno alla storia.
Il dissidio ideologico fra Nicolini comunista e Portoghesi liberalsocialista venne alla luce con il primo dei due numeri monografici dedicati a Ridolfi. Dal 1977 Portoghesi azzerò tutta la redazione, la cui composizione non comparve più in testata.
Nell’ultima stagione (1977–1981) continuarono a lavorarci Anselmi, Thermes, Staderini, D’Amato cui si aggiunse Francesco Cellini (Roma 1944): uscirono 17 fascicoli che anticiparono i temi della Prima Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, “La presenza del passato”, diretta da Paolo Portoghesi.
«Controspazio», l’autonomia e il pluralismo dell’architettura
Nella storia delle “piccole riviste” «Controspazio» fu quella che nella sua prima stagione con maggiore chiarezza teorica affrontò il rapporto fra politica e architettura, che vedeva contrapposte: la concezione eteronoma, con l’architettura al servizio della politica; e quella autonoma con l’architettura che reclamava la sua specificità artistica. Non a caso, proprio nel 1963 – all’inizio delle “occupazioni” delle Facoltà di Architettura italiane – due testi si imposero nella cultura giovanile di sinistra, che rappresentavano bene queste due anime del movimento: da una parte il discorso che Che Guevara, proprio nel 1963, tenne al I Congresso internazionale dei professori e degli studenti di architettura a L’Avana; dall’altra La critica del gusto di Galvano Della Volpe .
Nelle due stagioni seguenti Portoghesi contrastò il tentativo delle élite intellettuali, che avevano in «Casabella» il loro riferimento, di imporre un “pensiero unico” appiattito sull’interpretazione ortodossa del modernismo.
Proprio su questi temi nel 2008 Paolo Portoghesi disse:
«[…] Le riviste che io ho fatto sono riviste di ascolto: in fondo, quando ho iniziato «Controspazio», tu sai l’avventura iniziale, ... cosa volevamo fare? volevamo dar voce alle tante obiezioni che erano nate, quindi approfondire questa autocritica dall’interno della modernità.
In un primo tempo l’abbiamo fatto coinvolgendo a pieno titolo la politica. Poi ci siamo resi conto, dopo il trasferimento da Milano, che questo sarebbe stato pericoloso perché in fondo saremmo stati costretti ad adeguare l’architettura alle condizioni continuamente mutevoli del discorso politico, senza riconoscere un minimo di autonomia che l’architettura deve sempre avere.
Poi «Controspazio» è stata in un certo senso il teatro di un eccesso di autonomia rivendicato da alcuni, e viceversa di una consapevole eteronomia sviluppata da altri, e io credo di aver dato alla tua generazione fondamentalmente, comunque alla generazione dei miei primi allievi, questa situazione, questo palco da cui ciascuno poteva fare la sua predica, e io ho dato questo senza selezionare rispetto ad una idea di architettura ma accettando che la rivista diventasse il luogo di confronto, richiedendo soltanto quel tipo di coerenza che era l’impegno nella disciplina, mentre c’era chi pensava che la politica potesse sostituire la disciplina e che, quindi, l’architettura fosse buona in quanto era fatta con buone intenzioni.
Io mi ricordo che abbiamo combattuto le famose palazzine “impegnate”, quelle della generazione prima della mia, di persone impegnatissime nella politica, che stava facendo una architettura di serie B o C, pensando che questo sacrificio della qualità avesse un grande significato politico; io ero, come del resto Ridolfi, completamente contrario a questa serie C fatta con buonissime intenzioni, ma anche estremamente facile da fare, perché poi la domanda spontanea era: “sarebbero stati in grado di fare delle cose di serie A?”, e probabilmente non lo erano.
I conflitti generazionali io li ho risolti dando la parola alla generazione successiva alla mia e di questo non me ne pento. Poi questo è stato considerato come un fattore che faceva di Controspazio una rivista in cui io c’entravo fino ad un certo punto; lo disse Gregotti: “questa è più la rivista di Scolari o Nicolini che la rivista di Portoghesi”, ma io credo che sia stato giusto fare così, anche perché la mia generazione non aveva un suo messaggio da portare. […]»
«Controspazio» fu dunque la rivista della generazione di mezzo fra coloro che rappresentavano ancora la classe dei professionisti che avevano contribuito alla ricostruzione postbellica (la generazione nata negli anni trenta) e coloro che sarebbero stati nella maggior parte gli architetti sotto-occupati e disoccupati (la generazione nata dopo gli anni cinquanta) dell’Italia della crisi di fine secolo.
Essa diede voce a una generazione consapevole della trasformazione del proprio ruolo; una generazione che fu l’ultimo frutto della Scuola accademica pensata da Gustavo Giovannoni negli anni venti. La sua eredità nel breve periodo non potè essere colta da alcuno, perché le condizioni culturali che l’avevano generata erano ormai del tutto scomparse.
Le testate storiche dell'architettura italiana:
Fra le iviste “storiche” dell’architettura italiana ritroviamo: Cronache e Storia (1955 - 2000) di Bruno Zevi che tentò sempre di essere l’organo “ufficiale” dell’architettura italiana in competizione con “Casabella” e in parte con “Domus”, ma che già dalla metà degli anni sessanta avrà più udienza tra i geometri che tra gli architetti . “Controspazio” la rivista sessantottina, dello smagliante Portoghesi milanese, un piccolo capolavoro di understatement editoriale, che divenne presto l’organo centrale di un dibattito che, intorno ai primi settanta, fu cruciale per i destini dell’architettura non solo italiana.
Renato Nicolini direttore della rivista dal 2006 al 2012:
"Il trasferimento della redazione a Roma, ha comportato sofferte metamorfosi redazionali, la direzione della rivista fu presa in carico nel 2006 da Renato Nicolini: politico e intellettuale di lungo corso e, in tempi andati, uno dei bersagli preferiti di Bruno Zevi ."
-Le parole di Giorgio Muratore su Renato Nicolini nel 2006.
Gianni Accasto che divise con lui e Vanna Fraticelli gli studi universitari e parte dell’attività successiva parlando di Nicolini:
“È stato un genialissimo dilettante. Leggero ed efficacissimo a illuminare le profondità delle cose. In architettura e politica (...) In ognuno di noi convivono una decina di persone diverse – maschere, avrebbe detto Pirandello – che si alternano a seconda delle circostanze e degli interlocutori. Credo che Renato Nicolini ne abbia ospitate ancora più numerose. Se non ci credete, provate a fare una ricerca: c’è l’architetto, il professore universitario, l’assessore alla cultura del Comune di Roma, l’inventore dell’effimero, il militante del PCI, il rinnegato del PCI…''
Articolo redatto da:
Roberta Recchia
Sofia Mariannella
Fonti bibliografiche:
Editoriale di Paolo Portoghesi sul n.1 della rivista Controspazio, giugno 1969.
Fonti sitografiche:
https://ordinearchitetti.mi.it/it/cultura/biblioteca/riviste/controspazio
https://www.artribune.com/progettazione/architettura/2018/03/renato-nicolini-italia/