Non si tratta, come spesso accaduto, della mummificazione volontaria di un gruppo sociale (monaci, beati, membri di famiglie illustri), ma della conservazione naturale di parte della comunità sepolta tra la seconda metà del ‘500 e il ‘700. La scoperta è avvenuta nei locali dell’antica roccaforte medievale di Obizzo da Montegarullo uno dei più potenti signori del Frignano, che si ribellò alla fine del XIV secolo al dominio agli Estensi, successivamente divenuta chiesa e cripta della Comunità. La Chiesa della Conversione di San Paolo Apostolo, a Roccapelago, è uno degli edifici più importanti per il territorio dell’Alto Frignano modenese. Sul finire del Cinquecento, quando ormai il complesso militare era in disuso, una parte della Rocca fu riadattata per realizzare una chiesa parrocchiale, che con il tempo fu modificata e ampliata.
La Chiesa della Conversione di San Paolo Apostolo, a Roccapelago, è uno degli edifici più importanti per il territorio dell’Alto Frignano modenese ig.1.
A partire dal 2008, il complesso ecclesiastico è stato oggetto di un importante restauro architettonico, resosi necessario per consolidare le strutture murarie, il tetto e la pavimentazione interna.
L’indagine archeologica è stata condotta sul campo dall’archeologa Barbara Vernia, sotto la direzione scientifica degli archeologi Donato Labate e Luca Mercuri della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna. La prima campagna di scavo nasce contestualmente ai lavori di consolidamento e termina nel novembre del 2009. Solo dopo la messa in sicurezza dell’ambiente voltato, poi cripta, ebbe inizio lo scavo, era il 10 dicembre 2010 fig.2. Esso occupa un superficie molto estesa lungo il perimetrale est della chiesa, è di forma rettangolare, con i lati brevi in direzione nord-sud, e aveva una copertura con volta a botte, come dimostrano le imposte dell’arco ancora ben visibili fig.2a. Lo scavo è stato condotto inizialmente a mezzo meccanico e successivamente a mano. L’ambiente si presentava completamente colmato con materiale di scarto, nella parte superficiale, con grossi blocchi di pietra e al di sotto con materiale più fine. Via via che veniva liberato l’ambiente dal riempimento, le aperture sul muro ad est, aprivano sul locale sotterraneo un panorama mozzafiato fig.3. A partire da 1,40 m sotto il pavimento attuale lo scavo è stato condotto a mano, poiché sono emersi sempre più numerosi individui parzialmente mummificati, coperti da sacchi, completamente adesi l’uno all’altro. Durante la campagna precedente era già stata individuata nell’angolo sud-est dell’ambiente voltato una tomba denominata 5, ma nessuno pensava che sotto al massiccio riempimento ci sarebbe stata una così numerosa presenza di corpi. Oltre ai resti umani, di notevole interesse, il rinvenimento della porta chiusa sulla parete nord fig.4, e della scala nell’angolo di nord ovest fig.4a, che stabiliva il rapporto di questo ambiente con la Chiesa soprastante. Nel muro ovest fu ricavata una nicchia e venne realizzata una pavimentazione che pareggiò la quota del piano di calpestio. L’utilizzo per un certo tempo come cripta sembra poter trovare conferma nel pesante annerimento della parete ovest, probabilmente dovuto al fumo di lampade o candele. Attraverso lo scavo di questa ambiente è stato possibile anche riconoscere il limite dell’antico corpo di fabbrica, il cui perimetro coincideva sui lati nord, est e sud con i muri della cripta fig.5. Dall’esterno, è possibile ancora oggi riconoscere l’antica struttura della Rocca, così come le piccole feritoie appartenenti alla cripta, probabilmente prima cannoniera della roccaforte militare fig.6.
Il potente strato dei corpi adesi l’uno sull’altro fig.7 , copriva altre sepolture: le prime deposizioni erano state fatte sfruttando le asperità della roccia affiorante, e probabilmente in questa fase i corpi erano stati coperti da una matrice argillosa, per cui si sono malamente conservati elementi accessori del corpo, rarissimi gli indumenti e i sacchi a guisa di sudario. Al di sopra di questo strato, trovarono posto altri inumati, deposti nella parte centrale della stanza in strati sovrapposti, dentro sacchi, come dimostrano i frammenti di tessuto rinvenuti. Questi individui, a causa dello schiacciamento dovuto al peso degli strati superiori, non si presentano in buono stato di conservazione, tuttavia la loro regolare distribuzione fa supporre che ancora in questo momento era possibile un comodo accesso all’ambiente. La deposizione cambia e i defunti posti sopra ai precedenti,vengono sepolti senza copertura di terra fig.8. Questa modalità deposizionale insieme al microclima interno della camera sepolcrale, favorito dalle due aperture ad est, ha reso possibile per molti corpi il mantenimento di alcuni tessuti e strutture legamentose e tendinee, così come di elementi dell’abbigliamento o dei sacchi che venivano cuciti addosso a mo’di sudario fig.9.
Durante lo scavo della piramide dei corpi e delle deposizioni ad essa precedenti è stato chiaro che le sepolture erano avvenute in sequenza diacronica e protratta nel tempo, per cui si escludeva l’ipotesi di un’epidemia o di morti legate a eventi bellici. Inoltre la cura nella preparazione dei propri cari fig. 10 per l’ultimo viaggio, e la presenza di individui ad età alla morte così diversa, dagli infanti agli adulti senili, sia femmine che maschi, aggiungeva elementi alla validità che si trattasse di parte della comunità che viveva nei secoli XVI- XVIII a Roccapelago e che nella cripta ha trovato per ben due secoli, ultimo ricovero.
Lo scavo ha restituito numerosi oggetti, quali medagliette, crocifissi, rosari e una quantità davvero considerevole di tessuti, pizzi e cuffie relativi all’abbigliamento e ai sudari che avvolgevano i defunti. Buona parte di questi oggetti, quelli che sono stati considerati altamente significativi, come la lettera di Maria Ori che è stata prontamente restaurata e studiata, sono stati esposti durante le Mostre che hanno avuto un gran successo sia nel 2012, che nel 2013 e 2014.
Fig. 1 ROCCAPELAGO PARTE EST
Fig. 2 LA CRIPTA MESSA IN SICUREZZA AD INIZIO SCAVO
Fig. 2A FERITOIA ARCO AGGETTANTE E IN APPOGGIO A MURO PRE-ESISTENTE
Fig. 3 PANORAMA FERITOIA
Fig. 4 PORTA LATO NORD DURANTE SCAVO I MOMENTO
Fig. 4A SCALA VISTA CRIPTA DURANTE SCAVO
Fig. 5 PLANIMETRIA FASE 1
Fig. 6 ESTERNO DELLA ROCCA ANTICA TORRE
Fig. 7 LA CRIPTA DURANTE LO SCAVO, LA PIRAMIDE MESSA IN LUCE
Fig. 8 LE MUMMIE SENZA COPERTURA DI TERRA
Fig. 9 CUCITURE SACCO SUDARIO
Fig. 10 FORMA DI PIETAS
La legge italiana tutela il patrimonio biologico che consiste anche nell’insieme dei resti organici ed inorganici di uomini, piante e animali vissuti nei vari periodi preistorici, protostorici e storici che costituiscono, in parallelo con i beni archeologici, artistici, storici, architettonici e ambientali, un bene prezioso da tutelare in quanto rappresentante una memoria biologica, esso è quindi soggetto a salvaguardia come previsto dalla normativa giuridica (lgs. n. 42 del 2004).
L’interesse del ritrovamento avvenuto a Roccapelago è stato in primo luogo riconosciuto dalla Soprintendenza dei Beni archeologici dell’Emilia Romagna, il Dott. Donato Labate in qualità di supervisore scientifico ha in corso di scavo compreso l’importanza della scoperta. Da questo momento si è attivata una attenzione culturale che ha fatto il giro del mondo.
La cripta sotto la Chiesa della Conversione di S. Paolo ha restituito circa 300 inumati fra infanti, subadulti e adulti. Un numero rilevante di corpi, conservati in connessione anatomica parzialmente scheletrizzati, erano stati deposti vestiti con camicie e calze pesanti, entro un sacco o un sudario, diverse decine di corpi conservano parti cospicue di tessuti molli mummificati.
Il rinvenimento appare eccezionale, sia per il numero di individui riferibili ad una piccola comunità montana, sia per il loro stato di conservazione, e soprattutto per lo stato di parziale mummificazione, dovuto non ad interventi artificiali (spesso riservati a personaggi importanti del ceto religioso o a membri di famiglie illustri) ma alle particolari condizioni microclimatiche dell’ambiente di inumazione.
Si tratta dunque di un “patrimonio biologico” di enorme interesse scientifico che apre possibilità di studio straordinarie per archeologi, antropologi e studiosi di svariate discipline che insieme potranno ricostruire vita, attività e condizioni di salute di un’intera comunità tra XVII e XVIII secolo.
Gli studi biologici, come il DNA condurranno nel caso di Roccapelago a risultati veramente importanti.
Esistono, sparsi per l’Italia, piccoli paesi accomunati dal fatto di essere rimasti isolati per secoli e, in virtù di questo isolamento, sono diventati dei veri e propri “paradisi genetici”. In questa solitudine, riferibile alla configurazione geografica, infatti, le popolazioni sono rimaste biologicamente omogenee per molti anni e il Dna degli abitanti risulta particolarmente importante per lo studio delle malattie genetiche.
Questo è il caso di Roccapelago un piccolo borgo arroccato su un colle nell’alto Appennino modenese.
Questi aspetti determinano e definiscono Roccapelago una comunità-laboratorio ossia un’ area di ricerca dove, a causa dell’isolamento geografico e della scarsa immigrazione, si sono conservati per secoli caratteri genetici omogenei.
In particolare, ciò che attira maggiormente i ricercatori a indagare su questi territori è lo studio delle malattie multifattoriali (malattie ostearticolari e malattie metaboliche), quelle malattie cioè che hanno una dipendenza parziale da molti geni diversi, da fattori ambientali e dalle interazioni tra i due: è proprio negli isolati genetici, con le loro popolazioni così omogenee e con caratteristiche ambientali e sociali rimaste inalterate nel corso del tempo, che risulta più facile identificare i frammenti di Dna responsabili di alcune patologie.
Roccapelago si distingue in quanto la comunità è un unicum storico e attuale. Il ritrovamento delle mummie ha reso possibile l’individuazione durante lo scavo di un numero considerevole di caratteri epigenetici che hanno confermato l’appartenenza degli individui a stessi gruppi famigliari. Inoltre l’identificazione (già effettuata) di patologie degenerative e/o con eziologia infettiva spinge il caso in oggetto ad essere considerato una fonte importantissima.
La stretta collaborazione di scienze antropologiche e scienze genetiche (prelievi e studio di DNA da denti, tessuto compatto e midollo spinale) consentirà di ricostruire un quadro il più possibile veritiero circa l’incidenza delle malattie.
I prelievi del DNA eseguiti su un campione attuale della popolazione, hanno avuto inizio la primavera scorsa. Il campione esiguo di prelievi, solo 15 persone sono state scelte, ha già dato risultati importantissimi. I primi dati sono usciti durante il convegni tenutosi a Modena nel 2014, dai biologi di Ravenna, la Dott.ssa Cilli insieme ai suoi studenti ha iniziato le analisi del DNA, con risultati interessanti, il cui contributo verrà pubblicato negli Atti del Convegno prossimo.
La comunità di Roccapelago, perciò, oltre che aver mantenuta sigillata nel sottosuolo della sua chiesa la storia plurisecolare e le vicende umane dei suoi membri che ora rivedono la luce e raccontano la loro storia, sembra possedere le caratteristiche di un “isolato genetico” che potrebbe essersi mantenuto nei secoli fino ad oggi. Ciò conferisce ad essa un alto valore per le interessanti prospettive di ricerca che si potranno aprire nel campo della biologia, della genetica e della patologia della popolazione, in un’ottica d’interesse biomedico. Lettura del dato biologico in chiave culturale.
I soggetti
(Dipartimento di Beni Culturali, Laboratorio di Antropologia, Università di Bologna - Campus di Ravenna), Colin Shawn (Department of Archaeology and Anthropology, University of Cambridge, Cambridge, United Kingdom): Ricostruzione delle attività occupazionali nella comunità di Roccapelago attraverso l’analisi degli indicatori di carico biomeccanico con ausilio di tecnologie virtuali 3D
Stefano Vanin (Università di Huddersfield - UK)
Le Mummie di Roccapelago. Il contributo dell’entomologia
Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche ed Ambientali - Università di Bologna
Giorgio Gruppioni, Alessio Zedde, Elisabetta Cilli (Dipartimento di Beni Culturali, Laboratorio di Antropologia, Università di Bologna - Campus di Ravenna), Monica Mosconi, Andrea Quagliariello, Sara De Fanti, Donata Luiselli (Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche ed Ambientali - Università di Bologna)
Il DNA delle mummie di Roccapelago: analisi preliminari
Gli autori Mirko Traversari, Caterina Minghetti, Vania Milani, Melanie Agnes Frelat, Giorgio Gruppioni
Il ritrovamento di abiti in sepolture, suscita sempre interesse, perché in qualche modo ci collega al passato; anche noi indossiamo abiti, che possono essere pure simili a quelli dei defunti. Tali ritrovamenti possono offrire una grande varietà di letture e interpretazione, fine anche ad ispirare uno stilista o artista a prendere spunti per la propria creatività. Imparare dal passato per rinnovare il contemporaneo.
Cosi anche nel caso di Roccapelago dove però i morti erano principalmente vestiti nelle loro camice e calze di ogni giorno e rinchiusi in sudari, confezionati per la sepoltura e cuciti addosso. Le camice di ogni giorno sono a prima vista tutti uguali con poche variazioni. Questo però viene confutato appena si studiano gli indumenti da più vicino e si scoprono via via le piccole e le grandi differenze, che restituiscano l’individualità delle persone che hanno vissuto tanti secoli fa a Roccapelago. Le donne spesso adornavano le loro camice con dei merletti a fuselli, anche questi diversi l’uno dall’ altro, tutti fatti sul luogo. Che si facessero merletti a fuselli nel ‘600 e ‘700 in queste montagne, lontani dalla civiltà era fine ad ora cosa insaputa.
Le camice degli uomini erano rinforzati alle spalle per ovvie necessità di irrobustire questo capo. La loro costruzione è spesso molto simile e in tutti casi eseguiti con cura e finezza. Si trovano piccoli ricami in punto indietro e punti intrecciati su colli, polsi e nell’arricciatura dello scollo.
Una camicia doveva durare, ma anche rappresentare bene l’indossatore o l’indossatrice. Per chiudere i colli o i polsi, oltre ad asole e occhielli ben fatti spiccano i bottoncini raffinati e curiosi. Saperli fare bene era un lavoro da donna o tutti erano informato sul creare questi piccoli gioielli?
La camicia doveva essere usata per tanto tempo forse tutta la vita di una persona adulta. Quelli studiati fino ad adesso mostrano uso e abuso ma anche riparazioni e toppe per coprire il difetto e prolungarne l’utillizzo.
Lo stesso si può indicare per le calze talvolta in lana fina altre volte in lana grossolana, ma sempre con punti decorativi alla caviglia. In alcuni casi si può osservare una lavorazione e un materiale diverso per la creazione delle solette che erano cucite alla calza, in questo modo se usurate venivano rifatti, mentre la calza rimaneva immutata.
Lo studio di questi indumenti è appena cominciato e già si sono scoperte altre curiosità su la qualità e la tipologia dei loro indumenti: come le cuffiette in seta pregiata e nastrini lavorati a tavoletta e fettucce fatti con i cappi, oltre a frammenti di abbigliamento.
Thessy Schoenholzer Nichols
I soggetti
Gli autori
Quello dei resti di piante e frutti sembra un aspetto apparentemente secondario nel caso di scoperte come quella di Roccapelago, dove le mummie divengono il principale fuoco su cui sembra ruotare l’interesse. Invece è fondamentale sia durante il lavoro sul campo, acquisire il più possibile elementi che possano fornire informazioni sul territorio, sulle abotudini alimentari o sulle usanze legate al rito funerario nel passato. E non è secondario fare campionamenti su i resti umani mummificati, in modo che anche successivamente alla fase di scavo si possano ottenere dati di tipo archeobotanico. Dai campioni acquisiti sono emersi dati sul bosco, presente almeno 300 anni fa, intorno a Roccapelago: castagno, querce, nocciolo e querceto misto. Erano sicuramente presenti pascoli e campi di cereali: grano, orzo, segale e mais.
La presenza di fiori spontanei che ancora oggi si trovano, ma sporadicamente, un tempo doveva essere abbondante nei pascoli e nei campi a fieno o a grano (rosa canina, margherite, fiordalisi, campanule, papaveri, ranuncoli), probabilmente deposti sulle salme durante le cerimonie funerarie e poi trasportati nella cripta insieme al defunto.
Rinvenuti anche resti di frutti (nocciole, castagne, faggiole, ghiande e prunoidee) con segni di rottura dovuti ai denti di roditori, che hanno portato dal bosco nella cripta per poterli consumare in tranquillità e lontano dai predatori.
I soggetti
(Laboratorio di Palinologia e Paleobotanica - Università di Modena e Reggio Emilia)
Gli autori
Giovanna Bosi, Rossella Rinaldi, Paola Torri, Marta Bandini Mazzanti
Informazioni botaniche dalla Cripta cimiteriale di Roccapelago
Un corpo umano è sempre oggetto di attenzione da parte degli insetti. Un cadavere è una grande scorta calorica che viene utilizzata da diversi organismi non solo insetti, in funzione delle caratteristiche fisiche e chimiche della salma. Lo studio degli insetti associati ad un corpo privo di vita è l’oggetto dell’entomologia forense, cioè la scienza che utilizza gli insetti per comprendere quanto tempo è trascorso dal decesso.
L’entomologia applicata in contesti archeologici diviene l’archeoentomologia funeraria (termine coniato da 1966 Jean Bernard Huchet).
Le osservazioni a partire dallo scavo archeologico di Roccapelago hanno messo in evidenza la presenza di numerosi insetti soprattutto tra i vestiti che ricoprivano i corpi ma anche tra i resti dei tessuti biologici (pelle, strutture legamentose).
Lo studio degli insetti presenti sui cadaveri antichi fornisce preziose ed importanti informazioni sulla storia del cadavere, in particolare sugli eventi avvenuti in fase peri- e post-mortale, come ad esempio la stagione della morte, le modalità di inumazione ed i trasferimenti del cadavere stesso.
Gli insetti presenti nelle tombe possono inoltre fornire indicazioni circa l’origine dei prodotti utilizzati dalle popolazioni nel passato e dare informazioni circa le condizioni sanitarie e la presenza di eventuali agenti patogeni.
Numerose sono le specie che prelevate dai vestiti e dai corpi mummificati hanno identificato diverse fasi della colonizzazione da parte degli insetti sulle mummie di Roccapelago. Oltretutto molte delle specie sono in ottimo stato di conservazione, per cui sarà possibile identificare con chiarezza ogni specie. Il numero così elevato, porta ad una complessità di studio, che richiederà un lungo periodo di analisi. Sembra quasi assurdo parlare di comunità di insetti, ma il Dott. Vanin ha confermato che la lista delle specie presenti a Roccapelago supera di gran lunga quanto già pubblicato da altri autori negli stessi studi di Archeoentomologia funeraria.
Tra la fauna ritrovata nella cripta solo resti di mammiferi da riferire principalmente a topi, rinvenuti anche questi parzialmente mummificati.
I soggetti
Gli autori
Il lavoro di scavo nella cripta, è durato più di tre mesi. È stato necessario documentare ogni fase prima d’intervenire, la modalità di scavo andava riconsiderata ad ogni avanzamento dei lavori. Sono state individuate almeno cinque momenti di sepoltura, legati alle diverse fasi e modalità di utilizzo dell’ambiente sotterraneo.
L’ambiente sotto il pavimento della Chiesa di Roccapelago, fu creato utilizzando il naturale declivio della roccia. Ed al momento di inizio lavori, la parte superficiale, si presentava completamente colmato con blocchi di pietra di grandi dimensioni e da materiale più fine.
La prima parte dello scavo è avvenuto a mezzo meccanico. A partire da 1,40 m sotto il pavimento attuale, lo scavo è stato condotto a mano, per la presenza sempre più numerosa di corpi parzialmente mummificati. Si riconosceva per la maggior parte di loro l’uso di avvolgerli in un tessuto a fibra grossolana. L’evidenza di questa piramide di individui sovrapposti l’uno all’altro, è stata trattata dagli archeologi e dagli antropologi come sepolture appartenenti ad un periodo in cui era utilizzata questa modalità di deposizione.
Per non danneggiare i corpi, è stato rimosso totalmente il riempimento dall’ambiente, poi si è proceduto liberando individuo per individuo.
Lo stato reale dei resti indicava che in quel periodo la sepoltura nella cripta avvenisse dall’alto, il ritrovamento di una delle due botole nel materiale di riempimento confermava tale ipotesi.
Il punto di accesso condotto attraverso questa apertura circolare era a circa metà del lato ovest dell’ambiente, in corrispondenza del culmine dei corpi. Durante la movimentazione dei corpi è stata eseguita una documentazione accurata di tutte le particolarità riferite al corredo funerario, alla presenza di reperti ancora in connessione con i corpi, diverse le mani sinistre che ancora mantenevano la fede nuziale.
Prima della piramide dei corpi, vennero realizzate due sepolture davanti all’antica scala di accesso e alla porta a nord: la tomba 9 e la tomba 10. La prima riguarda una deposizione multipla entro uno spazio delimitato da un emiciclo lapideo a perimetro. Particolare interessante è la disposizione dei corpi più superficiali, di adulti o giovani adulti, che avevano cranio verso l’esterno e piedi rivolti al centro della sepoltura, e che essa si sia mantenuta nonostante i rimaneggiamenti che l’ambiente ha subito successivamente. Si tratta di uno spazio dedicato alle sepolture dei bambini, attestato anche in numerosi documenti di archivio, in cui si testimonia la presenza di questo angolo i piccoli corpi. Numerosi sono stati i corpi ritrovati, quasi un centinaio. Assieme ai bambini sono stati sepolti alcuni adulti, tra questi una donna sul cui grembo vennero deposti alcuni infanti.
La piramide dei corpi era separata da qualche centimetro di terreno di riporto che isolò questo livello deposizionale da quello inferiore.
Altri inumati distribuiti nello spazio in modo regolare, erano deposti nella parte centrale della stanza in strati sovrapposti. Questo ordine nelle sepolture fa supporre che ancora fosse possibile accedere comodamente all’ambiente. Parti di tessuto di iuta a fibre grossolane, testimoniano che anche in questa fase si soleva avvolgere il corpo in un tessuto. Questi individui, a causa dello schiacciamento dovuto al peso sovrastante, non si presentano in buono stato di conservazione.
Nuovamente uno strato di terra separa altre sepolture, le più antiche nella cripta. I corpi vennero collocati negli anfratti rocciosi del pavimento dell’ambiente, sfruttando ogni spazio disponibile, si tratta di resti non ben conservati. Dal terreno di riempimento provengono alcuni frammenti di ceramica (maiolica arcaica e un frammento di graffita arcaica),e medagliette.
Appartiene a questo livello anche la tomba 5: posta nell’angolo sud-orientale, nello spazio fra lo sperone roccioso e il muro est. La pulizia ha permesso di individuare ossa pertinenti ad almeno due individui, un adulto e un bambino, molti frammenti di stoffa e una medaglietta. Da questa, il rinvenimento di un anello con elemento circolare che fungeva probabilmente da base/castone ad una pietra dura.
Non è sempre possibile sapere la causa di morte soprattutto se si tratta di resti umani del passato.
Gli studi sulle patologie aiutano l’antropologo ha determinare la morte di un individuo, ma solo in alcuni casi come i traumi, infezioni importanti a volte di tipo epidemico, oppure per tumori ossei di tipo maligno è possibile dichiarare la causa di morte.
Lo scavo a Roccapelago ha permesso, però, di fare una prima documentazione sullo stato di salute delle mummie e dei resti umani scheletrizzati, dando un quadro ampio e dettagliato anche ai fini di ulteriori studi.
La comunità di Roccapelago presentava individui di tutte le età, dai neonati ai senili.
Sul campione infantile è difficile rilevare tracce che ci indicano una causa di morte precisa, è possibile invece dare una descrizione di quello che doveva essere la difficoltà di sopravvivenza dei più piccoli, determinata senz’altro da una nutrizione insufficiente e da un ambiente a volte difficile da contrastare per un bambino. Elevata la presenza di mortalità entro l’anno di vita, la percentuale di decessi sembra diminuire negli anni di vita successivi.
Per quanto riguarda gli adulti diciamo che possiamo in alcuni casi individuare elementi che confermano una morte avvenuta per una condizione esatta e visibile dai resti umani recuperati. Un esempio sono i casi in cui sono presenti lesioni craniche da fratture inferte, che hanno provocato il decesso. Un altro caso in cui abbiamo avuto la sicurezza della causa di morte e che è visibile nel museo delle mummie, tratta di una donna che ha subito un’operazione alquanto difficile: una trapanazione cranica probabilmente con finalità mediche.
Si moriva per infezioni se particolarmente gravi, ad esempio nel distretto inferiore, sono stati trovati resti ossei che a causa della malattia hanno subito trasformazioni, cambiando notevolmente l’aspetto dell’osso ed infierendo con forti dolori su quella persona, quando era ancora in vita.
Diversamente non abbiamo potuto individuare sempre le cause di morte che in relazione anche all’età potrebbero essere connesse anche al naturale trascorrere del tempo. Oppure per tutti quei casi il decorso della malattia oltre che mortale è stato molto breve, pensiamo ad una polmonite, ma per molti di loro anche una forte influenza associata ad un fisico già debilitato poteva essere fatale.
Gli abitanti di Roccapelago vivevano duramente il loro territorio, che non facilitava nessuna attività lavorativa. Erano dunque persone, sia uomini che donne, che s’impegnavano in sforzi fisici giornalieri e che probabilmente si gravavano di carichi pesanti sia durante le attività lavorative sia durante gli spostamenti a piedi. Per cui anche se non sono state riconosciute le cause di morte di molti di loro, alcune patologie come quelle a carico della colonna vertebrale, del bacino e delle spalle hanno decisamente inciso sul loro stato di salute generale.
L’alta percentuale di artrosi a carico delle articolazione che coinvolgono femore, coxale e vertebre, ha interessato soggetti di entrambi i sessi anche in età non avanzata, suggerendo uno scompenso articolare per sovraccarico funzionale a partire da quando erano molto piccoli.
Tra le malattie metaboliche e disordini endocrini abbiamo rilevato la presenza di osteoporosi, malattia scheletrica caratterizzata da bassa massa ossea e da alterazioni architetturali dell’osso.
Anche i giovani adulti, di sesso maschile, erano soggetti all’osteoporosi, in molti casi associata a degenerazioni gravi delle articolazioni, in particolar modo dell’anca.
Altri aspetti fisici mostrano situazioni patologiche a livello dentario, che hanno portato alla perdita dei denti anche in giovane età.
Quando parliamo di cause di morte, molte volte lo studio di laboratorio non basta, mentre diventa importante altro tipi di documentazione.
Gli archivi parrocchiali in questo stanno dando informazioni aggiuntive, anche per quel che riguarda le cause di morte. Cause e modalità di morte sono presenti sporadicamente già dal 1600, con un'intensificazione dal 1700. Alcuni tra i parroci solevano annotare il male che aveva condotto alla perdita della persona ad esempio quando si parla di: “un dolore sofferto al petto a cui è seguita simultaneo il decesso”[1] ; descrizione che rimanda immediatamente ad una causa primaria di arresto cardiaco. Lo studio di archivio a supporto dei dati antropologici acquisiti in laboratorio, è in corso ed è seguito dal Dott. Mirko Traversari.
[1] Libro dei Morti, libro 2°, cit., p. 16.
La scoperta delle mummie di Roccapelago, persone vissute a cavallo di due secoli, metà XVI- metà XVIII secolo, che costituivano una parte della comunità, diventa importante per comprendere se ci siano state variazioni nella preparazione e nella cura del defunto. Questo aspetto viene rilevato proprio attraverso il recupero di tutti quegli elementi e reperti che fanno parte del corredo funerario.
Attraverso i corpi mummificati è stato possibile registrare anche le modalità di preparazione, posizione degli arti superiori e inferiori, e cura che veniva riservata al proprio caro.
I reperti a corredo funerario riguardano principalmente la sfera religiosa e quella personale. Tra gli oggetti devozionali che venivano lasciati al defunto numerose le medagliette con Santi o Madonne in metallo, ma anche in materiali più poveri come stoffa o carta. Crocifissi sia in legno che in metallo di diverse grandezze sono stati recuperati anche in annessione ai corpi. La lettera di affidamento a Dio firmata da Maria Ori è sicuramente emblematica del credo religioso di questa comunità. Per garantirsi questa protezione, per liberarsi “dal demonio”, per evitare la “mala morte” e per vedere prima della morte “la Gloriosa Vergine”, Maria Ori, nominata nella lettera, si fece seppellire con addosso il documento che rappresenta un raro esempio di credenza e devozione popolare associato al rito funerario. Di diversa tipologia sono gli oggetti di carattere personale, molte defunte avevano indosso semplici gioielli che evidentemente portavano anche in vita: fedi nuziali, anelli con pietre, orecchini.
I corpi venivano avvolti in sacchi di iuta o tela cuciti addosso. L’abbigliamento è in gran parte costituito da semplici camice. Per tenere composto il corpo sono stati trovati numerosi lacci intorno ai polsi e alle caviglie. Tutti portavano pesanti calze di lana. Nessun resto di scarpe. Alcuni abiti femminili più elaborati presentano uno decolleté, decorato con pizzo e maniche fermate da con bottone al polsino. Vi sono anche alcune camicie allacciate sul petto con cordini o con bottoni al collo.
Il copricapo più frequente è la cuffietta a calotta, sia da donna sia da bambino.
Prima di essere inumate le salme venivano amorevolmente preparate dai propri cari e a loro si lasciavano non solo gli oggetti che erano stati d’aiuto per lo spirito, ma anche gli oggetti che avevano accompagnato la vita materiale e quotidiana. Pettini spilloni per le acconciature femminili che erano raccolte utilizzando questi semplici fermacapelli, o incorniciate da cuffie. I gioielli, anelli o orecchini erano in metallo non pregiato, ma i numerosi rinvenimenti indicano che la comunità di Roccapelago teneva ad essere sempre dignitosa nel suo aspetto. Se per noi il bottone non è più un oggetto che assimiliamo alla sfera personale, lo era per questa gente che li produceva probabilmente in casa utilizzando legno o stoffa, raramente in metallo. Ancora gli archeologi hanno recuperato nel lungo lavoro di setacciatura del terreno rimosso: collane e bracciali di sobria fattura realizzati con perline di materiali veri quali legno, terracotta o vetro, collegati da catenelle in fibra o in metallo. In qualche caso il defunto presentava la vera nuziale ancora infilata al dito. Il recupero di un dado da gioco, un reperto piccolissimo ogni lato misura solo 4 mm, fa pensare ai momenti di svago. Il probabile rasoio che è stato rinvenuto durante la vestizione di una delle mummie, presso il Laboratorio di antropologia di Ravenna, cinto alla vita del defunto e inserito in una custodia in cuoio, ha confermato come la preparazione al rito funerario e alla sepoltura fosse attenta nel conservare l’identità della persona cara, anche nel suo ultimo viaggio.