Il cimitero di Praga, di Umberto Eco
Bompiani, 2010.
Si potrebbe definirlo un romanzo storico, con personaggi talora inventati, che svolgono però le loro azioni intorno a fatti realmente accaduti. La trama si snoda attraverso il resoconto del narratore e di due diari: uno del protagonista principale, Simonini, l’altro del suo alter ego, l’abate La Piccola, del quale Simonini condivide per alcuni anni l’identità, prima di riacquistare la memoria e la consapevolezza che, in verità, l’abate è morto anni addietro proprio per mano sua. L’ambientazione storica riguarda il periodo che va dalle imprese garibaldine, fino alla fine del 1800; quella geografica riguarda la Sicilia, Torino e, infine, Parigi.
Il romanzo è basato sull’idea del possibile complotto: un progetto degli ebrei di prendere il sopravvento ed il controllo –economico e di fatto– di tutta la Terra. Il tutto fa riferimento ad un documento stilato durante una riunione segreta di rabbini nel cimitero di Praga. In realtà, tale documento non esiste, e varie personalità (politiche e militari) incaricano Simonini di crearlo; l’incarico viene assegnato proprio a lui, che è un personaggio assolutamente privo di scrupoli morali, disposto a tutto –anche ad uccidere– per denaro, e soprattutto esperto falsificatore e fabbricatore di “autentici” documenti falsi. Il primo incarico di costruire un falso documento viene affidato all’allora Capitano Simonini, infiltrato nell’esercito garibaldino, all’epoca delle gesta eroiche del generale per la conquista del regno di Napoli. Questo periodo vede grandi intrighi di palazzo, ad opera di forze massoniche, di Vittorio Emanuele e dello stesso Cavour. Secondo la visione dell’autore, Garibaldi è inconsapevole pedina in mano a forze superiori che osteggiano l’acquisizione di potere da parte del generale, il quale, d’altra parte, non trova praticamente alcuna resistenza da parte dell’esercito borbonico, al suo ingresso, prima a Napoli, in Sicilia, poi. Viene sposata la tesi che non vi sia niente di più autentico di un documento falso che voglia essere ritenuto vero, a tutti i costi, da parte delle autorità costituite. Il tutto è condito con la constatazione di un inevitabile grado di corruzione della politica e delle gerarchie, a tutti i livelli, in tutti i tempi.
D’altra parte, per alimentare la curiosità della gente, non vi è niente di più appetibile che raccontare fatti, già banalmente noti a tutti, conferendo loro l’attributo di grande segretezza. Un esempio palese lo troviamo ai giorni nostri, se pensiamo alle informazioni contenute nei recenti file di WikiLeaks, che in realtà descrivono fatti per lo più noti a tutti.
Il sentimento antisemita di molti notabili del tempo, e l’avversione verso la massoneria e i gesuiti, sono tutti espedienti letterari dell’autore per costruire la trama romanzesca.
Dal punto di vista linguistico, lo stile di Eco è inappuntabile: l’uso della punteggiatura rasenta quello del Manzoni, anche se il modo di scrivere potrebbe essere definito di tipo giornalistico. L’autore fa forse un uso troppo smodato di vocaboli eruditi e francesismi, ma si mostra ottimo conoscitore dei fatti storici, delle località, e delle particolarità dei luoghi. La narrazione mantiene un ritmo accattivante, anche se si rileva una certa accelerazione del ritmo narrativo verso la fine del romanzo, obiettivamente dovuta all’esigenza di concludere.
Nonostante l’età anagrafica, Eco indulge spesso all’uso di espressioni narrative “forti”, e moderne nel linguaggio, che sono forse più consone ad un autore emergente che voglia catturare l’attenzione di giovani lettori.
Manca purtroppo qualunque descrizione di paesaggi, luoghi, ed emozioni interne ai personaggi; in qualche modo, manca la catarsi, che, a mio avviso, un’opera narrativa dovrebbe porsi come obiettivo.
Dal punto di vista tipografico, c’è da rilevare qualche difetto estetico (dovuto all’editore, non all’autore): non esiste una netta differenziazione tra gli stili tipografici di scrittura (intendo i tipi di carattere), per distinguere le diverse parti dei diari, scritte da mani diverse (cioé da personaggi diversi); inoltre, in certe parti, è aberrante l’omissione dello spazio dopo i segni di interpunzione.
Merito di Eco resta comunque quello di aver posto all’attenzione dei lettori il concetto, molto attuale ai giorni nostri, di come la realtà che viviamo sia (in parte, o completamente) costruita ad arte dalle autorità costituite, e dai politici che governano anche i mezzi di informazione di massa. Anche in campo economico, l’evoluzione dei mercati è in certa misura indotta da modelli predeterminati.
A mio avviso, i romanzi possono dividersi in tre categorie: quelli che non lasciano alcun segno e si dimenticano facilmente, dopo che siano stati letti; quelli che coinvolgono il lettore in intelligenti riflessioni su fatti riguardanti la vita dell’uomo, e quelli che riescono ad indurre nel lettore l’analisi spirituale, e infine la catarsi.
Penso che il romanzo di Eco appartenga alla seconda categoria, e valga tuttavia la pena di leggerlo.
Maggio 2011,
Mario Abundo