La nascita della Repubblica italiana e l'impegno politico oggi
A qualche settimana dai festeggiamenti per la festa della repubblica volevamo parlarne in maniera competente, abbiamo così intervistato Maurizio Cau (classe 1974), laureato in Giurisprudenza con un Dottorato di ricerca in Studi Storici, già docente a vario titolo all'Università di Trento (facoltà di Giurisprudenza, facoltà di Lettere), ricercatore presso il Max Planck Institut für europäische Rechtsgeschichte (Francoforte sul Meno) e presso la Humboldt Universität zu Berlin; nonchè ricercatore a tempo indeterminato e vicepresidente dell'istituto italo-germanico (Trento). Per praticità abbiamo diviso l'intervista in due parti tematiche (La seconda parte è recuperabile QUI)
PARTECIPAZIONE
2 giugno 1946. Gli italiani sono portati al voto: Monarchia o Repubblica? Attenzione però, non solo gli italiani, ma anche le italiane, proprio tutti i cittadini che hanno compiuto la maggiore età sono portati a scegliere il futuro italiano. E' il primo suffragio universale del nostro paese: un enorme passo avanti che fa sperare tempi nuovi.
Possiamo quindi dire che Repubblica è partecipazione?
Senz'altro il suffragio universale, maschile e femminile, rappresenta un importantissimo fattore nel cammino della e alla Democrazia che la società italiana ha compiuto sostanzialmente alla fine della guerra. Ovviamente non si tratta mai di fenomeni per così dire unidirezionali, non è mai scontato qual è e quale mai sarà lo sviluppo di questi processi storici. L'estensione del diritto di voto a tutti, a uomini e donne, è un fenomeno centrale importantissimo proprio perché consente, per così dire, di allargare quello che viene chiamato dagli studiosi il "circuito della rappresentanza politica" che viene aperto a tutta la cittadinanza. Esercitare quindi il proprio diritto e dovere di voto permette a tutti di partecipare alla definizione dell'indirizzo politico del paese anche solo indirettamente poiché le elezioni consentono di filtrare le persone che si fanno carico di rappresentare gli interessi di tutti; si tratta di un passaggio determinante, che consente alla cittadinanza italiana, al popolo italiano, (detto magari in maniera un po' retorica) di prendere in mano le redini del proprio destino. In fondo la risposta degli italiani in occasione delle prime elezioni libere dopo il fascismo lo dimostra. Le elezioni che si tengono tra il due e il tre giugno (che prevedevano la votazione dell'assemblea costituente e il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica) definiscono un momento importante per questo rilancio della partecipazione politica. E' circa l' 89% se non ricordo male della popolazione italiana avente diritto di voto che va a votare: un numero significativo dopo il ventennio fascista, che come sappiamo è stato segnato da un regime illiberale e autoritario e che lascia dietro di se questo grande desiderio di partecipazione negli italiani e nelle italiane che ora hanno effettivamente la possibilità di scegliere il futuro della propria nazione. La scelta ovviamente non è scontata perché sappiamo che fra Repubblica e Monarchia lo scarto è abbastanza significativo ma nemmeno di molto. Più o meno il 54% sceglie per la Repubblica, questo vuol dire che circa il 46% optava per la Monarchia. Di conseguenza questo significa che dopo anni di divisione e di feroce guerra civile, ci ritroviamo in una situazione ancora divisa, non è facile ricomporre gli assetti politici e sociali del Paese. Ciò testimonia il fatto che in quei mesi il destino democratico del Paese non era scritto nella pietra, non era definito in forma chiara, era ancora tutto da costruire. Rileggendo i documenti non dobbiamo porci nella posizione di chi sa come sono andate le cose, ma tener conto del fatto che per noi è scontato immaginare o pensare che viviamo all'interno di un regime democratico, repubblicano, ma dobbiamo pensare che le cose sarebbero potute andare diversamente, quindi la storia italiana sarebbe potuta essere molto diversa. Dobbiamo quindi sempre ricordarci (anche attraverso queste occasioni pubbliche e l'individuazione di alcuni riti come quello di avere una festa della Repubblica) che la storia non è stata poi così scontata. Questo ce lo dobbiamo ricordare sempre.
I dati delle votazioni negli ultimi anni parlano chiaro, sempre meno gente partecipa alla vita politica, la percentuale di popolazione votante è in continua diminuzione.
Perché sempre meno gente va a votare?
Ovviamente la risposta non è facilissima. Il dato che ho citato prima dell'affluenza, parla di un momento storico senza dubbio significativo, in cui dopo vent'anni di dittatura, la voglia di partecipare è evidentemente molto forte. Al giorno d'oggi da questo punto di vista scontiamo invece decenni di prestazioni non troppo efficienti del sistema politico italiano, e naturalmente la disaffezione di certi cittadini è significativa. Non è facile motivarla, spiegarla, perché tra loro si intrecciano molti profili, tra loro anche molto diversi. L'evoluzione storica del sistema politico italiano che nasce nel secondo dopoguerra è molto complessa. C'è ad esempio il progressivo fallimento della così detta "Italia dei partiti". La funzione che molti partiti hanno avuto nel corso dei decenni, dopo anni in cui hanno accompagnato,se vogliamo, anche la fase di crescita e di sviluppo significativa del Paese dal punto di vista economico e sociale, si è sostanzialmente esaurita. E' cambiata anche la funzione dei partiti, la loro capacità di intercettare, di essere delle catene di trasmissione efficaci della volontà, delle intenzioni, delle istanze del popolo. Molte cose sono cambiate ed emerge uno scontento abbastanza ampio nei confronti della classe politica. Questo è un fenomeno anche abbastanza risalente, non si tratta di fattore proprio degli ultimi anni. Certo ultimamente questo processo ha subito un'involuzione abbastanza significativa, nel senso che per molte persone è la politica, sono i politici i responsabili per così dire dei problemi del Paese. Certamente sono anche loro ma la situazione è sempre molto complessa, ci sono anche fattori generali, legati all'evoluzione del sistema economico internazionale, della politica internazionale. Spesso però questo risentimento viene incanalato direttamente sulla classe politica, e di conseguenza la politica così classicamente intesa , viene meno frequentata. Una volta frequentare attivamente la vita di partito e le sezioni di partito , era uno straordinario elemento di aggregazione sociale e una parte importante della socialità delle persone passava anche all'interno di queste strutture. Al giorno d'oggi queste sono saltate, il ruolo dei partiti è cambiato notevolmente, la loro capacità di avere presa sulla società, di essere un filtro efficacie delle idee delle persone è caduta, e l'interesse viene sostanzialmente incanalato in altre forme di partecipazione attiva che sono spesso molto lontane dalla politica. Forse la cosa che pesa di più è proprio questa forma di disincanto rispetto alla politica. La performance del sistema politico italiano spesso è risultata inadeguata negli ultimi decenni e la capacità di generazione dei circuiti della rappresentanza politica si è di fatto limitata. Quello è però lo spazio che ogni cittadino fino a prova contraria, fino a questo momento ha e deve considerare per contribuire a cambiare le cose e possibilmente magari a cambiarle in meglio. Distanziarsi dalla politica e lasciare che questo sia territorio di conquista di altri penso che non aiuti a migliorare di molto la situazione in cui viviamo. Sono quindi molti i fattori che ci spiegano e ci raccontano questo allontanamento dalla politica. Sarebbe importante riuscire invece a riavvicinarci, anche in altre forme che non possono essere più figlie di un sistema politico e di una cultura e socialità politica che ora funzionano poco . Il mondo contemporaneo ci offre anche straordinarie esperienze e fenomeni di aggregazione delle idee delle persone. Ecco forse potremmo affiancare queste a un modo più classico di fare politica, per evitare di perdere o di riempire la lontananza che ci separa dalla politica attiva.
INFORMAZIONE
Nel 1946 come veniva informato il popolo? E oggi? Come possiamo migliorare l'informazione di oggi?
Domanda da un milione di dollari. I canali d'informazione che c'erano nel del '46 non sono quelli di oggi, la TV non era ancora arrivata nelle case, non era ancora un fenomeno di massa. A fare la parte da leone era per così dire la stampa, i giornali erano i principali canali informazione delle persone a cui si affiancava la radio. Molti materiali a stampa erano distribuiti dai simpatizzanti dei partiti che in occasione delle campagne elettorali tappezzavano letteralmente le città di manifesti e di giornali murali. Quelle battaglie elettorali erano battaglie che si svolgevano anzitutto nelle piazze, la stessa lettura dei giornali avveniva nelle piazze, nelle vie e nelle strade. Era una battaglia anche murale. I manifesti ricoprivano ogni piccolo spazio, anche quelli su cui non si poteva affiggere nulla. La cosa strana è che sostanzialmente solo nel 1956 viene regolamentata questa pratica elettorale. Quindi fino ad allora ogni modalità era buona per cercare di convincere le persone che non sapevano ancora cosa votare, si era quindi di fronte ad un grande fenomeno di partecipazione politica che causava anche non pochi scontri e situazioni di conflittualità. Il ruolo della piazza, del comizio, della stampa, erano ruoli determinanti e ci raccontano anche di un altro modo dei politici di parlare alle persone. Era un linguaggio un po' meno mediato dagli organi di stampa perché i politici erano costretti gioco forza a mescolarsi con la gente forse di più di quanto non facciano adesso e, in generale c'era questa catena di comunicazione molto attiva e molto vivace. Per di più, milioni di cittadini erano tesserati dei partiti, cosa che oggi appare davvero difficile da immaginare. Oggi infatti l'affiliazione e il tesseramento sono una pratica abbastanza in disuso. Questi cittadini concorrevano ad alimentare la comunicazione politica ed elettorale, c'erano poi dei canali istituzionali. Proprio pensando al '46 mi viene in mente il grande lavoro che fece il ministero che era stato istituito per preparare i lavori delle costituente. Questo ministero aveva prodotto una potente campagna di informazione, molto materiale di carattere divulgativo proprio per informare i cittadini e per alfabetizzarli dal punto di vista costituzionale in senso lato, e quindi per istruirli riguardo alle questioni che sarebbero state decise. Pubblicarono quindi riviste informative, trasmissioni radiofoniche e documentari che finirono addirittura nei cinema per raccontare che cosa stava accadendo, che cosa era la Costituzione e che cosa avrebbe fatto l'assemblea costituente. Le forme di informazione erano numerose.
Per accrescere un po' la nostra capacità critica... Dal mio punto di vista uno dei problemi più gravi oggi è l'incapacità di discernere tra le informazioni "equilibrate" e quelle culturalmente, politicamente e ideologicamente un po' orientate. Ovviamente non sono qui a pensare e sostenere che la verità esista e che sia afferrabile facilmente e da tutti, ma senz'altro le fake news esistono e una falsa informazione esiste eccome e continua a regnare nel dibattito pubblico attuale. Quello che mi preoccupa è questa sorta di analfabetismo funzionale che fa pensare a molti di essere nel giusto, di saper leggere la complessità e le informazioni meglio di altri, spesso meglio degli esperti. Anche in questi mesi un po' strani che abbiamo vissuto, per molti sembrava potesse essere un periodo drammatico che avrebbe però rigenerato in positivo alcuni fenomeni sociali e tra questi regna anche questo grande refram "saremo tutti delle persone migliori". E' davvero così? Ecco a me non sembra affatto che stiamo diventando o che siamo diventati persone migliori, dal momento che leggiamo ormai tutti i giorni che ci sono queste forme di lettura alternativa e visione spesso un po' complottista della realtà, del reale, e non mi sembra che questo sia un sintomo della capacità di affinare il giudizio che i cittadini hanno oggi. Quindi in questi giorni (senza fare troppa polemica), ci accorgiamo di queste teorie cospirazionistiche che finiscono per negare addirittura l'esistenza stessa del virus, della sua letalità e della sua capacità mortale, e che leggono questa fase come un tentativo del sistema e dello stato di costringerci e di abituarci ad essere privi di libertà. Possiamo quindi dire che tutte queste teorie mi sembra che raccontino di un'incapacità di leggere bene le informazioni. Quindi ancor prima che immaginare di migliorare l'informazione dovremmo pensare di diventare dei cittadini e dei lettori un po' più consapevoli, dato che la realtà è dal mio punto di vista sempre complessa. Detto questo il mio consiglio è quello di smettere di andare in cerca di risposte semplificate che sono al tempo stesso spesso semplificatrici. Temo infatti che ci facciano un po' male e che siano una parte del problema dell'informazione.
PSICOLOGIA
Come si sono comportati i cittadini a questa novità? Qual'era la mentalità del tempo? Quella di oggi?
Non sono uno psicologo sociale, non sono uno storico della psicologia sociale, non è facile leggere il comportamento che ha portato i cittadini a votare. La reazione dopo vent'anni è stata spontaneamente quella di una grande partecipazione, ma ovviamente non si tratta in un processo generalizzato perché le persone naturalmente hanno vissuto in modo abbastanza diverso la situazione in base al loro credo politico, alla loro esperienza personale, esistenziale, alla propria posizione sociale. In generale l'avvio del processo costituente e del regime repubblicano furono segno di una importante ripartenza. Era comunque un periodo difficile da leggere anche da parte dei contemporanei. Noi siamo portati a pensare che quello sia stato un momento di grande esplosione, di grande felicità collettiva. In realtà il paesaggio è un po' più variegato anche dal punto di vista psicologico, perché stato vissuto in forme diverse, in istanze diverse, e quindi è difficile definire quale fu la mentalità del tempo.
La mentalità di oggi è molto frammentata, fin troppo frammentata. Da questo punto di vista il ruolo dei social e del web non ha esattamente favorito come in potenza è in grado di fare, la vicinanza tra persone (anche a distanza) e la creazione di ponti. Se è vero che le piazze virtuali hanno in parte sostituito quelle reali, sappiamo che ciò ha portato con se anche alcuni problemi perché le persone sono portate a costruire e ad abitare le piazze in cui si parlano la propria lingua e il proprio linguaggio ideale, gli spazi in cui si condividono gli stessi valori, quindi si rischia di ricondursi sempre a una serie di monadi spesso incapaci di comunicare tra loro. La grande democraticità del web sta finendo e rischia di riprodurre tanti piccoli luoghi che non sono in comunicazione gli uni con gli altri. Credo quindi che questo sia un po' un limite che non fa che alimentare alcune narrazioni più o meno equilibrate delle realtà e crea una società molto parcellizzata. Una volta nella piazza si trovava l'esponente della Democrazia Cristiana, si presentava con il tesserato dei PC, si scontravano e se ne dicevano di tutti i colori, ma questo avveniva in quello spazio, un cittadino trovava diverse proposte politiche, ma non solo, era quello lo spazio in cui la diversità di opinioni e di fronte alla vita erano così plasticamente modificati. Oggi ognuno di ritrova il proprio piccolo minuscolo universo in cui se la canta e se la suona in solitaria con i propri adepti o con la mentalità di chi la pensa come lui. Ecco trovo che questo sia spesso un limite.
Beatrice Hentschel e Ilaria Berlanda
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