Qoelet e l’arte di vivere bene
Frasi celebri che conosciamo tutti
“Non c'è niente di nuovo sotto il sole” o “Vanità, vanità, tutto è vanità”. Sono frasi famose del Qoelet - un libro dell’Antico Testamento - che sono entrate nei modi di dire di tante persone e culture in tutto il mondo.
Un credente che pensa
Il Qoelet è pieno di riflessioni profonde sulla vita, scritte da una persona di fede, ma con uno sguardo critico e realistico. Alcuni studiosi lo attribuiscono al re Salomone, anche se non c’è accordo su questo punto. Quel che sappiamo è che “qoelet” in ebraico significa “radunare”, “convocare”. I greci tradussero poi questa parola con “ekklesiastès”, cioè “colui che parla all’assemblea”.
Non solo un libro cupo
Spesso viene considerato un libro cupo e pessimista. In realtà è un viaggio lucido e profondo dentro la vita di tutti i giorni. Io lo vedo come il racconto di un uomo saggio che, alla fine della sua vita, ha messo da parte illusioni e inganni, imparando a guardare il mondo con equilibrio e chiarezza, senza farsi abbindolare.
La vera sapienza
Chi parla nel Qoelet è qualcuno che ha provato tutti i piaceri e le soddisfazioni possibili. Per questo può dire che la vera sapienza non sta nel fare mille esperienze, ma nel saper gustare le piccole cose, coltivare relazioni sincere e vivere il presente, senza correre dietro all’ansia e all’affanno.
Un invito a ridimensionare i problemi
Leggerlo può aiutarci a ridimensionare i problemi, a guardare la vita da una prospettiva più ampia e, così, a gustarla davvero, trovando nuovi motivi per essere felici.
La fragilità dell’uomo
L’autore ci ricorda la fragilità dell’uomo davanti agli imprevisti, a Dio e persino alla morte, e ci invita a cercare il senso della vita non nelle ricchezze, ma in ciò che conta davvero.
La sofferenza migliora il cuore
Il Qoelet affascina, ma può anche mettere a disagio: è diretto, concreto, come un anziano che dice le cose come stanno. Uno dei suoi pensieri più discussi è che la sofferenza può renderci migliori. In effetti, spesso le persone più straordinarie che abbiamo incontrato nella nostra vita sono proprio quelle che hanno attraversato grandi dolori.
La gioia come coltivazione
Eppure, Qoelet non invita a vivere nella tristezza. Al contrario, ci sprona a cercare la gioia, a coltivarla come una pianta, perché la giovinezza è breve e le occasioni di felicità vanno prese al volo.
Riconoscere la felicità quando arriva
Alla fine, dopo aver riflettuto a lungo sulla vita e sulla realtà, Qoelet arriva alla conclusione che, anche se tutto è fragile e passeggero, esistono momenti e possibilità per essere felici: basta riconoscerli e accoglierli come dono di Dio quando arrivano.
Un messaggio sempre attuale
Per lui, la vita è incerta e imprevedibile, proprio per questo ogni momento di gioia va accolto e vissuto. Qoelet è un libro pieno di verità di cui abbiamo bisogno, da ascoltare e meditare periodicamente, soprattutto in tempi come i nostri.
🤔 Per riflettere
Alla fine di queste mie semplici considerazioni sul libro di Qoelet, ti propongo alcuni spunti di riflessione, con l’auspicio che possano stimolarti a meditare per intero questo libro «stupefacente» della bibbia:
Illusioni e realtà – Quali illusioni sto ancora inseguendo nella mia vita? Ci sono “abbagli” che devo lasciare andare per vivere con più equilibrio?
Il valore del presente – Riesco davvero a godere delle piccole cose quotidiane o sono sempre proiettato verso il “dopo” e il “di più”?
La fragilità come maestra di vita – Come le mie esperienze di sofferenza hanno cambiato il mio cuore e il mio modo di guardare alla vita?
La gioia come scelta – In quali modi concreti posso coltivare la gioia ogni giorno, come si coltiva una pianta?
Il senso della vita – Dove sto cercando la mia felicità: nell’accumulo di beni o nelle relazioni e nei valori che contano davvero?
Accogliere la brevità del tempo – Se la giovinezza e le opportunità passano in fretta, cosa posso fare oggi per non avere rimpianti domani?
Titolo
Giona: un credente di ogni generazione
Giona è quell'uomo religioso presente in ogni generazione. Giona siamo noi, credenti di ieri e di oggi. È un uomo tentato dal fondamentalismo religioso, capace di impugnare la verità per umiliare e condannare, invece che per edificare. È un uomo rigido, pieno della legge di Dio, ma incapace di comprendere il cuore di Dio.
Ci siamo mai arrabbiati con Dio perché ha avuto troppa misericordia per i nostri nemici? Ci siamo mai adirati con lui perché non ha fatto giustizia verso chi, secondo noi, la meritava?
Ammettiamolo: a volte speriamo che Dio manifesti tutta la sua forza con i nostri nemici e vogliamo, invece, che ci dia grazia quando si tratta di noi. Questi sono sentimenti normali: li abbiamo provati anche noi e li ha provati anche Giona, il protagonista di questa storia, famoso per essere stato inghiottito dal pesce.
Un messaggio per il profeta e sul profeta
Giona merita di essere ricordato per qualcosa di più profondo di un miracolo marino. È forse l’unico libro che rivela, non tanto un messaggio da un profeta, ma per il profeta e sul profeta, quindi per tutti noi. Il libro di Giona affronta una domanda che abita il cuore dell’uomo da sempre: Dio è un Dio che punisce o un Dio misericordioso? Desidera il pentimento dei malvagi o la loro punizione?
Il libro non pretende di essere un fatto storico, ma una parabola, come quelle di Gesù, usate per insegnare cos’è il regno di Dio. Leggere Giona ci aiuta a scoprire la misericordia di Dio e a svelare come il cuore umano risponde a questa misericordia.
Dio ama tutti, non solo i “suoi”
Un’altra lezione attuale che Giona insegna è che noi non siamo i preferiti di Dio in quanto cristiani: Dio ama tutta l’umanità. Non ha popoli preferiti e, ai suoi occhi, credenti e non credenti hanno lo stesso valore. Lo stesso Gesù ha ricordato - nella famosa parabola - che il cuore di un Samaritano può essere migliore di quello di un credente, e che i peccatori spesso hanno cuori più aperti di chi appartiene alla “religione giusta”.
La chiamata e la fuga di Giona
Giona è chiamato da Dio a portare un messaggio a Ninive, capitale dell’Assiria, acerrima nemica di Israele. È come se nel 1938 Dio avesse chiesto a qualcuno di andare nella Germania nazista per dire: “Io sono a conoscenza di tutto il vostro male”. Giona scappa: invece di andare a est verso Ninive, prende una nave per Tarsis, a ovest.
Dio interviene con una tempesta; i marinai pregano i loro dèi e invitano Giona a pregare il suo. Alla fine, Giona confessa di essere la causa del disastro e chiede di essere gettato in mare. I marinai lo fanno e il mare si calma. Un grande pesce lo inghiotte per tre giorni e tre notti; lì, Giona prega e si pente.
Il messaggio e la distorsione
Dio rinnova la missione: “Va’ a Ninive e annuncia che il loro male è giunto fino a me”. Questa volta Giona obbedisce, ma aggiunge di suo: “Tra 40 giorni Ninive sarà distrutta”. La sua rabbia e il desiderio di giustizia personale trasformano il messaggio di Dio, che in realtà voleva portare una parola di speranza.
La conversione di Ninive
Ninive si converte: uomini e animali digiunano, e Dio li perdona. Questo manda Giona su tutte le furie. Secondo lui, il perdono non basta: serve una punizione. Ma la giustizia di Dio non è come la nostra: è intrecciata con misericordia e perdono.
L’ombra della pianta
Giona, indignato, si ritira su una collina, sperando ancora nella distruzione di Ninive. Dio fa crescere una pianta che gli offre ombra, e Giona ne gioisce. Ma il giorno dopo, Dio manda un vento secco e la pianta muore. Giona si arrabbia e chiede di morire. Dio allora gli dice: “Tu hai pietà per una pianta che non hai coltivato. Io non dovrei avere pietà di 120.000 esseri umani che non sanno distinguere il bene dal male?”.
Giona come simbolo
Il nome “Giona” significa “colomba”, simbolo di Israele e di tutti noi: fedeli, ma a rischio di trasformare la nostra fedeltà in orgoglio e disprezzo verso i peccatori. Giona rappresenta il credente che definisce la giustizia di Dio secondo i propri schemi, dimenticando che essa è inseparabile dalla misericordia.
La responsabilità del credente
Il messaggio per noi cristiani è che, proprio perché abbiamo incontrato Dio, siamo chiamati a una fede che non condanna e non esclude nessuno dalla sua misericordia. La giustizia di Dio è sempre accompagnata dal perdono.
Pregare per i nemici
Giona ci invita a seguire Gesù nel pregare e amare i nostri nemici. È uno degli esercizi spirituali più difficili: amare chi ci ha ferito richiede una forza straordinaria. Ma è l’unica via per avvicinarsi al cuore di Dio.
Conclusione: la giustizia che si compie nella misericordia
Che Giona sia un monito per le nostre vite: Dio benedica i nostri nemici e mandi loro non profeti di sventura, ma messaggeri di speranza, capaci di aprire i loro occhi con amore. Perché la vera giustizia di Dio si compie sempre nella misericordia.