TANZANIA
TANZANIA
Un viaggio che trasforma
La mia esperienza in Tanzania
Quello che voglio raccontarvi non è semplicemente un viaggio. È stato un cambiamento profondo. Una tappa che ha lasciato un segno sul mio cammino, dentro e fuori di me.
Fin da bambina ho sempre avuto il desiderio di esplorare il mondo, di conoscere culture nuove, di uscire dalla mia bolla. Così, quando a novembre 2023 ho iniziato il PEM – un percorso di preparazione all’esperienza missionaria proposto dal Centro Missionario Diocesano di Pordenone – pensavo fosse una semplice introduzione al viaggio. In realtà, si è rivelato qualcosa di molto più grande. Un vero e proprio allenamento per il cuore. Ogni incontro, ogni testimonianza ascoltata, mi ha insegnato a guardare il mondo con occhi diversi. A coltivare la tenerezza, la resilienza, l’ascolto vero.
Il 15 luglio 2024 siamo partiti. Dopo un lungo volo, siamo atterrati a Dar es Salaam, in Tanzania. La città ci ha travolti con i suoi suoni, i suoi profumi, il suo caos così vivo e lontano da tutto ciò a cui ero abituata. In quel momento ho capito: stava davvero cominciando qualcosa di nuovo.
La vera immersione però è arrivata il giorno dopo, quando siamo arrivati a Mapogoro, un piccolo villaggio incastonato nella natura. Lì, la vita scorre a un ritmo diverso. Abbiamo incontrato Baba Salvatore, un parroco siciliano che ha scelto di vivere accanto a quella comunità, costruendo legami, una scuola, speranza. Ma sono stati i bambini a colpirmi più di tutto: ci hanno accolti con sorrisi larghi, mani tese, giochi improvvisati e canti in swahili. Senza parlare la stessa lingua, ci siamo capiti.
Ogni giorno in Tanzania mi ha insegnato qualcosa. È vero, abbiamo fatto anche un safari – vedere elefanti, giraffe e zebre liberi nella savana è stato un momento da togliere il fiato – ma le emozioni più forti le ho provate guardando negli occhi le persone. Volti che raccontano storie, che portano la forza e la bellezza dell’essenziale.
Dopo due settimane a Mapogoro, ci siamo rimessi in cammino. La prima tappa è stata un ospedale gestito dal CUAMM, Medici con l’Africa. Lì ho visto cosa significa lottare ogni giorno per garantire il diritto alla salute. Un lavoro silenzioso e potente che mi ha fatto pensare: sì, si può davvero fare la differenza.
Poi ci siamo spostati verso l’interno, tra i villaggi attorno al lago Tulasimba, nella regione di Iringa. A Migoli ci hanno accolti Padre Simon e le suore Collegine. Ci hanno mostrato l’asilo, l’orfanotrofio, la clinica. Luoghi costruiti con fatica, ma animati da un amore che si percepisce in ogni gesto.
In altri villaggi, come Chapuya e Maperamenga, l’impatto è stato più duro. La povertà si faceva sentire di più, e all’inizio l’accoglienza era più fredda. Essere “wazungu” – bianchi – a volte ci metteva in una posizione complicata. Ma col tempo, con rispetto e delicatezza, abbiamo costruito ponti. E anche lì, alla fine, ci siamo ritrovati a ridere insieme.
L’ultima tappa è stata Bagamoyo. Un nome che significa “lascia il cuore qui”. È stato uno dei principali porti del commercio degli schiavi. Camminare per quelle strade, ascoltare quella storia dolorosa, mi ha lasciato dentro un senso di ferita e memoria. Ma anche lì ho visto la possibilità di una rinascita. Di una speranza che, nonostante tutto, resiste.
Tornare in Italia non è stato facile. Perché quella terra mi ha trasformata. Mi ha insegnato a guardare oltre, a farmi domande, a vivere con più lentezza e profondità.
Asante sana. Grazie di cuore.