Se l’antitesi irrisolta di corpo e spirito attanaglia ancora l’Occidente lo si deve forse al fatto che abbiamo creduto ciecamente nel principio di non contraddizione, il quale ha sancito irrimediabilmente l’esclusione reciproca degli opposti, così come la dialettica hegeliana ha definito l’annientamento di ogni pluralità. Ma la filosofia giapponese potrebbe rappresentare una via d’uscita alle contraddizioni irrisolte del pensiero occidentale?
C'è un pregiudizio che attanaglia spesso i filosofi occidentali, ovvero l'idea che nella storia delle culture dell'Asia orientale la razionalità e la logica siano meno rilevanti. In questa prospettiva, purtroppo, si continua a commettere lo stesso errore, ossia di sovrapporre il significato di razionale a quello di un unico tipo di pensiero logico, quello che ha posto le basi per l'epistemologia e quindi per la logica classica.
In sintesi, intorno al quinto secolo a.c. i Greci sarebbero stati i primi, e i soli, a pensare in senso “filosofico”, ossia il loro pensiero avrebbe cercato di liberarsi dai vincoli di una visione mitica del mondo, per descrivere invece un mondo “vero”, le cui origini potevano essere spiegate in termini naturali e realistici. E già qui abbiamo parecchi problemi e pregiudizi. La svolta del pensiero greco non ha impedito l’emergere di nuovi principi metafisici che hanno cristallizzato un nuovo antropomorfismo mitico, che però, in termini concettuali, si sostiene grazie all'idea di λόγος (logos,) la ragione che permette una conoscenza oggettiva aprendo la strada a uno studio “oggettivo” della natura. Derrida solleva a tal proposito qualche dubbio: possiamo rileggere da una prospettiva alternativa la problematica generale dei rapporti tra mitemi e filosofemi all'origine del concetto di logos in Occidente? Ossia, cosa significa l’assunto, la pretesa che il logos sia una evoluzione occidentale prodottasi all'interno della presunta differenza filosofica tra MYTHOS e LOGOS? E se invece l’origine del concetto di logos svelasse una unità configurativa di significati con narrazioni mitiche precedenti a Platone? Quali conseguenze produce nel nostro modo di indagare la realtà un tale assunto considerato indiscutibile, almeno per quanto riguarda buona parte dei filosofi occidentali? Una risposta potrebbe essere: la convinzione che non sia possibile pensare in modo diverso rimanendo razionali e logici.²
Foto di viaggio: giardino zen, Kyoto, Giappone
Ed è esattamente questo che il filosofo giapponese Kitaro Nishida riesce magistralmente a dimostrare. Il “salto evolutivo” operato dai filosofi greci in realtà avrebbe creato, tanto per fare qualche esempio, la separazione tra soggetto e oggetto e fissato quella dualità che ancora attanaglia l’Occidente. Lo aveva già denunciato ampiamente Nietzsche, svelando come persino la dialettica hegeliana, nella visione di sintesi degli opposti, rappresenti l’annullamento di ogni pluralità. La filosofia di Nishida ha come punto di partenza il campo, ossia un luogo che non è un luogo ma una combinazione di fattori variamente interpretabili, e che quindi possono assumere significati contraddittori e prospettici, in una visione complessa di processi e eventi che si susseguono senza interruzione. In questa concezione non ci sono elementi di fissità e quindi non si determinano polarità opposte dalle quali si genera il dinamismo; è semmai il dinamismo l’evento caratterizzante dal quale, eventualmente, possono astrarsi polarità opposte in un preciso momento. Va da sé che in questa visione le polarità non sono tali in quanto aventi esistenza propria ma restano parte di un flusso di accadimenti e dunque non si definiscono come cause o effetti.
Contrariamente alla visione occidentale, per le filosofie orientali la natura dell'universo è e rimane costituita da un'infinità di contraddizioni che non tendono a risolversi in una teleologia del bene (o presunto tale), che non si riassorbono in un unico Uno che annienta ogni diversità. Nella prospettiva orientale le contraddizioni, seppur tenute insieme, restano contraddizioni. In questo senso va intesa l’affermazione “l'uno è il molteplice, il molteplice è l'uno”, e non va confusa con la prospettiva mistica occidentale.
Note
1) NKZ XII 343
2) Cfr. Derrida J., La farmacia di Platone, Jaka Book 2017, pp. 75, 76, 77.
In conclusione, con buona pace del principio di non-contraddizione di Aristotele, "l'uno è contraddittoriamente composto dai molti, e i molti sono contraddittoriamente uno. Il mondo può essere visto in due direzioni – la doppia apertura – e la sua unità non è l'unità dell'unicità, come probabilmente esprimerebbe il mistico, ma l'unità dell'autocontraddizione. È sia uno che molti; mutevole e immutabile; passato e futuro nel presente. La dialettica di Nishida ha come scopo la conservazione dei termini contraddittori, ma come unità... Questa è la logica del soku, o sokuhi - l'identificazione assoluta dell'è e del non-è. Nella rappresentazione simbolica: A è A; A è non-A; quindi, A è A. Vedo che non ci sono montagne. Quindi, vedo di nuovo le montagne, ma come trasformate. E la trasformazione è che le montagne sono e non sono montagne. Questa è la loro realtà".¹
1) Carter, “The Nothingness Beyond God”. The Eastern Buddhist, vol. 18, no. 1, 1985, pp. 120–130. JSTOR, [www.jstor.org/stable/44361748]