San Benedetto da Norcia Patrono d'Europa

Ordine di San Benedetto

Abbazia di Montecassino

San Benedetto da Norcia

Cari fratelli e sorelle, 

vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo. 

Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”. 

La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.

Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo. 

Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.

All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta. 

Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel 24 ottobre 1964 san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro

Mercoledì, 9 aprile 2008

San Benedetto 

Santa Scolastica

Signori Cardinali!

Venerati Confratelli Arcivescovi e Vescovi!

Reverendo Abate di questo celeberrimo monastero!

Illustri Signori insigniti di autorità civile e militare!

e voi Sacerdoti e Monaci e Religiosi qui presenti!

voi Studenti ospiti di questa casa!

voi Fedeli e Pellegrini tutti venuti a questo incontro!

Quale saluto vi rivolgeremo Noi, se non quello consueto della pietà cristiana, quello che qui sembra avere la sua espressione più vera e più familiare: «Pax hic domui, et omnibus habitantibus in ea!»: pace a questa casa e a tutti quelli che vi hanno dimora?

Qui la pace troviamo, come invidiato tesoro nella sua più sicura custodia; qua la pace rechiamo, come ottimo dono del Nostro ministero apostolico, che fatto dispensatore dei misteri divini offre con amorosa prodigalità quell’effusione di Vita, ch’è la grazia prima sorgente di pace e di gaudio. Qui la pace celebriamo, come luce risorta, dopo che il turbine della guerra ne aveva spenta la fiamma pia e benefica.

Pace a voi, Figli di San Benedetto, che di nome così alto e soave fate emblema dei vostri monasteri, scrivete sulle pareti delle vostre celle e lungo gli ambulacri dei vostri chiostri, ma ancor meglio imprimete come legge soave e forte nei vostri animi e lasciate trasparire quasi sublime stile spirituale nell’elegante gravità dei vostri gesti e delle vostre persone!

Pace a voi, Alunni di questa scuola del divino servizio e della sincera sapienza, che qui respirate la pace, come atmosfera tonificante ogni buon pensiero, ogni buon volere, e fate un’esperienza, che riassume ogni pedagogia, essere la pace di Cristo principio e termine d’ogni umana pienezza, riflesso qual è del pensiero di Dio sulle nostre cose.

Pace a voi, Signori della città terrena, che avete l’intelligenza e il coraggio (tali virtù infatti sono necessarie per salire quassù!) di cercare in questo domicilio, come in una fresca e segreta sorgente, quella forza spirituale che quanto più sembra estranea alle vostre faccende temporali tanto più proprio per loro si palesa necessaria, ed è la virtù morale, è la speranza che le trascende e le riscatta dalla loro tragica vanità, è la bontà, in cui vorrebbe ogni sforzo umano risolversi e di cui il salmodiante colloquio con Dio possiede la sintesi estrema.

E pace a voi, Fratelli della santa Chiesa, che venendo oggi con Noi su questa sacra montagna, sentite gli animi invasi dal corteo dei ricordi antichi, delle tradizioni secolari, dei vessilli della cultura e dell’arte, delle figure dei Pastori, degli Abati, dei Monarchi e dei Santi!, sentite, come torrente placato in fiume maestoso, dalla voce incantatrice e misteriosa, la storia che passa, la civiltà che si genera e si descrive, la cristianità che si affatica e si afferma; sentite qui vivo il respiro della Chiesa cattolica. Forse la memoria mormora anche dentro le vostre menti le parole che Bossuet rivolgeva ad un grande benedettino, il Mabillon: «Je trouve dans l’histoire de votre Saint ordre ce qu’il y a de plus beau dans celle de l’Eglise» (Œuvres, X1, 107).

Ma fra le tante impressioni, che questa casa della pace suscita ora nei nostri spiriti, una pare dominare sulle altre; ed è la virtù generatrice della pace. Spesso avviene che, siccome all’idea di pace si connette quella della tranquillità, della cessazione dei contrasti e della loro risoluzione nell’ordine e nell’armonia, siamo facilmente indotti a pensare la pace come l’inerzia, il riposo, il sonno, la morte. E vi è tutta una psicologia, con la relativa documentazione letteraria, che accusa la vita pacifica d’immobilità e di pigrizia, di inettitudine e d’egoismo, e che vanta al contrario la lotta, l’agitazione, il disordine e perfino il peccato come sorgente di attività, di energia, e di progresso.

Qui invece la pace ci appare altrettanto vera che viva; qui ci appare attiva e feconda. Qui si rivela nella sua capacità, estremamente interessante, di ricostruzione, di rinascita, di rigenerazione.

Parlano queste mura. È la pace che le ha fatte risorgere. Come ancora ci sembra incredibile che la guerra abbia avuto contro questa Abbazia, incomparabile monumento di religione, di cultura, di arte, di civiltà, uno dei gesti più fieri e più ciechi del suo furore, così non ci pare vero di vedere oggi risorto il maestoso edificio, quasi esso volesse illuderci che nulla è accaduto, che la sua distruzione fu un sogno e che possiamo dimenticare la tragedia che ne aveva fatto un ammasso di rovine. Fratelli, lasciateCi piangere di commozione e di gratitudine. Per dovere del Nostro ufficio presso Papa Pio XII, di venerata memoria, Noi siamo bene informati testimoni di quanto la Sede Apostolica fece per risparmiare a questa fortezza non delle armi, ma dello spirito, il grave oltraggio della sua distruzione. Quella voce supplichevole e sovrana, inerme vindice della fede e della civiltà, non fu ascoltata. Montecassino fu bombardato e demolito. Uno degli episodi più tristi della guerra fu così consumato. Non vogliamo ora farci giudici di coloro che ne furono causa. Ma non possiamo ancora non deplorare che uomini civili abbiano avuto l’ardire di fare della tomba di San Benedetto bersaglio di spietata violenza. E non ‘possiamo contenere la nostra letizia vedendo oggi che le rovine sono scomparse, che le sacre pareti di questa Basilica sono risorte, che la mole austera dell’antico monastero ha ripreso figura nel nuovo. Benediciamo il Signore!

È la pace che ha compiuto il prodigio. Sono gli uomini della pace che ne sono stati magnifici e solleciti operatori. Noi dobbiamo loro attribuire, in premio dell’opera loro, la beatitudine che li insignisce figli di Dio. «Beati i pacifici, dice Cristo Signore, perché saranno chiamati figli di Dio» (Matth. 5, 9).

Beati gli operatori della pace. Vogliamo esprimere il Nostro elogio a quanti hanno merito in questa gigantesca opera di ricostruzione. Il Nostro pensiero va all’Abate di questo Monastero; va ai suoi collaboratori; va ai benefattori; va ai tecnici, va alle maestranze ed ai lavoratori. Un particolare riconoscimento è dovuto alle Autorità italiane, le quali hanno prodigato cure e mezzi quanto occorrevano, affinché qui l’azione della pace trionfasse sulla azione della guerra. Montecassino è diventato così il trofeo di tutta l’immane fatica compiuta dal popolo italiano per la ricostruzione di questo diletto Paese, terribilmente straziato da un capo all’altro del suo territorio, e subito, per divina assistenza e per virtù dei suoi figli, subito risorto più bello e più giovane.

Così celebriamo la pace. Vogliamo qui, quasi simbolicamente, segnare l’epilogo della guerra; Dio voglia: di tutte le guerre! Qui vogliamo convertire «le spade in vomeri e le lance in falci» (Is. 2, 4); le immense energie, cioè, impiegate dalle armi a uccidere e a distruggere, devolvere a vivificare ed a costruire; e per giungere a tanto, qui vogliamo rigenerare nel perdono la fratellanza degli uomini, qui abdicare la mentalità che nell’odio, nell’orgoglio e nell’invidia prepara la guerra, e sostituirla col proposito e con la speranza della concordia e della collaborazione; qui disposare alla pace cristiana la libertà e l’amore. La lampada della fraternità abbia sempre a Montecassino il suo lume pio ed ardente.

Ma soltanto per virtù della sua ricostruzione materiale Montecassino polarizza questi voti, nei quali Ci sembra racchiuso il senso della nostra storia contemporanea e futura? No, certo. È la sua missione spirituale, che trova nell’edificio materiale la sua sede ed il suo simbolo, che a ciò lo qualifica. È la sua capacità di attrazione e di irradiazione spirituale, che popola la sua solitudine delle energie, di cui ha bisogno la pace del mondo.

E qui, Fratelli e Figli, il Nostro discorso dovrebbe farsi apologia dell’ideale benedettino. Ma vogliamo ben supporre che quanti Ci circondano già siano informati della sapienza che anima la vita benedettina, e che coloro che la professano ne conoscano a fondo le intime ricchezze e ne alimentino in se stessi le severe e gentili virtù. Ne abbiamo Noi stessi fatto oggetto di lunghe riflessioni; ma parrebbe a Noi superfluo e quasi presuntuoso farne ora parola. Altri ne discorra e sveli qualche incantevole segreto di un simile genere di vita, qui tuttora superstite e fiorente.

A Noi è dato portare ora altra testimonianza, che non quella sull’indole della vita monastica; e la esprimiamo in un semplice enunciato: la Chiesa ha bisogno ancor oggi di codesta forma di vita religiosa; il mondo ancor oggi ne ha bisogno. Ci dispensiamo di recarne le prove, che del resto ciascuno vede scaturire da sé dalla sola Nostra affermazione: sì, la Chiesa ed il mondo, per differenti ma convergenti ragioni, hanno bisogno che San Benedetto esca dalla comunità ecclesiale e sociale, e si circondi del suo recinto di solitudine e di silenzio, e di lì ci faccia ascoltare l’incantevole accento della sua pacata ed assorta preghiera, di lì quasi ci lusinghi e ci chiami alle sue soglie claustrali, per offrirci il quadro d’un’officina del «divino servizio», d’una piccola società ideale, dove finalmente regna l’amore, l’obbedienza, l’innocenza, la libertà dalle cose e l’arte di bene usarle, la prevalenza dello spirito, la pace in una parola, il Vangelo. San Benedetto ritorni per aiutarci a ricuperare la vita personale; quella vita personale, di cui oggi abbiamo brama ed affanno, e che lo sviluppo della vita moderna, a cui si deve il desiderio esasperato dell’essere noi stessi, soffoca mentre lo risveglia, delude mentre lo fa cosciente.

Ed è questa sete di vera vita personale, che conserva all’ideale monastico la sua attualità. Così lo comprendesse la nostra società, questo stesso nostro Paese, in altri tempi, tanto propizio alla formula benedettina della perfezione umana e religiosa, ed ora forse meno degli altri fecondo di vocazioni monastiche. Correva l’uomo una volta, nei secoli lontani, al silenzio del chiostro, come vi corse Benedetto da Norcia, per ritrovare se stesso (in superni Spectatoris oculis habitavit secum, ci ricorda S. Gregorio Magno, biografo di S. Benedetto): ma allora questa fuga era motivata dalla decadenza della società, dalla depressione morale e culturale d’un mondo, che non offriva più allo spirito possibilità di coscienza, di sviluppo, di conversione; occorreva un rifugio per ritrovare sicurezza, calma. studio, preghiera, lavoro, amicizia, fiducia.

Oggi non la carenza della convivenza sociale spinge al medesimo rifugio, ma l’esuberanza. L’eccitazione, il frastuono, la febbrilità, l’esteriorità, la moltitudine minacciano l’interiorità dell’uomo; gli manca il silenzio con la sua genuina parola interiore, gli manca l’ordine, gli manca la preghiera, gli manca la pace, gli manca se stesso. Per riavere dominio e godimento spirituale di sé ha bisogno di riaffacciarsi al chiostro benedettino.

E ricuperato l’uomo a se stesso nella disciplina monastica è ricuperato alla Chiesa. Il monaco ha un posto d’elezione nel Corpo mistico di Cristo, una funzione quanto mai provvida ed urgente. Ve lo diciamo, esperti e desiderosi come siamo di avere sempre nella nobile e santa Famiglia benedettina la custodia fedele e gelosa dei tesori della tradizione cattolica, l’officina degli studi ecclesiastici più pazienti e severi, la palestra delle virtù religiose, e soprattutto la scuola e l’esempio della preghiera liturgica, che amiamo sapere da voi, Benedettini di tutto il mondo, tenuta sempre in altissimo onore, e che speriamo sempre lo sarà, come a voi si conviene, nelle sue forme più pure,. nel suo canto sacro e genuino, e per il vostro divino officio nella sua lingua tradizionale, il nobile latino, e specialmente nel suo spirito lirico e mistico. La recentissima Costituzione conciliare de sacra Liturgia attende da voi una adesione perfetta ed un’apologia apostolica. Avete davanti a voi un compito grande e magnifico; la Chiesa di nuovo vi innalza sul candelabro, perché sappiate illuminare tutta la «casa di Dio» alla luce della nuova pedagogia religiosa che tale Costituzione intende instaurare nel popolo cristiano; fedeli alle venerate ed autentiche tradizioni, e sensibili ai bisogni religiosi del nostro tempo, vi renderete ancora una volta benemeriti d’aver immesso nella spiritualità della Chiesa la vivificante corrente del vostro grande maestro.

Noi non diremo nulla adesso della funzione che il monaco, l’uomo ricuperato a se stesso, può avere, non solo rispetto alla Chiesa - come dicevamo -, ma al mondo; al mondo stesso che egli ha lasciato, ed a cui rimane vincolato per le nuove relazioni, che la sua lontananza stessa viene a produrre con lui: di contrasto, di stupore, di esempio, di possibile confidenza e segreta conversazione, di fraterna complementarietà. Diciamo soltanto che questa complementarietà esiste, e assume un’importanza tanto maggiore quanto più grande è il bisogno che il mondo ha dei valori custoditi nel monastero, e vede non a lui rapiti, ma a lui conservati, a lui presentati, a lui offerti.

Voi Benedettini lo sapete dalla vostra storia specialmente; e il mondo lo sa, quando voglia ricordarsi di ciò che a voi deve, di ciò che da voi tuttora può avere. Il fatto è così grande ed importante che tocca l’esistenza e la consistenza di questa nostra vecchia e sempre vitale società ma oggi tanto bisognosa di attingere linfa nuova alle radici, donde trasse il suo vigore ed il suo splendore, le radici cristiane, che S. Benedetto per tanta parte le diede e del suo spirito alimentò. Ed è un fatto così bello che merita ricordo, culto e fiducia. Non già perché si debba pensare ad un nuovo Medioevo caratterizzato dall’attività dominante dell’Abbazia benedettina; ora tutt’altro volto dànno alla nostra società i suoi centri culturali, industriali, sociali e sportivi; ma per due capi che fanno tuttora desiderare la austera e soave presenza di S. Benedetto fra noi: per la fede, ch’egli e l’ordine suo predicarono nella famiglia dei popoli, in quella specialmente che si chiama Europa; la fede cristiana, la religione della nostra civiltà, quella della santa Chiesa, madre e maestra delle genti; e per l’unità, a cui il grande Monaco solitario e sociale ci educò fratelli, e per cui l’Europa fu la cristianità. Fede ed unità: che cosa di meglio potremmo desiderare ed invocare per il mondo intero, e in modo particolare per la cospicua ed eletta porzione, che, ripetiamo, si chiama Europa? Che cosa di più moderno e di più urgente? e che cosa di più difficile e contrastato? che cosa di più necessario e di più utile per la pace?

Ed è perché agli uomini di oggi, a quelli che possono operare e a quelli che solo possono desiderare sia ormai intangibile e sacro l’ideale dell’unità spirituale dell’Europa, e non manchi loro l’aiuto dall’alto per realizzarlo in pratici e provvidi ordinamenti che abbiamo voluto proclamare San Benedetto Patrono e protettore dell’Europa.


CONSACRAZIONE DELLA CHIESA DELL'ARCHICENOBIO DI MONTECASSINO

OMELIA DI PAOLO VI

Festività dell’Arcangelo San Raffaele

Sabato, 24 ottobre 1964