Il cavallo nella cultura tuvana è visto come mediatore tra il mondo fisico e quello spirituale.
I tuvani eseguono un canto di gola suonando uno strumento ad arco con il manico a forma di testa di cavallo. Il termine khei - àt indica le profondità spirituali cui i cantori attingono per produrre i suoni armonici.
“Come un cavallo d’aria”, il collettivo Bow incarna un ossimoro di forza e intangibilità. Ispirate dalle profondità interiore, intraprendiamo un viaggio nomade attraverso i confini dell’espressione creativa.
“Bow”, che significa “inchino”, rappresenta un atto di umiltà e rispetto verso il processo artistico. Questo gesto interiore si traduce in una produzione che materializza frammenti del nostro spazio nascosto, trasformando suggestioni in opere tangibili.
Per noi il cavallo d’aria è un tramite da cui attingiamo per alimentare il nostro immaginario. Questo tramite, in qualche modo affine al khei-àt tuvano, non è semplicemente un serbatoio di idee, ma una vera e propria porta dimensionale.
Attraverso di esso ci connettiamo a quel mondo interiore dove risiedono le emozioni più pure, le intuizioni più profonde e le memorie ancestrali. Il khei-àt per i cantori di gola è la capacità di toccare queste profondità spirituali e di farle risuonare attraverso la voce, creando armonie che paiono provenire da un altro mondo. Allo stesso modo, per Bow, il cavallo d’aria funge da catalizzatore per un processo alchemico: trasforma le suggestioni presenti in questo spazio in opere concrete, capaci di evocare negli osservatori le vibrazioni che le hanno generate.
Non si tratta di una semplice riproduzione del visibile, ma di una traduzione fedele dell’invisibile, un eco tangibile delle risonanze del nostro khei-àt collettivo.