La gioia di essere donna
IV Domenica - Lc 1,39-45
La più bella esperienza di Dio creatore, credo, stia nell’aver generato la donna. Poche donne oggi, sanno apprezzare la femminilità generativa che li caratterizza. Un dono, il loro, che le abilita a dare vita; a una vita altra da sé. Un miracolo che si ripete ogni volta che l’amore incontra l’amore. Un’icona biblica, oggi, ci aiuta a capire quello che è avvenuto nella sorprendente esperienza della generatività di Dio. Due donne entrano in contatto con la vita, frutto di un sì disponibile detto all’eterno sogno del Creatore. Gravide di Dio. Incinte di luce piena. Fanno tra loro, l’incontro, per dare inizio alla ricreazione sognata dal girotondo della Trinità. Non più il peccato e la morte, sono i protagonisti della storia dell’uomo, ma la vita nascente. Bene dice Dio e bene dice Elisabetta a Maria, per aver creduto alla Parola che la rende generatrice di vita. Benedizione e non maledizione diviene lo scenario di questo nuovo giardino dell’Eden. Due mamme, Maria ed Elisabetta, che diventano il simbolo della vita portata in grembo con libertà. Pesanti di vita nuova, divengono i loro grembi, esempio di esistenze da accogliere e generare. Riconoscono insieme, il passaggio di Dio che le ha visitate e le ha rese madri di incontri feriali e domestici. Bella questa immagine di donna incinta, capace di varcare le soglie di tante case denudate dalla grammatica relazionale. Una donna incinta, scioglie ogni riserva, ogni resistenza comportamentale ed invita ad un saluto, contenente un promessa di futuro. Sì, tornino i seni gravidi e torni sulle nostre labbra la parola “sii benedetto”. Diciamo alle donne, incoraggiandole nella vita nascente: “sii benedetta tu e benedetto sia Lui che porti in te”. Bello, poter dire a qualcuno, sii benedetto dal cielo! “Salutare Dio in lui, vederlo all'opera, vedere il bene, la luce, il grano che germoglia, con uno sguardo di stupore, senza rivalità, senza invidia. Se non impariamo a benedire, a dire bene, non saremo mai felici” (E. Ronchi).
D.V.
Nell’uomo, il sogno di Dio
III Domenica - Lc 3,10-18
Domande, salgono all’uomo che alza la voce e fa udire
l’annuncio tempestivo di Dio. La voce che sa di danza, invade la
terra abitata da ogni categoria umana e da volti diversi, chiedono
al Precursore Giovanni: “Che cosa dobbiamo fare?”. Cambiate
moduli di vita! Non più “due tuniche” ma una! Ritmate la storia,
non dall’avere ma dal dare! Dice a tutti il Signore: “Sono felice di
essere uomo tra gli uomini”; “Sono con te, o paradisiaca creatura
plasmata dalle mie mani, non per giudicarti, ma per amarti alla
follia. Allora, Giovanni cosa dobbiamo fare perché il nostro Dio
venga tra noi? Deponete le logiche mondane. Gli affari sporchi,
cedano il passo alla trasparenza commerciale. Non più distinzione
tra ricchi e poveri. Non più potenti e deboli. Non più armadi
pieni e povertà spoglie. È credibile Giovanni con i suoi panni
essenziali e imbevuti di deserto. Rende certo il suo annuncio
perché tocca le corde della conversione. Date, dice il Profeta e il
futuro è certo. Bello, tutto questo! La domanda torna nel
vocabolario della storia. Si, non sappiamo più chiedere e se
chiediamo, chiediamo male. L’uomo che torna a domandarsi e
fare domanda è segno che attende futuro! Questo è il sogno di
Dio. L’uomo che chiede e domanda. Domande, come spazi
possibili di relazione con Dio, col profeta di turno; col papà, con
l’amico, col compagno, col vicino di casa, con tutti. “Cosa fare?”.
Una società che non si domanda più è una società spenta.
Dunque cosa faccio? Abbraccia la povertà dei sentimenti e
riempili di vita nuova. Non logiche di morte devono essere i tuoi
giorni, ma aurore nuove. Non mistificazioni del vero i tuoi e
nostri comportamenti sociali, ma autentiche vie di giustizia
sociale. Non illusioni di mondi astratti, ma feriali atteggiamenti
vita concreta. Comincio da me, comincia da te a comporre la
melodia di Dio per un mondo buono. Sogno nel sogno di Dio.
D.V.
I DOMENICA DI AVVENTO
Gemiti di vita
Lc 21,25-28.34-36
Tempo di vita è l’avvento che ci accingiamo a vivere in questo nuovo anno liturgico. La Chiesa puntualmente ci propone, come opportunità di salvezza in compagnia dell’evangelista Luca, la cosmica visione di madri pronte a partorire salvezza. La terra con i suoi gemiti ci spinge ad uscire fuori dalle nostre abitazioni feriali, per guardare i segni nel cielo, nella luna e nelle stelle, e per farci sentire parte di un'immensa vita. Un presente, quello dell’Avvento, fatto di grembi pronti a generare vita, accompagnati da una dualità di vita e di morte. «Quanto morir perché la vita nasca» (C. Rebora). Quando Dio viene, l’umanità è chiamata ad alzare il capo e a risollevarsi, a gustare le primizie della liberazione. Scoramento e delusioni, per anni compagni di viaggio della mia e altrui vita, si sono seduti alla mia tavola e per anni hanno infuso delusione e smarrimento. Ecco il destarsi, il sollevare il capo, assumendo la posizione eretta di chi ha capacità di andare oltre le piccinerie dei nostri ambienti gretti e limitati dalla paura, di chi viene a sconvolgere “il già dato”. Mai paura quando Dio viene. Lui viene per rendere la terra accogliente di vita. Come grembo futuro, capace di dare vita ai limiti genetici della attesa. Questo tempo sarà il tempo delle donne umiliate dalla sterilità della vita e che Dio, visitandole, renderà madri di speranza nuova. Questo tempo, con i suoi colori e i suoi sogni profetici, genererà uomini capaci di profezia. Tutto per un fermento di vita e non di morte. Grembi, dunque, capaci di generare un altro mondo: quello della giustizia e della pace. Mondo da custodire e da proteggere con grintosa tenerezza. Porgere la mano alla speranza significa accompagnare i primi passi dell’Avvento di Dio verso l’avvento dell’uomo nuovo.
D.V.
Gv 18,33-37
Il Re, colui che serve
Siamo giunti alla fine dell’Anno liturgico B, durante il quale abbiamo ascoltato nella liturgia domenicale il Vangelo secondo Marco. Domenica scorsa l’annuncio del Veniente, il Figlio dell’uomo (cfr. Mc 13,26), ci ha rallegrati perché questa è la nostra speranza e la nostra attesa: che il Signore Gesù venga nella gloria e venga presto. È l’apostolo Giovanni, oggi, a concludere questo cammino liturgico della Parola. E lo fa con la paradossale figura di un Re “al contrario”. Una Epifania di poteri ci presenta il discepolo che Gesù amava. E lo fa illustrandoci due poteri l’uno diverso dall’altro, l’uno di fronte all’altro. Gesù, da una parte, Pilato, dall’altra. Un potere, quello di Pilato, asservito alle forze dell’Impero Romano; l’altro, quello di Gesù, a servizio dell’umanità, dando vita e libertà per la salvezza di tutti. Una scena, quella giovannea, dove i due poteri s’incontrano per dare seguito a un confronto. Quello di Gesù non è un potere tra i poteri di questo mondo, in concorrenza tra loro. I regni della terra si combattono, il potere di quaggiù ha l’anima della guerra, si nutre di violenza. Il Regno di Gesù è altro: non è dominio ma servizio, è portatore di vita ma non di morte, è pace, giustizia e “non può essere neppure compreso a partire dall’esperienza dei poteri di questo mondo” (E. Bianchi). Allora Pilato gli disse: “Dunque tu sei re?”. Rispose Gesù: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. Ridare vita a chi la vita l’ha persa; regalare speranza a chi la speranza l’ha smarrita; regalare amore a chi dell’amore ne ha fatto solo commercio. Di queste e tante altre novità è composto il potere umano e divino di Gesù. È di questo potere-servizio che ha paura Pilato. Il potere umano altro non è che la mortificazione dell’altro – con la parola, con la negazione dei diritti, della dignità – e questa è violenza. “E sì, nasce quando non riusciamo più a vedere, a dire l’amore. Salviamoci, e salveremo il mondo” (Papa Francesco). Attendiamo che il Pilato di turno si affacci con Gesù al balcone delle nostre piazze, al balcone dell’universo, si presenti all’umanità, e dica: “Ecco l’uomo!”.“Intendendo dire: ecco il volto alto e puro dell’uomo” (E. Ronchi).
D.V.
Mc 13,24-32
L’amore di Dio è la speranza
Con questa domenica termina la lettura cursiva del Vangelo secondo Marco, che abbiamo ascoltato nell’assemblea domenicale dell’Anno Liturgico “B”. Siamo di fronte alle ultime parole di Gesù pronunciate sul monte degli Ulivi ai quattro discepoli della prima ora (cfr. Mc 1,16-20), quelli a lui più vicini: Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea (cfr. Mc 13,3). È un parlare inusuale quello di Gesù: il cosiddetto “discorso escatologico”. Niente di pauroso, niente che voglia intendere fine di tutto, anche se Gesù fa leva su idee e immagini tratte dai libri profetici. Gesù annuncia che il tempio di Gerusalemme, che si ergeva maestoso davanti a lui e ai discepoli, sarebbe andato in rovina (cfr. Mc 13,2). Perché il Maestro sembra terrorizzare i suoi quando dice: “Il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria per compiere il giudizio ultimo e definitivo”? (cfr. Mt 25,31-46). Cosa avverrà? Sembra presentarci un mondo fragile nella sua grande bellezza, ma “quei giorni” non sono giorni di morte, bensì un mondo che va alla rinascita. “Geme e soffre le doglie del parto” (Rm 8,22), ma è un universo voluto da Dio e che Dio salverà, trasfigurandolo in dimora del suo Regno. Come accadrà? Lui ci rimanda alla natura delle cose, allo stupore delle primavere, all’intenerirsi del ramo, all’ammorbidirsi per la linfa che riprende a gonfiare i piccoli canali dei rami. In tanti hanno provato ad immaginare la sua venuta nella gloria. Ogni artista, ogni pittore, ogni vivente in Cristo ha provato a rubare un colore dell’iride per dipingere il Veniente nella gloria. Che bello sapere che la sposa, la sua Chiesa, dice ripetutamente al suo Sposo: quando vieni? E Lui, da innamorato, risponde: “Io vengo presto!” (Ap 22,20). “Allora mi sento come una nave, che non è più in ansia per la rotta da seguire, perché sopra di essa soffia un Vento di cielo, e la lampada della Parola è accesa sulla prua della nave” (E. Ronchi). Se il credente saprà leggere la storia, aderendo alla realtà quotidiana della vita umana e ascoltando la Parola di Dio che sempre risuona nel suo “oggi” (cfr. Sal 95,7), allora sarà pronto per l’ora della venuta temibile e misericordiosa del Signore.
D.V.
Mc 12,38-44
Il tutto di ciò che vivi!
Il brano evangelico di questa domenica ci testimonia un attacco molto duro di Gesù verso gli scribi e i farisei, diventati nel mondo cristiano figure tipologiche, che incarnano perfidia, ipocrisia, orgoglio. “Diffidate degli scribi, degli esperti di Bibbia e di teologia! Quando escono, appaiono con vesti lunghe, filettate, addirittura colorate, indossano abiti sgargianti, si ornano di catene, di croci gemmate e preziose, cercano i volti di chi passa per essere salutati e riveriti, senza discernere le persone nel loro bisogno e nella loro sofferenza: volti che non sono guardati, ma chiamati a guardare! Nelle assemblee liturgiche hanno posti eminenti, cattedre e troni simili a quelli dei faraoni e dei re, e sono sempre invitati ai banchetti di potenti”. Gesù fa questi discorsi nel tempio, di fronte alla sala del tesoro, dove i fedeli, i pellegrini saliti a Gerusalemme, mettono le loro monete in “cassette per le offerte”. È in questo contesto che Gesù vede una donna, vedova, una persona che non conta nulla in un mondo dominato dagli uomini. La nota Gesù, la addita tra tutti come “la vera offerente”, la vera persona capace di fare un dono, di dare gloria al Signore. Due centesimi, due spiccioli, piccole monete di rame, il tutto di ciò che aveva per vivere, “sinonimo della generosità di chi dà senza riserve il poco che possiede” (Benedetto XVI). Chiama a sé i suoi discepoli Gesù e dice: “Fate attenzione! Guardate bene che cosa fa quella vedova, perché il suo atto contiene un grande insegnamento. Esso, infatti, esprime la caratteristica fondamentale di coloro che sono le ‘pietre vive’ di questo nuovo Tempio, cioè il dono completo di sé al Signore e al prossimo”. La vedova del Vangelo, come anche quella dell’Antico Testamento, dà tutto, dà sé stessa, e si mette nelle mani di Dio per gli altri. Rischia tutto, questa povera vedova, che inconsapevolmente diviene discepola di Gesù perché getta intera la sua vita. “La generosità significa dare più di quello che puoi, e l’orgoglio sta nel prendere meno di ciò di cui hai bisogno” (K. Ghibran). Piccoli gesti pieni di cuore. Ed è così: perché ogni gesto umano compiuto con tutto il cuore ci avvicina all’assoluto di Dio. Ogni atto umano “totale” contiene in sé e consegna qualcosa di divino.
D.V.
Mc 12, 28-34
Dio Amore appassionato
Uno scriba, abbagliato dalla sapienza del Galileo, si avvicina a lui per chiedergli: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. La risposta di Gesù, come al solito, non si fa attendere e, come suo solito, va oltre. Esce fuori dagli schemi classici, non cita nessuna delle dieci parole, ma pone al cuore del Vangelo la stessa cosa che sta nel cuore della vita: “Tu amerai”. Ecco lo stile di Gesù: Egli ama creare processi di vita. Parte principalmente dall’ascolto (“Ascolta, Israele”) per condurre alla fede (“Il Signore è il nostro Dio”), dalla fede alla conoscenza (“Il Signore è uno”) e dalla conoscenza all’amore (“Amerai il Signore”). Un processo di fede che inizia con “Sei amato” e racchiude “Amerai”. Corteggiati da Dio, riusciamo ad essere spasimanti per il prossimo! “La via della vita è questa: innanzitutto amerai il Dio che ti ha plasmato e poi il prossimo tuo come te stesso; e tutto ciò che non vorresti fosse fatto a te, neppure tu fallo a un altro” (Didachè 1,2). “Due parole che fanno insieme una sola parola, la prima: ‘Amare’”. “Dio si ama da un capo all’altro del mondo, e si ama infinitamente” (S. Weil). “Ma amare che cosa? Amare l’Amore stesso. Se amo Dio, amo ciò che lui è” (E. Ronchi). È un amore appassionato, un amore in cui non c’è timore (cfr. 1Gv 4,18). In breve, un amore che supera e ri-orienta tutti gli altri amori. Un amore che chiama in causa la totalità. “Amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come sé stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Insiste Gesù con il sostantivo “tutto” per esprimere il tutto che in te. Tutto ciò che muove te, vita, compassione, perdono, bellezza. Ci sono parole di Gesù anche a questo proposito: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti” (Gv 14,15); “Se uno mi ama, osserverà la mia parola” (Gv 14,23). E, ancora, nella Prima Lettera di Giovanni: “Questo è l’amore di Dio, osservare i suoi comandamenti” (1Gv 5,3). Siamo chiamati a guarire l’uomo che è in noi amando tutto di tutto e scoprire, come diceva don Tonino Bello: “…il compito di abbracciare anche il mio fratello e di aiutarlo a volare”. Perché l’amore trasforma, ognuno diventa ciò che ama. Se Lo amerai, sarai simile a Lui, cioè creatore di vita perché «Dio non fa altro che questo, tutto il giorno: sta sul lettuccio della partoriente e genera» (M. Eckhart).
D.V.
Mc 10,46-52
Ai margini della strada: la Luce!
Siamo a Gerico, la porta della Giudea ad Oriente. Mentre non solo i discepoli ma molti altri seguono Gesù, un cieco che porta il nome di Bar-Timeo (figlio di Timeo), un uomo marginale, ridotto a mendicare sulla strada, uno “scarto” di cui nessuno si prende cura, sente dire che sta per passare Gesù di Nazaret. Non vede, ma sente. Non conosce, ma riconosce. L’unica cosa che possiede è la fama di questo rabbi galileo. È qui che interagiscono in lui tutte le componenti del suo essere uomo e figlio. Bar-Timeo possiede in sé un costituente che nessuno potrà toglierli: il grido. Sì, il gemito, di cui abbiamo perso l’alfabeto; un urlo, su cui non riusciamo a sintonizzarci.“Figlio di David, Gesù, abbi pietà di me!”. In questo grido vi è una grande spontaneità, vi è la sua fede giudaica nel Messia veniente, vi è l’attesa della guarigione, della salvezza, vi è la forza di gridare e di farsi sentire, nella personale convinzione che quel rabbi può fare qualcosa per lui: dunque, è un maestro capace di cura e di amore verso chi incontra. È l’energia della vita che appare in quest’uomo, nel momento in cui il Galileo lo chiama. Non parole le sue, ma gesti di vita effervescente. “Bartimeo non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, ma balza in piedi” (E. Ronchi). È qui il segreto della domanda di chi non vede. Alzarsi – il verbo è egheíro, che esprime anche il risorgere (cfr. Mc 5,41; 6,14.16; 12,26; 14,28; 16,6)! – dal giaciglio alla postura dell’uomo che ha speranza (homo speerectus). Fede che spinge con sé in un balzo in avanti! “Rabbunì, mio grande maestro, che io veda di nuovo!”. Prima che guarire come cieco, Bartimeo guarisce come uomo. Bartimeo desidera vedere, ben oltre la semplice visione con gli occhi. Dinanzi a quest’uomo scartato si aprono porte, si spalancano sentieri nel sole. Credere è acquisire bellezza del vivere. Quest’uomo diviene l’icona del discepolo vero perché ha saputo chiedere bene; ha saputo prendere coscienza della propria cecità, gridando al Signore: “Abbi pietà di me!”. Non così è stato per i dodici discepoli, lungo tutto il cammino, che sono rimasti ciechi. Ascoltavano le sue parole ma non capivano, mostrando di essere ben lontani dal vedere gli eventi come li vedeva Gesù: prima Pietro (cfr. Mc 8,32), poi i Dodici (cfr. Mc 9,34), infine Giacomo e Giovanni (cfr. Mc 10,35-37) sono apparsi ciechi. Questo è per noi, mendicanti di luce, il desiderio della domanda giusta, da fare al Maestro:“Signore, abbi pietà di me”, “Kýrie eleison”. Questa invocazione brevissima, eppure così completa, rivolta a lui con piena fiducia può salvarci!
D.V.
Mc 10,35-45
Meritare, servendo!
Nel brano evangelico di questa domenica, dopo il terzo annuncio della sua sofferenza e morte, passaggio inevitabile verso la resurrezione (cfr. Mc 10,32-34), sono Giacomo e Giovanni che mostrano quanto sono distanti dal modo di pensare di Gesù. I due fratelli hanno seguito Gesù fin dall’inizio del suo ministero pubblico; sono i suoi primi compagni, insieme a Pietro e ad Andrea; hanno abbandonato tutto, famiglia e professione, per stare con lui (cfr. Mc 1,16-20): e, in qualche modo, si sentono gli “anziani” della comunità. Sono loro che, avvicinandosi a Gesù, domandano: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. E Gesù risponde: “Cosa?”. Ed ecco come la domanda si muta in pretesa! Diventare, essere, apparire, conquistare primati! “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. È ciò che sconcerta ogni insegnante, ogni maestro, quando all’insegnamento dato vi è una risposta diametralmente opposta. E qui va detto, con franchezza e senza ingenuità, che la comunità di Gesù è immagine delle nostre comunità: uomini e donne chiamati da Gesù e scelti da lui; uomini e donne che sovente mostrano di avere poca fede o addirittura “apistía” ossia incredulità (cfr. Mc 9,24; 16,14); uomini e donne fragili e deboli che, a volte, non riescono a comprendere le parole di Gesù, le esigenze della sequela e, dunque, contraddicono la loro vocazione e la loro identità. La comunità, peraltro scelta, istruita e formata dal Signore presente e operante in mezzo a essa, appare una povera comunità. Marco ha l’audacia di metterci davanti agli occhi la tragica parabola di questa comunità: quelli che “abbandonata la barca, le reti e il padre, seguirono Gesù” (cfr. Mc 1,18-20), nell’ora della passione “abbandonarono Gesù e fuggirono tutti” (Mc 14,50). Quanta fatica nel comprendere il Vangelo. Gesù deve educare i suoi nella comprensione dell’essere servi dei fratelli e delle sorelle! Alla chiesa oggi, ed in particolare, a quelli che nella comunità cristiana esercitano un servizio, è chiesto di lavorare non per sé, ma per il bene della comunità. E sia chiaro: nella chiesa il servizio non è finalizzato ad assicurare una dinamica di gruppo positiva ed efficace secondo schemi psicologici. “Il credente non ha nessun padrone, eppure è servo di ogni uomo. E non come riserva di viltà, ma come grandezza d’animo, come prodigio di coraggio” (E. Ronchi).
D.V.
Mc 10,17-30
Come credi? Come ami?
Anche il brano evangelico di questa domenica, come quello di domenica scorsa, sembra scritto appositamente per l’evento di grazia che la Chiesa sta vivendo: la sinodalità. È la relazione, oggi, invocata e sognata da tutti noi. Sì, relazione di incontro con qualcuno. È quello che fa Gesù, libero maestro, aperto a tutti gli incontri. È sulla strada, e non dentro strutture deificate e senza anima, che l’uomo Gesù costruisce dinamiche di conoscenze. In questo brano incontra un tale, un uomo anonimo, certamente un giudeo, un uomo che condivide con molti l’ammirazione per il rabbi di Galilea.Questo tale, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domanda: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Gesù gli risponde: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo”. “Buono” (agathós) si può dire solo di Dio perché solo Dio è veramente la bontà, l’amore, la grazia (cfr. Es 34,6-7). Sorprende la domanda di questo tale. È possibile ancora che, da parte dell’uomo, ci sia una domanda sul credere? In un oggi, dove la fede nel Dio vivente non può più essere solo adesione intellettuale, desiderio di lui, sentimento di amore, seppur profondo, ma chiamata ad essere incrocio di occhi amanti, cercatori di tesori nascosti. Gesù fissa lo sguardo su di lui, lo ama e gli dice: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”. Fa’ spazio dentro di te all’amore vero, libero e audace. Non c’è vocazione, chiamata, se non nell’amore: solo amando, il Signore chiama; solo baciando, Gesù chiede di seguirlo! Riempi la tua vita di volti e di nomi. È questo lo spavento più grande di chi osa incamminarsi dietro il progetto di Dio? Aderire è possedere una fede che ti prende tutto. Non aver paura di incrociare gli occhi di Dio perché Lui ti chiede di incrociare gli occhi di tutti. Sì, perché quando rifiuti l’amore, l’esito è la tristezza. Non è complicato quando, libero, ti accorgi che le zavorre che ti impediscono di volare vengono abbandonate per sempre. Amori, denaro, ricchezza, potere seducono e alienano, e rendono rachitici i tuoi slanci. Ciò che chiede Gesù è una “non coniugazione” psicologica e affettiva. Chiede di non avere più una famiglia umana, ma vivere e sentire come sufficiente la famiglia dei fratelli e delle sorelle che appartengono al Lui. Comprendere di essere destinatario dell’amore preveniente di Gesù e della sua misericordia è lasciare tutto e seguirlo.
D.V.
Mc 10,2-16
Volto nel volto
“Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie?”. Apre così, il brano di Marco di questa domenica del tempo ordinario. Domanda, a mio avviso, posta male da coloro che vogliono mettere in difficoltà Gesù. Non si parte mai, da un dato legislativo, per affermare un principio che ha come proponimento la salvezza della legge. “Questa è la Torah!”. Simone Weil lo dice in modo luminoso: “Mettere la legge prima della persona è l’essenza della bestemmia”. Gesù allora interviene in modo sorprendente: non entra nella casistica religiosa a proposito della Legge; non si mette a precisare le condizioni necessarie al ripudio, come facevano i due grandi rabbi del suo tempo, Hillel e Shammai; non si schiera dalla parte dei rigoristi né da quella dei lassisti. Nulla di tutto questo. Parte da Dio, dal legislatore. “Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”. In questo incontro di amore c’è la chiamata a essere amanti come Dio ama, essendo lui amore (cf. 1Gv 4,8.16), di un amore durevole, fedele, per sempre; in questo incontro c’è l’arte e la grazia del dono gratuito l’uno all’altra, a cominciare dal proprio corpo; c’è l’alleanza che fa sì che l’incontro sia storia nel tempo e tenda dunque al “per sempre”, fino alla morte, per andare anche oltre la morte. Gesù ci porta a respirare l’aria degli inizi, fa riferimento all’intenzione di Dio (e non a tradizioni umane: Mc 7,8.13), che attraverso la sua parola messa per iscritto vuole rivelarci la sua volontà. “Il nome di Dio è dal principio “colui-che-congiunge”, la sua opera è creare comunione” (E. Ronchi). La vita è un duro mestiere, perché i rapporti oggi si sono fatti duri, senza prossimità, anaffettivi, e gli uomini e le donne del nostro tempo sentono soprattutto il bisogno di tenerezza. Tenerezza come sensibilità, apertura all’altro, volto nel volto, capacità di relazioni in cui emergano l’amore, l’attenzione, la cura. “Neanche Dio può stare solo” (Turoldo). “Ma alla fine, la parola ultima sull’uomo e sulla donna non sarà quella dei due che diventano uno, ma quella di “ognuno che diventa due’” (Berdiaeff). “Amarsi è unirsi in un solo abbraccio... essere capaci di guardarsi negli occhi per capire cosa significhi “amore” (A. Ninni).
D.V.
Mc 9,38-43.45.47-48
Lo spirito di pretesa
Gesù sta continuando il cammino verso Gerusalemme insieme ai suoi discepoli, ma il clima comunitario non è pacifico. Egli fa annunci della sua passione e i discepoli non capiscono (cf. Mt 9,32) o si ribellano, come Pietro (cf. Mc 8,31-33); quando, in assenza di Gesù, viene chiesto ai discepoli di guarire un ragazzo epilettico, forse giudicato posseduto da uno spirito impuro, essi si mostrano incapaci di liberarlo dalla malattia (cf. Mc 9,14-29); infine, tutti i Dodici si mettono a discutere su “chi tra loro fosse più grande” (Mc 9,34). Ancora una volta, nella comunità di Gesù, vi è distanza. L’episodio di oggi, rivela la grettezza e la chiusura dei suoi discepoli. Giovanni, “il figlio del tuono” (cf. Mc 3,17) il fratello di Giacomo, uno dei primi quattro chiamati (cf. Mc 1,16-20), uno dei discepoli più intimi di Gesù, testimone privilegiato della sua trasfigurazione (cf Mc 9,2), vede un tale che scaccia demoni, compie azioni di liberazione sui malati nel nome di Gesù, pur non facendo parte della comunità, dunque non seguendo Gesù con gli altri discepoli. Atteggiamento persistente, questo, in tutte le comunità di ieri e di oggi. “Non era, non è dei nostri”. Ecco spuntare le nostre ataviche patologie ecclesiali. I nostri metodi da circoli di sacrestia. È Gesù a ricordare loro: “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”. Siamo ben lontani dall’agire dello Spirito, incapaci di cogliere il comportarsi di Dio. Emerge sempre in noi lo spirito di pretesa. Continuamente Papa Francesco ci ricorda: “Ci sono molte resistenze a superare l’immagine di una Chiesa rigidamente distinta tra capi e subalterni, tra chi insegna e chi deve imparare, dimenticando che a Dio piace ribaltare le posizioni”. Gesù, invece, invita i suoi a passare dalla contrapposizione ideologica alla proposta gioiosa, disarmata, fidente del Vangelo. Nella chiesa, purtroppo, si soffre di questa malattia dell’“esclusivismo” e facilmente non si riconosce all’altro la capacità di compiere il bene, di operare per la liberazione dell’uomo dai mali che lo opprimono. “Di fronte all’invasività del male, Gesù conforta: al male contrapponi il tuo bicchiere d’acqua; e poi fidati: il peggio non prevarrà” (E. Ronchi). “Dallo scompiglio di Babele, da quelle voci che strepitano una contro l’altra, avviene una radicale trasformazione: la molteplicità si fa multiforme unità, dal potere unificatore della Verità cresce la comprensione” (Benedetto XVI).
D.V.
Mc 9,30-37
La dolcezza e gli abbracci di Dio
In risposta alla rivelazione del Messia servo e alla prospettiva della sua andata verso la morte ignominiosa, i discepoli non hanno saputo fare di meglio – magari pensando al “dopo Gesù” – che discutere su chi tra di loro fosse il più grande. Nel Vangelo di Tommaso, al loghion 12, si legge: “I discepoli dissero a Gesù: ‘Sappiamo che presto ci lascerai: chi sarà allora il più grande tra di noi?’”. È una comunità confusa quella che appare oggi nel Vangelo di Marco. Il ribadire di Gesù registra fatica ad entrare in ciascuno di loro. “Testimoniare è rompere un’abitudine, un modo di essere… Rompere in meglio, cambiarla. Per questo la Chiesa va avanti per testimonianze. Quello che attrae è la testimonianza, non sono le parole che sì, aiutano, ma la testimonianza è quello che attrae e fa crescere la Chiesa” (Papa Francesco). Gesù sceglie un linguaggio ancora più semplice e opta per l’immagine della tenerezza, degli abbracci. La comprensione del Vangelo passa attraverso gesti naturali. Il Vangelo chiede questo alla comunità dei credenti. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”. Gesto semplice ma universalmente compressibile solo dai semplici, dai piccoli. Il Regno di Dio è fatto non tanto di parole alte, ma di gesti semplici che accompagnano il vissuto dell’uomo:non sa di filosofia, di teologia, di morale. Ma conosce, come nessuno, la fiducia e si affida. Gesù ci propone un bambino come padre nella fede. “Il bambino è il padre dell’uomo” (Wordsworth). “Il piccolo è colui che si lascia prendere in braccio dall’amore Dio” (T. Bello). I veri protagonisti della storia della salvezza sono loro. Noi cristiani facciamo fatica ad entrare nella logica del Maestro. Ci piace pavoneggiare, chiusi nelle nostre certezze, nei nostri presunti talenti, manomettendo perfino le cose di Dio. L’autorità che non sa stare accanto agli ultimi non sa dar loro la sua presenza, non sa ascoltare quelli che apparentemente non contano nella comunità cristiana, è un’autorità che ha cura di sé stessa. “Gesù offre il suo tesoro: il volto di un Dio che è non onnipotenza ma abbraccio: ci si abbraccia per tornare interi (A. Merini). Infatti, “Neanche Dio può stare solo, non è ‘intero’ senza noi, senza i suoi amati” (E. Ronchi).
D.V.
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Mc 8,27-35
Chi sono io per te?
La pagina offertaci oggi dalla liturgia sta al centro del vangelo secondo Marco e ci svela l’identità di Gesù. Già le prime parole del vangelo proclamavano, come una sorta di titolo: “Inizio del Vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1), ma ora questa confessione è fatta da un discepolo al centro della narrazione “vangelo”; e alla fine sarà fatta da uno che appartiene alle genti, il centurione romano che, sotto la croce, vedendo il modo in cui Gesù spirava, disse: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39). Lo scenario che si presenta in questo brano di Marco, abitato da silenzio, solitudine, preghiera, è carico della più grande intimità. È qui, che il Maestro, ha bisogno di chiedere a questo piccolo gruppo di uomini la percezione, le opinioni che la gente ha di lui. “La gente, chi dice che io sia?”. Li interroga tutti per conoscere la loro adesione: lo hanno seguito come maestro, lo ritengono un profeta, ma hanno compreso la sua vera identità? “Senza memoria non c’è identità” (H. Bergson). Ora cosa credono di Gesù? Il Rabbi avvia il metodo didattico del pedagogo. Egli fa delle domande, perché Gesù brama poeti e pensatori di vita. “La differenza profonda tra gli uomini non è tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti” (C. M. Martini). Atterra Gesù sul personale: “Ma voi, chi dite che io sia?”. Una avversativa, quasi una opinione contraria a ciò che dice la gente. Sembra dire Gesù: “non essere soddisfatto del sentito dire”, non accontentarti di ciò che ti raccontano gli altri. Tu, che dici di me? Interpella, Gesù, “il fondo stesso della nostra esistenza cosciente” (H. Bergson). Pietro, il discepolo chiamato per primo (cf. Mc 1,16-17) dice: “Tu sei il Cristo!”, cioè il Messia, l’Unto. Un discepolo deve fare spazio dentro di sé, dare tempo e cuore, prima rispondere alla domanda del Signore. “Cristo non è ciò che dico di Lui ma ciò che vivo di Lui” (E. Ronchi). Se non comprendiamo la “necessitas passionis”, non possiamo incamminarci verso il suo modo di dire “sì”, al Padre. È la sequela di Gesù che fa un cristiano, una cristiana, è “perdere la vita per lui” che significa “salvarla”: “la confessione di fede a parole non è sufficiente!” (E: Bianchi).
D.V.
Mc 7,31-37
Dio fa solo il bene!
Gesù lascia la regione di Tiro e, attraversando il territorio di Sidone, attorniato da dodici uomini e da alcune donne, va oltre il lago di Tiberiade, nel territorio della Decapoli. È lui a fare strada, insegnando ai discepoli a vivere con le folle, come il “passatore” di frontiere. In quella terra pagana Gesù aveva già guarito la figlia di una donna siro-fenicia, appartenente ai pagani. Gesù, l’uomo senza confini, riesce a superare ogni divisione culturale, religiosa, razziale, anche se la sua missione non è rivolta ai pagani, ma è diretta, secondo la volontà del Padre, al popolo di Israele, il popolo delle alleanze e delle benedizioni (cfr. Mt 10,5-6; 15,24). In quel luogo, profetizza ciò che avverrà dopo la sua morte per i suoi discepoli. Gli portarono un sordomuto, un sordo balbuziente, menomato fisicamente e simbolicamente bloccato perché pagano, incapace di ascoltare la parola di Dio e, dunque, di ripeterla ad altri. Una piccola comunità di persone riesce a portare quest’uomo da Gesù, imprigionato nel suo silenzio da una vita dimezzata. Gesù “lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: ‘Effatà’, cioè: ‘Apriti!’”. Dio fa bene il suo mestiere. Sa parlare in disparte. Pone una cura particolare. È il pedagogo dell’attenzione che, tra i suoi mestieri preferiti, ama agire nell’intimità, quando si è da soli. Il Maestro diviene tutto per lui: iniziano a comunicare così in disparte, col considerarsi, con gli occhi negli occhi, senza dirsi nulla. Un incontro fatto solo di gesti corporei e delicati. C’è qualcosa di straordinario in questo “fare di Gesù”: un risvegliare i sensi corporali, così da far ritornare in lui il senso della vita, l’amore per la vita. È questa la sfida per noi credenti di oggi. Siamo chiamati ad avere cura, carezza, confidenza, contatto con chi è balbuziente e muto nella Parola. Nessuna riserva di immunità, da parte nostra, ma comunità, comunione concretamente sperimentata e realmente vissuta! “Aprirsi all’altro, agli altri, a Dio, non è un’operazione che va da sé: occorre impararla, occorre esercitarsi in essa, e solo così si percorrono vie umane terapeutiche, che sono sempre anche vie di salvezza spirituale” (E. Bianchi).
D.V.
XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Mc 7,1-8.14-15.21-23
Dio rimane nel cuore dell’uomo
Dopo i brani tratti dal capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, la catechesi su Gesù quale “parola e pane della vita”, ritorniamo alla lettura cursiva del vangelo secondo Marco. Lo avevamo lasciato con il racconto della prima moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,30-44), lo ritroviamo con la lettura di alcuni estratti del capitolo settimo, che raccoglie parole di Gesù, eco di controversie con i farisei e gli scribi. Marco guida i suoi lettori non tanto a credere qualcosa su Gesù, ma ad essere come Gesù. Un maestro delle genti, pronto a stare nei problemi di frontiera dell’uomo, in ascolto del grido della terra, pronto a scagliarsi contro chi lo guarda, spia lui e i suoi discepoli, giudicandoli nei comportamenti, spesso non conformi alla volontà di Dio. È qui in questo stare con gli ultimi, i farisei e gli scribi vorrebbero imprigionarlo dentro la minuziosa legislazione casistica di piccolezze. Come mani lavate o no, questioni di stoviglie e di oggetti! Ai suoi discepoli non impone nulla di tutto ciò, li lascia liberi da queste osservanze che non erano state richieste da Dio. “Tradizioni”, imposte dagli interpreti della parola di Dio; e quando gli uomini producono tradizioni, vogliono che queste siano “la tradizione”, e perciò le danno la stessa autorità attribuita alla parola di Dio. “Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Il cuore di pietra, il cuore lontano insensibile all’uomo, è la malattia che il Signore più teme e combatte. “Il vero peccato per Gesù è innanzitutto il rifiuto di partecipare al dolore dell’altro” (J. B. Metz). “Non è possibile soddisfare l’esigenza di verità di un popolo se a tal fine non si riesce a trovare uomini che amino la verità” (S. Weil). E Gesù rivolgendosi alla folla, spiega: “Ascoltatemi tutti e capite in profondità, riflettete, siate intelligenti! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. I discepoli, però, non capiscono, e allora Gesù, spazientito, deve dare loro ulteriori chiarimenti: “Non capite che tutto ciò che entra nell’uomo dal di fuori non può renderlo impuro, perché non gli entra nel cuore, ma nel ventre e va nella fogna?”.
D.V.
XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Gv 6,60-69
Un Dio che muore per amore
Siamo giunti alla fine del capitolo sesto del Vangelo secondo Giovanni. In questi ultimi versetti ci vengono posti davanti l’urto e lo scandalo che le parole di Gesù hanno causato non solo nelle folle dei giudei ma anche tra i suoi discepoli. È l’ombra del fallimento: molti dei suoi discepoli si erano tirati indietro e non andavano più con lui. Ha scandalizzato troppo, Gesù, con i suoi discorsi. Profeta sì, Messia sì, Inviato di Dio sì, ma disceso dal cielo e diventato carne, corpo consegnato (verbo “paradídomi”) e donato fino alla morte violenta, carne da mangiare e sangue da bere (cfr. Gv 6,51-56): questo proprio no. Sono “parole che suonano come una pretesa insopportabile, impossibili da ascoltare!” (E. Bianchi). Ecco Gesù, quanto è difficile far comprendere, da uomo, le parole di cielo. Sai perché Gesù? Perché sei semplicemente me! Si! Semplicemente me. Un uomo come me non può essere ciò che pretendi di essere. Hai forse dimenticato la stirpe dei mormoratori? Sono loro quelli che impediscono alla grazia di avanzare serenamente e motivano le loro diffamazioni dicendo: “Questa parola è dura”. Lo so, tu non temi costoro e li “attacchi”: “Questo vi scandalizza? E quando vedrete il Figlio dell’Uomo salire là dov’era prima?”: cioè, “quando sarete messi di fronte alla realtà del Figlio dell’Uomo che, attraverso l’innalzamento sulla croce, la morte ignominiosa, salirà a Dio dal quale è venuto?” (cfr. Gv 3,14; 8,28; 12,32). È ciò che manca al cristiano di oggi non sapere più cos’è morire per amore. “Amo perché amo, amo per amare” (Bernardo Abate, Disc. 83,4-6). La tua fede, Gesù, è sovversiva. Dire: “Io sono il pane di Dio; io trasmetto la vita di Dio; la mia carne dà la vita al mondo”. Nessuno mai aveva detto “io” con questa pretesa assoluta. Ecco perché comprendo la tua sofferenza e anche tutto il peso dell’incredulità e della non comprensione da parte di quelli che da anni sono stati coinvolti con te e assidui alla tua parola. Com’è possibile questo loro comportamento? Come è possibile che un Dio va a morire d’amore, che si fa piccolo come un pezzo di pane, cibo per l’uomo? A volte mi chiedo perché nella Chiesa non si ha il coraggio di far risuonare ancora oggi questa domanda di Gesù: “Volete andarvene anche voi?”. Tu, Gesù, punti alla qualità dei tuoi discepoli, a tal punto che qualcuno deve risponderti a nome di tutti: “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna. Tu solo. Dio solo”.
D.V.
Gv 6,41-51
L’umano pane di Dio
Siamo sempre impegnati nella lectio delle parole pronunciate da Gesù nella sinagoga di Cafarnao: parole suscitate da reazioni e domande di quegli ascoltatori definiti nel quarto vangelo come “giudei”. A campeggiare il breve passo del Vangelo di questa domenica è la “mormorazione”. “Tolleranza che è una delle più amabili qualità dell’aristocrazia quirite e che le viene forse appunto dall’abuso della mormorazione” (D’Annunzio). Espressione di maldicenza subdola e pettegola con cui gli ostili a Gesù, insieme ai capi politici romani, cercano di distruggere l’onore e la reputazione del Maestro, accusandolo per quella pretesa folle, scandalosa e inaudita dell’essersi definito “pane di vita”. Per questo si domandano l’un l’altro: come può quest’uomo, Gesù di Nazareth, che appare ed è realmente un uomo, rivelarsi come disceso dal cielo, dunque venuto da Dio, inviato da lui? Come può dirsi pane, dirsi cibo capace di togliere la fame? La sua pretesa risulta inammissibile, dunque irricevibile perché attenta alla signoria di Dio (cfr. Gv 5,18; 10,33). A scandalizzare non è Gesù, ma la sua umanità. Sì, perché Lui, il Maestro delle genti, è carne incarnata, vive dando vita alle cose che non sono più. Di Lui, loro, hanno una identità ben precisa. “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: ‘Sono disceso dal cielo?’”. Di fronte a queste contestazioni e a questo disprezzo, Gesù reagisce chiedendo in primo luogo di astenersi dal mormorare e dichiara: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato”. Solo dismettendo gli abiti dell’intelligenza umana e indossando i panni dell’accoglienza del dono gratuito si può accedere a Gesù, attirati dalla sua forza divina. È Lui che ci introduce nella comunione piena col Padre e ci coinvolge nella sua vita, fatta essenzialmente di grazia. “La comunità che si nutre del pane vivo disceso dal cielo si distingue per la benevolenza degli uni verso gli altri, per la misericordia, per il perdono, imitando il perdono del Padre e di suo figlio Gesù di Nazareth” (M. Simula). “Dio non ci costringe, neppure si impone, porgendoci il dono del Figlio nel suo grande amore per Dio e per il mondo (cfr. Gv 3,16), ma ci fa un’offerta affinché sappiamo rispondergli nella libertà e per amore” (E. Bianchi).
D.V.
Gv 6,24-35
Un Dio che è dono
Dopo la moltiplicazione-condivisione dei pani, Gesù, rifiutando l’acclamazione mondana della folla che vuole proclamarlo re perché aveva procurato il cibo, fugge in solitudine sul monte (cfr. Gv 6,14-15), lasciando i discepoli che cercavano di tornare in barca sull’altra riva del mare verso Cafarnao (cfr. Gv 6,16-17). La folla, che aveva sperimentato la gioia di quel pane, si mette sulle tracce del Maestro e lo raggiunge attraversando il lago su diverse barche per chiedergli: “Rabbi, maestro, quando sei venuto qua?”. È una folla ancora errante che non ancora ha compreso il significato del “segno”. Desiderio, quello di Gesù, reso vano dalla insufficiente, ambigua e sviante curiosità della folla. Perché quel pane? È solo uno sfamare lo stomaco dell’uomo oppure è un offrire, attraverso l’Evangelo, il lievito e il fermento di vita nuova? “Amen, amen io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni (semeîa), ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Non mi meraviglia questa constatazione di Gesù. Anch’io sono carne. Anch’io sono bisogno. “Preferisco il pane, mi fa vivere, lo sento in bocca, lo gusto, lo inghiotto, è così concreto e immediato” (E. Ronchi). È difficile, Gesù, entrare nella conoscenza di un pane, di un cibo che toglie la fame materiale per donare ciò che nutre per la vita eterna. Come fa l’uomo di oggi, lontano dalle cose alte, a riconoscere la bontà di un cibo che non ha la fragranza di un pane fresco? “Operate non per il cibo che perisce, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Questi, infatti, il Padre, Dio, ha segnato con il suo sigillo”. Nutrire non è solo compito dell’uomo. Nutrire è, soprattutto, dono di Dio. “Dio non domanda, Dio dà. Non pretende, offre. Dio non esige nulla, dona tutto” (E. Ronchi). “Che fare? Che cosa dobbiamo fare per realizzare la volontà di Dio? Quale comando assolvere?”. È opera di Dio perché gli consente di operare nell’uomo, nella storia, nella vita di colui che crede. Al cuore della vita del credente non c’è la legge ma la fede. “Egli non può dare nulla di meno di sé stesso. Ma dandoci sé stesso ci dà tutto” (Caterina da Siena). Gesù è cibo e, in questa prima parte del suo lungo discorso, si presenta come cibo in quanto Parola, Parola del Padre, Parola fatta carne (cfr. Gv 1,14): Parola discesa dal cielo, Parola inviata da Dio agli uomini.
D.V.
Gv 6,1-15
A tavola con l’umanità
Per cinque domeniche leggeremo il capitolo VI di Giovanni, che richiede una breve introduzione. Trattasi di un testo incentrato sul tema del “pane di vita”, che mai appare altrove. La Liturgia della Parola domenicale interrompe la lettura cursiva di Marco e ci introduce nell’evento della moltiplicazione dei pani (cfr. Mc 6,35-44) con la lettura dello stesso episodio narrato nel quarto Vangelo. È una folla enorme quella che segue Gesù, riconosciuto come il nuovo Mosè. La sua missione tra la gente si è imposta; è considerato il profeta escatologico, ben più di Eliseo che aveva moltiplicato i pani d’orzo (cfr. 2Re 4,42-44). È Lui che rinnova le meraviglie dell’esodo e le azioni dei profeti, assenti in Israele almeno da cinque secoli. Eccolo, Gesù, alzare gli occhi e vedere che una grande folla gli viene incontro. Filippo lo provoca e gli dice: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”. Quale soluzione deve trovare Gesù davanti alla fame dei cinquemila, quella sera sul lago e sempre? Il segreto sta nel coinvolgerli, nel renderli responsabili della condivisione. “Nella vita cristiana si ha sempre poco, ma il poco condiviso basta per tutti!” (E. Bianchi). A dare l’esempio è un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci. È lui a capire che il miracolo avviene nel mettere tutto a disposizione. “Condividere” è la radice verbale del verbo “ringraziare” (eucharistésas). “Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci”. Eccolo Gesù a tavola con l’umanità: non con un pane che soddisfa il bisogno fisico, ma con un lievito che sa di generosità e di condivisione, profezia di giustizia. È questa l’arte del presiedere nelle nostre assemblee domenicali. Suscitare emozioni e germi di condivisone, di generosità. Assemblee, le nostre, non abituate a mettere a disposizione quel poco per permettere al Maestro di moltiplicare la gioia. Condividere il pasto domenicale significa prendere, rendere grazie, donare. Mai sentirsi padroni delle cose che Dio per prima ha donato gratuitamente all’umanità: “l’aria, l’acqua, la terra, il pane, tutto quello che incontriamo, non è nostro, è vita che viene in dono da altrove, da prima di noi e va oltre noi” (E. Ronchi). “La religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra” (Evangelii gaudium, n. 182).
D.V.
Mc 6,30-34
Un Dio toccato
I discepoli, ritornati dalla missione, meritano di essere chiamati “inviati”: per questo Marco li definisce “apostoli” (apóstoloi), ossia discepoli di Gesù diventati suoi missionari. Un’esperienza, la loro, segnata dalla misericordia divina. Hanno sperimentato come si può essere vicini alla gente con la semplicità dei gesti umani che accarezza la creatura, donando sollievo e salvezza. “Essi ‘raccontano a Gesù tutto quello che avevano fatto e insegnato’: azioni e parole che erano state comandate da Gesù, ma che soprattutto gli apostoli avevano imparato ad assumere stando con lui, coinvolti nella sua vita, vivendo con lui, il loro rabbi, maestro e profeta” (E. Bianchi). Sì, è la commozione la vera maestra di vita, che questi uomini rudi, esperti delle fatiche e dei pericoli del mare, hanno sperimentato, incrociando quell’umanità autentica che si manifesta nell’incontrare le persone, nell’accoglierle, nel dare loro fiducia risvegliando la loro fede. È l’essere “toccati” il segreto della missione dei Dodici, in questa vicinanza d’amore per la creatura ferita, smarrita e senza punti forti di riferimento. Loro hanno liberato la creatura, per quanto possibile, dalle diverse oppressioni, dovute alla presenza del male operante nel mondo. “Quando anche tu impari la compassione, quando ritrovi la capacità di commuoverti, il mondo si innesta nella tua anima” (E. Ronchi). Una fatica che viene accolta dal Maestro, invitandoli a restare con Lui: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’ (kat’ idian eis éremon tópon)”. Occorre, necessariamente, trovare un momento per ritemprare le forze, dopo un lavoro impegnativo come quello dei discepoli, e Gesù li porta via con sé. Ma non sempre, i piani degli uomini e dei discepoli corrispondono ai bisogni veri delle persone. “Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero”. Gesù, allora, sbarcando, vede e osserva con attenzione: non è preso dalla soddisfazione del successo, dal fatto che tanta gente lo cerca e lo trova, ma è mosso da viscerale compassione (splanchnízo). È toccato Gesù, le sue viscere si commuovono, non può restare inerme, rivive la compassione di Mosè quando vede il suo popolo senza pastore (cfr. Nm 27,17) e la compassione dei profeti che soffrono al vedere il popolo di Dio disperso e oppresso dai cattivi pastori (cfr. 1Re 22,17; Ez 34,5; Zc 10,3-12). Guardare è il primo atto d’amore del discepolo, ancora prima di parlare e di fare. È lo sguardo che induce commozione e tenerezza. “Poi, le parole verranno e sapranno di cielo” (E. Ronchi).
D.V.
Mc 6,7-13
Una missione a due
Rifiutato e contestato dai suoi a Nazaret, Gesù continua a percorrere i villaggi per predicare la buona notizia (cfr. Mc 6,6). Una missione, la sua, che coinvolge i Dodici, mandandoli a due a due innanzi a sé: la missione, infatti, può essere individuale, ma deve essere sempre svolta all’insegna della condivisione, della corresponsabilità, dell’aiuto e della vigilanza reciproca. A due a due e non ad uno ad uno. La regola della missione è la comunione visibile, da sperimentarsi e manifestare nel quotidiano, in quanto lo stile della missione è molto esigente. “Ogni volta che Dio ti chiama, ti mette in viaggio. Viene ad alzarti dalla tua vita installata, accende obiettivi nuovi, apre sentieri” (E. Ronchi). Con quale stile Gesù invia i discepoli? Con quale equipaggiamento siamo chiamati ad essere i “suoi”? Povertà e precarietà, mitezza e sobrietà sono lo stile dell’inviato. Non conquiste, non arruolamento di persone, ma segno eloquente del Regno di Dio perché “solo l’amore crea” (san Massimiliano Kolbe). “Bagaglio leggero impone il viaggio e cuore fiducioso. Domani non so se qualcuno aprirà la porta ma confido nel tesoro d’amore disseminato per strade e città, mani e sorrisi che aprono case e ristorano cuori...” (M. Marcolini). Uno stile che permetta di guardare non tanto a sé stessi, come a modelli che devono sfilare e attirare l’attenzione, bensì che esprimano la testimonianza dell’unico Signore: Gesù. È questa la sfida che si presenta dinanzi a noi oggi. “L’annunciatore deve essere infinitamente piccolo, solo così l’annuncio sarà infinitamente grande” (G. Vannucci). Lui dispone di una varietà di uomini donne, presi da ogni estrazione sociale, e ne fa non dei saccenti dalla parola seducente, o persone che attraggono e meravigliano ma non convertono nessuno, o perché soddisfano gli orecchi ma non penetrano fino al cuore. Sorprende che Gesù insista più sulle modalità dell’annuncio, che non sui suoi contenuti. Noi cristiani dobbiamo sempre interrogarci: viviamo il Vangelo oppure lo proclamiamo a parole senza renderci conto della nostra schizofrenia tra parola e vita? “La vita cristiana è una vita umana conforme alla vita di Gesù, non innanzitutto una dottrina, non un’idea, non una spiritualità terapeutica, non una religione finalizzata alla cura del proprio io” (E. Bianchi): la notizia che annunci che Dio è già qui, in mezzo a noi.
D.V.
Mc 6,1-6
L’inedito di Dio
Il brano evangelico di questa domenica ci interroga, in particolare, sul nostro atteggiamento abituale e quotidiano: atteggiamento che, in profondità, non spera nulla e, dunque, non attende nessuno; atteggiamento che non riesce ad immaginare che, dal quotidiano, dall’altro che ci è familiare, da colui che conosciamo, possa scaturire per noi una parola veramente di Dio. Gesù continua la sua missione nell’annunciare il Regno di Dio e lo fa lì, dove forse trova resistenza: tra i suoi. E a Nazaret, da figlio della sua terra, non è creduto e, annota il Vangelo, “non vi poté operare nessun prodigio”; ma subito aggiunge: “solo impose le mani a pochi malati e li guarì”. Perché tanta resistenza nel credere che Gesù è il Figlio di Dio? Troppo umano? Sì! Troppo umano. Come poter riconoscere in un figlio della propria terra i tratti profetici? Come riconoscere la sua capacità di operare guarigioni, le sue azioni miracolose, la sua parola autorevole, che colpisce e appare ricca di sapienza? È nel suo inedito dire il segreto. Gesù prende le distanze dalle cantilene omiletiche che non colpiscono più. Irrita Gesù, con il suo libero annunciare che Dio non condanna più. Annuncia vicinanza e leggi che giustificano le incapacità di uomini e donne di Chiesa, incapaci di amore. Per questo, il giovane adulto Gesù, cresciuto a Nazaret, irrita e suscita malumore. Riesce a rimanere laico Gesù. Prende la distanza dai riti vuoti che non parlano più alla gente di strada. Adotta una liturgia che sa di casa, “di terra, di orto, di lago, quelle di tutti i giorni”. Oggi, anche per noi, uomini e donne di sacrestia, sorprende e scandalizza Dio con la sua umanità, con la sua prossimità. Dunque, quel ritorno al villaggio natale è stato un fallimento. Gesù lo comprende e osa proclamarlo ad alta voce: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. Anche noi, il più delle volte, siamo incapaci di comprendere che Dio passa attraverso gesti semplici e umani. Lui, il Maestro di Galilea, prende le distanze da atteggiamenti ingessati e falsi. È troppo umano, poco sacrale, poco rituale! Una intuizione luminosa di Heidewick di Anversa: “Ho capito che questa è la compiuta fierezza dell’amore: non si può amare la divinità di Cristo senza amare prima la sua umanità”.
D.V.
Mc 5,21-43
Nel “tocco” la Vita!
Le due azioni di Gesù, riportate da Marco nel brano evangelico di questa domenica, risultano unite dal verbo “toccare”: Gesù è toccato da una donna emorroissa e tocca il cadavere di una bambina. Due azioni vietate dalla Legge eppure, in questo caso, evidenziate come azioni di liberazione e di carità. È sulla strada che porta verso il dolore e la paura di una morte annunciata che il Maestro esplode nella sua piena umanità. Un’umanità fatta di tocco, di carezza, di espressione: ci sono anch’io! Una donna si fa strada, apre un varco, si lancia, pur morta a causa dell’impurità (cfr. Lv 12,1-8; 15,19-30), tocca il Santo perché lo desidera. L’esclusa scavalca la Legge perché crede in una forza più grande della Legge. Non teme Gesù il gesto trasgressivo della donna, anzi ne apprezza il coraggio di osare e di incoraggiare la fede: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. Non è un semplice miracolo, quello di Gesù, ma è un ridonare dignità. È dire: “Io sono qua!”. Toccare è sempre vicinanza, reciprocità, relazione; è sempre un vibrare dell’intero corpo al contatto con il corpo dell’altro. Prosegue, Gesù, il suo cammino e va incontro alla morte di una fanciulla, figlia di un membro autorevole della sinagoga, il quale riconosce nel Maestro l’autorità capace di liberare la figlioletta dal decesso. Entra, Gesù, nella casa di Giairo, dove prefiche e suonatori appaltati cantano e suonano note di morte. Ma Lui è lì per annunciare e professare solo la risurrezione di vita: “Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme”. Non morta, ma dormiente in attesa di un tocco di vita. Non può il Maestro interrompere l’età dell’amore, del fidanzamento. Svegliati, alzati! “Alzati, amica mia, mia bella e vieni” (Ct 2,10). Non sono parole magiche di cui si servivano taumaturghi o maghi: la parola di Gesù è chiara ed esprime apertamente la sua volontà. Il Signore non salva, quindi, solo dalla morte intesa come termine della vita, ma dona a chiunque voglia seguirlo, a chi, per fede, crede e accetta questo dono, una vita “in piedi”, una vita che lotta quotidianamente contro ciò che la fa morire, contro il peccato che minaccia di schiacciarla. “Anche noi dobbiamo di continuo lottare contro il male, il negativo, e imparare a rigenerarci, a rivivere” (S. Weil). La fede biblica è che Dio è Dio dei vivi e non dei morti, e che le “creature del mondo sono portatrici di salvezza e in esse non c’è veleno di morte. Dio non ha creato la morte” (Sap 1,13-14).
D.V.
Mc 4,35-41
A modo mio, Io ci sono!
Dopo aver narrato ai discepoli e alle folle alcune parabole da una barca appena scostata dalla spiaggia (cfr. Mc 4,1-34), Gesù decide di passare all’altra riva del mare di Galilea: si tratta di un’“uscita” dalla terra santa di Israele e di un andare verso la terra abitata dai pagani. Perché questa traversata? Perché affrontare una notte di tempesta e di paura sul lago? Perché questo suo modo, così strano, di stare con i suoi nella barca, in un assoluto abbandono di sonno? I discepoli iniziano la traversata del lago e questa volta sono loro ad imbarcare il Maestro (espressione unica perché, di solito, è Gesù che prende con sé i discepoli: cfr. Mc 9,2; 10,32; 14,33). È stanco Gesù, eppure attraversa un luogo che, per simbologia biblica, raccoglie le forze del male che si scatenano in tempesta. È qui che il demonio si scatena contro la barca dei discepoli. La notte li scuote e in quest’ora di tenebre i discepoli non riescono più a governare la barca. “È nella notte che nascono le grandi domande: Non ti importa niente di noi? Perché dormi? Destati e vieni in aiuto!” (E. Ronchi). La prova appare improvvisa e mi fa toccare con mano che mi manca qualcosa. La prova mi fa porre domande, può stordirmi. Tento di schivarla, di fare “come se non...”, ma qualche volta accade e la barca sembra colma, mi sento affondare: come gestisco il tempo, l’ansia, l’attesa...? La prova mette in luce una mancanza che può favorire la ricerca oppure mettere in ansia. Ora sono chiamato in gioco proprio io... E Lui dov’è? A modo suo, Lui c’è! Sì, il Signore vuole salvarci, ma ci chiede di far scendere in campo tutte le nostre forze necessarie: intelligenza, forza del cuore, capacità. Per questo, Gesù li rimprovera con parole dure. Non solo chiede loro: “Perché siete cosi paurosi?”, ma aggiunge: “Non avete ancora la fede?”. Discepoli senza fede, senza adesione a Gesù: lo seguono, lo ascoltano, ma non mettono in lui piena fiducia… Qui noi siamo veramente strappati dalla nostra solitudine, liberati dal male di rimanere confinati nel nostro io o ricacciati nel “punto zero”, in cui misuriamo il mondo a partire da noi stessi: si chiama narcisismo. Un invito a diventare adolescenti e giovani del desiderio, che cercano una stella, che si pongono le domande che contano: quelle autentiche e vere!
D.V.
Mc 14,12-16.22-26
Affamato di dono
La festa dell’Eucaristia o del Corpo del Signore (secondo il “Messale” di Pio V) o solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (per il “Messale” di Paolo VI), come la solennità della Trinità celebrata domenica scorsa, è tardiva. È stata istituita nel XIII secolo, e nel secolo seguente faticò ad imporsi in Occidente, restando sconosciuta alla tradizione ortodossa. Una contemplazione che si pone fuori dal Triduo pasquale, in quel Giovedì Santo quando il Maestro e Signore istituì, per i suoi, l’Eucarestia. Il brano proposto dalla liturgia è il racconto dell’Ultima Cena nel Vangelo secondo Marco, in quella stanza preparata per Lui e per i suoi discepoli. È lì che Gesù pronunciò il verbo nitido come un ordine: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio”. È lì che il Signore sconcerta i suoi. Io non voglio che voi mi adoriate. Non desidero incensi e profumi. “Io voglio stare nelle tue mani come dono, nella tua bocca come pane, nell’intimo tuo come sangue, farmi cellula, respiro, pensiero di te”. “Stringiti in me, stringimi in te” (G. Testori). Noi li prendiamo non come pane e bevanda comuni, ma come Gesù Cristo, il Salvatore incarnatosi, per la parola di Dio, che “prese carne e sangue per la nostra salvezza, così abbiamo appreso che anche quel nutrimento, consacrato con la preghiera che contiene la parola di Lui stesso e di cui si nutrono il nostro sangue e la nostra carne per trasformazione, è carne e sangue di quel Gesù incarnato” (Giustino, Prima Apologia). L’apostolo Paolo parla di dono del sangue di Cristo: “La prova che Dio ci ama tutti è che il Cristo è morto per noi, mentre noi eravamo peccatori” (cfr. Rm 5,7-8). Qui dovremmo cogliere come il dono dell’Eucaristia non è un premio, un privilegio per i giusti, ma un farmaco per i malati, un viatico per i peccatori. L’Eucaristia altro non è che narrazione in parole e gesti dell’amore di Dio, è la sintesi di tutta la vita del Figlio Gesù Cristo, la sintesi di tutta la storia di salvezza. “Non possiamo rimanere in chiesa; la Messa è una forza che spinge fuori!… La Messa obbliga ad abbandonare la tavola, sollecita all’azione, spinge a lasciare le nostre cadenze residenziali” (T. Bello). “Non c’è consolazione, non c’è conforto, non c’è assenza di lacrime che non abbia il suo riferimento a Gesù Eucarestia” (D. M. Turoldo).
D.V.
Il “noi” di Dio
Domenica scorsa, con la celebrazione della Pentecoste, pienezza delle energie della resurrezione di Cristo, abbiamo concluso il Tempo di Pasqua e siamo entrati nel Tempo “per annum”. La Chiesa ci pone dinanzi ad una consuetudine liturgica, facendoci celebrare la festa della Santissima Trinità. Un invito, quello della Chiesa, ad entrare nella relazione di Dio per comprendere il racconto dell’uomo, mutando “l’io” nel “noi”. Il tu e, quindi, il noi vengono prima dell’io o per meno l’accompagnano. “Si potrebbe quasi dire che io esisto soltanto nella misura in cui esisto per gli altri, o, al limite, che essere significa amare” (E. Mounier). Non si può più parlare di Dio senza parlare dell’uomo e, soprattutto, non si può più andare a Dio se non attraverso “la via” (Gv 14,6), che è suo Figlio Gesù Cristo, nato da Maria, vissuto tra di noi, morto e risorto nella nostra storia. È questo spazio di Dio che ci permette di spingerci nella quasi timida comprensione del mistero trinitario: “Mistero reso accessibile, dalla familiare e paterna confidenza col ‘Padre nostro’, formula, che rivela la nostra identità, e ci fa, figli amati di tale comunione. Una formula che risolve il teorema della solitudine e il problema dell’orfanezza” (papa Francesco). I nomi che Gesù sceglie per dire Dio sono nomi di famiglia, di affetto: Padre e Figlio, “nomi che abbracciano, che si abbracciano”. È qui, in questo mistero di natura e di persone, che i peccatori, i fragili e i dubbiosi riescono, nella loro vita quotidiana, ad invocare per amore: “Signore, aumenta la nostra fede” (cfr. Lc 17,5). È lo Spirito di Dio a dare respiro ai corpi. Spirito “che si unisce a noi e unisce noi a sé stesso, effettuando la nostra unione con Cristo” (Mühlen). È lui, lo Spirito, che rende possibile il “noi” ecclesiale della comunione in Dio. La comunità dei discepoli ha le sue radici nella vita “triunitaria” del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. “Dio ormai non è più nell’alto dei cieli, ‘Santo, Santo, Santo’ (Is 6,3) – ossia Altro, Altro, Altro – ma è il Dio-uomo, il Dio-con-noi, uomo tra gli uomini, che in Gesù ci accompagna sulle vie del mondo; e la comunione di Dio, comunione plurale, è la nostra dimora” (E. Bianchi). “Che sia anche la festa in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria” (T. Bello).
D.V.
Il “compagno inseparabile”: lo Spirito
Gv 15,26-27; 16,12-15
“Quando verrà il Parákletos”: il chiamato accanto come avvocato difensore, soccorritore e consolatore, lo Spirito di verità, colui che “parlerà in voi” e vi “insegnerà ciò che occorre dire”. Parole che Gesù dice ai suoi discepoli, mentre li affida, preparandoli, ad un compagno nuovo, capace di farli uscire dal “neolitico” delle loro coscienze, introducendoli ai piani alti dell’intelligenza umana. Un compagno pronto a scuotere la stabilità domestica, per riempire di primavere autentiche; di fecondità e di dinamismo vitale le cose che gli uomini hanno reso immobili. Soffio abilitato ad essere “vento amico che fa nascere i cercatori d’oro” (G. Vannucci). Accogliere l’inseparabile amico significa accogliere il Vangelo dal suo inizio, la buona notizia di un Gesù uomo, nato da donna, vissuto come “carne fragile”, crocifisso e risorto da morte: un Gesù che è stato “sárx”, carne, umanità, e che ora è vivente in Dio nella gloria, quale suo Figlio per sempre. È presente sempre l’amico e compagno inseparabile del credente: lo Spirito. Presiede alle nascite e alle rinascite che vengono dall’alto. Rischiara e approfondisce, lo Spirito, il mistero di Dio e del Figlio suo inviato nel mondo, morto e risorto. Il discepolo impara a conoscere il Signore ogni giorno della sua vita, “di inizio in inizio, per inizi che non hanno mai fine” (Gregorio di Nissa). La vita del discepolo deve essere vissuta per una comprensione sempre più grande, e tutto ciò che una persona vive (incontri, realtà, ecc.), attraverso l’energia dello Spirito Santo, apre una via, approfondisce una conoscenza, rivela un senso. Il dono che Gesù fa alla Chiesa universale è fonte di diversità e di originalità. Lo Spirito, profumo pulito, fra tanti miasmi e cattivi odori, il respiro di Dio, apre all’onestà e alla competenza. Olezza rispetto e stima reciproca l’Alito del Padre, tra uniformità ed eliminazione dell’unicità della persona. Papa Francesco indica a tutti la fraternità come coordinamento fondamentale ed imprescindibile per l’annuncio del Vangelo e il suo servizio. “La fraternità non ci si sceglie, ci si trova”. Essere Chiesa significa avviare laboratori di umanità e svincolare la mente da presunte verità per toccare quel Dio “sensibile al cuore”, sognato da Pascal.
D.V.
L’ASCENSIONE
Mc 15,16-20
L’affido del mondo
Il brano evangelico che la liturgia ci propone per la Solennità dell’Ascensione del Signore è tratto dalla conclusione inserita successivamente al Vangelo secondo Marco da parte di “scribi cristiani”. Secondo questa integrazione, Gesù apparve al gruppo dei Dodici privi di Giuda, quindi agli Undici mentre giacevano a tavola. È una comunità sconvolta, incredula, assalita dal dubbio, nonostante le varie apparizioni del Risorto. Per questo, quando Gesù “alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, li rimproverò per la loro incredulità (apistía) e durezza di cuore (sklerokardía), perché non avevano creduto (epísteusan) a quelli che lo avevano visto risorto” (Mc 16,14). “Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non ascoltate?” (Mc 8,17-18). Non è facile, per una comunità chiusa nel dubbio, andare in tutto il mondo ed annunciare che Egli è vivo. Come annunciarlo, se neppure loro credono? “Andate in tutto il mondo, annunciate la buona notizia a tutta la creazione”. Come li manda Gesù? Con la trafittura delle mani e dei piedi (cfr. Lc 24,39-40) e con quella del costato (cfr. Gv 20,20.27). Sì, dal basso comincia l’annuncio, dalla storia quotidiana della gente, dai mille tramonti e dalle sospirate aurore. Dai colori sofferti di chi non gode di speranza attesa. Andare senza febbre “proselitista”, senza cercare di guadagnare a ogni costo dei credenti. Andate, dice Gesù, mentre Lui, il Maestro e il Signore, è andato avanti per accendere il suo roveto all’angolo di ogni strada. Lui ora, ascendendo al cielo, è “più intimo a me di me stesso” (Sant’Agostino): “agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano”. “L’Ascensione non è un percorso cosmico ma è la navigazione del cuore che ti conduce dalla chiusura in te all’amore che abbraccia l’universo” (Benedetto XVI). Lui ci chiede di essere cristiani lì dove ci troviamo, con mezzi poveri, ma credibili, vivendo il Vangelo e amando Gesù Cristo al di sopra di tutto e di tutti. È di questi cristiani e di queste cristiane che abbiamo bisogno, di discepoli e discepole, non di militanti! È questo ciò che Gesù ci ha affidato: “dare al mondo segni che egli è risorto e vivente, che lavora insieme a noi e conferma la nostra povera parola con la Parola potente del Vangelo e con i segni del suo operare”.
D.V.
VI DOMENICA DI PASQUA
Gv 15,9-17
Innamorati, non servi!
Nei “discorsi di addio” (cfr. Gv 13,31-16,33), con cui Giovanni svela le parole del Signore risorto alla comunità, per due volte è annunciato il “comandamento nuovo”, ultimo e definitivo: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34); “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12 riportato nel brano di questa domenica). È qui l’essenza del cristianesimo. In questo comando si gioca la nostra fede, in questo canto dal ritmo miocardico degli amanti, in quel palpito che solo chi ha vissuto e vive l’innamoramento tenta di spiegare il vero amore. L’amore, dunque, ha origine in Dio e da Dio discende, creando una relazione dinamica nella quale ogni persona è chiamata ad accogliere il dono dell’amore, a lasciarsi amare per poter diventare soggetto di amore. “Dobbiamo tornare tutti ad amare Dio da innamorati, e non da servi” (L. Verdi). A volte ho l’impressione che si abbia paura del vero amore oggi. Si ha quasi paura di essere intrappolati dall’amore. Spesso si fugge, “spesso noi resistiamo, ci difendiamo dall’amore, abbiamo il ricordo di tante ferite e delusioni, ci aspettiamo tradimenti” (E. Ronchi). “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Per noi l’abisso di amore estatico lo comprendiamo solo nell’incommensurabile amare di Dio. Solo l’amore sa essere pretesa: “Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi”. “Dio sa amare e di questo amore di Dio dice di avere conoscenza, di averne fatto esperienza” (E. Bianchi). Quanta umanità in queste parole del Maestro. “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici”. Bello! Gesù è affamato di amicizia vera: amicizia non elemosinata, non finta, né imposta, ma amicizia dolce di amanti, quella che rende armonioso il cuore di ogni uomo e di ogni donna. Tutto è racchiuso in quel “pari” amicale. Lui, Gesù, non è un superiore o un inferiore. Lui non pone distinzione tra chi ordina e chi esegue. L’amicizia non può avere gerarchie. Non basta nutrire un amore di desiderio o di attesa per Dio: no! Lo amiamo se realizziamo il comandamento nuovo dell’amore reciproco. In fondo un po’ tutti, come dice il mistico indiano: “L’uomo impara la sua prima lezione d’amore, amando un essere umano, ma in realtà l’amore è dovuto soltanto a Dio” (Inayat Khan).
D.V.
V DOMENICA DI PASQUA
Gv 15, 1-8
Frutti succosi di vita
La pagina odierna è tratta dai “discorsi di addio” (Gv 13,16-31,33), parole che il Risorto glorioso e vivente rivolge alla sua Chiesa. Gesù afferma: “Io sono la vite e il Padre mio è l’agricoltore, il vignaiolo”. È sovente Gesù entrare in questi linguaggi familiari agli Ebrei. Grano, olivo e vite, tipiche piante del Mediterraneo, che contrassegnano la Terra d’Israele. Oggi, con questa pianta, la vite, da cui si ricava il vino, Giovanni vuole rallegrare il cuore dell’uomo e dell’umanità (Sal 104,15). Pianta simbolo della vita abbondante e gioiosa, adottata e scelta come vigna del Signore, immagine del Popolo del Signore, cantata dai Profeti e dai poeti dell’Antico Testamento. Vite scelta, strappata all’Egitto e trapiantata nella terra promessa da Dio stesso (cfr. Sal 80,9-12), coltivata con cura e amore dal Signore, che da essa attende frutti (cfr. Is 5,4). Gesù, rivelando di essere la vite vera (alethiné) – come Geremia proclama di Israele: “Ti ho piantato quale vite vera (alethiné)” (Ger 2,21 LXX) – si definisce l’Israele autentico, piantato da Dio: pretende, quindi, di rappresentare in sé tutto il suo popolo, proprietà del Signore. È la tenerezza dell’agricoltore che, con dolcezza e premura, lavora con tutto il suo impegno la vigna. È un Dio che tocca e che pota perché immagina e sogna una vite di frutti succosi, pieni di leggiadra peripezia. Sono un credente fortunato perché il mio Dio è questo: un vignaiolo fatto di sole e di sudore. Dio è il vignaiolo che ama la sua vigna ma da essa è frustrato (cfr. Is 5,1-7; Ger 2,21; 5,10; 6,9; 8,13); è il vignaiolo che piange la sua vigna, un tempo rigogliosa ma ora bruciata e desolata (cfr. Os 10,1; Ez 15,1-8); è il vignaiolo invocato in soccorso della sua vigna devastata e recisa (cfr. Sal 80,13-17). Sì, Gesù, il Messia di Israele, è la vigna che ricapitola in sé la storia del Popolo di Dio, assumendo i suoi fallimenti, le sue cadute e le sue sofferenze. Egli è il testimone dell’amore fedele di Dio che, nella sua misericordia inesauribile, rinnova l’alleanza con il suo popolo. Immagino questo mio Dio, seduto su un muro a secco, a contemplare la sua vigna che, dopo averle dato il necessario, è in attesa di frutti succulenti, pronti non solo a rallegrare Lui, Dio della vita, ma ogni uomo e ogni donna di buona volontà. Suo unico obiettivo: “la fioritura di tutto ciò che di più bello e promettente pulsa in me”.
D.V.
Gv 10,11-18
Il Pastore rassicurante
Sono numerosi gli appellativi che il Vivente da di sé: “Io sono”, quando specifica “il pane della vita” (Gv 6,35); “la luce del mondo” (Gv 8,12); “la porta delle pecore” (Gv 10,7); “la resurrezione e la vita” (Gv 11,25); “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6); “la vite” (Gv 15,5). Nel brano di quest’oggi, dopo essersi presentato come la porta dell’ovile, Gesù dichiara per due volte: “Io sono il pastore buono e bello”. E aggiunge: il “rassicurante”. Sì! Oggi, più che mai, abbiamo bisogno di guide capaci di autenticità, vere, forti e combattive, che non fuggono, a differenza dei mercenari, e che hanno il coraggio di lottare e di difendere il loro gregge dai lupi. Vittorio Bachelet, vittima delle spietate Brigate Rosse, diceva: “Non si vince l’egoismo mostruoso che stronca la vita se non con un supplemento di amore”. L’amore del buon pastore per le sue pecore provoca il suo esporre, il suo deporre la vita per la loro salvezza. Essere pastori rassicuranti significa abilitarsi, soprattutto, per un sano discernimento, ovvero la propensione a studiare, capire, confrontarsi a partire dai temi – complessi – dell’oggi. Abbiamo bisogno di vaccini capaci di allontanare “il rischio, sempre in agguato, di essere contaminati dal virus della stupidità” (G. Albanese). La difesa rassicurante, oggi, passa attraverso l’affermazione del primato della riflessione su ogni genere di banalizzazione, evitando di scadere nei pregiudizi o nei luoghi comuni. Pastori capaci, come Gesù, di conoscenza delle attese della povera gente. “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre”. “Gesù non è venuto a portare un sistema di pensiero o di regole, ma a portare più vita (Gv 10,10); a offrire incremento, accrescimento, fioritura della vita in tutte le sue forme” (E. Ronchi). Non pastori dai regi “padulamenti”, ma dal “coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare e amare…, che hanno rinunciato alla lotta tirando i remi in barca” (C. M. Martini). Poter scrivere, a conclusione della propria esistenza, come riporta l’iscrizione tombale di Albercio, cristiano della fine del II secolo: “Sono il discepolo di un pastore santo che ha occhi grandi; il suo sguardo raggiunge tutti”.
D.V.
III DOMENICA DI PASQUA
Lc 24,35-48
“Non abbiate paura!”
Sempre nel medesimo giorno, “il primo della settimana” (Lc 24,1), il giorno unico della resurrezione, a conferma dell’esperienza originale vissuta dai due discepoli, improvvisamente, si accorgono che Gesù è in mezzo a loro e fa udire la sua parola: “Pace a voi!”. Questo saluto, “Shalom ‘aleikhem!”, rivolto ai discepoli scossi e turbati dagli eventi della passione e della morte, significa: “Non abbiate paura!”. Non un rimprovero, né un minimo di turbamento sul volto del Risorto, ma solo un bussare alle porte della mia paura, per farmi presente il dono buono: la sua pace. “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; uno spirito non ha carne e ossa, come vedete che io ho”. La pace passa attraverso questa esperienza di morte e chiede ai discepoli di incontrarlo nei segni della sofferenza. Desidera ardentemente essere accolto come amico dal volto umano perché il grido della risurrezione passa attraverso coloro che sono ancora nell’ombra di morte. Il Risorto non ci chiede di abbracciare i fantasmi della fede, ma la carne umana, il corpo di tanti malcapitati della storia, del povero, dell’affamato, del malato, dell’oppresso, della vittima dell’ingiustizia e della violenza! Mangiano insieme, a conferma di un corpo capace di condivisione, affinché credano che il Crocifisso ha vinto realmente la morte. Il suo corpo crocifisso è un corpo ora vivente, “un corpo spirituale” (1Cor 15,44): vivente nello Spirito dirà l’apostolo Paolo. Ma soprattutto una presenza che sa, attraverso le Scritture, rianimare in loro la fede per renderli finalmente credenti. Chiede di ricordare le parole dette mentre era con loro perché quelle parole erano profezia e parola di Dio che si doveva avverare. Dunque, non annunciatori della parola ci vuole il Risorto, ma testimoni credibili, discepoli che hanno capito il disegno salvifico di Dio che si è compiuto nella passione, nella morte e nella resurrezione del Signore. Lui è potenza di vita. Mi avvolge di pace, di perdono, di risurrezione e vive in me per sempre. “Credere alla parola del Signore è molto più difficile che credere ai miracoli. Ciò che si vede solo con gli occhi del corpo, abbaglia; ciò che si vede con gli occhi della mente che crede, illumina”.
D.V.
II DOMENICA DI PASQUA
Nelle ferite, l’Amore
Gv 20,19-31
“Otto giorni dopo”, nel primo dì della seconda settimana dopo la tomba vuota, torna il Vivente. L’“ottavo” giorno, il giorno della pienezza e del compimento, mi ha sempre incuriosito perché figlio di questo giorno. È il giorno della verifica, del dubbio, della paura, in cui l’abbandonato ritorna anche per chi è ancora incredulo davanti agli eventi accaduti. “Abbiamo visto il Signore!”. È l’annuncio pasquale che dovrebbe essere sufficiente per accogliere la fede nel Risorto. Il Risorto, uomo anche della carne, sa che non basta solo annunciare la fede e dire: “Lui è vivo”! Occorre richiamare il dubbio di Tommaso, le lacrime della Maddalena e delle donne che vanno per piangere su una tomba vuota. Sì, occorre richiamare il Vivente perché si renda presente. E Lui si mostra ancora e si fa vedere. Lui, l’uomo che ben conosce il patire, ha imparato bene la lezione di essere uomo tra gli uomini. Per questo comprende le difficoltà di Tommaso e deve andare da lui per mostrargli le ferite dell’amore, anche quando non se lo merita e non è nella sua attesa. Ecco perché affascina la mia fede perché so che Lui viene sempre, perché non si stanca di venire, facendo rinascere sempre la Chiesa e la testimonianza della sua resurrezione. Innanzitutto consegna la pace, “la sua pace, non quella del mondo” (cfr. Gv 14,27). E, per mostrare lo strazio della sua passione, dice a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Torna anche per il “Didimo” di sempre, il gemello incredulo che è in noi, e che ha bisogno di vedere, di toccare per credere, di constatare, di avere prove. Ecco il Vangelo! Un invito a mettere il dito nelle piaghe dell’umanità, in quelle ferite, dov’è Dio. È riconoscendo l’amore vissuto da Gesù, di cui le stigmate sono il segno perenne, che Tommaso e noi crediamo e confessiamo: “Ho Kýriós mou ho Theós mou!”. Gesù risorto è il Kýrios: di più, è Dio. Perché Gesù è l’esegesi del Dio che nessuno ha mai visto, né può vedere (cfr. Gv 1,18). Ecco perché Gesù è “il Vivente” (Lc 24,5).
D.V.
DOMENICA DI PASSIONE
Mc 14, 1-15,47
La croce, abisso d’Amore
Il racconto della passione di Gesù, che la liturgia oggi ci propone accanto a quello dell’entrata trionfante di Gesù in Gerusalemme (Mc 11,1-10), occupa quasi un quinto dell’intero Vangelo secondo Marco. Siamo dinanzi allo scandalo e alla follia della croce (cfr. 1Cor 1,23), di fronte all’esito fallimentare della vita di Gesù. È qui, innanzi a questo patibolo di morte, che il discepolo deve fare i conti della sua fede, della sua scelta quotidiana di uomo e di donna credente. Come abbandonare l’idea di un Gesù che è passato in mezzo alla sua gente facendo il bene (cfr. At 10,38), curando i malati e talvolta guarendoli, e costringendo il demonio ad arretrare; colui che, quale “profeta potente in opere e in parole” (Lc 24,19), ha attirato a sé le folle fino ad entrare nella Città Santa tra acclamazioni trionfali, e vederlo lì crocifisso ed umiliato? Eppure l’evangelista Marco non ha fatto altro che tenerci lontano dal considerare il Cristo il taumaturgo, il guaritore: perché ci voleva qui, ai piedi del Cranio. Quante domande, chiuse nel profondo del cuore di chi, si è posto alla sua sequela. Domande legittime, ma che lasciano solo Gesù. Forse è giusto chiederci: dov’è Dio durante la passione di Gesù? Quel Dio che lo aveva definito “Figlio amato” al battesimo (cfr. Mc 1,11). Quel figlio, che non ha mai smesso di operare, se non con la benevolenza del Padre? Solo la croce toglie ogni dubbio. Sì, solo la croce, può darci una risposta alle tante domande che assillano tutti coloro che si sentono falliti e scoraggiati di fronte ai tracolli della vita. Eppure Gesù ha vissuto la propria fine nella libertà; è rimasto fedele alla missione ricevuta da Dio, ha continuato a realizzare in tutto e puntualmente la volontà del Padre. La croce è l’abisso di un amore eterno. E questo perché sapeva bene che solo così poteva amare Dio e gli uomini fino alla fine… (cfr. Gv 13,1). Allora si comprende bene il “perché” di una professione di fede, che non sovente viene da parte di chi crede di professare la fede in Cristo Gesù, ma da un centurione esperto di morte: costui era Figlio di Dio. “Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: ‘Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!’”. È qui, su questo luogo, che la fede nasce e comincia ad inseguire il sogno di Dio: dare la vita anche a chi dà la morte.
D.V.
V DOMENCA DI QUARESIMA
Gv 12, 20-33
L’ora decisiva: quella di Gesù
Come domenica scorsa, anche il brano del Vangelo secondo Giovanni, previsto oggi dalla liturgia, ci presenta una riflessione sulla passione e sulla morte di Gesù. Il contesto è quello della terza e ultima Pasqua vissuta dal Cristo a Gerusalemme, quando i sommi sacerdoti hanno preso la decisione di condannarlo a morte (cfr. Gv 11,53), dopo il suo ingresso messianico nella Città Santa acclamato dalla folla (cfr. Gv 12,12-19). Gesù è ormai uno dei “grandi” e ciò spaventa i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo: “Ecco, tutto il mondo gli va dietro!” (Gv 12,19). Bisogna intervenire prima che costui ci sottragga la benevolenza e il consenso della gente. Costui è uno che ha infranto più di una legge, perfino i pagani desiderano confrontarsi con la sua filosofia di vita, con il segreto che lo anima. Vogliamo vedere Gesù: grande domanda dei cercatori di sempre. Persino Pilato voleva vedere Gesù, scambiato per il Battista. E uno di loro, Filippo, titubante, va a riferirlo ad Andrea, il discepolo più intimo di Gesù, il primo chiamato alla sequela secondo il quarto vangelo (cfr. Gv 1,37-40). Vedere! Quasi una preghiera che richiama l’acclamazione del Salmo 27: “Il tuo volto, Signore, io cerco” (Sal 27,8-9). Ma non sembra esserlo. È più curiosità, è voglia di vedere per scoprire come un uomo possa trascinare intorno a sé e ottenere consensi. Qual è il suo segreto? Gesù riesce a vedere oltre la morte, riesce a vedere nella sua morte una fecondità inaudita: “È venuta l’ora che il Figlio dell’Uomo sia glorificato”. Ecco, ancora una volta, il Galileo risponde in maniera strana, non comprensibile al linguaggio corrente degli uomini. E per rivelarlo, Gesù ricorre a una similitudine, pronunciata con grande autorità: “Amen, amen io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Ecco la Sapienza! Ecco la filosofia che manca agli uomini di sempre. Ecco la “necessitás” della passione e morte, della croce. Perdersi, marcire per essere una bomba di vita. Non un morire senza scopo, senza ideali, senza domani, propone Gesù, ma l’accogliere questa morte, l’accettare questa caduta per abbracciare questa sfida di vita. “A un Dio umile non ci si abitua mai” (papa Francesco). Con questa fede, con questa convinzione Gesù, anche se turbato dalla morte imminente, sa dire “amen”, sa dire “sì” all’ora che è sua.
D.V.
IV DOMENCA DI QUARESIMA
Gv 3,14-21
L’incandescente Amore
Domenica scorsa l’evangelista Giovanni ci ha svelato che Gesù è il Tempio di Dio, il luogo della comunione con Dio (cfr. Gv 2,19.21). In questo nuovo passo evangelico, di non facile comprensione, Giovanni va oltre lo scritto e quasi sfiora il limite della comprensione umana, introducendoci in un quadro che si svela solo a chi ha la fede in Gesù ed è ispirato dallo sguardo di Dio sulla vicenda del Cristo. Chi meglio del discepolo amato può descrivere il Venerdì, vigilia della Pasqua? Lui, che ai piedi della croce, ha assistito alla piena e totale donazione di sé! Protagonista del “crudelissimum taeterrimumque supplicium”, come lo definisce Cicerone (Contro Verre II,5,165), che era la croce. Chi meglio di lui può descrivere il supplizio della croce, considerandolo un “innalzamento”, ossia una gloria? “Necessità”, è quella di Gesù, annuncio che il Maestro a più riprese ha fatto della sua passione, morte e resurrezione, atterrendo per tre volte i discepoli (cfr. Mc 8,31-33 e par.; 9,30-32 e par.; 10,32-34 e par.). Ciò che l’amato discepolo coglie sulla croce è un incandescente amore divino per l’uomo, che si svela nell’umano Dio. Dio ha amato: un verbo al passato, per indicare un’azione che è da sempre. L’ora nella quale Gesù attira a sé tutta l’umanità (cfr. Gv 12,32), l’ora della passione e della croce. Nel quarto vangelo Passione e Pasqua sono lo stesso mistero, unico e inscindibile: l’ora della passione è l’ora dell’epifania dell’amore. “Noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama” (E. Ronchi). “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito”. Dio ha tanto amato e noi, come lui, “abbiamo bisogno di tanto amore per vivere bene” (J. Maritain). “È l’amore che fa esistere” (M. Blondel). Da parte nostra vi è la possibilità di rispondere all’amore con l’amore o, al contrario, di rifiutare l’amore, di non credere all’amore e così di escluderci, collocandoci nella tenebra dell’odio e della morte. È chiaro: non saremo giudicati se non sulla capacità che abbiamo avuto di amare. La fede e il credere sono sempre un operare nell’amore, come affermerà Gesù: “Questa è l’opera, l’azione richiesta da Dio: credere in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29).
D.V.
III DOMENICA DI QUARESIMA
Gv 2,13-23
Abitato da “pathos”
Lasciamo per due domeniche consecutive l’evangelista Marco per dare spazio a Giovanni, il quale ci comunica che Gesù, in prossimità della Pasqua, si reca a Gerusalemme (Gv 2,13). All’interno del Tempio, Gesù discute con le istituzioni più sante, pervertite e allontanate ormai dalle intenzioni originarie, che vedono nel profeta Gesù, un nemico autorevole. Da subito, il Maestro di Galilea denuncia la perversione in atto al tempio, affermando che questo luogo santo è stato mutato in altro. Abitato da un “pathos” incontenibile, Gesù si prepara una frusta e attraversa la spianata, comincia a cacciare via, fa uscire, spoglia e smaschera l’illusione creata dagli uomini e dai poteri economici che vi abitano. Zelo, passione, dolore abitano il cuore di Cristo nell’osservare lo scempio creato dagli uomini del malaffare. “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere”. Non il tempio fatto di pietre, ma quello che è definito il Santo dei santi, il luogo più interno del Tempio, il penetrale, ed io lo ricostruisco. Ecco dove punta Gesù: al cuore dell’uomo. È lì che bisogna cacciare via, per sempre, la logica del dare e dell’avere, del vendere e del comprare, offese arrecate all’amore. L’amore non si compra, non si mendica, non si impone, non si finge. È questa l’accusa che Gesù rivolge a chi avrebbe dovuto custodire la verità e insegnare l’amore del Padre verso i figli. Il tempio, luogo suo perché casa di Dio suo Padre, il tempio che avrebbe dovuto riconoscerlo come il Signore, il “Kýrios” che ne prende possesso, preceduto da Giovanni, il nuovo Elia (cfr. Ml 3,1-2.23-24), in realtà non lo riconosce, non lo accoglie. Dio non si mercanteggia. Dio è di tutti ed abita in tutti. Qui, in questa alta affermazione di Gesù, sta la sua condanna. L’aver posto fine ad ogni forma di mercimonio religioso segnerà, per Gesù, la sua condanna a morte. “La passione per la tua casa mi consumerà” (Sal 68,10). Gesù, con questo gesto, ha voluto affermare a proprie spese che si passa da un ordine di tipo cultuale a uno di ordine personale e relazionale, dal meccanismo di delega dell’offerta di un animale alla dinamica dell’offerta personale fatta con libertà e per amore. Di conseguenza, luogo della Presenza del Signore è il corpo di Cristo (cf. 1 Cor 12,12-29) che è la sua Chiesa, perché i cristiani sono il tempio di Dio (cfr. 1 Cor 3,16-17). È nel corpo di Cristo che si è rivelata la gloria di Dio ed è nel nostro corpo che Dio ormai abita attraverso Cristo, nella comunione dello Spirito Santo.
D.V.
II DOMENICA DI QUARESIMA
Mc 9,2-20
Il bello di Dio
La seconda domenica di Quaresima ci presenta il racconto della trasfigurazione di Gesù, accompagnandoci dal deserto della tentazione, ascoltato nella prima domenica di Quaresima, al monte della Trasfigurazione. Queste due domeniche rappresentano la sintesi del cammino verso la Pasqua. Cristianizzare le nostre zone d’ombra, come scarcerare la luce che è in noi, è l’impegno spirituale che abbiamo assunto all’inizio di questo percorso. “Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli”. Che meraviglia! Che privilegio per questi discepoli fidati di Gesù, ai quali è concessa la vicinanza di Dio: vedere il mondo in altra luce che incanta la bellezza della vita. Quante volte, questi devoti discepoli hanno pregato con il salmo: “Il tuo volto Signore io cerco….”. Oggi sono lì, sul monte della trasfigurazione, per assistere ad un’incomparabile visione. Vedono il volto di Dio senza morire. Tutto sul quel monte, il luogo dove il sole sfiora con i primi bagliori le punte di ogni risveglio di vita. Il monte: il luogo dove l’altezza e la sommità accarezzano il respiro divino. Il monte: il luogo che Dio sceglie per parlare e per rivelarsi. “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Sì! È questo il grido che amo sentire da chi condivide con me la stessa fede. Che bello! Dio è bello, non solo nella sua pulcritudine celata e misterica. È bello perché nasce tutto da uno stupore, da un innamoramento, da un “Che bello!” gridato a pieno cuore. Quell’ossigeno, respirato sui “piani alti”, costringe un po’ tutti, a balbettare, assieme Pietro, la voglia di rimanere lì, senza sciupare un solo attimo di quell’eccitante esperienza. Il candore, i panni bianchi come la neve, sono il risultato di uomini incapaci di dire quale è l’esperienza di una fede inesperta nel saper descrivere una emozione. Un paradigma che ci riguarda tutti e che anticipa il volto ultimo dell’uomo: è “il presente del nostro futuro”, come Tommaso d’Aquino definisce la speranza. Per questo, occorre disarmarsi dinanzi a tale mistero, aprirsi alla voce, che non solo dice le parole del battesimo, ma aggiunge qualcosa di molto importante. Aggiunge la parola “shemà”: ascoltatelo. Ascolta, Israele! Ascolta cristiano l’amato del Padre, che è anche il tuo.
D.V.
I DOMENICA DI QUARESIMA
Mc 1,12-15
Un Dio che scende per essere vicino
La prima Domenica di Quaresima presenta il testo evangelico delle tentazioni di Gesù. Quest’anno ci viene proposta la versione, estremamente concisa, del Vangelo secondo Marco (Mc 1,12-13), cui segue la pericope che racconta l’inizio della predicazione di Gesù (Mc 1,14-15). Sembra così scarno di particolari il dire di Marco, ma in realtà svela in sé una sorpresa incontenibile: è qui che il Maestro di Galilea gioca la sua partita decisiva, in un deserto arido, in compagnia di “bestie selvatiche e di angeli che lo servivano”. L’Evangelista offre ai lettori la possibilità di entrare in un Eden capace di vita nuova. Sì, perché qui ritorna la questione antica: la lotta tra il desiderio di vita e la sopraffazione della morte. Che tipo di “Atteso” è costui che sceglie di vivere per quaranta giorni e quaranta notti nel deserto solitario della storia? Un Dio che ama, come condizione esistenziale, il potere oppure comincia da un servizio da rendere all’uomo, sbattuto dai venti della disperazione? No! Lui è qui per scendere, avvicinarsi, offrire sé stesso per tutti. Dice un apoftegma dei Padri del deserto: “Se vedrai un giovane salire al cielo di sua volontà, afferralo per un piede, e scaraventalo a terra, poiché ciò non gli serve”. Non si sale se non partendo dal basso. Non ci si alza se non si è caduti, se non si è conosciuto e incontrato l’inferno interiore e combattuto il nemico che è in noi. Questo è il Dio Gesù Cristo. Abbassamento, spogliazione di sé, capacità di comprendere chi è caduto. Dio prova ad essere uomo, resistendo alla carne del desiderio di sé, e gioca la sua vera vita: la libertà. Chi conosce il quadro di Caravaggio “La conversione di san Paolo” ricorda che Paolo è a terra, sbalzato dal cavallo, e che, nella sua caduta, le braccia tese verso l’alto esprimono l’inizio della salita, ed egli sembra quasi spinto da una forza. “La tentazione è sempre una scelta tra due vite, anzi tra due amori” (E. Ronchi). Gesù, in questo brano di Marco, altro non desidera che richiamare il grande dono che il Padre ha fatto all’uomo ricordandogli: “Io metto davanti a te la vita e la morte, scegli!”. Il primo di tutti i comandamenti è un decreto di libertà: scegli! Non restare inerte, passivo, sdraiato. Ed è come una supplica che Dio stesso rivolge all’uomo: Scegli, ti prego, la vita! (Dt 30,19).
D.V.
Mc 1,40-45
L’iroso Dio
Nel Vangelo di questa domenica ascoltiamo un racconto che ha un inizio inatteso, senza precisazione di tempo e di luogo, un racconto che, comunque, ci appare attuale, qui e ora: è l’incontro di Gesù con un uomo affetto da lebbra. Il lebbroso “porterà vesti strappate, sarà velato fino al labbro superiore, starà solo e fuori” (Lv 13,46). “Sono impuro! Sono impuro!” (cf Lv 13,45-46). Un lebbroso era considerato una persona senza possibilità di relazione e di comunione, né con Dio, né con gli uomini. Non era solo un malato, ma un “impuro”, come un cadavere. Sorprende l’incontro tra la vita e la morte, tra Gesù e il lebbroso. “Se vuoi, tu puoi purificarmi!”. C’è un intreccio di sguardi che pone Gesù in un atteggiamento di pura irascibilità. È stizzito (“orghistheís”) il Figlio di Dio perché è dinanzi alla non vita, perché vive il conflitto e si ribella contro il male, contro la malattia, contro ogni situazione di schiavitù e di segregazione che rende come morto l’uomo. Non era cosa giusta. Ed ecco, allora, la collera di Gesù! Non sempre l’impulso violento o la rabbia sono paragonabili alla compassione. Qui Gesù è iroso perché c’è la passione della compassione. Nello scatto d’ira, Gesù prende la mano dell’uomo, lo tocca, entra in relazione con la morte, nemica dell’umanità, e lo purifica. Che bella notizia! Dio vuole figli guariti, vitali, mai sfigurati dal peccato e dalla morte a causa del peccato. Entrare in contatto con Gesù significa essere persona capace di vicinanza. Dio non guarisce con delibere, ma con tenerezza. Francesco d’Assisi, con un bacio, diede al lebbroso l’inizio di una vita possibile. Ma assistiamo anche ad un’altra irosa espressione che Marco sottolinea: “Sdegnandosi con lui, lo cacciò via subito”. Strano? Gesù non compie miracoli per qualche altro fine. Gesù non sta lì a ricevere complimenti, a chiedere che si guardi e si constati la sua azione. Gesù non vuole essere riconosciuto per uno che fa miracoli, non vuole che lo acclamino per delle azioni prodigiose. È solo dinanzi all’icona più eloquente del mondo che Gesù ama essere riconosciuto, quando sarà appeso alla croce. Solo allora sarà lecito, a chi ha capito Gesù, dire che egli era buono, che era giusto (cf Lc 23,47), che era il Figlio di Dio (cf Mc 15,39; Mt 27,54).
D.V.
Mc 1,29-39
Rialzati dal male
Domenica scorsa abbiamo ascoltato il racconto della “giornata di Cafarnao” (cfr. Mc 1,21-34), esempio concreto di come Gesù vive, parla del Regno di Dio, compie i segni che lo annunciano. Oggi il racconto continua… È all’interno di una casa che il Galileo delle genti si rende presente con la sua vicinanza di uomo-Dio, condividendo con noi anche la vita privata: la vita vissuta con i suoi discepoli e con i suoi amici; la vita in casa, dove si parla, si ascolta, si mangia insieme e ci si riposa. Queste sono le dimensioni umane della vita di Gesù, alle quali facilmente non prestiamo attenzione. Eppure fanno parte della realtà, del mestiere del vivere quotidiano. È proprio qui, nella casa di Pietro, che Gesù ci fa gustare il clima della condivisione e della partecipazione alle gioie e, perché no?, alle ansie e alle sofferenze che si determinano all’interno delle quattro mura. “La suocera di Simone era a letto con la febbre, e subito gli parlarono di lei”. La febbre è un’indisposizione che accade sovente e che non è certo grave o preoccupante. Gesù, informato della cosa, si avvicina a questa donna allettata, la prende per mano e la fa alzare. Che bello! Un Dio che non tarda ad avvicinarsi a chi è sofferente. Ascolta e risponde il Dio dal volto umano. Si avvicina, si accosta, va verso il dolore, non lo evita, non ha paura, ma solleva dalla infermità. Meraviglioso questo gesto d’amore: permette all’uomo di rialzarsi dal male-essere. “Chi soffre chiede questo: di non essere abbandonato da chi gli vuole bene, di non essere lasciato solo a lottare contro il male” (E. Ronchi). Gesù appare come colui che rialza, risuscita – verbo “egheíro”, usato per la resurrezione della figlia di Giairo (cfr. Mc 5,41) e per la resurrezione di Gesù (cfr. Mc 14,28; 16,6) – ogni uomo e ogni donna dalla situazione svantaggiosa in cui giace. Egli dà “i segni” del Regno di Dio veniente, dove “non ci sarà più la morte, né il lutto, né il lamento, né il dolore, quando Dio asciugherà le lacrime dai nostri occhi” (cfr. Ap 21,4; Is 25,8). Non scrutiamo solo la potenza di un taumaturgo, ma anche il “ritmo” giornaliero di chi apre e chiude le sue giornate con la preghiera, lì dove la notte diventa luogo preferito con il Padre. Deserti e solitudini diventano, per Gesù, gli spazi concreti della preghiera piena di confidenza, in cui Dio è invocato come “Abba”, “Papà caro e amato”: preghiera nella quale Gesù discerne la volontà del Padre, che è amore, e trova le vie per realizzarla.
D.V.
Mc 1,21-28
La sconvolgente liberazione
Dopo il racconto della chiamata dei primi quattro discepoli (cfr. Mc 1,16-20), Marco sottolinea che il Maestro non è più solo. L’evangelista ci presenta una giornata-tipo di Gesù con i suoi discepoli: la “giornata di Cafarnao” (cfr. Mc 1,21-34). È un sabato, il giorno del Signore, quando l’ebreo vive il comandamento di santificare il settimo giorno (cfr. Es 20,8-11; Dt 5,12-15), recandosi alla sinagoga. È in questo luogo di preghiera e di lode che interagiscono degli elementi fantastici. Stupore, meraviglia, sorpresa, esperienza felice e rara che, all’interno di una casa di preghiera, sconvolgono la vita piatta di azioni liturgiche degli astanti. Non capita tutti i giorni di ascoltare un predicatore che parla con viscerale convincimento, con occhio meravigliato, come da innamorati. È ciò che il Galileo fa nella sinagoga di Cafarnao. Incanta, Gesù, con la sua autorevole parola. Anche i suoi discepoli sono affascinati dal giovane rabbi. Qual è il segreto? Qual è la strategia dialettica adottata? Che cosa c’è di nuovo nel suo predicare rispetto agli scribi? Possiamo almeno dire che c’è una parola che viene dalle sue profondità, una parola che nasce da un silenzio vissuto, una parola detta con convinzione e passione, una parola espressa da chi non solo crede a quello che dice, ma lo vive. Forse perché ama la vita e non è nemico dell’uomo? Sì! È amico dell’uomo. Nella sinagoga c’è un uomo tormentato da uno spirito impuro, un uomo nel quale il demonio è all’opera. Non può Dio, non può Gesù evitare di liberare con una sconvolgente autorevolezza. Deve farlo perché ama l’uomo come creatura libera. Mai impedire alla Parola di tacere. Nessuno spirito impuro può rendere muta la Parola. “Il Vangelo non è un sistema di pensiero, o una morale, ma una sconvolgente liberazione” (G. Vannucci). La presenza di Gesù nella sinagoga è una minaccia per la forza demoniaca. Ed ecco che la verità viene gridata: “Che c’è tra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il Santo di Dio!”. È il regno dei demoni che ci prende e ci divora il cuore: denaro, successo, potere, egoismo. Sconvolgente liberazione! Liberazione che sarà maggiormente credibile quando, sotto la croce di Cristo, confesseremo: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39). Il miglior commento è la parola di un monaco del XII secolo, Guigo I il Certosino: “Nuda e appesa alla croce deve essere adorata la verità”.
D.V.
Mc1,14-20
La bella notizia di Dio
Riprendiamo il nostro cammino, dopo la parentesi giovannea di domenica scorsa, con l’affascinante conoscenza del Figlio di Dio, che cambierà non solo la vita dei suoi discepoli, ma anche la nostra. L’episodio di oggi ci invita a cercare nel passato, quasi per rivivere, l’ora della nostra conversione o meglio, per moltissimi, l’ora della vocazione. “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”. In questo aspetto sorgivo del Vangelo di Marco individuiamo l’innocenza della bella notizia che Gesù ci dà di Dio. Marco riferisce che in Lui vi è quella forza che convince a partire, a lasciare casa, la famiglia, il clan, il paese, per iniziare un tempo nuovo in cui è possibile far regnare Dio. Il primo atto registrato dal Vangelo è l’itineranza di Gesù, la sua viandanza, quella di un Dio che annuncia la strada. Sì! È solo un versetto che esprime questa novità, eppure è l’inizio di un tempo che dura ancora oggi: è possibile che Dio regni su di me, su di te, su di noi, e così avviene che il regno di Dio è venuto. “Gesù passa e dietro di lui resta una scia di pollini di primavera, un’eco in cui vibra il sapore bello e buono della gioia” (E. Ronchi). È spontaneo, quindi, chiedersi: Che faccio? Che facciamo? Permetto che questa bella notizia passi inosservata? Volgo altrove la mia attenzione? Oppure lascio che tale suggestiva novità svanisca nel nulla? Voglio ascoltare una voce più profonda di me stesso? Una voce che vien dall’oltre me stesso eppure attraverso me stesso: la voce del Signore Gesù! Credere nel Vangelo, non semplicemente al Vangelo. Buttarsi, con la semplicità di chi si fida solo e unicamente della bella notizia che è Dio. Per questa intrigante novità si abbandonano le reti, cioè il mestiere, si abbandonano il padre e la barca, cioè l’impresa familiare, ci si spoglia e si segue Gesù. Essere pescatori di umanità diviene l’esperienza di chi si lascia sedurre da parole che sanno di novità. Un’avventura piena di grandezza e di miseria: perché non si dimentica la fatica della propria povertà, ma la misericordia di Dio è tale da permettere di continuare a stare ancora dietro Gesù e tentare ancora, giorno dopo giorno, di vivere con lui.
D.V.
Gv 1,35-42
Il “tu” prima dell’io
Dopo il solenne prologo (cf. Gv 1,1-18), il quarto vangelo avvia il racconto presentando la settimana inaugurale della vita pubblica di Gesù (cf. Gv 1,19-2,12). È Giovanni, il discepolo amato, a raccontarci in questo terzo giorno (cf. Gv1,29-34) come ha conosciuto Gesù. Il Battista è capace di indicare a due dei suoi discepoli chi è “l’Agnello che toglie il peccato del mondo”, chi è colui che è più grande di lui, tanto da sentirsi indegno di slegargli il laccio dei sandali. Incuriositi e spinti dal desiderio di conoscere lapedagogia di quel giovane Rabbi, lo seguono per mettersi sulle sue tracce, nel deserto. Gesù, allora, si volta e, guardandoli negli occhi, chiede loro: “Che cosa cercate?”. Una domanda, quella di Gesù, non rivolta alla razionalità dei due giovani, ma indirizzata alla loro umanità. Sì: perché viene prima l’uomo e poi, scavando nelle viscere del proprio vissuto, la possibile risposta di vita. Quale è il vostro desiderio più forte? Che cosa desiderate più di tutto dalla vita? “Gesù, che è il vero insegnante ed esegeta del desiderio, ci educa a non accontentarci, insegna fame di cielo, il morso del più” (L. Ciotti). La prima parola, nel quarto vangelo, è una domanda, è l’interrogativo che Gesù rivolge ancora oggi a te, lettore del vangelo: “Che cosacerchi? Qual è il tuo desiderio?”. Bello questo mio e nostro Dio. Pone prima a me la domanda: “Cosa cerchi?”. Meraviglioso questo suo farsi vicino, che non si impone ma che ama farsi accanto! Rallenta persino il passo, pur di farsi compagno di viaggio. Solo quando accogliamo o ci facciamo domande contraddiciamo la chiusura che ci stringe. “L’emergere e il suono di una domanda vera sono come la grazia che viene eapre, anzi a volte scardina…” (E. Bianchi). I discepoli, Andrea e gli altri, sono desiderosi di apprendere lo stile di vita del Maestro e del Messia. I discepoli non chiedono una conoscenza teologica o intellettuale, ma il segreto del vivere. È dalla cattedra della sua umanità che Gesù aiuta tutti noi a diventare sempre più consapevoli di ciò che ci chiude a noi stessi, invitandoci così a liberarci delle cose inutili. “Dove dimori, Signore?”. Possiamo conoscerti? Disse loro: “Venite e vedrete”. Intimità invoca oggi l’umanità, bisogno di conoscenza del cuore, vicinanza esperienziale d’amore. I Padri antichi definiscono questo movimento come ritorno al cuore: «Trova la chiave del cuore. Questa chiave, lo vedrai, apre anche la porta del Regno» (San Giovanni Crisostomo).
D.V.
Mc 1,7-11
La danza dello Spirito
Un’Epifania diversa è quella del Battesimo di Gesù. Oggi non è soltanto un bambino a manifestarsi, non si tratta solo di un’adorazione di ignoti sconosciuti dell’Oriente, ma il cielo stesso. Sì, è il cielo stesso! A danzare oggi, sulle acque del Giordano, è la Santissima Trinità. Sono loro i protagonisti di questa nuova creazione. Ancora una volta, il “χάος” deve cedere il passo al “κόσμος” perché il cielo, abitato da Dio, discende sull’Adamo nuovo. “Dov’è Dio, colui che fece uscire dal mare il pastore del suo gregge? Dov’è colui che pose in lui il suo Spirito santo?” (cf. Is 63,11). Quel Giordano, santificato per contatto, è covato dallo Spirito che aleggia sulle sue acque e consacra la creatura, facendo di quell’acqua la sorgente di umanità nuova. Lui, l’Adamo nuovo, viene per rifare la domanda: “Uomo, dove sei?” (Gen 3,9). Sì, Dio è presente nella storia, è operante più che mai, realizza sempre le sue promesse, agendo di un amore incontenibile. “Una danza nelle acque del grembo materno è il primo movimento di ogni figlio della terra” (E. Ronchi”). Gesù, figlio, amato del Padre, s’immerge e, con sé, immerge l’umanità ferita dal peccato di Adamo. Il segreto di tutto ciò è l’obbedienza alla volontà del Padre. È questa l’esperienza, è questo il mistero di obbedienza, che porterà il figlio dell’Eterno Padre al pieno compimento della salvezza. Un cielo, quello di oggi, che smette di essere muto perché parla all’umanità. Un cielo, quello di oggi, che ama come ai tempi della creazione del mondo. Un cielo squarciato che si compiace e grida al mondo intero: ho voglia di te, uomo! Sì, il messaggio che emerge dall’evento del battesimo del Signore Gesù non può non inquietare noi cristiani e molte delle nostre sicurezze, delle logiche che ispirano il nostro agire, anche ecclesiale. Esso ci chiede un amore e una fede tali da saper discernere la ricerca che Dio fa di noi nella ricerca che noi facciamo di lui; l’amore che lui ha per noi nell’amore che noi doniamo agli altri; la sua paternità su di noi nella nostra solidarietà con gli uomini, nostri fratelli. Una Trinità capace di fare dono di sé a tutti noi, pronta a donare al mondo doni che sanno di eternità.
D.V.
Epifania del Signore
Mt 2,1-12
Correre dietro a un sogno
Il Vangelo dell’Epifania è un vangelo decisivo, che dà alla festa odierna un particolare significato: Gesù è nato Re dei giudei, ma per tutti. E tutti possono andare a lui. L’umanità, simboleggiata da alcuni Magi, è nella ricerca di Dio e nel ripudio di Dio, o meglio nel credere al bene con speranza oppure nel non credere al bene, preferendo la violenza e il male. Vi è, nella figura di questi uomini, ammiratori di luci, il desiderio di conoscenza e di stupore, quasi spinti dall’intuizione del cuore e capaci di guardare oltre. Tutti gli umani di ogni tempo e di ogni cultura hanno in comune soprattutto la ricerca del bene, anche se poi, in non poche occasioni, contraddicono questo loro desiderio. Nel profondo del proprio cuore, l’uomo e la donna sono spinti a cercare, a mettersi in cammino, a dichiarare per loro insufficiente la terra che abitano e quell’orizzonte consueto, che spesso intristisce il sogno di cercare oltre. Ecco i Magi, misteriosi personaggi menzionati solo nel Vangelo di Matteo, che dall’Oriente arrivarono a Gerusalemme durante il regno di Erode alla ricerca del neonato Re dei Giudei. Sono questi a rappresentare l’umanità, in quel lungo pellegrinaggio, soprattutto della mente e del cuore, che mette in cammino, guidati da una stella, per fare doni all’eterno Re. Essi chiedono: “Dov’è il Re dei giudei che è nato?”, proprio ai giudei che non si erano accorti della nascita del loro Re. Che tristezza! Nessuno sa, nessuno si accorge della nascita di un Re. Né il Governante di turno, né coloro che col sacro hanno pura familiarità, né gli esperti delle sante Scritture. Nessuno, se non questi sognatori. Cosa crea l’arrivo di questi osservatori di stelle? Inquietudine, turbamento da parte dei rappresentanti del potere politico e di tutta Gerusalemme, perché quando il potere ne vede sorgere un altro teme e trema, sentendosi minacciato. Spesso è così! Sono sempre i lontani a capire di più. Giungono alla fede, pur non avendo né la rivelazione né le sante Scritture, e riescono a fare ritorno al loro paese attraverso un altro cammino, cioè attraverso un altro modo di pensare e di vivere. “Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d'amore, perché venga anch'io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore” (E. Ronchi).
D.V.
Seconda Domenica di Natale
Gv 1,1-18
Dio: al principio e nel profondo!
A planare sullo scenario dell’incarnazione del Verbo è il Vangelo di Giovanni con il suo Prologo. Spalanca le porte dell’infinito ed eterno cielo l’Evangelista amato da Gesù, per rapirci e farci contemplare che ab origine, prima della creazione del mondo, vi era la realtà vivente, la Parola, la Parola di Dio, la Parola che era Dio. Non si tratta di un altro racconto dell’infanzia carnale dell’Emmanuele! Giovanni ci pone sotto gli occhi il rapporto con la totalità e con l’eternità, con Dio e con le creature del cosmo. Non poteva Giovanni non introdurci nella contemplazione della vita più intima e segreta di Dio. “Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero”. Si! In Dio vi è comunicazione, vi è vita condivisa, vi è dialogo. “Nel principio e nel profondo, nel tempo e fuori del tempo, tu, o Verbo di Dio, sei e sarai anima e vita di ciò che esiste” (G. Vannucci). Solo un discepolo come Giovanni poteva farci comprendere che in “Dio”, che “è amore” (1Gv 4,8.16), c’è costantemente un flusso d’amore, per cui il Padre ama il Figlio che è l’amato, e l’amore tra i due è lo Spirito Santo. Toglie il fiato, Giovanni, con la sua intensa riflessione sul Verbo incarnato, che non è lirica sdolcinata ma architettura profonda delle cose di Dio. Solo chi conosce Dio, ed è amato da Lui, riesce ad aprire i sigilli dello Spirito. “Molte volte e in diversi modi” (Eb 1,1), e da ultimo, questa Parola proclamata, predicata, detta e ridetta dai servi di Dio diventa umana. “La Parola si è fatta carne e ha posto la sua tenda tra di noi, e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria che riceve dal Padre come Figlio unico, pieno di grazia e di verità”. Piacevole sorpresa, una cosa nuova, straordinaria, inattesa, diviene per noi il Cristo, Parola vivente del Padre. “Dio viene nel mondo come figlio per renderci figli. Oggi Dio ci meraviglia. Dice a ciascuno di noi: tu sei una meraviglia” (Papa Francesco). Se è questo è il Natale del Signore, lo preferisco, lo scelgo, e lo faccio mio, perché noi “abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. È questo modo nuovo di contemplare che fa di noi i veri figli di Dio perché guardando a lui, a Gesù, alla sua umanità, vediamo e contempliamo il vero Dio vivente (cfr. Gv 14,6.9).
D.V.
All’inizio dell’anno civile, imprescindibile punto di riferimento per il succedersi degli eventi della nostra vita, questa festa ci dona un messaggio significativo: la benedizione di Dio sull’umanità – Gesù, nato da Maria simbolo dell’umanità intera – è su di noi ogni giorno della vita, è benedizione di nozze tra Dio e l’umanità da Lui amata. L’evangelista Luca, nel riproporci la scena del Natale e la contemplazione dei pastori dinanzi alla mangiatoia, ci presenta la giovane Maria pronta ad accogliere e a custodire quanto di meraviglioso, ma anche di misterioso, le viene annunciato dal figlio. “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Questo, per Luca, è una preziosa opportunità per rivelare lo scrigno di cuore abitato da emozioni e domande, da angeli e stalla, e da un bambino “caduto da una stella fra le sue braccia e che cerca l’infinito perduto e lo trova nel suo petto” (M. Marcolini). Sono i segreti che appartengono a Dio e che Maria custodisce nel suo cuore. Luca, esperto e attento osservatore degli eventi dell’infanzia, invita i suoi lettori a compiere lo stesso percorso di Maria, a leggere gli avvenimenti della storia per scoprirvi i segni, talvolta nascosti, sorprendenti, paradossali, dell’agire di Dio. Meditare, conservando nel cuore, è ciò che continuamente la Chiesa fa nel suo agire misterico. Quale madre e maestra, presenta la contemplazione di una culla e l’esperienza del sepolcro, per permetterci di incontrare e riconoscere, confessanti, il Cristo risorto. Tempo di meditazione è questo tempo, dove ognuno è posto dinanzi alla propria fragilità e alla propria limitatezza; tempo in cui ognuno è chiamato a “dire-bene” di Dio per lasciarsi “bene-dire” da Lui. Mai tempo di sconfitta e delusione è questo, ma istante favorevole perché è Dio stesso che cambia la qualità del Tempo. Compimento di tutta la storia è la dignità di “figli di Dio”. Dio ci chiede di imparare a benedire: gli uomini e le storie, il blu del cielo e il giro degli anni, il cuore dell’uomo e il volto di Dio. Se non impara a benedire, l’uomo non potrà mai essere felice. “Benedire è invocare dal cielo una forza che faccia crescere la vita, e ripartire e risorgere; significa cercare, trovare, proclamare il bene che c’è in ogni fratello” (E. Ronchi). Davvero in Maria “la terra ha dato il suo frutto e ci ha benedetto Dio, il nostro Dio” (Sal 67,7).
D.V.
Lc 2,22-40
La Parola diviene uomo
La pagina evangelica odierna cattura la nostra attenzione su un altro aspetto del mistero della venuta del Signore nella carne. Il Natale di Gesù non si comprende solo nella contemplazione di un bambino che nasce, ma anche nella sua crescita, nel suo divenire uomo e nello spazio di una famiglia, collocata in un determinato ambiente sociale e religioso. Anche se i Vangeli dell’infanzia non registrano nulla del suo divenire uomo, Gesù, come ogni creatura umana, ha conosciuto una crescita spirituale, affettiva e psicologica. Anche il Figlio di Dio è stato chiamato a fare i conti con la propria limitatezza nella sua particolare situazione esistenziale, condividendo in tutto la nostra condizione umana, senza però commettere peccato (cf. Eb 2,15). Spesso dimentichiamo che Gesù, nel divenire uomo, ha faticato nell’apprendere i linguaggi familiari, le appartenenze sociali e religiose del suo tempo. Proprio alla scuola di questi due maestri di vita quali Giuseppe e Maria, il bambino Gesù “cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”. Genitori che sin da subito dovranno confrontarsi con i vaticini e le profezie che si pronunciano su quel bambino. Come Simeone e Anna, due anziani credenti del Testamento antico, che attendono l’incontro con il nuovo. Vivono entrambi la condizione dei “poveri del Signore” (‘anawim), quell’umile resto di Israele che confidava solo nel Signore (cf. Sof 3,12-13).Saranno loro i primi a delineare il futuro del primogenito di Dio. “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione e anche a te una spada trafiggerà l’anima, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori”. Maria e Giuseppe si accorgono che quel figlio non è solo di Dio, ma appartiene a tutti:“È nostro, di tutti gli uomini e di tutte le donne. Appartiene agli assetati, a quelli che non smettono di cercare e sognare mai, come Simeone; a quelli che sanno vedere oltre, come la profetessa Anna; a quelli capaci di incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro” (M. Marcolini). DV
IV DOMENICA D’AVVENTO
Lc 1,26-38
Maria riempita, quindi trasformata
Nella quarta Domenica d’Avvento, vigilia dell’evento natalizio, la Liturgia della Parola ci propone il testo dell’azione di Dio in una donna, Maria di Nazareth: davvero “grandi cose ha fatto in lei l’Onnipotente” (cfr. Lc 1,49)! Ci prende per mano la liturgia dell’Avvento e ci indica Colei che meglio ha vissuto l’attesa di Dio: la santa, la favorita, la trasformata Maria. In un insignificante sobborgo, in una casa semplice e ignorata, in una famiglia quotidiana si realizza il mistero dell’umanizzazione di Dio, quando l’eterno si fa mortale, il forte si fa debole, il celeste si fa terrestre. Luca, conoscitore attento e storico dei fatti accaduti, racconta un evento inaudito e impossibile per noi umani: come raccontare agli uomini che Dio si fa carne? Come Dio è intervenuto e ha agito? Come spiegare il dono di Gesù all’umanità? Semplice! Dio si innamora della creatura e lo fa guardando una giovane donna ebrea chiamata Maria. Dio la guarda con amore, fino a sentirla e proclamarla come “amata”, “riempita e trasformata dalla sua grazia”. Dio, quando ha intenzione di amare, di coinvolgerti, non lo fa con grandi proclami, ma lo fa in un giorno qualunque, in un luogo qualunque, con un annuncio consegnato nell’intimità, nella normalità di una casa. Un Dio allergico ai templi, agli incensi e alle liturgie stucchevoli. Lui ama la casa, l’ambiente domestico, la ferialità. Dio le fa sentire la sua presenza, la sua vicinanza, le fa sentire che “è con lei”: per questo Maria deve rallegrarsi. Del resto, il Dio-con-noi, ‘Immanuel (Is 7,14; Mt 1,23), non è forse uno dei nomi di Dio? La prima parola che l’Angelo dice è: “Gioisci” di quest’annuncio, rallegrati, perché Dio è un salvatore e tu ne sarai la madre. Da sempre, Maria, Lui è innamorato della tua grazia, ti ha guardato da sempre. Lui era con te come uno spasimante e tu ignara ti sei lasciata adombrare, gli hai fatto casa, come fa una fidanzata col suo corteggiatore. “Apri, Vergine beata, il cuore alla fede, le labbra all’assenso, il grembo al Creatore. Ecco che colui al quale è volto il desiderio di tutte le genti batte fuori alla porta. Non sia, che mentre tu sei titubante, egli passi oltre e tu debba, dolente, ricominciare a cercare colui che ami. Levati su, corri, apri! Levati con la fede, corri con la devozione, apri con il tuo assenso” (Dalle Omelie sulla Madonna di San Bernardo, abate, Om. 4, 8-9; Opera omnia, ed. Cisterc. 4, 1966, 53-54).
D.V.
III DOMENICA D’AVVENTO
Gv 1,6-8.19-28
Solo voce: la Parola è un Altro
Nella seconda Domenica di Avvento, l’evangelista Marco descrive il Battista nella sua essenzialità (cfr. Mc 1,1-8), senza insistere sui suoi insegnamenti. Per tale ragione, nella domenica successiva, tradizionalmente legata al Battista, il lezionario ricorre al quarto vangelo per fornirci una presentazione “altra” di Giovanni: “Venne un uomo mandato da Dio. Il suo nome, Giovanni”. Un uomo: Giovanni è un “uomo”, senza alcuna qualifica di appartenenza sociale o religiosa; è “voce”, che viene ad illuminare e a rendere testimonianza alla Verità; è “inviato”, con la qualifica di Profeta, che presta la voce a colui che sarà la Parola. Al Battista spetta confermare quanto ha profetizzato l’anziano Simeone: “Luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele”. Dunque, servo solo di Dio. È un dono prezioso, il Battista, che annuncia un Dio pronto a mostrare il suo amore, a gettarsi alle spalle il nostro passato. È pronto, Giovanni, a negare una serie di affermazioni su di sé. Allora gli chiesero: “Chi sei, dunque? Sei tu Elia?”. “Non lo sono”, disse. “Sei tu il profeta?”. “No”, rispose. Gli dissero allora: “Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Rispose: “Io sono voce di uno che grida nel deserto”: è solo una voce che grida e chiede di essere ascoltata perché quando Dio arriva non può essere ignorato. Cosa è chiesto a un testimone? La sincerità. Nessuno di noi può arrogarsi il diritto di essere la Parola. Siamo, come Giovanni, sentinelle che lanciano l’avvertimento: “Volete perdere l’appuntamento con Dio che passa?”. Compito di Giovanni e della Chiesa è quello di ridestare gli animi e i cuori degli uomini. I cristiani, prima che essere dei battezzati, sono degli illuminati. Sì, figli della luce, che rendono testimonianza alla luce, che è Cristo. Scrive Origene: “Il mistero di Giovanni continua a compiersi nella storia fino a oggi. In chi sta per accogliere la fede in Gesù Cristo è necessario che vengano lo spirito e la forza di Giovanni, per preparare un uomo ben disposto, per appianare e raddrizzare le asperità del suo cuore”. Sì, Giovanni ha preceduto il Cristo, ha indicato il Cristo, ma ancora oggi ci prepara alla sua venuta: per questo, insieme a Maria, è la grande figura che ci accompagna nel Tempo dell’Avvento, delle venute del Signore.
D.V.
II DOMENICA D’AVVENTO
Mc 1,1-8
La voce del cuore
Ascoltiamo oggi i primi versetti del Vangelo secondo Marco il quale, scrivendo “Inizio (arché) del Vangelo di Gesù Cristo”, rivela un evidente parallelo con l’incipit del primo libro della Bibbia, la Genesi, dove si legge: “All’inizio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1). Anche nel quarto vangelo, quello di Giovanni, risuonano quasi le stesse parole: “All’inizio era la Parola…” (Gv 1,1). È l’inizio di una bella notizia, è un ricominciare, è il sapore di una forma nuova di vita da progettare, per stringere legami, mai partendo da amarezze, da errori, dal male che assedia. È un ricominciare: quando Dio crea il cielo e la terra; quando la Parola di Dio avvia il suo percorso di incarnazione; quando inizia la vicenda di Gesù sulla terra; quando verrà il Signore Gesù nella gloria per darci cieli nuovi e terra nuova (cfr. 2Pt 3,13; Ap 21,1). La parola di questa seconda Domenica di Avvento è un inno alla consolazione e alla speranza. Ecco cosa è il Vangelo, la bella e buona notizia: Dio viene! Nel Vangelo secondo Marco questa buona notizia è che Dio viene in Gesù suo Figlio. Tutto avviene come sta scritto nello stesso brano del profeta Isaia: Ecco – dice il Signore – io invio il mio messaggero davanti a te, egli preparerà la tua strada.Voce di uno che grida nel deserto: “Preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Is 40,3; cfr. Es 23,20; Ml 3,1). È la voce del cuore che chiede Dio ai suoi servi: preparate la venuta del Figlio. Lo chiede alla Chiesa: preparate la venuta del Figlio mio Gesù, ricominciando dal Vangelo vissuto, da una Chiesa più vera, dal fuoco di una notizia che, conservato sotto la brace, ricomincia a divampare e a essere fuoco per l’umanità smarrita. Una voce del cuore che sa raccontare la tenerezza di Dio, che sa dire che è possibile vivere bene per tutti. Ascoltare la Sua voce nella notte della propria esistenza significa cambiare: “metánoia”, ossia conversione. Esige di non fare più ciò che si faceva, di tralasciare di fare il male, di fare il bene secondo la Sua volontà (cfr. Is 1,16-17). Occorre, quindi, cambiare, avere questo coraggio e questa forza per collocarsi in una novità di vita, in modo da poter incontrare Colui che viene, il Signore veniente, Colui che Dio ha inviato nel mondo in mezzo all’umanità.
D.V.
I DOMENICA DI AVVENTO
Mc 13,33-37
Accogliere il Veniente
Abbiamo appena terminato l’anno liturgico A, durante il quale ci è stato proposto, come lectio cursiva domenicale, il Vangelo secondo Matteo. Con questa domenica, prima del tempo delle venute di Cristo (Avvento), avviamo la lettura del Vangelo secondo Marco, che ci accompagnerà nel nuovo anno liturgico (B). Siamo un po’ rapiti e smarriti, in questo periodo di prova, da non pensare forse che qualcosa si muove, che qualcuno è in cammino e che tutto, intorno a noi, sembra come quando “il cielo prepara oasi ai nomadi d’amore” (Ungaretti). Difficile, in questo momento pandemico, pensare a qualcosa di nuovo, al prepararsi ad accogliere, così come fa la terra che è in attesa con il suo generoso manto accogliente. Ospitare “perché”? Aspettare “chi”? Tutto sembra così ripetitivo da spegnere il desiderio di qualcuno o di qualcosa che sta per venire. Eppure, “anche il grano attende, anche la pietra attende” (Turoldo), non in un chiuso egoismo eccentrico, non nella beatitudine del singolo, ma per “un cielo e nuova terra” capaci di dare respiro all’umanità sfinita ed oppressa. Secondo l’evangelista più antico, la manifestazione gloriosa del Figlio dell’uomo avverrà dopo una tribolazione, nella quale l’assetto attuale del mondo sarà sconvolto e avrà fine (cf. Mc 13,5-23). Allora tutta l’umanità sarà posta di fronte alla visione del Figlio dell’uomo veniente sulle nubi con grande potenza e gloria (cf. Mc 13,24-27; Dn 7,13-14). Il grande Profeta ci dirà: “Se tu squarciassi i cieli e discendessi!” (Is 63,19). Attesa di Dio, dunque, attesa di un Gesù che è Dio caduto sulla terra come un bacio (B. Calati). È la supplica dell’umanità, è il grido di dolore che sale dalle corsie dei nostri ospedali. È la preghiera che si eleva da ogni casa, dove la malattia intristisce la vita familiare. La terra e il cielo dicono: “Maranatha”. Chiediamoci: noi cristiani, che vogliamo essere discepoli di Gesù, attendiamo ancora veramente la sua venuta? Siamo quelli che Paolo definiva: “in attesa della manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (cf. 1Cor 1,7)? Il grande Basilio di Cesarea ammoniva: “‘Che cosa è specifico del cristiano?’. ‘Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronti nel compiere pienamente la volontà di Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene (cf. Mt 24,44; Lc 12,40)’” (Regole morali 80,22). E i Padri del deserto affermavano: “Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” (Detti dei Padri, collezione alfabetica, Poemen 135) perché sapevano e avevano sperimentato che la vigilanza è la matrice delle virtù cristiane.
D.V.
Gesù Cristo, Re dell’universo
Mt 25,31-46
Alla fine? L’amore
Siamo alla conclusione di un percorso di fede, accompagnato dall’evangelista Matteo. Sembra quasi una conclusione drammatica, da giudizio finale. In realtà, è un brano straordinario che pone, con chiarezza, ogni discepolo di Cristo di fronte alla concreta responsabilità verso i fratelli e, in particolare, verso gli ultimi. Potremmo considerarlo come “la rivelazione della verità ultima, sull’uomo e sulla vita”. “Quando il Figlio dell’Uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, si siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno riunite tutte le genti”. Non è solo una proposizione temporale, ma il naturale percorso di un ritorno dove la sostanza della vita ha un nome, una forma che convoca l’uomo a confrontarsi con la forma di Dio, la forma del vivere: l’amore. Un giudizio necessario affinché la storia abbia un senso e le nostre azioni trovino la loro oggettiva verità davanti al Dio che “ama giustizia e diritto” (Sal 33,5). Non è un giudizio di condanna, quello del Figlio dell’Uomo, ma è un venire a noi per chiederci come siamo riusciti a fare regnare la giustizia per coloro che, sulla terra, sono stati vittime, per quanti sono stati privati della possibilità di una vita degna di questo nome. Servendosi di un’immagine tratta dal profeta Ezechiele, Gesù afferma che il Figlio dell’Uomo “separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra” (34,17). Una separazione non identificata tra buoni e cattivi, tra peccatori e non peccatori, ma individuata per i gesti di bontà e per le lacrime che abbiamo saputo versare per l’altro. Dall’aver o meno servito i fratelli e le sorelle, dalle relazioni di comunione con quanti siamo stati disposti a incontrare sul nostro cammino. Mi hai visto? Questa è la domanda inquietante che ci farà alla fine dell’esistenza il Signore. Lo hai fatto a me! Non è il non aver fatto mai nulla di male nella vita, ma è l’aver omesso di fare del bene. Perché si fa del male anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra. Non impegnarsi per il bene comune, restando a guardare, è già farsi complici del male diffuso, della corruzione, delle mafie, è la “globalizzazione dell’indifferenza” (papa Francesco).
D.V.