La Nazione delle piante di Stefano Mancuso, pubblicato nel 2019 da Laterza, è un saggio che narra di un mondo dove le piante hanno una propria nazione, e sono la sola e unica potenza planetaria.
L'uomo è uno dei suoi condomini spiacevoli e molesti, fa tanti disastri e poi, come un genitore premuroso, la pianta cerca di risolverli. Mancuso ha immaginato una costituzione per questa nazione basata sui principi fondamentali che regolano la convivenza delle piante e di tutti gli esseri viventi.
Nel 1968, durante la missione Apollo 8, tre astronauti orbitarono per la prima volta intorno alla Luna. Uno di loro, William Anders, scattò la foto Earthrise, in cui venne immortalato il momento in cui la Terra sorgeva dallo spazio: un piccolo pianeta verde per la vegetazione, bianco per le nuvole e blu per l’acqua, bellissimo ma fragile. Quell’immagine ha cambiato per sempre la nostra idea della Terra.
Questi tre colori che caratterizzano il nostro pianeta non esisterebbero senza le piante. Grazie alle piante non solo esistono i colori del nostro pianeta, si ha anche la produzione di ossigeno e la regolazione del clima che rende possibile la vita. Senza di loro, la Terra sarebbe una palla di roccia, come Marte o Venere.
Eppure, nonostante tutto il lavoro che loro compiono, le conosciamo pochissimo e le sottovalutiamo. Dal momento del suo arrivo, l'uomo è riuscito a cambiare drasticamente il pianeta, inconsapevole del valore delle cose con cui «gioca».
Per farci riflettere, l’autore immagina una costituzione della Nazione delle Piante, come se le piante fossero una grande comunità, la più importante e popolosa nazione, da cui ogni altro organismo vivente dipende, che ci insegna come vivere in armonia con il pianeta: «le piante, come genitori premurosi, dopo averci reso possibile vivere e resesi conto della nostra incapacità di svilupparci autonomamente, corrono di nuovo in nostro soccorso, dandoci delle regole da seguire come vademecum per la sopravvivenza della nostra specie».
Così il libro di Stefano Mancuso definisce gli otto articoli di una Carta dei Diritti delle Piante, una costituzione scritta dalle piante e costituita dai pilastri che regolano la convivenza tra tutti gli esseri viventi. Questa costituzione ci ricorda che l’uomo non è il padrone della Terra, ma solo uno dei tanti abitanti della Terra, la «casa comune della vita» in cui i «diritti dei viventi attuali e delle prossime generazioni» sono universalmente rispettati (articolo 4), il «diritto all'acqua, al suolo e all'atmosfera puliti» è garantito (articolo 5) e il «mutuo appoggio fra le comunità naturali di esseri viventi è strumento di convivenza e di progresso» (articolo 8).
L’uomo, qualunque sia la sua origine, secondo l’autore, è il predatore più potente del pianeta. Da quando è iniziato l'antropocene, «l'era geologica nella quale viviamo e i cui carattere predominante è dato dall'azione tellurica dell'attività umana» , l'uomo si comporta come se la Terra fosse solo sua, una risorsa da sfruttare e consumare senza limiti. Ma, così facendo, noi stiamo distruggendo l’unico pianeta che abbiamo, e non ce ne rendiamo nemmeno conto.
Nel mondo naturale, le piante sono alla base di tutto: producono energia e permettono la vita, mentre gli animali (compreso l’uomo) la consumano.
In realtà, dovremmo considerare le piante come il «motore della vita», non come esseri inferiori. L’uomo invece è diventato un «superpredatore», che consuma risorse e inquina a livelli mai visti prima. A causa di ciò gli scienziati stimano che oggi le specie si estinguano fino a 10000 volte più velocemente del normale.
Il problema è che molti non si rendono conto della gravità della situazione. Pensiamo infatti che la natura non ci riguardi perché viviamo nelle città, ma la verità è che la nostra sopravvivenza dipende dagli ecosistemi che stiamo distruggendo.
Come dice lo scienziato Rodolfo Dirzo, questo «annientamento biologico» avrà conseguenze enormi anche per noi. Se continuiamo così, non sarà solo la natura a sparire: rischiamo di distruggere la nostra stessa civiltà.