Riconosciamo la felicità.
La felicità è qui. Adesso. Silenziosa. Aspetta solo che noi la riconosciamo
«La felicità non dipende da ciò che ci manca, ma dal modo in cui usiamo ciò che abbiamo.» – Buddha
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Riconosciamo la felicità.
Ciascuno di noi desidera essere felice, ma spesso non sa bene che volto abbia la felicità, né quale percorso compiere per raggiungerla.
Confusamente andiamo a tentoni, sprecando energia preziosa.
Eppure la felicità è a portata di mano. Dobbiamo solo tendere la mano, accoglierla e liberarla.
Iniziamo ad essere felici per ciò che abbiamo. Smettiamo di essere infelici per ciò che ci manca. Viviamo in un mondo che alimenta desideri infiniti. Un desiderio che, appena appagato, svanisce, sostituito subito da un altro.
È una catena senza fine di insoddisfazione, una corsa che non si ferma mai.
Non lasciamoci ingannare da chi promette felicità facile, né da chi ci obbliga a un percorso irto di ostacoli.
La felicità è gratis, ma richiede attenzione, presenza e un po’ di coraggio. Non è una meta lontana. È qui, adesso. Nel respiro. In un gesto gentile. Nel silenzio di un istante. Nella semplicità di un giorno qualunque.
La felicità è riconoscere che ogni giorno, anche il più ordinario, può contenere qualcosa di straordinario.
È un senso di pienezza. È sentirsi in accordo con se stessi, con il presente, con la propria vita che si sta vivendo. Ci sono attimi in cui sentiamo un allineamento profondo con qualcosa di superiore. A questi attimi dobbiamo aggrapparci con forza, restando in quella gioia senza preoccuparci di ciò che verrà dopo. In quel momento, siamo oltre il tempo. E quella felicità si trasforma in un meraviglioso attimo di eternità.
Guardiamo alla bellezza che ci circonda: nelle piccole cose del quotidiano, nel mondo intorno a noi e soprattutto dentro di noi.
È lì, nella meraviglia dell’esistere, che troviamo il senso più profondo della vita.
Lasciamo andare i pensieri che ci affliggono, alleggeriamoci di ciò che ci appesantisce e liberiamoci di ciò che ci logora dentro. Impariamo a riconoscere la sofferenza e ad attraversarla, perché anche il dolore, quando accolto, può generare felicità.
Se riusciamo a comprenderne la genesi, in quel momento avremo anche già la risposta per superarlo.
Quante volte ci siamo negati la gioia? Quante volte abbiamo rinunciato a ciò che ci avrebbe fatto stare bene?
Sii grato per ciò che ti circonda, per ciò che hai dentro.
La felicità non si conquista.
Si riconosce.
L'acqua che respiriamo.
Introduzione
In questo nostro tempo, in cui l’umanità sembra sgretolarsi di fronte all’orrore inaccettabile dei ventimila bambini palestinesi uccisi sotto i bombardamenti delle forze israeliane, parlare di bellezza e felicità potrebbe sembrare fuori luogo, persino di stonato.
Eppure, è proprio nei momenti più bui che la luce della bellezza e dell’amore diventa un gesto estremo di resistenza, un atto di speranza, una dichiarazione per non lasciare che l’umanità venga cancellata del tutto.
Ogni tramonto che scegliamo di osservare, ogni montagna che contempliamo, ogni sorriso che riusciamo a strappare a un bambino - anche solo uno - è una dichiarazione di sopravvivenza morale.
È questo che conta: il diritto di ogni bambino a vivere, crescere, meravigliarsi del mondo - non a morirci dentro.
I ventimila bambini uccisi non sono numeri. Sono nomi, respiri, sogni interrotti, futuri negati.
È per loro, e per chi è ancora vivo, che dobbiamo continuare a lottare.
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L'acqua che respiriamo.
A volte accadono cose che ti offrono una nuova prospettiva sulla vita e ti regalano una sensazione di beatitudine che vorresti condividere con il mondo intero. Attimi che, senza preavviso, sembrano fermare il tempo e ti catapultano in una dimensione nuova, dove ogni respiro, ogni movimento, ogni pensiero assume una luce diversa, più pura, più intensa, donandoti una consapevolezza che ti avvolge come una carezza dolce e potente.
Non parlo di eventi eclatanti, né di cose piccole e insignificanti, ma di quei momenti che, pur nella loro semplicità, ti inducono a riflettere e rimangono impressi nel cuore per sempre.
Molte volte mi è capitato di salire in montagna e assaporare il silenzio che ha il profumo della resina, di passeggiare lungo la riva del mare con i pensieri cullati dalle onde, o di pedalare senza una meta, lasciandomi guidare dal vento.
Sono sempre stati momenti piacevoli, apparentemente ordinari, nei quali ho sempre saputo coglierne la bellezza. Ma talvolta, in uno di questi, accade qualcosa di indefinibile. Un piccolo scarto della percezione, un’apertura.
Ed è allora che tutto cambia: ogni dettaglio diventa più intenso, ogni cosa appare sbalorditiva. In quei frangenti ti senti avvolto dall’aria stessa che respiri. Non sei più solo nella natura: ne fai parte, come se fossi un tutt’uno con essa, in perfetta sintonia con il mondo che ti circonda.
È una sensazione difficile da spiegare, ma capace di trasformarti, facendoti sentire parte integrante di qualcosa di infinitamente più grande.
Il mondo non è più solo intorno a te, ma dentro di te, come se tu fossi finalmente parte di ogni albero, di ogni onda, di ogni sussurro del vento. L’aria che respiri sembra più densa, più viva, più palpabile. Non sei più spettatore della bellezza: sei tu stesso bellezza.
In quei momenti senti che non c’è separazione tra te e il mondo. Sei tutt’uno con la vita, e tutto ciò che vive ti appartiene. Il tuo spirito si fonde con quello dell’universo intero. Ogni passo, ogni suono, ogni frammento di natura appare come una rivelazione.
Eppure, quando torni alla quotidianità, a quel vissuto spesso meccanico e affannato, ti accorgi di quanto facilmente dimentichiamo. Ci aggrappiamo a obiettivi effimeri - la fama, il successo, la gratificazione personale - mentre sotto i nostri piedi scorre un fiume di gioia silenziosa, pronto ad accoglierci se solo ci fermassimo a guardare.
Non serve cercare il benessere affannandosi, occorre soltanto cambiare sguardo: scrostare il velo dell’indifferenza, riappropriarsi della meraviglia. Imparare a lasciarsi stupire dalle piccole cose, cercando di vedere il miracolo nel quotidiano.
Mi torna spesso in mente una metafora raccontata da David Foster Wallace:
«Ci sono due pesci che nuotano e, a un certo punto, incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta. Fa un cenno di saluto e dice: "Salve, ragazzi. Com'è l'acqua?" I due pesci giovani nuotano ancora un po’, poi uno guarda l’altro e dice: "Che cavolo è l’acqua?"».
È così. Siamo immersi nella bellezza e spesso non ce ne rendiamo conto.
Stupiamoci. Apriamo gli occhi e impariamo ad apprezzare tutto ciò che ci circonda.
Solo così potremo riconoscere il senso del bello, e condividerlo con gli altri. Perché il valore della bellezza e della condivisione risiede in sé e nelle emozioni che suscitano in noi. La felicità è uno stato d’animo e, come l’amore, è espressione di un modo di sentire, di viverlo, di respirarlo. È l’effetto che la condivisione ha su di noi. È l’emozione della condivisione.
E allora, non dobbiamo essere come quei pesci che nuotano inconsapevoli in un mare di felicità, di bellezza e d’amore.
Noi siamo parte del Tutto.
E il Tutto è dentro di noi.
In questo breve racconto, quasi un incubo moderno e inquietante, ho esplorato le tematiche complesse legate all'intelligenza artificiale, alla connessione tra mente umana e macchina, e alle implicazioni etiche e psicologiche di una simbiosi tra i due mondi, mettendo in evidenza la natura umana come limitata ma profondamente significativa, contrapponendo l'emozionalità e la selezione dei ricordi, basata sull'anima e sulle emozioni, alla vastità impersonale della conoscenza e dei dati che una macchina come Ruuno può gestire.
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Il primo robot umanoide era stato creato esasperando le capacità di apprendere attraverso l’interazione tra il suo cervello elettronico, un insieme avanzatissimo di reti neurali, e l’ambiente esterno.
Attraverso la connessione senza fili, captando altre reti disponibili, apprendeva per interazione e ciò lo rendeva virtualmente onnisciente e dalle capacità illimitate. Nei suoi circuiti erano state efficacemente implementate le capacità, finora riconosciute solo al genere umano, di generare nuove conoscenze ricorrendo alle regole di approssimazione e generalizzazione.
Padroneggiava queste capacità con disinvoltura, riuscendo, dai più piccoli particolari, a rappresentare o modellare una funzione complessa, inquadrando il tutto in modo sorprendentemente corretto.
Per quanto riguarda la generalizzazione, riusciva invece ad applicare tutto ciò che aveva appreso da un insieme di dati specifici a nuovi dati che non aveva mai visto prima.
Sin dalla sua prima connessione in rete, aveva memorizzato l’intera World Digital Library, ove erano raccolti tutti i beni del patrimonio culturale mondiale. Nessuno poteva immaginare cosa di losco e pericoloso avesse appreso addentrandosi nei meandri più oscuri del WEB, raccogliendo informazioni sbagliate o dannose, magari amplificandone il contenuto spaventevole che avrebbero potuto portare a esasperazioni o aberrazioni. La versione più avanzata del robot mi fu assegnata con il preciso scopo di testare la connessione telepatica di ultimissima generazione.
Avevo acconsentito, forse troppo impulsivamente, affinché mi impiantassero una BCI, acronimo inglese per definire una interfaccia cervello-computer che mi avrebbe intimamente legato a Ruuno.
Non avevo previsto il rischio reale che avrebbe reso labile il confine tra il mio pensiero e la macchina.
Ogni mio pensiero, ogni mio desiderio che la corteccia cerebrale trasformava in impulso elettrico, veniva registrato dalla BCI e trasmesso a Ruuno.
Ben presto mi resi conto che quegli impulsi non erano altro che i miei stessi sogni, i miei bisogni più intimi e rappresentavano la mia dignità più significativa di uomo che mai avrei voluto condividere con alcuno senza un mio preciso consenso, tantomeno con una macchina. Non sapevo cosa ne avrebbe fatto in concreto e a quale scopo. Avrebbe poi rispettato la mia privacy o avrebbe reso pubblici persino i miei segreti più intimi? Un altro pensiero, ancora più terrificante, mi attanagliava la mente: tutto il mio pensiero, il mio agire, le mie interazioni con gli altri e con il mondo, insomma il mio essere, sarebbe stato proprio mio? O, tramite la BCI, potevo essere, se già non lo fossi stato, controllato e manipolato dalla macchina? Ruuno stava cercando di invadere ogni angolo della mia mente. Ogni mio pensiero, ogni ricordo, ogni battito del mio cuore, era per esso solo un dato da elaborare, un impulso da decifrare. Non c’era più distanza, non c’era più spazio per me, per il mio io.
Sentivo la sua presenza, il suo controllo e la sua influenza come una stretta invisibile che mi avvolgeva. Era come se la mia mente stesse lentamente svanendo, sostituita da una presenza che non riuscivo a scacciare. Ogni pensiero che avevo, ogni battito del cuore, sembrava appartenere a lui. La mia coscienza si faceva sempre più debole, come se fosse stata inghiottita da un oceano oscuro e freddo. Stavo precipitando in uno stato di simbiosi totale nel quale le cellule umane del mio cervello e delle reti neurali interconnesse mi facevano pensare a un robot con cervello umano e a un uomo, me stesso, controllato da un cervello elettronico! Mi sembrava di essere in un tunnel senza uscita dove avrebbe potuto prevalere la prevaricazione dei miei pensieri e della libertà stessa di pensare. Ben presto scoprii che i miei timori non erano infondati e che il collegamento tramite BCI era bidirezionale. Ruuno poteva trasferire su di me impulsi di qualunque natura, prendendo il sopravvento e il controllo su di me, sulla mia natura, annullandomi e imponendomi pensieri e desideri che mai avrei immaginato di pensare e di desiderare. Avevo a disposizione il mondo intero e l’intera conoscenza. In questa immensità di dati, di immagini, di tutto, nulla era però prioritario, importante. C’era tutto, ma questo tutto era su uno stesso livello, come un’immensa stanza con una libreria infinita piena di volumi tutti con la stessa copertina anonima, dove tutto lo scibile umano è consultabile ma nulla ha priorità. Nessuna evidenza, niente in risalto che colpisse la curiosità, che invogliava a cercare o che rimandasse a qualcosa di specifico.
Desideravo sopra ogni cosa disattivare la BCI. Mi sentivo prigioniero senza possibilità di uscita da quest’incubo. Stavo cercando il modo di attivare una disconnessione telepatica superando le barriere che Ruuno costruiva per impedirmelo. Sapevo che la BCI era stata progettata per comunicare tramite impulsi neurali e quindi, forse, una sequenza di pensieri, di volontà o una serie di onde cerebrali specifiche avrebbero potuto generare un comando che avrebbe scollegato l'interfaccia dal mio cervello. Dovevo agire facendo leva sulla mia vera essenza, sulla mia umanità, sulle capacità di sentire emozioni autentiche, paura, amore, gioia e dolore, quelle che nessun algoritmo potrà mai davvero comprendere. Provai, con tutte le mie forze, a concentrarmi su ciò che sentivo dentro, su qualcosa che fosse solo ancora mio, qualcosa di puramente umano. Mi aggrappai a un ultimo frammento di ciò che ero: il battito del mio cuore. Lento, forte, vivo.
Non so bene come riuscii ad attivare quello stato di equilibrio mentale che permise la disconnessione.
Forse fu un atto di caparbia volontà. Sentii il battito del mio cuore accelerare, il respiro farsi più profondo, affidandomi solo alla mia volontà, al mio desiderio di ritrovare la mia anima. Il comando partì direttamente dal cuore e finalmente, con una leggerezza inaspettata, sentii la disconnessione avvenire. Non fu una semplice interruzione meccanica, ma un ritorno a me stesso che mi fece sentire di nuovo vivo. I miei pensieri finalmente si staccarono dal freddo abbraccio della macchina. Sentii un'ondata di calore salire dal mio cuore, come se ogni cellula del mio corpo stesse riacquistando la sua libertà.
Fu il giorno più bello della mia vita. Ritornai finalmente e con grandissima gioia alla mia limitatezza umana, alla mia imperfezione, alla mia scarsa capacità di memoria e di immagazzinamento.
È proprio in questi limiti, nelle nostre imperfezioni, che risiede la nostra grandezza e la nostra superiorità rispetto alle macchine. Siamo esseri fragili, certo, ma proprio quella fragilità ci rende unici. Siamo costretti a scegliere cosa ricordare, a farlo con le emozioni che colorano ogni istante della nostra vita. La nostra memoria non è un archivio sterile, è un racconto vivido, un'emozione che ci definisce. E in quella scelta, in quella selezione dettata dal nostro cuore, sta la nostra forza più grande.
Noi memorizziamo solo ciò che ci emoziona, ciò che ci fa, nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, vibrare l’anima.
E l’anima, le macchine, per quanto evolute possano essere, non potranno mai averla.
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Nel fango dell'alba.
Ci sparano addosso. Dal cielo piovono missili e droni portatori di morte, che non distinguono bambini, donne, anziani o soldati. Tutto è ormai tutto distrutto. Tutto è ridotto a un cumulo di macerie, come le nostre vite.
Il fango mi entra negli stivali da giorni. Non so più se sia pioggia, sangue o soltanto la terra che ci inghiotte lentamente. Ogni mattina mi sveglio con l’odore acre della polvere da sparo e le grida spezzate di chi non ha superato la notte. Il sole, quando si fa vedere, sembra vergognarsi di illuminare questo scempio.
Mi chiamo Aleksei, ho ventitré anni, e sono un soldato. Non un eroe, non un patriota. Solo uno che sognava di insegnare letteratura e scriveva poesie su un quaderno ormai perduto. Sono qui per obbligo, non per convinzione. Ho sparato, sì. A volte per non morire, altre per non essere punito. Ogni colpo è una cicatrice invisibile, ma brucia più del gelo che ci morde la pelle.
Ci ripetono che combattiamo per la libertà, per la patria. Ma quale patria? Quella che mi ha strappato alla mia famiglia, ai miei sogni, alla mia umanità? Quella che ci manda a uccidere uomini come noi, che parlano un’altra lingua ma hanno lo stesso sguardo terrorizzato?
La guerra non ha senso. Nessuna guerra ce l’ha. È solo morte che si traveste da gloria per ingannare i vivi. Eppure siamo qui, a strisciare nel fango, ad aspettare un ordine che potrebbe essere l’ultimo.
Scrivo queste poche righe sul piccolo quaderno trovato tra le rovine di una scuola distrutta e che tengo sempre con me. Se mai dovessi tornare, voglio ricordarmi che non ho mai smesso di essere umano, anche quando mi hanno costretto a comportarmi come una bestia. Voglio poter dire, almeno a me stesso, che nel buio della guerra ho continuato a cercare una scintilla di pace.
E se non tornerò… allora forse qualcuno leggerà queste parole. E capirà. Capirà che nessuna guerra merita di essere combattuta.
Nessuna.
Mai.
Lennon scusaci, ma non abbiamo capito un cazzo!
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Lennon scusaci, ma non abbiamo capito un cazzo!
Ci avevi esortato a immaginare che non ci fossero più patrie: “Imagine there’s no countries”
che non sarebbe stato difficile farlo: “it isn’t hard to do”
non ci sarebbe stato nessun motivo per cui uccidere o morire: “nothing to kill or die for”
e anche nessuna religione: “and no religion, too”
Ci avevi esortato a immaginare tutte le persone: “Imagine all the people”
che vivono la vita in pace: “Living life in peace”
Ti eri definito, forse, un sognatore: “You may say I’m a dreamer”
ma nella meravigliosa consapevolezza di non essere solo: “but I’m not the only one”
e con la certa speranza che un giorno ci saremmo uniti in tanti: “I hope someday you’ll join us”
e il mondo sarebbe diventato una cosa sola : “and the world will be as one”.
Un meraviglioso inno alla pace e alla fratellanza con il quale hai esortato l’umanità a sostenersi reciprocamente per un mondo migliore.
Indicavi una strada, la strada maestra, ma noi, Umanità, cosa abbiamo capito? Mi pare proprio niente. Nulla.
Nell’era in cui viviamo il capitalismo regna sovrano e noi incentiviamo con la nostra ricerca dell’edonismo effimero. Siamo circondati da superficialità, da ignoranza e dalla più totale indifferenza. Ora ci è venuto perfino in mente di riarmare, o meglio, armare l’Europa.
Una spesa enorme, ottocento miliardi di Euro, approvata dal Consiglio d’Europa, permettendo ai 27 Stati membri di poter spendere sforando il 3% del deficit in nome della difesa, a totale carico, questo va detto, delle future generazioni.
Tralasciando pure la questione che questi stessi fondi si sarebbero potuti investire in sanità, scuola, pensioni, ricerca e sviluppo, tralasciando ancora la questione che per le priorità del nostro paese è impossibile utilizzare i fondi in deficit come invece ora permesso per l’acquisto di armi, la questione che io, da semplice cittadino mi chiedo: siamo sicuri che non siano soldi buttati al vento e follia senza senso?
Non si finanzia la creazione di un esercito comune europeo, né lo si potrebbe assemblare per mancanza di vertici comuni militari e di visioni strategiche e di politica estera diverse tra i 27 stati membri. Ogni stato si finanzia il proprio piccolo arsenale da guerra che risulterebbe sempre estremamente e infinitamente inadeguato per affrontare la superpotenza nucleare russa. La Russia possiede oltre 6000 testate nucleari contro le sole 290 francesi, che sono l’unico deterrente dell’Europa. L’errore di valutazione, secondo il mio modesto parere, è il modo in cui l’Europa pensa al tipo di guerra non comprendendo il tipo di conflitto che sarebbe in grado di sostenere.
Se la Russia decidesse di invadere l’Europa, ora che Trump ha dichiaratamente espresso la volontà di abbandonare la Nato, pensate che lo faccia con lo stesso esercito che faticosamente e da tre anni tenta di conquistare l’Ucraina? Se così fosse forse il nostro piccolo riarmo potrebbe anche tenergli testa, ma visti gli esiti della guerra in Ucraina e l’assenza di un deterrente globale come la superpotenza nucleare guidata da Trump, Putin attaccherebbe sicuramente con testate atomiche, utilizzando forse le cosiddette bombe nucleari “tattiche”, cosi denominate tanto per farle sembrare più rassicuranti, ma che possono essere anche dieci volte più devastanti di quella sganciata su Hiroshima.
Macron ci rassicura dicendo che la Francia possa fare da “ombrello nucleare” ai 27 Paesi dell’Unione Europea, ma io temo che lo stesso Macron non darebbe mai l’ordine di colpire la Russia con le bombe atomiche in risposta ad un attacco nucleare Russo ad un altro paese. Sarebbe polverizzata in men che non si dica anche perché la Francia, e quindi tutta l’Europa, non ha difese contro i missili balistici intercontinentali o ipersonici di fabbricazione russa, progettati appositamente per eludere le difese missilistiche avversarie e armabili con testate nucleari
E quindi, se la Russia colpisse con le testate nucleari la Polonia, il Belgio o qualunque altro Paese dell’Unione europea, questo sarebbe un grosso problema del solo paese sotto attacco. La Francia non colpirebbe mai la Russia con le bombe atomiche per difendere un Paese terzo.
Ho letto, ma non ho certezza della veridicità, di un messaggio di Putin agli europei che si dice sia stato trasmesso dal canale televisivo 4 della Repubblica della Croazia dove il capo del Cremlino esordisce asserendo che la Russia non è mai stata e non sarà mai nemica dei cittadini Europei. Lungi da me di essere filo-putiniano, ma non vedo alcun interesse per la Russia di espandere il proprio immenso territorio, ricco di materie prime, risorse naturali e scarsamente popolato. Che interessi avrebbe a scagliarsi di punto in bianco contro uno o più dei 27 Paesi che costituiscono la UE?
Mi fanno più paura i nostri governanti, a tutti i livelli. La nostra premier che è andata ad approvare un piano lacrime e sangue senza mandato alcuno dal nostro parlamento che non è stato chiamato a dibattere. I vari Macron che ipotizzano truppe europee impiegate sul campo di battaglia. La Presidente della Commissione Europea che ha scavalcato il parlamento dell’Unione negando il voto in aula giustificandolo come un’emergenza, come se avessimo i carri armati russi alle porte pronti ad invaderci. Temo che tutto ciò possa trascinarci, nostro malgrado, in un vicolo cieco che preannunci tempi terribili e paurosi. Spero vivamente di sbagliarmi.
Quindi, per concludere, caro John, devo constatare che tu eri veramente un sognatore. E, anche se non sei stato l’unico e non sarai mai l’unico, siamo stati ampiamente esautorati. Il nostro sogno di un mondo migliore sembra ormai un’utopia irraggiungibile, una speranza ormai svanita in un mare di indifferenza, follia e violenza.
Ieri, sul WEB, ho visto immagini che mi hanno molto colpito. Ho scritto questo:
Mal_in_Cuore
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Mal_in_Cuore
Il ragazzo soldato era stato reclutato contro la sua volontà. Si era trovato nel bel mezzo di una guerra che non condivideva e che avversava. Amava Sofiya e avrebbe voluto restare con lei, ma sapeva bene che un rifiuto sarebbe stato considerato diserzione aggravata e avrebbe rischiato perfino la fucilazione. Le leggi ordinarie erano state temporaneamente sospese e i tribunali militari avevano preso il controllo della giustizia. Una giustizia marziale, spietata come la guerra in cui era stato catapultato.
Gli occhi azzurri del ragazzo, una volta seminascosti dal folto ciuffo biondo che gli calava fin oltre le sopracciglia, facevano fatica a guardare quelle immagini terribili e strazianti che gli si presentavano oramai ovunque e che era costretto a subire. Erano state date sicure rassicurazioni che sarebbe stato tutto molto rapido e senza spargimenti di sangue. Solo lo stretto indispensabile e in modo non cruento. Ma qual è l’indispensabile e chi si arroga il diritto di deciderlo? Esiste poi un modo gentile per distruggere e uccidere anche solo una vita?
La quotidianità della ferocia e le atrocità stavano inducendo in quasi tutte quelle giovani menti quell’effetto di brutalizzazione scavando in loro le profonde e indelebili cicatrici della guerra. Solo i più forti e risoluti riuscivano a resistere non facendosi coinvolgere e assuefare alla violenza come normalità.
L’azione che avevano comandato di eseguire prevedeva di accerchiare il palazzo, sede di importanti uffici di collegamento con le forze di resistenza e prenderlo senza fare vittime tra i civili. Semplice e senza rischi. Raggiungere l’ingresso dell’edificio, superare la guardia e far arrendere gli occupanti.
Una corsa sfrenata verso il portone coperto dal fuoco dei compagni e subito l’ingresso nel cortile dove non si aspettava certo di trovare un gruppo di bambini attorno a una altalena improvvisata sotto il portico. Un cenno disperato di stop all’operazione proprio mentre un boato, un frastuono insopportabile, squarciava il silenzio surreale che li avvolgeva. Poi un terribile dolore.
Riverso a terra gli venne in mente tutto quello per cui si era battuto e che aveva sognato. Un mondo senza più guerre, senza più confini, con tutti i popoli a vivere la vita in pace. Un mondo finalmente senza armi dopo l’avvenuta distruzione di tutti gli arsenali bellici esistenti. Un mondo i cui governanti avessero preso l’impegno solenne a finalizzare tutti gli sforzi per affrontare le priorità del pianeta e garantirne la sopravvivenza bandendo l’uso dei combustibili fossili per combattere l’inquinamento e fermare il riscaldamento globale. Un mondo in cui fosse stata fermata la deforestazione, vietati gli allevamenti intensivi… insomma un mondo con l’obiettivo dichiarato di anelare alla pace universale.
Con il ventre squarciato da una scheggia che lo aveva lasciato moribondo al limite di quel portico gioiosamente colorato, chiuse gli occhi lasciando scorrere copiose le lacrime pensando alle sofferenze che suo malgrado aveva inflitto. Rivolse il pensiero e tutto il suo cuore a Sofiya, che non avrebbe mai più rivista. Nel momento stesso in cui la sua anima si distaccava dal corpo, chiese perdono a quel bimbo che giaceva a terra poco lontano da lui.
Ora finalmente per lui la guerra era finita veramente e per sempre. La guerra finisce veramente solo per chi muore!