Trieste, 16 maggio 2025
Oggi, in Prefettura, alla presenza delle autorità cittadine e della mia famiglia, sono stato insignito del titolo di Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica conferitomi dal Presidente della Repubblica. Sono profondamente onorato per questo titolo che considero un privilegio e voglio dedicarlo a mio padre, che, se fosse ancora tra noi, ne sarebbe stato felice e orgoglioso. Me lo immagino commosso, sussurrarmi: 'Degno nipote di tuo nonno, Commendatore Antonio Sia... da Catanzaro'. Ciao papà, ovunque tu sia."
Nel buio del mondo.
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Nel buio del mondo.
Le parole del nostro ministro degli esteri Antonio Tajani (non di quelle del ministro degli esteri di Israele) e di quelle del vicepresidente degli Stati Uniti d'America J. D. Vance, lasciano sconcertati.
Hanno definito scaramucce i bombardamenti effettuati nelle ultime ore dallo Stato di Israele su Gaza. Solo piccole scaramucce.
Nelle ultime ore sono stati uccisi cento civili palestinesi, tra cui trentacinque bambini. A queste povere vittime si aggiungono i centosei civili palestinesi morti da quando è entrato in vigore il cosiddetto cessate il fuoco a Gaza, la “pace di Trump”.
Stiamo precipitando nel buio.
Le notizie arrivano come lame, e ogni immagine è una ferita. Bambini coperti di polvere, fatti a pezzi. Occhi chiusi troppo presto, mani che non stringeranno più nessuno.
E qualcuno, da lontano, chiama tutto questo “scaramucce”. Io invece ci vedo solo un dolore che non trova voce.
Vorrei che ci fermassimo - anche solo un attimo - a guardare questo dolore senza voltare lo sguardo, a sentire nel petto il peso di ciò che accade.
Perché se anche un solo bambino piange, tutto il mondo dovrebbe ascoltare.
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Vogliatevi bene.
Spesso ho sentito un grande uomo ripetermi: “Vogliatevi bene, questa è la sola cosa importante nella vita. Il resto… sono tutte cose di poco conto.”
Ho sempre riflettuto… e mai dimenticato quelle parole. Mi sono rimaste dentro, come un seme.
Col tempo hanno iniziato a germogliare, a prendere forma, a mostrarmi — con lentezza e forza — ciò che davvero conta.
Non è una cosa scontata, né facile. E allora… come si fa a volersi bene?
Credo - e sono convinto - che intendesse, innanzitutto, il volersi bene dentro i legami di sangue.
Tra fratelli, tra sorelle, tra genitori e figli. Un amore che non si misura, non si pesa, non si compra. Un amore che dovrebbe resistere al tempo, alle distanze, ai torti, agli equivoci. Un amore che non si corrompe per questioni di eredità, di orgoglio, di parole non dette.
Credo - e sono convinto - che intendesse anche il volersi bene verso sé stessi. Un rispetto profondo, silenzioso. La capacità di non rincorrere sempre qualcosa, di non vivere in lotta contro la propria immagine riflessa. Sapersi bastare, concedersi tregua, scegliere una vita dignitosa anziché una vita apparente. Sentirsi appagati per ciò che si ha e si è raggiunto, con la consapevolezza - onesta - delle proprie fragilità.
Credo - e sono convinto - che intendesse anche l’amore per il creato.
Per quella natura che ci ospita e che troppo spesso trattiamo come se ci appartenesse. Quando invece ci comprende, ci contiene, ci sopporta. Voler bene al mondo - agli alberi, ai mari, ai cieli - è un modo per restare umani.
Credo - e sono convinto - che intendesse infine il rifiuto totale della guerra, dell’odio, della prevaricazione. Non si può dire “ti voglio bene” e poi accettare la violenza, voltarsi dall’altra parte quando qualcuno soffre, giustificare l’ingiustificabile.
Volersi bene è un atto politico, etico, universale.
E forse, sopra tutto, quel “vogliatevi bene” era anche un invito a cercare una pace interiore. Un luogo dentro di noi dove poter stare, senza dover fuggire. Una radice. Un silenzio che non fa paura. Un modo di vivere che ci rimetta in sintonia col mondo.
Ecco, io sono fermamente convinto che questo fosse il suo messaggio.
E oggi che quel grande uomo, mio padre, non c’è più, porto con me le sue parole come si porta un’eredità invisibile, ma incancellabile.
Mi restano il suo esempio… e quella frase, ripetutami anche negli ultimi istanti di vita con voce ormai flebile: “Vogliatevi bene.” Una frase così semplice da sembrare scontata eppure, così vera da non smettere mai di risuonare.
È davvero tutto lì.
Ciao papà.
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Su questo attacco di Israele ho sentito il bisogno urgente di documentarmi a fondo, nel tentativo di capire cosa stia accadendo e — soprattutto — dove rischiamo di andare a finire.
Sì, proprio non riuscivo a capacitarmi delle tante voci, anche autorevoli, che sostengono apertamente un attacco unilaterale contro l’Iran. Un attacco che, a ben vedere, somiglia in tutto e per tutto a una guerra preventiva. Una guerra non contro un atto, ma contro un’intenzione presunta: quella dell’Iran di costruire l’arma atomica.
Tra i principi in cui credo profondamente ci sono quello dell’autodeterminazione dei popoli e quello della sovranità territoriale: ogni Stato dovrebbe poter decidere liberamente il proprio destino, finché non danneggia altri.
Se domani l’Italia decidesse di riaprire le centrali nucleari, o perfino di avviare un programma per dotarsi di un’arma atomica, la Francia — che possiede da decenni un arsenale nucleare — potrebbe forse bombardare impunemente il nostro territorio?
Ecco quindi il punto.
Il Trattato di non proliferazione nucleare del 1970 (TNP), costruito con pazienza nei decenni successivi alla Guerra Fredda, è stato finora uno dei pochi argini reali al rischio di una guerra atomica. Tutti i Paesi firmatari accettano ispezioni periodiche da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Il trattato vieta la costruzione di ordigni nucleari a chi non ne possiede, ma non impedisce l’uso civile dell’energia atomica. Eppure, l’Iran — pur restando sotto i controlli internazionali, pur continuando a rispettare formalmente gli obblighi del TNP — è stato colpito. I suoi impianti bombardati. I suoi scienziati assassinati. E tutto questo nonostante gli ispettori AIEA, fino a oggi, non avessero mai riscontrato violazioni gravi.
L’Iran non ha mai lasciato il regime di salvaguardia dell’Agenzia, ma ora tutto potrebbe cambiare. Quello che sta succedendo in questi giorni resterà nei libri di storia come uno spartiacque: il momento in cui l’irresponsabilità criminale del governo di Tel Aviv — spalleggiata dalla complicità di Washington e dal silenzio codardo dell’Europa — ha fatto a pezzi un equilibrio già fragile, spingendo il mondo sull’orlo di un abisso.
Bombardando impianti nucleari civili di uno Stato che ancora aderisce al TNP, Netanyahu non ha solo violato il diritto internazionale. Ha fatto molto di più: ha offerto all’Iran, su un vassoio d’argento, la legittimità giuridica per uscire dal trattato e dotarsi — stavolta davvero — dell’arma atomica.
Da oggi, ogni impianto nucleare civile può essere considerato un bersaglio. La linea tra uso pacifico e uso militare, faticosamente costruita per garantire almeno un margine di sicurezza al mondo, è stata cancellata.
Il precedente è spaventoso. Se uno Stato può colpire impunemente le strutture civili di un altro, in nome di una “minaccia” mai dimostrata, allora il TNP non ha più alcun valore. E senza il TNP, l’intero castello giuridico che ha tenuto in equilibrio il mondo dal 1945 a oggi rischia di crollare nel giro di pochi mesi.
Quel che fino a ieri era l’incubo più temuto — una guerra termonucleare — oggi sembra meno remoto, più plausibile. Forse, perfino inevitabile.
E il mondo, come lo conosciamo, non sarà mai più lo stesso.