La fresella (ma qualcuno dice frisella) è quel particolare biscotto schiacciato assai duro che ha bisogno di essere ammollato nell’acqua per poterlo addentare.
La fresella (dal latino frindere, spezzettare) alla maruzzara napoletana non è una semplice fetta di pane, ma viene fatta totalmente a mano e cotta due volte nel forno, e dunque biscottata: una volta spugnata in acqua, rinviene e la si consuma come se fosse pane (più o meno).
Naturalmente si presta perfettamente ad essere inzuppata nel brodo di cozze (‘a zuppa ‘e cozze), di trippa (‘a zuppa ‘e carnacotta) ma anche per essere condita con ortaggi nella caponata napoletana e nell’acquasale cilentana.
In lingua napoletana si usa la parola fresella pure per indicare una percossa, uno schiaffone ben assestato: c’aggio dato ‘nu pare ‘e freselle; inoltre la fresella è ovviamente anche la vulva (semanticamente si spiega perché la fresella tonda si sviluppa intorno ad un buco centrale, con decenza parlando); e se uno ha una fidanzata bruttissima, e quindi mostra di avere gli occhi bendati, si dice chillo tene ’e freselle annanze a ll’uocchie.
Esistono tanti tipi di freselle, freselline, gallette, pane biscottato; tra le più note ‘a fresella ‘e Castiellammare (‘a galletta) e ‘a fresella ‘a maruzzara (quella nata per immergersi in una zuppa di maruzze).
La fresella è un cibo povero; costa poco e quindi soprattutto gli indigenti ne hanno fatto sempre un uso amplissimo. Povero sì, ma devi sapere che il più grande testimonial della fresella napoletana era addirittura un re, il nostro re Ferdinando IV di Borbone. Lui ne era molto goloso, amava mangiarla di sera ammollata nel brodino caldo (io le adoro per colazione immerse nel caffellatte). Durante il suo soggiorno al Vomero, a villa Lucia con la sua seconda moglie, Lucia Migliaccio di Floridia (quella della Villa Floridiana) la consorte non gliele faceva mancare mai fresche.