Il testo riflette sul tema della monumentalità nell’architettura contemporanea, interpretata non più come espressione di potere, ma come simbolo civico e collettivo. Opere come la Sydney Opera House di Jørn Utzon e il Guggenheim di Bilbao di Frank Gehry incarnano una nuova concezione del monumento: architetture che dialogano con il paesaggio e la comunità, senza cadere nella retorica celebrativa del passato.
Utzon, con l’Opera House, realizza un’architettura monumentale che si radica nel paesaggio, simbolo di un continente e della connessione tra uomo e natura. La sua monumentalità non impone, ma accoglie. È un’opera corale, che esalta la collettività e si integra con il contesto naturale, lontana dalla monumentalità autoritaria rifiutata dai moderni del primo Novecento.
Gehry spinge oltre questo approccio: il suo Guggenheim trasforma una zona industriale in disuso in un polo culturale e sociale. Come le cattedrali medievali, il museo struttura la vita urbana, diventando centro di scambio, incontro e identità. L’architettura torna così a generare città, a coinvolgere, a farsi simbolo condiviso.
In questo processo, l’architettura assume un valore metaforico, esprimendo significati oltre la funzione. Renzo Piano ne è esempio: dal Beaubourg, “macchina urbana”, al museo di Amsterdam, concepito come una nave, i suoi progetti parlano, raccontano, evocano. La stessa tensione simbolica si ritrova nel Museo ebraico di Libeskind o nell’Accademia danese di Kay Fisker a Roma.
Il percorso da Utzon a Gehry rappresenta una delle strade più fertili verso una nuova monumentalità: un’architettura aperta, civile e narrativa, che accoglie il presente senza dimenticare la memoria e i valori condivisi.