Michael Bassi, Virginia Ottaviani, Gloria Ramundo
Rivisitare la tradizione: la linguistica computazionale al servizio del dialetto e della lingua
La formalizzazione linguistica crea una tensione tra tradizione e tradimento: da un lato, la preservazione della complessità del linguaggio naturale; dall'altro, la semplificazione forzata richiesta dai sistemi computazionali, che può portare a distorsioni e anomalie. Questo studio, basato su un corpus digitale di dialetto fiorentino, analizza i principali errori nella linguistica computazionale, specificatamente la tokenizzazione e la lemmatizzazione.
La tokenizzazione è problematica a causa della distanza tra la varietà locale e l'italiano standard dei modelli NLP, che influisce sulla morfologia, sulle peculiarità fonologiche e sugli aspetti sintattici della lingua. 'Otello di carne avrebbe citato il corpus, ma sarebbe stato confuso dalla tokenizzazione NLP con un errore tipografico, ponendo la correzione Otello, o ancora interpretando quest'ultimo come un nome proprio, alterando il senso testuale.
Nell’elaborazione del linguaggio naturale (NLP), la lemmatizzazione può incontrare difficoltà a causa della variazione linguistica. A livello diatopico, le differenze regionali, come il fiorentino affrittellare, possono confondere i sistemi NLP. Sul piano diastratico, termini come ficattola o pappa, spesso non vengono riconosciuti correttamente. Le variazioni diacroniche delle espressioni presenti nei testi antichi complicano ulteriormente il riconoscimento delle forme base. Infine, i prestiti linguistici e il code-mixing rappresentano un’ulteriore sfida. Per ridurre questi errori, i modelli linguistici devono essere addestrati su corpora ampi e diversificati che includano varianti linguistiche e registri differenti. Da qui la necessità e la successiva proposta di un applicativo che ben si integri con la struttura digitale canonica dei corpora in essere e che, oltre a fornirne un ulteriore esempio ben strutturato, sia in grado di interagire con quelli già esistenti, potenziandone le capacità comunicative nei confronti dell’utente e il respiro dell’indagine accademica. Nello sviluppo informatico si farà largo uso di librerie Open Source in virtù del rispetto del principio di scalabilità e riusabilità, come pure di un’intermedialità il più vasta possibile, cercando altresì di dimostrare come una rivisitazione della tradizione a@raverso strumenti che le sono nuovi non rappresenti un suo tradimento.
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Antonio Belfiore
Tradire in suono: trasmissione della letteratura attraverso forme musicali contemporanee
Il presente studio si propone di analizzare come alcuni testi classici e canonizzati siano stati trasmessi e trasformati attraverso forme musicali contemporanee, evidenziando le implicazioni sul piano estetico e semantico che emergono da tali processi sonori e dal canto, nella “tradimento” del testo. Attraverso un approccio interdisciplinare – che integra linguistica e fonologia, metrica e prosodia, studi intermediali e semiotica, musicologia e reception studies – verranno esaminate le funzioni e le dinamiche che mettono in relazione letteratura e musica, con applicazioni a esempi significativi. I casi di studio saranno tratti da:
▪ La commedia di Louis Andriessen (2008), un’opera che reinterpreta estratti danteschi in un contesto sonoro, conferendo all’opera dantesca nuove espressività e orizzonti di significato, anche in relazione con altri testi;
▪ Laborintus II di Edoardo Sanguineti e Luciano Berio (1965). Scritta in occasione del 700º anniversario della nascita di Dante, è un’opera i cui rimandi alla Commedia e al Convivio non solo sono posti in un contesto sonoro e testuale che rivitalizza il testo nelle sue tematiche, ma sono anche sfruttati per una ricerca sulla voce umana come veicolo e trasmissione di parola e significato;
▪ Odi et amo di Jóhann Jóhannsson (2002), che fa intonare il distico catulliano a una voce digitale, nel superamento limitazioni fisiologiche (respirazione, altezza, timbro – non c’è distinzione tra voce maschile e femminile) della voce umana e delle categorie finora adoperate nello studiarla, potendo aprire a nuove ricerche e riflessioni in ambito metrico-prosodico, ma anche di postumanesimo.
Nel confrontare queste forme di trasmissione e tradimento del testo letterario, il tema tradĕre emerge nel contesto intermediale come un luogo di tensione e dialogo tra forme di comunicazione diverse, oltre che tra tradizione e contemporaneità, osservando sviluppi odierni delle modalità di riscrittura, risemantizzazione e fruizione letteraria.
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Simona Biancalana
Tradurre poesia con poesia: la trecentesca ‘Farsaglia’ in ottave
In una pagina famosa del Convivio, Dante osserva che sia impossibile tradurre poesia con poesia, senza perdere tutta la «dolcezza e armonia» dell’originale (Conv. I VII 14: «E questa è la cagione per che Omero non si mutò di greco in latino, come l’altre scritture che avemo da loro. E questa è la cagione per che li versi del Salterio sono sanza dolcezza di musica e d’armonia: ché essi furono transmutati d’ebreo in greco e di greco in latino, e nella prima transmutazione tutta quella dolcezza venne meno»). Non sappiamo quanto questa opinione fosse diffusa, ma è un fatto che le traduzioni di testi poetici sono rare e tarde rispetto a quelle di testi in prosa e che, nei primi secoli, quando si traduce poesia in un volgare italiano lo si fa quasi sempre ricorrendo alla prosa; così avviene per i classici latini, Ovidio, Lucano, Virgilio, con rare eccezioni. Una di queste è una Farsaglia in ottave composta verosimilmente a metà del Trecento, attribuita al cardinale «L. de Montechillo», e
conservata integralmente in un ms. e cinque incunaboli, ai quali si aggiungono un codice frammentario e uno latore di un compendio. A differenza dei volgarizzamenti in prosa del poema lucaneo, tutti oggetto di studi ed edizioni recenti, gli ultimi accertamenti su questo testo risalgono al primo Novecento, a dispetto della sua indubbia rilevanza letteraria. Con questo intervento si intende riprendere la questione e dare lettura di alcuni brani significativi dell’opera, ancora inedita, per ragionare sul modus traducendi del suo autore in rapporto alle altre forme di traduzione da poesia a poesia e alla produzione in ottave coeva, e sulle relazioni con le altre narrazioni medievali di materia cesariana, italiane e francesi, che sfruttano la Pharsalia di Lucano come fonte
privilegiata.
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Maria Federica Cartenì
Riscritture pirandelliane. Tra tradizione e traduzione.
Il lavoro si propone di osservare come uno stesso archetipo proveniente dalla tradizione folkloristica siciliana venga declinato e tradotto da Pirandello in diverse modalità narrative.
L’analisi si conduce in particolare su cinque testi, di cui tre novelle e due adattamenti teatrali, che costituiscono cinque differenti esiti della riformulazione pirandelliana. L’elemento folklorico viene infatti sottoposto a operazioni di riscrittura, adattamento e trasposizione che producono, nelle varie rielaborazioni, uno scarto significativo in materia di temi e di genere sia in termini di resa tematica, sia rispetto al genere e ai media scelti come mezzo di trasmissione.
L’intento è quello di indagare, attraverso l’esame filologico dei diversi testi, il modo in cui la superstizione e l’elemento folklorico assumano ruoli sempre differenti, rendendo conto di come il processo di riscrittura sottenda e tradisca un significativo cambiamento prospettico dell’autore rispetto all’oggetto della narrazione.
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Mariarosaria Cerullo
Raccontare la storia in volgare: pratiche di “tradimento” nella cronachistica fiorentina (XIII ex. – XIV in.)
Raccontare la storia in volgare: pratiche di “tradimento” nella cronachistica fiorentina (XIII ex. – XIV in.) Primato indiscusso della società toscana del Duecento fu l’avvio di un impiego del volgare che non si limitò alle scritture pratiche, ma si allargò anche verso orizzonti letterari. Volgarizzamenti e produzione storica furono tra i generi del volgare che città come Pisa, Lucca e Volterra iniziarono a presentare, per poi lasciare la superiorità a Siena, Arezzo e, finalmente, a Firenze che prevalse sulle altre e non solo in ambito letterario.
A un estendersi di produzioni storiografiche universali in latino, Firenze si differenzia per dare «precoce espressione volgare alla sua storiografia» (D’AGOSTINO): accanto a testi latini di storia locale, come gli Annales Florentini I e II, i Gesta florentinorum del giudice Senzanome e leggende sulle origini, come il “Libro fiesolano” (derivante dalla Chronica de origine civitatis florentiae del secolo precedente), i primi passi verso una storiografia volgare vengono mossi attraverso i volgarizzamenti. Questa pratica diffusa per scopi pratici e divulgativi però quasi mai era una semplice traduzione del testo. L’intento di questa proposta è, quindi, quello di indagare i modi della produzione storiografica fiorentina tra l’ultimo quarto del XIII secolo e la prima metà del XIV secolo: si analizzeranno, nello specifico, i volgarizzamenti storici che vengono prodotti a partire dal Chronicon pontificum et imperatorum del frate domenicano Martin Polono e la tradizione cronachistica volgare che da questi si sviluppa; si vedrà, nel dettaglio, quanto la natura pratica e utilitaristica dei testi storici, che non sono disciplina di studio nel periodo preso in esame, e al contempo l’assenza di un’autorità alla base, influiscano sulla trasmissione dei testi, generando tradizioni fortemente attive e contaminate, diverse redazioni di uno stesso testo, cronache che -più che testi originali- potranno dirsi “compilazioni”, come Alberto Del Monte in un importante studio sulla storiografia fiorentina ha definito i modi della produzione storica in città.
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Annalisa Chiodetti
Il mito di Filomena e Progne nelle Pìstole di Luca Pulci: strategie compositive e ipotesi sulle fonti della VI elegia
Le Pìstole di Luca de’ Pulci al Magnifico Lorenzo de’ Medici (composte tra il 1466 e il 1467) sono state a lungo considerate un rifacimento, o addirittura un volgarizzamento,1 delle Heroides di Ovidio. Per primo Stefano Carrai dedicò uno studio specifico2 alle Pìstole e riconobbe che il debito contratto da Luca Pulci nei confronti delle Heroides si limita alla macrostruttura (una raccolta di elegie in forma di lettere fittizie indirizzate ad affetti lontani), mentre molti personaggi presenti nell’opera del fiorentino derivano dalle Metamorphoses. Nel corso degli anni ’90, sono stati chiariti i legami di Luca Pulci con Ovidio (soprattutto maggiore)3 e sono state individuate altre fonti volgari delle Pìstole, mostrando come l’opera, lungi dall’essere un mero rifacimento, accolga numerosi e vari apporti dalla tradizione precedente.
Il contributo che si propone intende indagare la stratificazione di fonti e il complesso rapporto con la tradizione letteraria, classica e volgare, apprezzabili in una delle diciotto elegie che costituiscono le Pìstole. In particolare si proporrà un’analisi della VI pìstola, che si immagina scritta da Filomena (Philomela, nella tradizione classica) alla sorella Progne, individuando i debiti di questo componimento con le Metamorfosi ovidiane (leggibili, al tempo di Luca Pulci, anche nelle versioni volgarizzate di Arrigo Simintendi e di Giovanni Bonsignori) e indicando altri possibili modelli medievali non ancora riconosciuti dalla critica: il Philomena di Chrétien de Troyes (ultimi decenni del XII sec.), e il Cantare di Progne e Filomena di Jacopo di Mino (probabilmente della metà del XV sec.). Si mostreranno inoltre le strategie impiegate da Luca Pulci per rinnovare, fino a includere nella vicenda mitologica elementi inediti, una storia ben nota al pubblico fiorentino di metà Quattrocento.
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Charlotte Clementi
Tra traduzione e tradimento: la drammaturgia francese sulle scene italiane dell’800
Nel panorama teatrale italiano della prima metà dell’800, la pratica della traduzione di testi francesi rappresenta un fenomeno diffuso e necessario. Con l’aiuto di un piccolo corpus di una quindicina di manoscritti inediti attribuiti all’attrice-adattatrice Gaetana Rosa e conservati presso il Fondo Bosio delle Biblioteche Civiche Torinesi, possiamo osservare come la traduzione teatrale diventi un vero e proprio processo di riscrittura.
Il contributo propone, tramite l’analisi comparativa di tali manoscritti con le versioni originali francesi, di individuare le strategie adottate dalla Rosa per adattare le opere di Eugène Scribe e renderle accettabili dalla censura e piacevoli per il pubblico italiano.
Gli interventi sui manoscritti – tagli, modulazioni e adattamenti – rispondono a tre esigenze importanti: l’adeguamento alle aspettative di un pubblico diverso, il rispetto delle rigide norme della censura e la valorizzazione degli attori o di una particolare formazione. In questo processo, il testo subisce un “tradimento” linguistico e drammaturgico particolarmente visibile nella costruzione dei personaggi femminili ai quali viene affidato il compito di riflettere la concezione patriarcale della società italiana di quel periodo.
Questo caso di studio, quindi, si inserisce nell’ampia riflessione sul valore polisemico di tradĕre, che nella trasmissione teatrale ottocentesca oscilla tra fedeltà e rielaborazione, tra conservazione ed evoluzione. È un fenomeno che rientra in una più ampia tradizione teatrale italiana, dove gli attori- autori giocano un ruolo centrale per l’evoluzione della drammaturgia.
L’analisi dei manoscritti teatrali inediti permette di comprendere il sottile equilibrio tra la necessità di mantenere vivo un testo e il rischio – o la volontà – di tradirlo.
L'adattamento dei testi teatrali francesi da parte di Gaetana Rosa può essere letto come una forma di "tradimento" rispetto all'intentio auctoris. Questo tradimento non è solo un errore o una corruzione del testo, ma una strategia consapevole e necessaria per rendere il dramma fruibile al pubblico italiano dell’epoca.
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Chiara Elena
Tra aderenza e distorsione: traduzione e stratigrafia testuale nella versione toscana del Tresor del codice BNCF II.II.47.
Il codice II.II.47 della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze contiene una traduzione toscana del Tresor di Brunetto Latini, che corrisponde per il primo libro a una versione già conosciuta e pluritestimoniata, mentre nel secondo e nel terzo, che trattano dell’etica, della retorica e della politica, trasmette una traduzione isolata nella tradizione e finora quasi del tutto inedita. Nel quadro della complessa tradizione francese, è stato possibile ricondurre questa traduzione a una particolare famiglia di codici nota agli studi come famiglia con le ‘versioni lunghe’, i cui testimoni più antichi sono localizzati in area italiana tra la fine del Duecento e l’inizio del Trecento.
Come già individuato da Adolfo Mussafia e Concetto Marchesi, si tratta di una traduzione estremamente aderente al modello francese, caratterizzata dall’introduzione di prestiti non altrimenti documentati, in qualche caso anche non adattati, nonché da numerosi fraintendimenti che possono derivare tanto da una scarsa conoscenza della lingua francese del traduttore quanto da corruttele della tradizione francese, recepite meccanicamente nella versione toscana.
La mia proposta di intervento nasce a margine di un progetto di edizione di questa traduzione e intende esaminare alcuni casi emblematici di quegli «sbagli, contorcimenti e travisamenti di parola» che, secondo le parole di Concetto Marchesi, caratterizzano il testo e che si configurano da un lato come il segnale di un modesto livello culturale del traduttore, dall’altro come il frutto di una stratigrafia testuale che tocca tanto la tradizione francese, nel passaggio dal presunto originale di Brunetto all’assetto testuale della famiglia con le versioni lunghe, orientato a una ricezione italiana, quanto quella italiana, nel processo di traduzione dal francese al toscano prima e successivamente in quello di copia.
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Valentina Favot
Recipe! Le Galee per Quaracchi a confronto con la tradizione cosmetica e farmaceutica
Lo scopo di questo intervento è quello di analizzare il fantasioso ricettario cosmetico realizzato da Luigi Pulci nella frottola Le galee per Quaracchi e di confrontarlo con alcune ricette contenute nei ricettari della tradizione cosmetica e farmaceutica.
Queste ultime due branche del sapere hanno suscitato grande interesse nel corso dei secoli giacché troviamo la presenza di ricette riportate per esteso o solamente citate sia in testi specialistici, sia in opere letterarie. Diversi autori hanno creato il proprio raccoglitore di rimedi, a volte copiando ricette già esistenti in altri scritti, oppure riportando le stesse apprese oralmente: illustrare vantaggi e pregi di impiastri o di lozioni, attraverso rime e giochi di parole, era un’abilità tipica dei poeti performer.
Ne Le galee per Quaracchi, Pulci elenca una serie di ingredienti accompagnati dalle relative unità di misura, menziona diversi tipi di contenitori atti a conservate i prodotti, spiega quali difetti vanno a correggere e illustra i benefici che recano alle diverse parti del corpo. Il richiamo in posizione ravvicinata di alcuni prodotti suggerisce che l’autore avesse in mente o avesse preso spunto da rimedi trasmessi da ricettari della tradizione cosmetica e farmaceutica fiorentina e non solo.
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Francesco Ferrucci
I sonetti di Cronistoria: tra chiusura metrica e deformazione della tradizione
Uno dei terreni più fertili sui quali misurare il “tradimento” rispetto ad una tradizione consolidata – per un italianista – è senza dubbio quello della metrica. Per questo motivo, l’intervento si propone di indagare da un punto di vista ritmico e stilistico la forma-sonetto utilizzata da Giorgio Caproni nei Sonetti dell’anniversario, seconda sezione del materiale inedito confluito nella silloge del 1943 Cronistoria. A tal proposito, verranno evidenziate le peculiarità della struttura «monoblocco», della sintassi destrutturante e della partitura ritmica (con particolare enfasi sulla terminazione dei versi) adottate dal poeta. Successivamente, si avrà modo di vagliare l’ampia schiera di interpretazioni fornite dalla critica sulla scelta della “forma chiusa per eccellenza”, mostrando quanto le istanze eteronome – siano esse di natura biografica (la morte dell’amata Olga Franzoni) o storica (la tragedia del conflitto mondiale) – spieghino soltanto parzialmente il ricorso al sonetto. Verrà, di conseguenza, avanzata l’ipotesi secondo la quale il mutamento – soprattutto rispetto alla sezione che precede I sonetti, vale a dire E lo spazio era un fuoco – sia comprensibile solamente connettendo la necessità del ricorso alla metrica tradizionale alla tensione linguistica sperimentata, in quegli stessi anni, da un’intera generazione (si vedano gli sforzi metrici di Avvento notturno di Luzi e di Morto ai paesi di Gatto, per non parlare della sperimentazione di Bigongiari). In definitiva, la dialettica tra tradizione e tradimento verrà misurata principalmente sulle forme della metrica ma, al contempo, verrà calata (con spirito comparatista) nella storia della nostra letteratura del Novecento.
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Giuseppina Gioia Gargiulo
Fedeltà al testo, libertà del testimone: il De vita solitaria di Petrarca volgarizzato da Tito Vespasiano Strozzi
Tito Vespasiano Strozzi (1423/25-1505), raffinato scrittore di poesia latina al servizio della corte ferrarese, realizza una traduzione in volgare del De vita solitaria di Petrarca, ufficialmente dedicata al fratello Lorenzo Strozzi e – indirettamente – al Duca Borso d’Este. I tre soggetti (dedicante, committente/dedicatario e criptodedicatario) sono coinvolti in un rapporto di patronage complesso e ancora in via di definizione, negli anni del consolidamento della dinastia estense, per cui la proposta di Strozzi potrebbe avere implicazioni politiche, oltre che culturali; al contempo, la definizione di un pubblico per questa traduzione resta, per certi aspetti, problematica. Attraverso l’analisi di alcuni passi in cui più chiaramente si manifestano i gusti e gli intenti del traduttore, provando a misurare la distanza dal source text e a distinguere i problemi di traduzione da quelli di tradizione, si propone col presente intervento di mettere in relazione l’usus vertendi di Strozzi con le finalità di questa sua operazione letteraria, sostanzialmente divulgativa. Si cercherà inoltre di mostrare le forme in cui può concretizzarsi il conflitto tra volontà del traduttore e (presunta) volontà d’autore con il conseguente tradimento del primo verso il secondo, nonostante le esplicite dichiarazioni – e le implicite evidenze – di profonda ammirazione di Strozzi nei confronti di Petrarca e nonostante (o forse a causa di) una non meglio precisata intenzione di avvicinarsi, seppur in una lingua diversa dall’originale, al vero sentimento dell’auctor, nello sforzo di contribuire alla fortuna della sua opera.
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Laura Gelpi
Tradĕre gli epigrammi di Marziale: casi isolati di esperimenti traduttivi tra Quattrocento e Cinquecento
Il verbo latino tradĕre, condensando in sé la duplice accezione di “tradizione” e “tradimento”, viene impiegato in ambito letterario per indicare l’operazione di trasmissione di testi in maniera più o meno fedele all’originale, quest’ultima determinata dalla volontà dell’autore di tale processo di ritagliarsi uno spazio d’intervento più o meno ampio all’interno di una produzione non propria.
Tale dinamica è ben visibile nei volgarizzamenti e nelle traduzioni dei classici greco-latini tanto d’età
medievale quanto d’età rinascimentale-moderna. Tuttavia, in questo campo d’indagine, restringendo l’arco temporale al periodo compreso tra il XV e il XVI secolo, rimane ancora da sondare il fenomeno di tradizione e tradimento degli epigrammi di Marziale, opera che, parimenti a quella catulliana e diversamente da quella virgiliana e ovidiana, ha avuto un’esigua attenzione da parte dei traduttori quattro-cinquecenteschi.
A questo proposito, in vista dell’analisi di quattro casi (Alberti, Massaciuccoli, Dolce, Cartari), è lecito chiedersi i motivi di una simile emarginazione, soprattutto alla luce del gran numero di imitazioni latine che la produzione di Marziale riscosse e della fortuna che l’attività traduttiva suscitò sia in termini di teorizzazione (Bruni, Fausto) sia in termini di dimostrazione delle capacità espressive del volgare rispetto al latino mediante traduzioni artistiche ad alto gradiente di licenza poetica. Secondo i traduttori sette-ottocenteschi, primi veri autori di traduzioni complete dell’opera di Marziale dopo averne riscontrato la mancanza, l’assenza di esperimenti traduttivi esaustivi a loro precedenti doveva essere imputata alle difficoltà insite nei versi di Marziale e in particolare alla tipologia di componimento, l’epigramma, breve e concettoso, che rendeva ardua la ricerca di parole volgari equivalenti a quelle latine per la loro carica espressiva, all’allusione di aspetti tipici dell’antica romanità e alla presenza di termini a doppio senso o di giochi di parole nonché di espressioni lascive, motivo per cui Navagero diede alle fiamme gli epigrammi di Marziale.
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Sara Gerini
La Didone di Giampietro Zanotti: il tradimento della tradizione
Al centro della ripresa e della trasformazione del teatro tragico italiano cui si assiste nel primo Settecento, nasce dalla penna del bolognese Giampietro Zanotti (1674-1765) la Didone (su cui insiste una bibliografia da aggiornare), la prima e la più famosa tragedia dell’autore. Pubblicata nelle tre edizioni del 1718, 1721 e 1724 (stampate rispettivamente a Bologna da Costantino Pisarri, a Verona da Pier Antonio Berno e poi nuovamente a Bologna sempre da Pisarri), questo testo drammatico venne bruscamente superato dal successo della Didone abbandonata di Pietro Metastasio, comparsa sulle scene per la prima volta nel 1724. Questo comportò che la tragedia di Zanotti si arenasse e venisse quasi del tutto dimenticata dalla tradizione del personaggio virgiliano, di cui la Didone metastasiana, infatti, si presenta ancora come unico esemplare settecentesco, adombrando tutt’oggi quella zanottiana.
Ciò che si propone è innanzitutto una presentazione e una riconsiderazione della tragedia di Zanotti, nonché un esaustivo confronto tra le due, avendo così la possibilità di conoscere più da vicino il testo del bolognese e notare le differenze e le somiglianze con quello metastasiano. Il fulcro dell’intervento, tuttavia, consisterà nell’analizzare il rapporto tra l’autore e il suo modello principale, ossia Virgilio, che, come è possibile leggere nella lettera prefatoria della tragedia, venne assunto consapevolmente ed esplicitamente da Zanotti come proprio punto di riferimento.
Dunque, oltre che considerare come Zanotti abbia rielaborato il contenuto del libro IV dell’Eneide nella propria tragedia, si tenterà di soddisfare doppiamente il tema del convegno: da una parte, con un approfondimento sulla relazione di Zanotti con l’originale latino e la tradizione del personaggio della regina di Cartagine; dall’altra, valutando come l’autore sia stato tradito dalla tradizione stessa, che ha escluso la sua opera dal ventaglio di Didoni letterarie e, in particolare, di quelle teatrali.
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Claudia Gigliotti
Forme del tradimento nella tradizione giuridica italiana: uno studio lessicale per IS-LeGI
Il presente contributo si inserisce nell’ambito del progetto IS-LeGI (Indice Semantico del Lessico Giuridico Italiano), sviluppato a partire dall’integrazione di due archivi storici – LLI (Lessico giuridico italiano) e Vocanet (Lessico Giuridico Italiano - LGI) – che documentano il lessico giuridico italiano dal 960 d.c. alla fine del Novecento. Obiettivo del progetto è la costruzione di un indice semantico in grado di mappare le connessioni concettuali tra oltre 35.000 termini giuridici ricavati da fonti testuali digitalizzate. Si propone un’analisi lessicale della voce “tradimento”, volta a ricostruirne gli usi, le evoluzioni e le specificità all’interno della tradizione giuridica italiana. Lo studio prende in esame non solo il lemma principale, ma anche lemmi semanticamente e storicamente correlati (tradere, tradigione, traditore, tradire, proditio, prodizione, proditore, proditorio, proditoriamente), con l’intento di delineare il quadro lessicale e concettuale che caratterizza l’atto di tradimento nei contesti giuridici. Attraverso l’analisi diacronica e contestuale delle occorrenze nei due archivi, il tradimento emerge come una categoria del diritto connotata da tratti specifici – premeditazione, appensamento, violazione della lealtà pubblica o militare, alleanza con il nemico – e mai associata, nei testi giuridici, al significato amoroso (adulterio) assunto nel lessico comune. Il lavoro intende contribuire, da un lato, alla redazione della voce tradimento per l’IS-LeGI e, dall’altro, a una riflessione più ampia sulle forme di dissociazione semantica tra il lessico giuridico e comune.
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Bruno Giulino
Vecchi e nuovi classici. La funzione-Dante nel canone letterario del Seicento a partire dal "Giordano" di Federico Ubaldini
L’intervento presenterà alcuni aspetti della ricezione dantesca nel XVII secolo, periodo in cui la fortuna del poeta sembrerebbe vivere una battuta d’arresto che trova le sue origini nella censura di Bembo. Alcuni studiosi, come Cosmo e Pagliaro, hanno sottolineato come il Seicento rappresenti un vuoto nella storia della critica dantesca dettato dal gusto del tempo, alieno dalle problematiche che la poesia di Dante poneva. Queste tesi meritano di essere problematizzate. Anzitutto, sul piano quantitativo, se è vero che le edizioni della Commedia furono soltanto tre, è altrettanto vero che, come si dimostrerà attraverso la ricognizione di alcuni dati raccolti da Quondam nel suo ultimo libro Una guerra perduta. Il libro letterario nel Rinascimento e la censura della Chiesa, nelle biblioteche (soprattutto private) del Seicento l’opera dantesca era tutt’altro che assente. L’avversione che il secolo sviluppa nei confronti del poeta si basa sul presunto riscontro della mancata genialità dell’ingegno dantesco e sull’imperfezione stilistica. La legge dominante è il gusto, ed è in base a questa norma che è valutata l’opera artistica. Dante, ovviamente, non incarnava i principi di questo nuovo gusto e il suo poema era difficilmente apprezzabile in un contesto così diverso. Cominciano tuttavia ad essere respinti i canoni dettati dalle norme aristoteliche e si rivendica il diritto dell’artista a seguire la libertà della sua ispirazione. Smantellata la struttura teorica tipica di una parte del dibattito cinquecentesco, fondata su regole, precetti e generi letterari, l’elemento che diventa centrale è la potenza del sentire poetico, ed è in nome di questo sentire, come si vedrà attraverso la presentazione specifica del dialogo inedito intitolato Il Giordano o vero nuova difesa di Dante scritto da Federico Ubaldini, che le nuove idee estetiche non sempre portarono ad un rifiuto della poesia di Dante: il panorama seicentesco è molto più eterogeno.
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Gianmarco Lovari
«Il Bene e il Male abburatto e distillo»: polifonia e tradimento nel Drama poetico di Gian Pietro Lucini
«Perciò non trovando corrispondenza in torno a me nelli avvenimenti contemporanei, morto il romanzo […]; mi accostai al Drama. Questo dava un atto quindi una volontà, un'azione quindi un'intenzione: i Tipi immarcescibili che rimangono in noi costantemente e fuori di noi nell'ambiente come aspetto delle nostre diverse capacità morali, (virtù) e come rappresentazione delli intendimenti
collettivi e dei giudizii collettivi, mi vennero in torno con tutto il loro corredo di attitudini […]; funzioni etiche e sociali, Maschere che vivono di tutti i tempi». Le parole che il poeta e teorico lombardo Gian Pietro Lucini affida al Viatico dei Drami delle Maschere, editi soltanto postumi, nel 1973, per le solerti cure di Glauco Viazzi, mettono ben in evidenza il rilievo che l'impianto polifonico gioca all'interno della matura fase creativa dello scrittore milanese, nell’insistente tentativo di rompere con le norme imposte dalla tradizione romanzesca. Ripercorrendo il trapasso luciniano dal genere romanzo al ben più congeniale drama, l'intervento proposto intende indagare il ruolo che la tessitura polifonica propria di alcuni capitali testi di Lucini (dai citati Drami delle Maschere alle ben più note Revolverate) riveste all'interno della variegata produzione letteraria dell'autore, un macrotesto che si pone quale autentico teatro di idee caratterizzato dall'impiego pressoché sistematico della maschera, intenta a svelare una storicizzata e spesso degradante condizione sociale. Il poetico drama, «recita universale», promotore di un’utopia anarchica e liberatrice, diviene dunque, all'interno del corpusletterario luciniano, non soltanto distanziamento dai cristallizzati postulati della tradizione, ma anche evidente oggettivazione della moderna disgregazione dell'io, restituita, appunto, mediante la coniazione di numerose e dialoganti maschere volte a ricostituire un'individuale integrità e a individuare un seppur precario orizzonte di senso.
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Claudio Benedetto Maggi
Tradizione testuale e ipercaratterizzazione linguistica: il caso di Giuliano Rossi
La tradizione manoscritta, soprattutto quando molto ampia e poco sorvegliata, possiede uno straordinario potere sul piano della caratterizzazione linguistica. Il caso di Giuliano Rossi (morto nel 1657) è emblematico in questo senso. L’autore, poco noto agli studi in quanto poeta esclusivamente dialettale, fu attivo a Genova nella prima metà del Seicento e fu il più prolifico poeta ligure del suo tempo. A discapito di una discreta fortuna locale, egli riuscì a pubblicare in vita solo un esiguo gruppo di sonetti (nella raccolta Rime diverse in lingua genovese, 1612), lasciando invece un cospicuo corpus a una tradizione manoscritta ampia e caotica (solo nelle biblioteche genovesi si contano più di trenta testimoni), fino a questo momento quasi del tutto insondata.
La tradizione delle poesie di Rossi offre un caso di studio di notevole interesse per quanto riguarda il rapporto tra trasmissione testuale ed evoluzione linguistica. Il Seicento è infatti un secolo in cui il dialetto genovese vive profondi cambiamenti sulla spinta di innovazioni provenienti dal socioletto popolare. Alla rappresentazione letteraria di tale varietà Rossi dedicò una parte consistente del suo impegno poetico, venendo riconosciuto già dai suoi contemporanei come campione della poesia rustica e di bassa estrazione. Questa precoce e consolidata affermazione fu allo stesso tempo all’origine di un processo di distorsione della sostanza linguistica delle poesie di Rossi affermatosi nella tradizione testuale. Numerosi copisti, in seguito alla morte dell’autore, sovraestesero i tratti linguistici di matrice popolare dai componimenti per cui erano stati pensati all’intero corpus rossiano. Tale prevaricazione della volontà autoriale ebbe come risultato la distorsione di una personalità ben più complessa, capace di muoversi tra registri linguistici e poetici di levatura molto diversa.
L’intervento si propone di offrire un quadro completo dell’intricata situazione filologica delle poesie di Rossi e di mostrare con quali dinamiche il processo di ipercaratterizzazione linguistica invalso nella tradizione manoscritta ha trasformato un aspetto formale particolare in una caratteristica generale.
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Giuseppe Magri
Tradire il canone: le Bestie del 900 di Palazzeschi
La posizione di un autore rispetto al canone può misurarsi in termini di originalità. In questo senso le dodici novelle di Bestie del 900 (1951) offrono un caso di studio esemplare di tradimento – consapevole, anzi dichiarato con forza – di una tradizione letteraria lunga almeno due millenni. Il bestiario d’epoca contemporanea costruito da Palazzeschi, infatti, si inserisce innegabilmente nel genere favolistico, che da Esopo a La Fontaine aveva fatto degli animali altrettanti exempla di virtù e moralità, ma allo stesso tempo ne rovescia completamente la prospettiva ideologica fondante nonché gli stilemi e i meccanismi narrativi più caratteristici. Gli animali di Palazzeschi, infatti, sono irriverenti e compiaciute allegorie dei vizi umani e, in quanto tali, non hanno niente da insegnare: la celebre funzione morale, che da sempre costituiva il nodo nevralgico della favola, viene meno (e non è un caso, allora, che Palazzeschi parli di novelle, e non di favole). A marcare ulteriormente la distanza da tutti i modelli precedenti è la caratterizzazione dello sfondo, che diventa realistico, storicamente definito, cittadino. La lingua e lo stile, inoltre, si adattano alla materia, di modo che, insieme ai temi scabrosi e già di per sé non propriamente favolistici, trova posto nel bestiario di Palazzeschi anche tutto il lessico che necessariamente ne deriva.
Il risultato è un’opera ai margini della tradizione, insomma: una sua riscrittura parodica o carnevalesca (al modo tipicamente palazzeschiano, peraltro). Il presente intervento, allora, sarà volto anzitutto a una contestualizzazione dell’opera all’interno della poetica del riso, e poi a una valutazione del grado di allontanamento di questo singolare bestiario dai punti di riferimento canonici. Tale indagine sarà condotta ovviamente su esempi testuali tratti dalle novelle più significative («Quelle…» in particolare), puntualmente messi a confronto con le favole-fonte del modello più emblematico della storia del genere letterario: Esopo (La cicala e la formica).
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Beatrice Moroni
«Traditi componimenti». Gli epigrammi antichi negli Scherzi di Girolamo Borsieri
«Quelle tradozioni, le quali più e più volte non si riscontrano con gli originali, ritengono spesso tanta diversità che non a torto sogliono poi chiamarsi traditi componimenti». Girolamo Borsieri così scrive a proposito di una parte significativa degli Scherzi, la sua raccolta di madrigali pubblicata nel 1612: le «tradozioni» di epigrammi greci e latini. Borsieri, a cui era stata commissionata dall’accademia milanese degli Inquieti la traduzione del primo libro degli Epigrammata Graeca, si servì per la loro realizzazione della forma del madrigale, da lui identificato quale genere libero per eccellenza, e dunque maggiormente adatto ad «agevolmente rappresentare qualsivoglia sorte di epigramma». I madrigali-traduzioni sono presenti in gran numero nei libri degli Scherzi (il cui titolo originale doveva essere proprio Epigrammi), identificati dalle rubriche che ne certificano la provenienza da testi di poeti greci e latini. Manca volutamente l’accento sul termine «traditi» nel titolo, anche se la citazione di apertura chiarisce, in apparenza, il dubbio: Borsieri li definisce tradìti, perché nel passaggio dalle lingue antiche all’italiano si è allontanato dalla forma di partenza ed è giunto, afferma lui stesso, quasi a “tradire” il testo originale. Dall’analisi della raccolta, tuttavia, emerge un rapporto con l’antico che non si basa solo sulla completa rielaborazione degli epigrammi, ma anche sulla ripresa integrale dei loro concetti e, in qualche caso, sulla vera e propria traduzione, rafforzando così l’idea, che rimane a mio parere presente nell’affermazione iniziale, dei componimenti tràditi, trasmessi e riportati nella lingua italiana in una nuova forma, ma invariati nella loro essenza. L’intervento, dunque, si propone di offrire spunti sulla presenza degli epigrammi antichi negli Scherzi borsieriani, mettendo in evidenza la loro condizione di testi insieme tràditi e tradìti dall’autore.
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Maria Naccarato
Le tradizioni di opere incompiute: alcuni esempi dalle Esposizioni di Boccaccio
Sulla trattazione filologica delle opere incompiute occorre muovere dalle pagine di Mario Scotti, studioso che nel fondamentale convegno leccese del 1984 presentò uno dei pochi interventi specifici sul tema. Nel caso delle Esposizioni l’incompiutezza riguarda sia il complessivo disegno strutturale, che il grado di affinamento stilistico: infatti il commento s’interrompe improvvisamente all’inizio del canto XVII dell’Inferno, ma il testo si presenta come opera in fieri anche per la porzione di cui disponiamo. La tradizione manoscritta si dirama da un originale autografo perduto che doveva presentare numerosi passi fuori posto, la cui collocazione è ipotizzabile dallo studio della tradizione manoscritta e dall’analisi dei rapporti stemmatici. L’intervento intende soffermarsi su tre casi tratti dalle Esposizioni (l’inserimento interno al testo di passi che nell’originale dovevano essere marginali o interlineari; l’interruzione di un episodio che s’intendeva raccontare; una digressione tratta dalle Genealogie che rappresenta anche un esempio di auto-traduzione boccacciana e del suo metodo di lavoro) per ragionare sulle possibili soluzioni ai problemi specifici che le tradizioni di opere incompiute pongono all’editore critico.
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Andrea Padova
«Multas et varias artes […] nobis maiores nostri tradidere». Tradizione e innovazione nel De re aedificatoria di Leon Battista Alberti
Nel prologo del De re aedificatoria, Leon Battista Alberti inquadra la scienza architettonica tra le discipline «dai nostri antenati indagate con grande accuratezza ed impegno, e tramandate a noi» (Alberti 1966, 1). Il trattato si configura come il risultato di un processo di ricezione, rielaborazione e sistematizzazione delle conoscenze antiche, fondato su un approccio critico che coniuga pervestigandi cura e ingenium. L’enfasi sulla tradizione è ribadita all’inizio del primo libro, dove Alberti dichiara di voler «raccogliere e includere nell’opera […] quanto di più valido e prezioso […] risulti essere stato scritto in materia» (Alberti 1966, 19). Tra le sue fonti, accanto ai testi letterari antichi, assumono un ruolo centrale i monumenti, i quali, sottoposti a verifica mediante osservazione diretta, permettono di individuare «quelle norme la cui osservanza abbiamo potuto notare nell’esecuzione delle opere stesse» (Cassani 2018, 295).
Tuttavia, il suo rapporto con la tradizione – e in particolare con il De architectura di Vitruvio (Wulfram 2001) – non è mai acritico: nei casi in cui il progresso tecnico suggerisca soluzioni più efficaci, Alberti propone innovazioni originali, sempre precedute da un’indagine approfondita e dichiarate esplicitamente. Questa metodologia si riflette anche nella sua costante analisi delle modalità di trasmissione del sapere e del rapporto tra eredità culturale e innovazione (Cardini 2007; McLaughlin 2016). Pur adottando il carattere didattico e normativo proprio del trattato d’arte, Alberti esplicita i principi alla base delle sue teorizzazioni, configurandosi come mediatore tra il sapere degli antichi e le esigenze della sua epoca.
Questo studio, attraverso un’analisi sistematica delle occorrenze dei termini legati al dominio del verbo tradĕre nel trattato, intende chiarire le dinamiche del dialogo tra tradizione e innovazione nell’opera albertiana.
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Carlo Pantaleo
La satira tra tradizione e nuove frontiere di espressione
Tra i tanti generi della letteratura, la satira è l’unico rivendicato con orgoglio come ‘originale’, frutto degli ingegni di poeti entrati in un canone immediatamente riconoscibile (Lucilio, Orazio, Persio e Giovenale). Ma i paradigmi culturali che si affermarono nel Medioevo ne misero in crisi il successo e solo dal Rinascimento ci fu una riscoperta dei grandi modelli antichi, e un tentativo di una rilettura e sperimentazione di nuove tipologie di composizioni, che ebbero pieno sviluppo nel XVII secolo, quando il genere satirico conobbe un’incredibile fioritura. All’apice di questa evoluzione si collocano le Satyrae di Ludovico Sergardi, membro della Curia romana e della prima Arcadia, che comporrà programmaticamente in latino per dimostrare l’indipendenza (e in una certa misura la superiorità) del latino sul greco, e riprenderà la tematica dell’invettiva, scagliandosi contro la società – anche letteraria – dell’epoca. Sergardi lavorò alle Satyrae dal 1693 circa fin quasi alla sua morte, avvenuta nel 1726. Di questo lungo processo creativo possediamo un manoscritto autografo che testimonia l’ultima volontà dell’autore, ma anche un’edizione a stampa del 1698, appartenuta a Sergardi stesso che la corredò di correzioni e modifiche progressive: il confronto fra queste versioni consente di entrare nell’atelier dello scrittore. Le scelte operate dall’autore permettono di analizzare il suo modo di rapportarsi con la tradizione letteraria e di intervenire sul proprio testo per creare un’elegante emulazione e non una mera imitazione. L’analisi dei modelli permette di osservare inoltre come il cambio di riferimento vada di pari passo con il cambio di registro: a fianco degli attesi riferimenti a Persio e Giovenale, si incontrano altri autori – ad esempio Virgilio e gli epici – che marcano il passaggio dall’invettiva ad altri intenti espressivi.
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Filippo Pelacci
«Piuttosto parafrasi che versione»: il giovane Foscolo a contatto con la tradizione pseudoanacreontica
«Amico. Eccoti i versi che tu m’hai chiesto. Mi resta soltanto ad avvertiti che l’oda 34 d’Anacreonte è piuttosto parafrasi che versione; se la desideri tradotta con maggiore fedeltà, eccola». Con queste parole si chiude la sezione dedicata ai volgarizzamenti all’interno del volume di Poesie inedite di Ugo Foscolo, apparso postumo a Lugano nel 1831 presso Giuseppe Ruggia. Si raccolgono qui una serie di componimenti inediti risalenti alla prima giovinezza foscoliana (1792-’94). Il riferimento è appunto a una prima versione dell’ode XXXIV della tradizione anacreontica, seguita da una seconda, più aderente all’“originale” greco.
Dopo un primo generale inquadramento della cosiddetta Raccolta Naranzi (dal nome del primo e unico suo dedicatario, Costantino Naranzi), s’intende analizzare il rapporto del giovane Foscolo con la poesia anacreontica. Anche il poeta nativo di Zante fu infatti coinvolto in questa passione tipicamente settecentesca, che, come per molti suoi contemporanei, si sviluppò lungo i binari paralleli di imitazione e traduzione, in un corpus − quale quello anacreontico − che è però in larga parte frutto di un originale “tradimento”: dall’edizione del 1544 di Henri Estienne e fino ai primi anni del XX secolo, ad Anacreonte erano infatti attribuiti anche una serie di componimenti di età alessandrina.
Proprio a partire dagli errori di tradizione (e, conseguentemente, da quelli di traduzione), si proporranno quindi alcune ipotesi sull’edizione consultata dal giovane Foscolo. Da qui si partirà nel tentativo di analizzare queste prime versioni, tenendo conto di eventuali sviluppi seriori: esemplare è il caso dell’ode IV, poi riproposta all’interno dell’appendice II degli Essays on Petrarch (1823).
Tutto questo offrirà occasione per gettare uno sguardo sull’officina traduttiva del poeta, costantemente impegnato in un labor limae finalizzato a cogliere quella sensazione di «alito passeggero di venticello fresco nell’estate odorifero e ricreante» che, a detta del Leopardi dello Zibaldone, solo la poesia anacreontica è in grado di generare. Un obiettivo perseguito con tenacia, ma in buona parte tradito dal costante emergere della personalità e della poetica del traduttore.
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Giulia Pistola
Problemi di tradizione: il caso del De temporibus suis di Leonardo Bruni volgarizzato da Girolamo Pasqualini
Il presente intervento restituisce lo stato delle ricerche in corso relative alla tradizione del volgarizzamento del De temporibus suis di Leonardo Bruni realizzato da Girolamo Pasqualini. L’opera bruniana, composta tra il 1439 e il 1441, è uno scritto memorialistico che ripercorre gli eventi storici degli anni 1378-1440. La versione volgare presa in esame si deve a Girolamo Pasqualini, notaio fiorentino attivo nella seconda metà del Quattrocento, in stretti rapporti con personaggi di spicco nell’ambiente politico-culturale del tempo, quali Marsilio Ficino, Antonio Manetti e Antonio di Puccio Pucci, dedicatario del volgarizzamento. La tradizione del volgarizzamento del Pasqualini consta di sei manoscritti, suddivisibili in due gruppi. Particolare attenzione verrà dedicata al gruppo formato dai codici M1 (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magl. XXV 623) e F (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II. IV. 104), accomunati da una serie di varianti che testimoniano una revisione della traduzione, volta a rendere il dettato volgare più fluido e meno aderente alla lettera dell’ipotesto latino. Tali modifiche possono essere attribuite a Pasqualini stesso oppure si tratta di interventi successivi, riconducibili a un copista-revisore? Il contributo, da ultimo, intende avanzare delle proposte metodologiche per cercare di rispondere a questo interrogativo.
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Daniele Raffini
Inchiesta, giustizia, impegno: la “funzione Sciascia” e la microstoria tra non fiction novel e teatro di narrazione
Nel saggio La giustizia del dimenticato: sulla linea giudiziaria della letteratura italiana del Novecento, Sergia Adamo delinea una possibile «linea giudiziaria della letteratura italiana» imperniata intorno alla figura di Leonardo Sciascia e ad una narrativa d’inchiesta dove il problema della giustizia viene «posto in relazione con la possibilità di raccontare e ri-raccontare storie dimenticate» a partire dai documenti e dalle fonti che le tramandano (Adamo, 2009). La modalità adottata da Sciascia in opere come Morte dell’inquisitore o L’affaire Moro è stata messa a confronto (Pupo, 2016; Maiolani, 2020) con la «microstoria» di Carlo Ginzburg (1994) e con il suo «paradigma indiziario» (Ginzburg, 1979), evidenziando come la ri-costruzione istruttoria di fatti realmente accaduti a partire dagli atti processuali possa accomunare il lavoro dello storico a quello del narratore, il quale ha però il privilegio di poter utilizzare l’immaginazione per esplorare ulteriori verità possibili (Benvenuti, 2013).
Da questo punto di vista, le inchieste sciasciane hanno fornito un modello per la narrativa non fiction, che ha visto una progressiva affermazione a partire dagli anni Novanta (Palumbo Mosca, 2023), oltre che per il teatro di narrazione che ha preso piede nello stesso periodo (Antonello, 2009). L’intervento intende, dunque, indagare quali strumenti tematici e retorici siano sfruttati dalle narrazioni documentarie in continuità con gli stilemi della tradizione sciasciana e ginzburgiana per indirizzare al lettore un messaggio impegnato. In particolare, l’analisi prenderà in esame lo spettacolo I-Tigi. Canto per Ustica di Del Giudice e Paolini (2001) e il romanzo La città dei vivi (2023) di Nicola Lagioia, evidenziando come tali opere sondino l’opportunità di utilizzare fonti documentarie per andare oltre il racconto di inchiesta e approdare ad una dimensione catartica e curativa della narrazione (Gefen, 2017; Lagioia, 2022).
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Placido Antonio Sangiorgio
Arturo Onofri, Antonio Bruno e la seduzione dei poeti T’ang. Traduzioni e disseminazioni per tradimento
Nel 1919, per i tipi dell’Impresa Editoriale Siciliana, fu pubblicata a Catania un’antologia di poeti cinesi dei secoli d’oro (VII-X d.C.). L’opera, già annunciata dalla stampa locale, non ebbe la diffusione e l’eco attese. In copertina e frontespizio non appariva il nome del traduttore, ma dietro l’apparente anonimato c’era Antonio Bruno, poeta legato ai futuristi che dopo un importante soggiorno a Firenze, aveva fatto ritorno nell’Isola. Il riferimento a Bruno si desume dall’introduzione (peraltro omessa nell’opera omnia pubblicata dal comune natale nel 1987), dai numerosi elogi alla sua raccolta Fuochi di Bengala (il cui prefatore Emilio Settimelli definisce Bruno “serico”) e dai lanci editoriali in quarta di copertina. Le traduzioni di poesie cinesi erano, in realtà, opera di Arturo Onofri (Cfr. C. D’alessio (a c. di), Lune di giada. Poesie cinesi tradotte da Arturo Onofri, Roma, Salerno 1994). A partire dal 1914, Onofri si era infatti dedicato alla resa italiana (pare da traduzioni francesi e inglesi) di un ampio corpus di poesie cinesi della dinastia T’ang. Ultimato all’inizio del 1916 un quaderno manoscritto autografo (BN Roma,Arch. Onofri,ARC. 2 sez. F-6), Onofri lo fece circolare, probabilmente, sperando nella pubblicazione. Antonio Bruno, che conosceva il poeta romano già dal 1913, ebbe il quaderno tra gennaio e febbraio, lo ricopiò, pare, e lo rispedì ad Onofri che intanto glielo aveva richiesto, per passarlo poi a Papini, che con Cecchi doveva essere tramite verso qualche editore. La situazione, tuttavia, si arenò e — anzi — «le traduzioni cinesi sparirono apparentemente dall’orizzonte di interessi di Onofri, tanto che quando, poco dopo, Antonio Bruno gli annuncerà di aver fatto stampare una parte dei testi, [.] copiati in un’edizione anonima e dalla scarsissima tiratura, Onofri farà di tutto per restare nell’ombra, rifiutando qualsiasi attribuzione di quella pur non lontana fatica» (D’Alessio, p. 24).
L’edizione curata da Bruno risulta trascrizione con leggere varianti (ad esempio «torneranno» invece di «ritorneranno», e scelte di punteggiatura soprattutto) di una parte del quaderno di Onofri, note esplicative comprese. L’atteggiamento del biancavillese fu, in realtà, non chiarissimo, come dimostra il carteggio con Onofri, finanche nella dedica autografa contenuta in un esemplare del volume transitato per il mercato antiquario («Al caro Arturo queste poesie che ho ascoltato la prima volta da Lui col fermo entusiasmo che me lo ricorda.»).
Il contributo proposto, oltre a fare chiarezza, anche con l’ausilio dello scambio epistolare tra Bruno e Onofri, vuole ricostruire la vicenda delle poesie cinesi e ristabilire eventuali interpolazioni e varianti anche con l’inesplorata fortuna che tali testi, fino agli anni’20 inoltrati, ebbero sulla stampa siciliana (si veda in particolare Il Corriere di Catania e Haschisch), che riportano il nome di Antonio Bruno quale unico traduttore.
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Anna Gilda Scafaro
Un caso di rimaneggiamento: O Luchesi pregiati di Antonio Pucci attraverso la testimonianza di Giovanni Sercambi
Nel 1370 Antonio Pucci indirizza a Lucca, liberata l’anno precedente dal dominio pisano, O Lucchesi pregiati, ballata che chiude idealmente la serie di componimenti dedicati dal poeta ai complessi rapporti tra Firenze, Pisa e Lucca negli anni 1341-1369. Il testo è tramandato da uno dei codici più importanti per la produzione in versi di Pucci, il manoscritto Nuovi Acquisti 333 della Biblioteca Nazionale di Firenze, anche noto come kirkupiano (K) e forse copia di un perduto libro del rimatore.
ScriHa con l’intento di convincere i Lucchesi a stringere un’intesa con Firenze, la ballata conta in verità un ulteriore testimone, il codice 107 dell’Archivio di Stato di Lucca (L), latore della prima parte delle Croniche di Giovanni Sercambi e, con molta probabilità, autografo. Il testo di L è interessante perché in più luoghi diverge significativamente da quello di K: alcune stanze appaiono completamente riscritte, mentre altre risultano omesse. Nel corso dell’intervento, oltre a ragionare sulle motivazioni che hanno indotto Sercambi – o qualcun altro per lui – a rimaneggiare la ballata, si esamineranno i problemi ecdotici sollevati dalla tradizione del testo per riflettere, in vista della pubblicazione di una nuova edizione critica, su quale possa essere la soluzione editoriale più opportuna.
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Marco Segata
La trasmissione intergenerazionale come indicatore di vitalità linguistica: Il caso della antica comunità tedesca di Trento
Questo intervento esamina una varietà del tedesco un tempo parlata a Trento, analizzandone la trasmissione e vitalità linguistica in un contesto di migrazione e multilinguismo. Attiva dal tardo Medioevo fino all’inizio del XIX secolo, la comunità germanofona trentina offre un esempio significativo di bilanciamento tra identità linguistica e adattamento al contesto locale. La comunità è riuscita a preservare la propria identità e il tedesco come lingua d’uso, garantendone la continuità non solo in ambito familiare, ma anche attraverso istituzioni collettive, regolamenti comunitari e reti professionali. Il contatto con le varietà locali ne ha influenzato alcuni tratti, senza tuttavia portare a una sua sostituzione. Questo fenomeno si è sviluppato in un sistema di diglossia, in cui il tedesco coesisteva con le altre lingue. La sua scomparsa, infatti, non è dovuta a un processo di cancellazione, ma al progressivo rientro dei parlanti nei territori d’origine, che ha interrotto la trasmissione intergenerazionale. Attraverso l’analisi di documenti d’archivio redatti tra il Quattrocento e il Seicento, tra cui Das allt Instrument Buech, Il libro dei massari e Das Ordnung und Dekret Buch, questa ricerca ricostruisce le dinamiche della preservazione linguistica e il loro impatto sulla conservazione dell’identità etnica.
Due aspetti risultano centrali nell’indagine:
1. Le strategie di trasmissione linguistica, sostenute da un sistema comunitario strutturato che favoriva l’uso della lingua e ne preservava il prestigio nei contesti formali e informali.
2. La persistenza della lingua germanica nonostante il contatto e l’ibridazione con le lingue romanze, mantenuta in diglossia fino alla scomparsa della comunità, dovuta più a una dinamica migratoria che a un processo di assimilazione linguistica.
Questo studio evidenzia la trasmissione linguistica intergenerazionale come indicatore chiave della vitalità di una lingua, offrendo spunti sulle strategie adottate dalle comunità migranti per preservare il proprio idioma in equilibrio tra autoconservazione e integrazione nella società ospitante.
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Giada Tonetto
«Non novella ma historia»: Giulia Bigolina e un caso di rifunzionalizzazione morale nella novellistica post-boccacciana
Giulia Bigolina (ca. 1518 – ca. 1569), donna colta dell’alta società patavina, è nota come unica frequentatrice femminile del genere della novella rinascimentale. Si ha notizia di tre sue opere: Urania, la Novella di Giulia Camposampiero e Tesibaldo Vitaliani, e un’ultima novella, Pamphilo, oggi perduta.
Il paper qui proposto vorrebbe concentrarsi sulla seconda di queste opere, una short-story che l’autrice denisce «non novella ma historia»: collocata in un passato cronologicamente delimitato, ma dedicata alla rappresentazione di una vicenda d’amore avventurosa, a tratti romanzesca. La clausola introduttiva è un elemento marcato legato al panorama novellistico cinquecentesco: la riessione boccacciana e la successiva disgregazione teorica del Decameron1inuenzano l’atteggiamento dei novellieri di medio Cinquecento, che avvertono con forza la signicanza dell’attributo ‘storico’ dato ai propri testi, e in taluni casi il loro scopo morale.
I protagonisti, Giulia e Tesibaldo, sono innamorati e segretamente sposati; il giovane viene tuttavia scelto dall’imperatore Sigismondo come oratore di corte, e costretto a recarsi a Vienna. Rischierà qui la condanna a morte per una falsa accusa di scandalo sessuale, a causa di uno scambio di persona per travestimento; giunta la notizia a Giulia, ella crede ciecamente all’innocenza del marito, e viaggia da Padova a Vienna per tentare di salvarlo. A questo punto, la confessione nale del colpevole dell’inganno permetterà il lieto risolversi degli eventi.
Il paper si propone di presentare le modalità in cui Giulia Bigolina, donna in procinto di cimentarsi in un genere tradizionalmente percepito come licenzioso, si collochi all’interno della tradizione post-boccacciana attraverso il recupero di topoi e meccanismi narrativi tipicamente decameroniani, e legittimi la propria scrittura tramite la loro rifunzionalizzazione in chiave morale e moralistica.
Attraverso l’analisi degli snodi narrativi in cui il recupero boccacciano compare, con particolare attenzione al motivo del travestimento o impostura a ni seduttivi, sarà possibile tracciare una mappatura ideologica di uno straordinario caso di scrittura femminile nella galassia della novella post-decameroniana di secondo Cinquecento.
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Matteo Zibardi
Tradizione e tradimento nelle edizioni genetiche digitali: il caso di studio dei Mémoires di Goldoni
Pubblicati a Parigi Nel 1787, in lingua francese, i Mémoires di Carlo Goldoni si inseriscono all’interno di un «macrotesto autobiografico» (Anglani, 1995: 325) che include le cosiddette Memorie italiane, vale a dire il testo in lingua toscana delle prefazioni alle edizioni Bettinelli e Pasquali delle opere drammatiche dell’autore, uscite rispettivamente nel 1750 e tra il 1761 e 1778. Gran parte di tale materiale in toscano, tradotto e rimaneggiato, viene riutilizzato per la stesura dei Mémoires, che sono stati definiti per questo motivo un’«autobiografia linguistica» (Oppici, 2016: 70). A partire da questo corpus bilingue, il presente intervento presenterà le diverse forme del tradĕre implicate da un’edizione genetica digitale dei Mémoires. In primis, la visione sinottica delle due versioni con la messa in evidenza dei blocchi testuali comuni permette una tradizione dinamica dello sviluppo cronologico del «macrotesto autobiografico» attraverso la realizzazione di una «edizione nel tempo» (Contini, 2014: 19), possibile solo grazie al ricorso al digitale (D’Iorio, 2010; Del Lungo e Vitali, 2021). Tuttavia, l’edizione genetica si configura allo stesso tempo come un tradimento dell’intenzionalità dell’autore nella misura in cui rivela le discrepanze tra i due scritti autobiografici: volendo assumere una determinata «posture» (Meizoz, 2022) nei confronti del pubblico francese, Goldoni rimaneggia alcuni passaggi delle prefazioni in lingua toscana, elimina o modifica alcuni riferimenti a luoghi e persone, rileggendo gli eventi della propria vita sotto una nuova prospettiva e utilizzando nuova lingua. Infatti, l’allineamento testuale bilingue apre anche allo studio del plurilinguismo dell’autore che si manifesta nella traduzione diretta di alcuni passaggi, quanto nel rimaneggiamento di determinate porzioni testuali (figura 1). In conclusione, oltre alle osservazioni relative agli scritti goldoniani, l’intervento si propone di definire l’efficacia degli strumenti digitali nell’ambito della trasmissione della testualità, intesa come realizzazione di strumenti editoriali in grado di rendere accessibile e comprensibile la genesi e lo sviluppo cronologico del testo letterario.