La giornata del 6 febbraio D/Cult ha ospitato presso l’Università degli Studi di Ferrara un ricco confronto tra contributi scientifici sul tema dell’influ-activism, presentati da esperti e docenti impegnati a indagare aspetti strutturali e comunicativi degli ecosistemi in cui attivismo digitale e influence culture si muovono nell’era delle piattaforme digitali. Anche gli attivisti hanno imparato nuovi processi comunicativi, e sono sempre più implicati in processi di visibilità tipici delle dinamiche della platform society.
Il fenomeno è stato indagato secondo le seguenti coordinate:
Focus sul campo di indagine
Caratteristiche del campo stesso (ecosistema)
Tema della ricezione da parte del pubblico (ciò che la società recepisce di questi discorsi)
In collaborazione con QTS-Quaderni di Teoria Sociale, e Mediascapes Journal, con il patrocinio di PIC-AIS, la giornata ha rappresentato un proficuo dibattito scientifico e confronto critico, che prosegue la riflessione sul tema del digitale avviata da un lavoro di ricerca di Gabriele Balbi, pubblicata nel 2018 per Quaderni di Teoria Sociale dal nome “Svolta apocalittica” negli studi sul digitale”.
Il seminario scientifico ha visto la presentazione di contributi teorici e case studies, volti ad indagare le varie manifestazioni dell’influ-activism, nelle sue diverse forme, analizzando anche le strategie tipiche dell’influencer marketing e il conseguente impatto sul “pubblico followers”. La giornata ha permesso, quindi, una messa in rete di diversi contributi volti a riflettere sulle coordinate teoriche di un nuovo fenomeno, quello dell’attivismo digitale, che necessita di una riflessione critica, che la sociologia vuole portare a confronto in uno spazio pubblico, di co-costruzione di nuove linee teoriche e di pensiero.
Il dibattito ha toccato molteplici aspetti del fenomeno, partendo da domande: “In che modo l'influencer culture sta trasformando l’attribuzione e legittimazione della figura dell’esperto sui temi sociali?”, analizzando dove l’azione divulgativa si fa sempre più vicina a quella dell’attivismo, e dove sempre più credibilità assume chi è disposto a vivere, o quasi, “incarnare” il tema che presenta.
La riflessione passa poi anche attraverso le dinamiche dei politici/celebrities e cittadini/fans dove si indaga come si arriva a costruire un “fandom politico” e come la militanza politica produce nuove forme affettive e comunicative. Infatti, non esiste fan senza un coinvolgimento affettivo.
Altro tema su cui abbiamo concentrato la nostra attenzione è la relazione medico-paziente, che a partire dagli anni della pandemia, ha visto moltiplicare la presenza in rete degli health influencer. Il termine “apomediation”, creato da Gunther Eysenbach, definisce un fenomeno sempre più diffuso: con forte accelerazione dell’epoca Covid, le persone ricorrono sempre più ad accesso diretto alle informazioni mediche su Internet, eliminando gli intermediari. Gli influencer si inseriscono di fatto anche nel settore della salute, generando uno scambio supportivo-collaborativo con il pubblico. Tutto ciò non senza dei rischi, tra cui la diffusa mercificazione della salute.
Anche il cibo e il consumo critico entrano nella riflessione, ed i green influ-activist diventano leve per il coinvolgimento dei consumatori su diversi contenuti come l'ambiente, la rivendicazione e la connotazione politica delle nostre scelte consumistiche. Infine, vari sono stati gli approfondimenti che hanno indagato i temi del genere, dei sex influencer e del corpo. La manosphere sul web, condivide contenuti su ideologie maschiliste e misogine, rispondendo a bisogni quali la solitudine maschile, ed il gender gap educativo.
Parlare di sesso diventa una forma di attivismo tra spazi egemonici, in cui ancora una volta si inseriscono le logiche commerciali e neoliberali che determinano il campo di azione dei sex influencer. Il corpo non poteva mancare tra i temi di riflessione, si approfondisce criticamente quale sia la tipologia di rappresentazione del corpo che attuano gli influencer. La cultura del corpo degli influencer viene indagata tra visione egemonica e ideologica.
Le domande che sono sorte durante il seminario rimangono tuttora aperte e aprono nuovi spazi di osservazione e di ricerca. Tra queste, determinante risulta la riflessione sui limiti della narrazione di sé come condizione per poter rappresentare un tema: l’individualismo epistemico mescolerà le carte delle dinamiche sociali? Il capitalismo affettivo prenderà sempre più piede? E quali saranno le conseguenze di questa gioco tra relazione e marketing?