Descrizione del sito

IL SANTUARIO ITALICO DI SAN PIETRO DI CANTONI (SEPINO, CAMPOBASSO)
Il santuario italico di San Pietro di Cantoni di Sepino occupa una posizione di spalto rilevata (q. 666) e dominante, aperta sull’ampia vallata del fiume Tammaro. L’area sacra recinta da murature megalitiche in poligonale disegna un triangolo irregolare i cui lati si allungano sul terreno per qualche centinaio di metri. La cartografia catastale e la fotografia aerea mostrano con evidenza questa ardita conformazione del recinto orientato con il vertice alla piana sottostante. L’area interna, vistosamente livellata, ha sezione piatta sviluppandosi su un ampio terrazzo artificiale ricavato per intagli progressivi di roccia lungo lo scosceso pendio che da Terravecchia (q. 953) scende talora precipite ad Altilia  (q. 548) e al Tammaro. E’ una collocazione felicissima non solo perché il santuario gode di un’esposizione aperta al continuo soleggiamento, ma anche, e soprattutto, perché  questa ubicazione costituisce un sicuro punto di equilibrio, non da ultimo anche topografico, fra aree sommitali destinate alla difesa (Terravecchia) e aree di valle destinate al mercato ed alla produzione (fasi repubblicane di Altilia) nell’ambito comunitario e cantonale dei Saepinates.
Il ruolo unificante del santuario, baricentrato all’interno di una struttura insediativa articolata per minuti nuclei diffusi e (anche se elementarmente) specializzati, trova in questi stessi presupposti una sua forte valenza e ragione. 
Se la costa nord orientale del Matese appare già da tempo frequentata e insediata, il santuario ai nostri occhi diviene una realtà documentata solo allo scadere del IV secolo a.C. E’, difatti, a partire da questa data che la presenza di manufatti diviene gradualmente più cospicua, più omogenea, in altri termini più “strutturale” perché questi cominciano ad evidenziare una precisa destinazione d’uso, perché cominciano a presentare comuni caratteristiche formali e dimensionali e perché costituiscono, con qualche oggettiva evidenza, presenze a loro modo selezionate e mirate e riferibili, almeno in prima istanza, al culto.
Il III secolo a.C. è particolarmente presente. I manufatti, di produzione locale e assai più spesso di importazione, costituiscono un documento di valore assoluto, oggettivamente incontrovertibile, dell’importanza ormai assunta dal culto e dal santuario di San Pietro di Cantoni, ma sono anche il segno tangibile, evidentissimo, di una nuova prosperità della comunità dei Saepinates.  La conquista da parte di Papirio Cursore di Saepinum (Terravecchia) del 293 a.C., che pone fine al conflitto sanguinoso fra Sanniti e Romani, sembra essere realtà totalmente espunta. Il III secolo che è, comunque, secolo cruento di lotte anche e soprattutto in questo scacchiere territoriale, nella sua piena maturità è vissuto in San Pietro con gioiosa e serena solennità. Anche quando i votivi appaiono forse conseguenza di decime da bottino di guerra o frutto di azioni di mercenariato. Che sia così sembra provarlo il riferimento costante, dichiarato più che meramente allusivo, alle richiesta di fertilità e di fecondità. La massima parte dei materiali restituiti dallo scavo testimoniano (dai pochi frammenti di antefisse alle appliques a vernice nera raffiguranti donne incinte, dai votivi anatomici alle conchiglie, dalle statuine di Eros ai castoni di anelli, dai pesi da telaio ai balsamari) e scopertamente alludono ad una aspettativa di vita che fortemente contrasta con il periodo e con la brutalità delle guerre in corso. Il culto sembra incentrarsi su una divinità femminile, ormai con documentata sicurezza, Mefite (e la statuetta dedicata da Trebis Dekkiis dovrebbe rivelarne le sembianze e gli attributi), che sovrintende e che tutela la sfera della maternità, degli affetti domestici, della procreazione quanto, più in generale, delle attività di lavoro connesse e, dunque, la fertilità delle messi, dei pascoli, degli armenti. Il rinvenimento, poi, di esemplari frammentari di statuette raffiguranti Ercole suggerisce anche duplicità o molteplicità di culti all’interno del santuario. Come di norma. 

Singolarmente il II secolo a.C., in contrasto evidente con il progressivo fiorire dell’insediamento di valle (fasi repubblicane di Altilia), descrive una fortuna del santuario in lento, graduale, ma altrettanto progressivo, declino. La presenza di materiali appare ancora sostenuta, ma le opportunità anche economiche che l’emporio di Altilia aperto lungo l’arteria tratturale e la stessa probabile e connessa sua fiorente attività produttiva non sembrano trovare un riscontro adeguato all’interno del santuario stesso.
L’ultimo secolo della repubblica e l’età primo imperiale sono localmente segnate dalla costituzione municipale di Saepinum. Che la città, a maggior ragione perché nella fattispecie ravvicinatissima, assommi ora in sé in qualità di capoluogo di un estesissimo comparto territoriale ogni ruolo civile e religioso è dato scontato. In queste situazioni i santuari dell’agro perdono assai rapidamente ogni importanza e, spesso, la stessa originaria destinazione d’uso. Le strutture edificate al loro interno si dispongono spesso a trasformarsi in cava e, più di frequente, in rudere. Lo scavo di San Pietro, soprattutto di questi ultimi anni ha, tuttavia, cominciato a restituire materiale di prima e media età imperiale in quantità tali da lasciare ipotizzare una frequentazione ancora sostenuta dell’area. La qualità del rinvenuto, per quanto si tratti spesso di oggetti dichiaratamente e sostanzialmente funzionali (attrezzi per la filatura, lucerne, stoviglie), ma non necessariamente (vista anche la presenza contestuale ed associata di balsamari vitrei, di anelli e di monete), suggerisce a sua volta ancora una possibile, per quanto contratta,  continuità e vitalità di un culto nell’area di San Pietro. 
Agli inizi del VI secolo si assiste a un’evidente e forte ripresa, ad una rinnovata occupazione stabile dell’area che si realizza nel momento in cui Saepinum, la città di valle, per tanti motivi divenuta ormai insicura e indifendibile, perde ogni sua pregressa importanza nella gestione centralizzata del territorio. La comunità in parte si disperde spesso riconquistando le quote più alte e sostanzialmente riproponendo nel giro di qualche generazione sistemi di occupazione e di controllo territoriale di antichissima data e tradizione. 
Sulle conservate rovine del grande podio templare (20,78/20,90 di lunghezza x 16,63/16,97 di larghezza) si struttura ora un grande complesso ecclesiale, sovradimensionato rispetto allo stesso tempio antico, che pare, però, avere vita breve (e travagliata, forse per il reiterarsi di eventi sismici), compresa fra il VI e il VII secolo. 
I rinvenimenti dei secoli successivi, ancorché talora eclatanti, paiono, difatti, frutto di sporadica frequentazione del luogo, anche per il loro numero limitatissimo e per il loro stato di assoluta frammentarietà, risultando per di più, di massima, fra loro assai disomogenei e divaricati anche sotto il profilo cronologico. 
Lo scavo, conseguente ad una sistematica campagna di ricognizione del territorio municipale sepinate eseguita negli anni 1987-1989 dall’Università degli Studi di Perugia, ha preso avvio nel 1991. Non presenta articolazioni in Saggi distinti, sviluppandosi senza soluzione di continuità per un’estensione ormai assolutamente considerevole.

Per gli esiti della campagna di scavo 2015 di San Pietro di Cantoni: FastiOnline.