Lo sapevate che fino alla metà degli anni Quaranta del Novecento il blu era considerato il colore femminile per eccellenza? Solo nel secondo dopoguerra, con l’affermarsi del marketing di massa e di una rigida divisione dei ruoli di genere, il rosa gli sottrarrà questo primato. Prima di allora, il blu incarnava un’idea di femminilità elegante, colta e persino spirituale.
Elegante e profondo, misterioso e suadente, l’ombretto azzurro fa la sua prima vera apparizione nella beauty routine tra gli anni Venti e Trenta, in parallelo con l’emancipazione femminile e l’avvento delle flapper girls negli Stati Uniti: donne che fumano, ballano, lavorano, votano e riscrivono il proprio corpo come spazio di libertà. Il blu sugli occhi non è solo trucco, ma dichiarazione di modernità e rottura con l’estetica vittoriana.
Negli anni Sessanta l’ombretto blu ritorna con forza come simbolo di ribellione, soprattutto nell’universo hippie e psichedelico, dove il colore diventa esperienza sensoriale, visione alterata, rifiuto delle norme borghesi. È anche in questo periodo che il blu inizia a caricarsi di un significato queer: indossato da corpi non conformi, da artisti, performer e figure androgine, diventa un segno visibile di dissenso rispetto ai codici di genere tradizionali.
Dagli anni Settanta in poi — tra club culture, glam, new wave e cultura drag — l’ombretto azzurro si afferma come colore dell’ambiguità, dell’eccesso e dell’auto-espressione. Un trucco che non cerca di “abbellire”, ma di affermare identità fluide, ibride, spesso politiche.
Volete un look trasgressivo?
Il blu fa per voi.
(Qui sotto, una carrellata di personaggi che hanno fatto dell'ombretto blu una bandiera. Riuscite a indovinare i film?)
La Redazione col contributo di Adele Geronazzo 2A