Nonno Pietro era seduto sulla vecchia sedia di plastica bianca, che bianca più non era, quella che cigolava ad ogni movimento, come se anche lei portasse il peso degli anni e dei ricordi. Il vento tiepido di agosto faceva frusciare le foglie del grande castagno nel giardino, mentre il tramonto tingeva il cielo di un arancio dorato. Accanto a lui, Giada, quindici anni, quasi sedici, stringeva una tazza di caffè ormai freddo, osservando il profilo del nonno contro la luce calante.
“Guarda che tramonto,” disse Pietro con un sorriso stanco, ma ancora luminoso. La sua voce era roca, spezzata dai mesi di terapie e dall’avanzare inesorabile del tumore ai polmoni che lo stava consumando lentamente. Nonostante tutto, non aveva mai perso quel tono rassicurante, quella calda fermezza che lo rendeva un punto di riferimento incrollabile non solo per Giada, ma per tutti: suo padre, suo zio e sua nonna.
Giada non rispose subito. Guardava le mani del nonno, un tempo nodose e forti, ora sempre più magre, come lui del resto, che stringevano il bracciolo della sedia. Quelle mani, che avevano sollevato travi e costruito case, ora tremavano sotto il peso di un corpo che si stava spegnendo. Percepiva una fragilità che non aveva mai associato a lui. Eppure, nei suoi gesti lenti e nelle sue parole, c’era ancora una dignità indistruttibile.
“Nonno,” mormorò infine, con un filo di voce, “non hai paura?”
Pietro si girò verso di lei, con un sorriso che nascondeva mille fatiche. I suoi occhi, profondi come laghi di montagna, riflettevano una saggezza antica. “La paura c’è, Giada. Ma il coraggio non è non avere paura. È guardare in faccia la paura e andare avanti comunque.”
Giada abbassò lo sguardo, mordendosi il labbro, come se quel gesto potesse fermare la sua tristezza. “Non è giusto. Tu non dovresti soffrire così.”
Il nonno fece una pausa, lasciando che il silenzio parlasse per un momento. Poi allungò una mano e prese quella della nipote. “La vita non è mai stata giusta, piccola mia. Ma è sempre stata meravigliosa. E anche
adesso, con tutto questo,” fece un gesto verso il suo corpo, “ho qualcosa per cui essere grato.”
Giada lo guardò con gli occhi lucidi, cercando di trattenere le lacrime per non far pesare al nonno la situazione. Lo osservava e non capiva come potesse trovare speranza in mezzo a quel dolore, come cercare una stella in un cielo troppo coperto di nuvole.
“Sai cosa mi dà forza?” continuò Pietro. “Tu. Tu e la tua vita che è appena all’inizio. La speranza non è solo un sentimento, Giada. È una scelta. Ogni giorno scelgo di credere che, anche quando io non ci sarò più, tu porterai avanti questo fuoco. Non importa quanto piccola sia la fiamma, l’importante è che continui ad ardere.”
La ragazza voleva scoppiare a piangere, ma decise di ingoiare quel nodo alla gola che le impediva di parlare, così appoggiò la testa sulla spalla del nonno. Sentiva il suo respiro, lieve e irregolare, ma ancora presente. Non voleva lasciarlo andare, non poteva immaginare un mondo senza di lui, senza la persona che aveva fatto così tanto per lei. Le parole di Pietro avevano piantato un seme nel suo cuore, una piccola scintilla di forza che, forse, un giorno sarebbe diventata un fuoco. Quelle parole avevano anche aperto la strada ad una consapevolezza a cui Giada non volle dare importanza, perché in cuor suo sperava solo di trascorrere l’ultimo Natale insieme al suo caro nonno.
“Osserva quel castagno,” mormorò, alzando lo sguardo verso l’albero maestoso che si ergeva sopra di loro. “Era piccolo, fragile, come tutti noi, all’inizio. Guarda ora quanto è cresciuto. Anche quando io non ci sarò più, questo albero continuerà a donare ombra e protezione. E tu farai lo stesso, Giada. Diventerai grande e sarai forte per te stessa e per tua nonna.” Mormorò, osservando la sagoma della nonna che si allontanava verso l’orto. Non voleva e non riusciva a guardare il nonno seduto su quella sedia perché le faceva pensare a tanti bei momenti che non ci sarebbero più stati.
Giada prima guardò sua nonna scomparire all’interno dell’orto, per poi rivolgere lo sguardo al grande castagno che torreggiava di fianco a lei e al suo amato nonno. Non poteva non notare quella crepa ormai grande nella corteccia e pensare che simboleggiasse proprio suo nonno, forte, ma fragile. Con il passare dei giorni, Giada si accorse che ogni attimo passato con Pietro aveva un significato profondo.
Le ore si trasformarono in doni preziosi. Non era più il tempo a trascorrere, ma lei a coglierlo,
momento dopo momento. Raccolse i racconti del nonno come fossero frammenti di un tesoro, ascoltando storie di un’altra epoca: di quando accompagnava suo padre a sciare, dei raduni degli alpini a cui lui teneva particolarmente, della sua passione nel suonare la tromba nelle parate e delle tante peripezie vissute in gioventù.
Suo nonno lottò fino all’ultimo, ma la malattia lo sconfisse il 25 settembre, su quel divano di casa che amava tanto, lasciando un vuoto nei cuori di tutta la famiglia, che nessuno avrebbe mai colmato. Fino a quel giorno Giada aveva cercato di nascondere le lacrime per non sembrare debole e fragile, come la crepa del castagno; a quella notizia tutto il dolore nascosto venne finalmente mostrato al mondo. La ragazza non riuscì ad andare nella vecchia casa in collina per settimane, ma quando finalmente vi fece ritorno, rimase sotto l’albero fino al tramonto, stringendo una delle foglie tra le dita. Sentiva un vuoto immenso, ma anche una strana, inspiegabile forza. Le parole del nonno le rimbombavano nel cuore: la speranza è una scelta.
Con il tempo, Giada scoprì che era vero. Il dolore non scompare mai, ma si trasforma. Dai ricordi del nonno nacque in lei un coraggio che non sapeva di avere. Ogni volta che si trovava davanti a una difficoltà, pensava al sorriso di Pietro, a quel tramonto, e al castagno che continuava a crescere, forte e tenace, come la speranza.
Giada divenne una donna forte e determinata, mai insensibile. Aveva imparato che il dolore non è una debolezza, ma un luogo dove il coraggio si forgia. Ogni volta che sentiva la vita farsi dura, tornava sotto il grande castagno, il suo rifugio segreto, e lì ritrovava la pace che il mondo sembrava sottrarle. Non era solo l’ombra dell’albero a confortarla, ma il ricordo del nonno, delle sue parole, e di quel tramonto che sembrava racchiudere tutte le lezioni della vita.
Un giorno, molti anni dopo, portò suo figlio, un ragazzino di sette anni, a vedere il castagno. Lo osservava mentre correva intorno al tronco imponente, ridendo e cercando di arrampicarsi. La corteccia portava ancora quella crepa che tanto l’aveva fatta riflettere da ragazza, ma adesso Giada la vedeva con occhi nuovi: non più come un simbolo di fragilità, ma come la testimonianza di una forza che si adattava, si piegava, ma
non si spezzava.
“Questo albero è stato piantato qui dal tuo bisnonno Pietro,” disse al bambino, accarezzando il tronco ruvido. “Era un uomo straordinario, e quest’albero è come lui: forte, protettivo e pieno di storie da raccontare.” Giada sorrise, iniziò a parlare delle estati trascorse con il nonno, di come quel grande uomo le avesse insegnato il valore della speranza e del coraggio. Raccontò di quel giorno in cui lui le aveva parlato sotto questo stesso albero, di come le sue parole avessero cambiato il modo in cui lei affrontava la vita.
“Pensi che ci stia guardando da lassù?” Chiese il bambino, indicando il cielo.
“Sì,” rispose Giada, posando una mano sul tronco dell’albero. “E sono sicura che sia orgoglioso di noi. Sai, lui mi ha insegnato una cosa importante: la speranza non è aspettare che tutto vada bene. È trovare la forza di andare avanti, anche quando sembra che tutto stia andando male. È come questo albero: anche con la sua crepa, continua a crescere.”
Il bambino annuì, come se fosse riuscito a comprendere qualcosa di grande, anche se forse non del tutto. “Allora, anch’io voglio essere come il castagno.”
Gli anni continuarono a scorrere, e Giada si rese conto che il dolore della perdita del nonno, sebbene mai scomparso, si era trasformato in un legame indissolubile con il passato. Ogni volta che trovava un ostacolo sul suo cammino, sentiva la presenza di Pietro accanto a lei, come se le sue parole riecheggiassero nel vento tra le foglie del castagno.
Alla fine, capì che il coraggio non è qualcosa che si possiede, ma una scelta che si rinnova ogni giorno. E mentre guardava suo figlio crescere, Giada sapeva che il fuoco del nonno continuava a bruciare, non solo in lei, ma in ogni generazione che avrebbe trovato forza in quell’albero e nella storia che rappresentava. Il castagno, con le sue radici profonde e i suoi rami che sfiorano il cielo, rimane un simbolo eterno. Non solo della vita di Pietro, ma della forza che il coraggio e la speranza possono infondere in chiunque scelga di abbracciarli.
Gaia Moschetta