Collegio Docenti del 13/06/2025
Non ho mai scritto i miei interventi riservati al collegio docenti, in realtà non li ho neanche mai pensati in anticipo, così come non ho mai ripetuto prima di un esame all’università o a scuola. Ho sempre improvvisato, ho sempre preferito che i pensieri fluissero, che scorressero liberi, che mi attraversassero trattenendo un po' di quello che sono. Questa volta, tuttavia, ho deciso di fare un’eccezione, perché sento il bisogno di fermare i miei pensieri, di fissarli in una forma, forse per la necessità di osservarli, di allontanarmi da essi per poterli vedere, per farne un bilancio. So che mi perdonerete ma vi rubero solo pochissimi minuti.
Non ho intenzione di elencare quello che è stato fatto nell’ambito delle mansioni che mi competono, ognuno di voi sa già. Ho voglia di parlare di altro, ho voglia di parlare dei nostri studenti.
Ebbene, sono arrivato in questa scuola, ormai, quasi 10 anni fa e ricordo ancora uno dei primi incontro col preside, anche lui arrivato poco prima in questa scuola. Ebbene, in una di quelle conversazioni ci confidammo che entrambi, nonostante una formazione culturale relativamente aliena a quest’ambiente, avevamo la sensazione di sentirci utili, di poter contribuire, proprio in virtù della nostra comune formazione umanistica, allo sviluppo formativo dei nostri studenti, forse anche più che in un liceo, dove un contesto protetto e un ambiente familiare più strutturato svolgono un ruolo decisivo. Quella confidenza e quella sensazione, per me, rimangono inalterate ancora oggi.
Oggi come allora, sento di avere la responsabilità, l’onore e il compito di rappresentare per molti dei nostri studenti, se non un punto di riferimento, almeno un incontro significativo, una di quelle figure che rimangono sullo sfondo delle nostre vite ma che al momento opportuno si palesano spalancandoti orizzonti inattesi. O almeno lo spero.
In ogni caso io lavoro ogni anno e ogni giorno con la speranza di dare il mio contributo. Anche quest’anno e, forse, mai come quest’anno, ho avuto la percezione tangibile di poter aiutare i nostri ragazzi. I due ruoli che mi sono stati assegnati, solo apparentemente incompatibili, di referente antidispersione e di delegato ai consigli disciplinari mi hanno fornito la possibilità di agire all’interno di uno spettro molto ampio; anche se in una dimensione paradossale. Sì perché se da un lato, quello a contrasto della dispersione scolastica, il mio compito è stato quello di arginare l’emoraggia di studenti che abbandonano l’ambiente scolastico, dall’altro rappresentavo colui che, simbolicamente, li allontanava dalla nostra comunità; o almeno nella visione stereotipata dei provvedimenti disciplinari.
Il paradosso, infatti, è solo apparente. Trattenerli o sanzionarli, in fondo, cosa significano? Mantenere con loro una relazione educativa. Significa cercare di lasciare in loro un segno, significa comunicare che per noi, per la comunità tutta, loro sono importanti, uno per uno, nessuno escluso. Che la scuola li accoglie e non li giudica, che sono qui per imparare dai propri errori, che qualcuno può fornire loro una guida sicura per il futuro, che non li abbandoniamo al loro destino ma offriamo loro un luogo di conoscenza, del mondo e di sé stessi, un luogo per poter sbagliare e contemporaneamente crescere.
Spesso ci dimentichiamo che abbiamo a che fare con degli esseri strani. Non più bambini e non ancora adulti, per definizione un’età di passaggio, serrata tra due non essere. Questa può rappresentare una condizione destabilizzante ma, d’altronde, è anche la fase della vita con più capacità esplorative, con più possibilità di cambiamento, con più plasticità. Ed è in questa zona dai confini così vaghi che il nostro lavoro si fa più impegnativo e delicato ma anche più stimolante.
So per conoscenza diretta quanto ognuno di voi, anche in questo caso, nessuno escluso, si impegni ogni giorno per lasciare un segno, si spenda per contribuire al successo formativo dei nostri studenti. Lo sento nelle conversazioni in aula insegnanti, lo vedo nei vostri volti stanchi mentre correggete le verifiche, lo percepisco dal tono preoccupato della vostra voce quando parlate coi vostri alunni in difficoltà.
Intendiamoci, spesso mi sono trovato in disaccordo con alcuni di voi, soprattutto in sede di consiglio disciplinare. Lo ammetto, a volte ho considerato le idee di alcuni un po' rigide, ingessate, forse, a volte, sbrigative. Del resto punire con una sospensione non è molto complicato o impegnativo. Però vi assicuro che mai e poi mai ho pensato che non aveste a cuore il destino educativo e formativo dei nostri ragazzi. Neanche per un istante, vi prego di credermi. Io rispetto il vostro parere e il vostro modo, a volte diverso, di procedere nei loro confronti.
Io non credo di avere le risposte, anzi, so di non averle. Ma con la stessa certezza so che continuo a cercarle e che dovrò continuare a cercarle. Perché la materia con cui abbiamo a che fare non ha forma, ogni singolo studente è diverso dall’altro, ogni singolo studente vive e attraversa i suoi momenti difficili, ogni singolo studente rappresenta un’unicità che va rispettata.
E per farlo occorre competenza, desiderio, volontà e soprattutto creatività. La cosa più difficile. Adattarsi alle situazioni senza il conforto di un protocollo prestabilito, essere disposti ad attendere i tempi lenti del cambiamento e afferrare gli istanti in cui questo appare possibile. Per riuscire in questa impresa c’è solo una strada: la collaborazione e la complicità tra noi. Magari litigando, a volte, ma sempre tenendo a mente che abbiamo un obiettivo comune: il benessere dei nostri studenti.
Voglio concludere il mio intervento sottolineando questo passaggio perché lo ritengo fondamentale. Il nostro obiettivo primario è il benessere dei nostri studenti. Questo, ovviamente, non significa coccolarli, vezzeggiarli, schermarli dalla realtà. Tutt’altro, quello non è certo benessere. Intendo predisporre il terreno adatto alla loro fioritura, come suggeriva Aristotele; contribuire alla formazione di individui che siano migliori di noi. Significa indicargli una via che sia percorribile, una via che sia la loro.
E’ vero la nostra è una scuola a vocazione tecnica e il mercato del lavoro è il suo orizzonte naturale. Non ci vedo nulla di male in questo, seppur lontano dalla mia formazione e indole. Attenzione, tuttavia, alla tentazione di trasferire la pratica aziendale e il suo armamentario concettuale alla dimensione scolastica. Un lavoratore inefficiente o inadempiente è forse corretto licenziarlo. Uno studente no, uno studente è qui per esercitare il suo diritto sacrosanto ad essere un adolescente, cioè, come ho detto prima, qualcuno che ancora non è, e che noi, ogni giorno, aiutiamo a cercare il suo personalissimo essere.
Questo è quello che penso. Grazie a tutti.