05-06-2025
Vi proponiamo il testo di un lavoro realizzato nell'anno scolastico 2023-2024 dalle classi di terze della Scuola Secondaria di primo grado di Casette d'Ete nell'ambito del Progetto "Ambasciatori della Memoria".
La Resistenza nel Piceno
Nella prima metà del 1943 l’Italia fascista, alleata della Germania nazista, stava perdendo la guerra contro gli Alleati angloamericani.
Il 25 luglio del 1943 Mussolini, capo dell’Italia fascista, venne destituito dalla carica di capo del Governo e arrestato su ordine del re Vittorio Emanuele III.
L’8 settembre del ‘43 il nuovo capo del Governo italiano Pietro Badoglio annunciò la firma dell’armistizio con gli Alleati, ma non organizzò una difesa militare contro l’avanzata delle truppe naziste che avevano cominciato ad occupare la penisola italiana. Pertanto, nella maggior parte delle città, i comandi militari italiani non esercitarono nessuna forma di opposizione nei confronti dei tedeschi. Un esempio eclatante fu l’occupazione nazista di Ancona, dove i comandi rifiutarono di unire i soldati agli antifascisti e alla popolazione in una lotta di resistenza unitaria contro i tedeschi; di conseguenza questi presero agevolmente la città.
L’Italia si trovò divisa in due parti: al centro-nord vi erano i nazisti e i loro alleati fascisti riorganizzatisi nella Repubblica Sociale Italiana con capitale a Salò sul lago di Garda (Mussolini era stato nel frattempo liberato dalla sua prigionia); al sud vi erano gli angloamericani, Vittorio Emanuele III e il governo Badoglio. Il confine tra l’area dominata dai tedeschi e quella occupata dagli angloamericani era denominato “Linea Gustav” e attraversava l’Italia meridionale dal nord della Campania fino alla costa centrale dell’Abruzzo.
Dopo il 25 luglio 1943 i gruppi e i partiti politici antifascisti si sforzarono di riorganizzarsi e di coordinarsi in una lotta comune contro i nazifascisti.
Sorsero anche nelle Marche i Comitati di Liberazione Nazionale, organi politici nei quali si confrontavano e cooperavano i vari partiti antifascisti (comunisti, socialisti, azionisti, liberali e democristiani) e che cercavano di dirigere la Resistenza e di governare le zone che venivano liberate.
Le formazioni partigiane nascevano spesso dal basso, cioè per autonoma iniziativa di persone che in un determinato posto si riunivano intorno alla figura di un capo. A formare le bande partigiane erano soprattutto gli antifascisti; i militari che non avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana; gli ex prigionieri dei fascisti, molti dei quali di origine jugoslava; i giovani che si rifiutavano di rispondere ai bandi che i nazifascisti diffondevano per trovare lavoratori e soldati.
I partigiani, con le loro azioni di guerriglia, favorivano la risalita degli Alleati. Allo stesso tempo si battevano per costruire un’Italia diversa da quella del passato, un’Italia caratterizzata dai valori di pace, democrazia, uguaglianza e solidarietà che sono centrali nella Costituzione italiana del 1948.
Quando parliamo della Resistenza, non dobbiamo pensare solo alle azioni di guerriglia delle bande partigiane. Nella Resistenza rientrano anche altri comportamenti e azioni, alcuni dei quali potremmo definire passivi: il rifiutare i bandi dei tedeschi e dei fascisti che imponevano ai giovani di andare a lavorare nelle imprese della Germania o a combattere nelle milizie fasciste era una forma di resistenza; il rifiuto di molti militari italiani di combattere per la Germania nazista era una forma estremamente coraggiosa di resistenza; resistere voleva dire anche aiutare i soldati prigionieri dei nazifascisti che fuggivano cercando di raggiungere il territorio controllato dagli Alleati. Della Resistenza facevano parte le staffette, soprattutto donne, che trasmettevano le comunicazioni o trasportavano armi da una banda partigiana all’altra. Sfamare, nascondere, curare i partigiani voleva dire in qualche modo resistere. Ogni azione che non aiutava lo sforzo militare dei nazifascisti o addirittura lo sabotava rientrava nella resistenza.
Uno dei primi e più famosi episodi di resistenza nella Marche avvenne in Ascoli, dove le truppe tedesche cercarono di entrare il 12 settembre del 1943, ma la popolazione e i militari decisero di reagire e resistere (Ascoli fu un caso diametralmente opposto a quello di Ancona).
Militari e antifascisti, dopo aver difeso Ascoli, presero a salire sul vicino Colle San Marco, che domina la città. I tedeschi cercarono di riprendersi il San Marco, ma vi riuscirono solo agli inizi di ottobre, quando venne occupata anche la città. Nonostante la loro accanita resistenza, alla fine i partigiani vennero sopraffatti. Tra fucilati e morti in combattimento, ne caddero trentuno, e più di settanta vennero deportati nei campi di concentramento in Germania. I superstiti del San Marco continuarono la lotta partigiana in varie località dell’Ascolano.
Per stroncare il movimento partigiano i nazifascisti commisero anche vere e proprie stragi che colpirono partigiani e civili. Ne ricordiamo brevemente due.
L’11 marzo, nelle frazioni di Acquasanta, nella cui zona operava la banda partigiana di Ettore Bianco, i tedeschi, che pure ebbero molte perdite nei violenti combattimenti, uccisero, oltre a diversi partigiani, anche una decina di civili.
Il 18 marzo a Montemonaco, nella cui zona operavano i partigiani del Battaglione Batà, vennero uccisi 13 partigiani, tra cui lo studente fermano Enrico Bellesi.
Nel giugno del 1944 il centro-sud delle Marche venne finalmente liberato: il 18 giugno venne liberata Ascoli Piceno, il 20 giugno fu la volta di Fermo e a fine mese venne il turno di Macerata. Per le province di Ancona e soprattutto di Pesaro-Urbino la guerra e le sofferenze durarono un po’ più a lungo.
La persecuzione degli ebrei e il campo di Servigliano
Le leggi razziali del 1938, varate dal regime fascista, colpirono anche le famiglie ebraiche marchigiane, isolandole dal resto della società. A partire dal settembre del 1943, con l’occupazione tedesca delle Marche, molti ebrei marchigiani subirono la deportazione in Germania e nell’Europa occupata dai nazisti.
A Servigliano, lungo la strada che dalla costa fermana si inoltra verso Amandola, sorgeva un campo di concentramento nel quale, durante il periodo dell’occupazione nazista, erano imprigionati anche molti ebrei.
Il campo, sorto negli anni del primo conflitto mondiale e chiuso subito dopo la guerra, fu riaperto nel 1940, durante la Seconda Guerra Mondiale, per ospitare i prigionieri di guerra, soprattutto alleati (inglesi, statunitensi, eccetera).
Agli inizi di settembre del 1943, in una drammatica e caotica situazione politica e militare, i prigionieri riuscirono a fuggire e cercarono di raggiungere la parte della penisola occupata dagli angloamericani. Molti di loro furono ospitati dalle famiglie locali che, a rischio della propria vita, li nascondevano dai tedeschi e dai loro alleati fascisti.
I tedeschi, già agli inizi di ottobre del 1943, presero il controllo del campo e vi internarono, oltre ai fuggitivi che erano riusciti nuovamente a catturare, gli ebrei del territorio e di altre zone del centro Italia, in attesa che fossero trasferiti verso i campi di sterminio tedeschi.
Tra il 7 e l’8 giugno del 1944 i partigiani delle bande “Filipponi” attaccarono il campo e misero in libertà i prigionieri allora presenti.
Le bande “Filipponi”, che prendevano il nome dal comandante partigiano Decio Filipponi ucciso dai tedeschi a Piobbico di Sarnano, operavano, a partire dall’aprile del 1944, nell’area medio collinare a cavallo tra le province di Macerata e Fermo. Il loro comandante principale era Dario Rossetti, nato a Montecarotto in provincia di Ancona, il cui nome di battaglia era “Rani d’Ancal”. Le bande “Filipponi” con le loro azioni, come quella citata della liberazione del campo di Servigliano, furono una vera e propria dolorosa spina nel fianco per i nazifascisti.
I contadini nella Resistenza
Il ruolo dei contadini nella Resistenza fu molto importante.
Innanzitutto nascosero e protessero gli ex prigionieri dei campi di concentramento italiani (slavi, inglesi, statunitensi, eccetera) fuggiti dopo l’8 settembre del 1943. Questa protezione, se scoperta dai nazifascisti, comportava il più delle volte la morte.
Molti figli di contadini si rifiutarono di presentarsi alla leva obbligatoria imposta dai tedeschi. Si trattava di una forma passiva di resistenza, perché indeboliva l’occupante tedesco; in molti casi questi giovani contadini si univano alle forze partigiane.
Più in generale le famiglie contadine diedero grande sostegno ai partigiani: per esempio, all’occorrenza, fornivano cibo e protezione.
Molte famiglie contadine subirono le violenze e le stragi causate dai nazifascisti. Ne è un esempio la strage di Caldarette Ete di Fermo. Qui, il 19 giugno del 1944, i tedeschi, per rappresaglia contro un attacco partigiano mentre erano impegnati a minare un ponte, uccisero quattro contadini del posto: i cugini Luigi e Giuseppe Fortuna, Santino Serafini e il piccolo Giovanni Protasi.
Una particolare forma di resistenza, molto diffusa in un territorio agricolo come quello marchigiano, fu l’assalto dei partigiani, in collaborazione con la popolazione civile, ai magazzini dove venivano depositati il grano e altri generi alimentari. L’Italia occupata dai nazisti doveva infatti fornire agli occupanti le risorse per la guerra, anche quelle alimentari. Questo voleva dire sottrarre parte del raccolto ai contadini e ridurre le razioni alimentari destinate alle masse popolari non contadine, come gli operai e gli artigiani. Pertanto i partigiani, costituendo un esercito popolare, attento cioè ai bisogni del popolo, presero ad attaccare i magazzini per distribuire gratuitamente o a prezzi popolari farina e altri generi alimentari. Ovviamente queste azioni, colpendo le risorse utili al sostentamento dei tedeschi in guerra, erano considerate sia dai partigiani che dai nazisti come vere e proprie operazioni militari. La reazione dei nazifascisti poteva quindi essere anche molto dura.
Il 2 marzo 1944 venne aperto il silo di Valdaso di Ortezzano e la popolazione dei dintorni accorse, ma fu colpita dagli spari dei fascisti. Persero la vita Luigi Mercuri e due ragazzine, Maria Teresa Nicolai e Rosa Verducci.
Una scena simile avvenne due giorni dopo a Piane di Montegiorgio, dove tra il 3 e il 4 marzo venne aperto il silo granario di Piane di Montegiorgio. Anche in questo caso sopraggiunse la popolazione del circondario e i tedeschi e i fascisti spararono sulla folla. Perirono cinque persone: Biccirè Argentina, Donnari Giuseppe, Ferranti Federico, Liberati Giuseppe e Marrozzini Enrico.
Un elpidiense nella strage di Sarnano
Durante il nostro lavoro di ricerca ci siamo imbattuti in un partigiano elpidiense ucciso dai nazifascisti nella strage di Sarnano. Qui, nell’entroterra della Provincia di Macerata, agiva una delle principali bande di partigiani delle Marche, comandata dal romano Decio Filipponi, un militare che, mentre cercava di tornare nella sua città provenendo da Trieste, si fermò a Sarnano e creò una banda con Zeno Rocchi, noto comunista della città di Sarnano: ne facevano parte cinquanta patrioti tra italiani e slavi.
Il 29 marzo del 1944 tedeschi e fascisti, impegnati nelle operazioni di rastrellamento che avevano precedentemente colpito Acquasanta e Montemonaco, presero di mira Sarnano che era considerata zona liberata dai partigiani guidati da Filipponi e Rocchi.
I nazifascisti scatenarono il terrore: radunarono in piazza i cittadini che avevano trovato nelle case e li minacciarono di morte, se non avessero fornito informazioni sui partigiani.
Intanto altri nazifascisti si dirigevano verso le frazioni del paese, tra cui Piobbico, la base della banda sarnanese. Qui morirono almeno quattro partigiani, tra cui Decio Filipponi, che si consegnò ai tedeschi per evitare che uccidessero altre persone innocenti. Venne impiccato.
Tra le vittime di Sarnano, che furono in tutto otto, ricordiamo il partigiano Mario Catini di Sant’Elpidio a Mare, nato il 28 ottobre 1925 e figlio di Luigi Catini. Fu freddato dai colpi dei mitra tedeschi nella centrale Piazza Perfetti.
Dopo un periodo di sbandamento, i partigiani si riorganizzano sotto il comando di Rocchi e dello slavo Klicovach e il 31 maggio del 1944 operarono una nuova azione a Sarnano, colpendo un reparto di militi fascisti, uccidendone otto, secondo il bilancio reso noto dai fascisti, o addirittura una quarantina, secondo altre testimonianze. Fu un duro colpo per i nazifascisti.
L’eccidio di Cascinare e intervista su Vincenzo Borraccetti
Il 20 giugno del 1944, vale a dire lo stesso giorno in cui Fermo trovò la tanto sospirata liberazione, a Cascinare di Sant’Elpidio a Mare avvenne un grave fatto di sangue. I tedeschi spararono contro tre giovani antifascisti, uccidendo Silvano Mecozzi, diciannovenne di Civitanova Marche, e Vincenzo Borraccetti, ventenne di Sant’Elpidio a Mare. La terza persona coinvolta, Natalino, fratello di Silvano, venne ferito.
Abbiamo intervistato Irene Borraccetti, una signora di Cascinare, figlia del fratello di Vincenzo Borraccetti, morto nell’agguato nazista del 20 giugno 1944. Vi forniamo gli elementi principali emersi nel corso dell’intervista.
Quali erano le caratteristiche fisiche e caratteriali di Vincenzo?
Bel ragazzo, altezza media (m 1,70); era intraprendente (“se dava da fa’”) come si vede dal gesto che ha compiuto.
Quanti fratelli aveva?
Aveva quattro fratelli e altrettante sorelle (lui era il terzogenito).
Che lavoro faceva la sua famiglia? In quale situazione economica si trovavano i Borraccetti?
Il padre aveva una piccola cantina/osteria in cui la gente di Cascinare andava a bere e comprare vino (oggi sarebbe un bar). Non erano poveri, ma le bocche da sfamare erano molte. La mamma si occupava dei figli e della casa ed era molto attiva per reperire cibo (farina, latte, uova), soprattutto durante la guerra quando scarseggiava. Anche lei si dava molto da fare dentro o fuori casa (Vincenzo avrà preso da lei?).
A che età Vincenzo ha smesso di andare a scuola? Che mestiere faceva?
Irene non sa rispondere con precisione. A quell’epoca si arrivava alla terza elementare. Vincenzo avrà terminato l’obbligo scolastico e poi, probabilmente, si sarà messo a dare una una mano nell’attività del padre.
Che vita faceva? Quali erano i suoi interessi e le sue passioni?
A quell’epoca era tutto diverso da oggi, non c’era tempo per passioni e interessi, bisognava sopravvivere, soprattutto durante la guerra. Sicuramente si interessava alla situazione politica determinata dalla guerra.
Aveva una fidanzata?
Una ufficiale sicuramente no, ma non si può escludere gli interessasse qualche ragazza di Cascinare.
Come e perché è diventato partigiano? Aveva un ritrovo con altri partigiani?
In realtà non era un vero e proprio partigiano, non apparteneva ad una banda come altri; a Cascinare c’era la fazione che simpatizzava per i partigiani e quella che stava con nazisti e fascisti. Lui sicuramente stava con i primi. Dove oggi c’è la lapide c’era un rifugio per nascondersi dai bombardamenti (anni dopo i bambini andavano a giocare là dentro); spesso Vincenzo si ritrovava lì con gli amici che la pensavano come lui, come Silvano Mecozzi (l’altra vittima di quel giorno, uno sfollato da Civitanova Marche dove i bombardamenti erano più frequenti e intensi). Quel giorno, sapendo che i tedeschi erano vicini, in uno slancio di entusiasmo giovanile, generoso ma anche poco prudente, si sono avvicinati ai nemici senza armi, nel tentativo di fermarli o rallentarne la fuga, chi lo sa ... Furono subito falciati dalle loro mitragliatrici.
Come e quando hanno ritrovato il suo corpo?
Fu la madre di Vincenzo che fece la scoperta, forse conosceva le intenzioni del figlio e, dopo aver sentito gli spari, si precipitò lì e lo trovò morto. Se lo caricò sulle spalle e lo riportò a casa a qualche centinaio di metri verso Cascinare da dove era accaduto l’eccidio.
Quando è stato eretto il monumento e chi se ne occupa?
Il monumento fu costruito subito dopo la guerra nel punto dove avvennero i fatti; poi fu spostato un po’, perché la strada che da Bivio va verso Cascinare, divenendo molto più trafficata, venne allargata e asfaltata. All’inizio, la sera del 24 aprile venivano i parenti di Mecozzi da Civitanova per portare una corona di fiori e il giorno dopo lo facevano quelli di Borraccetti; poi durante il mandato del Sindaco Martinelli si decise di fare un’unica manifestazione tutti insieme il 25 aprile. Per quel giorno il Comune si occupa di ripulire e portare i fiori. Per il resto dell’anno se ne occupa Irene con l’aiuto del figlio (i fratelli e le sorelle di Vincenzo ormai non ci sono più o sono molto vecchi). Nei primi anni 2000 l’ANPI, durante una cerimonia tenuta a Ete Caldarette di Fermo, assegnò ai parenti una medaglia per ricordare il sacrificio di Vincenzo.