a cura di Iovieno Filippo 1A
Tanto tempo fa, in un campo sterminato, abitava una grande famiglia di rose rosse. Vivevano felici insieme, fino ad un giorno: era un giorno di sole, quando dal terreno spuntò un fiorellini bianco, candido come la neve. La notizia si diffuse per la famiglia e dopo un gran consiglio di anziani decisero di non accettarlo nella famiglia, poichè di colore diverso. Il piccolo fiorellino cominciava ad essere bullizzato, allontanato e vittima di razzismo. I suoi giorni divennero sempre più cupi e bui. Ad un certo punto un altro fiore, un tulipano arancione, anche lui non accettato, si ribellò e pronunciò un discorso commovente: "L'unicità è bella" disse. Allora i fiori rossi, capirono come si sentivano i due fiori diversi da loro: disprezzati, bullizzati e allontanati. Da quel giorno la vita cambiò: arrivarono nuovi fiori diversi che potevano fare tutto. Questo accade pure oggi, anche se realmente i neri non possono essere giudicati dai bianchi solo perchè hanno un colore diverso, tutti devono avere gli stessi diritti e la libertà.
a cura di Anna Kalinova 2E
Nei Tre giorni dello Studente Fuoriclasse, tra i tanti, vari e stupendi laboratori proposti, era presente il laboratorio di Scrittura Creativa nel quale la professoressa ci ha distribuito due carte Dixit e con queste dovevamo inventare una piccola storia. A me su una carta c'era rappresentato un campo di papaveri e sull'altra una scala d'orata a spirale e perciò inventai questa breve storia che adesso condividerò con voi. Buona lettura!
In un immenso campo di papaveri rossi, spiccava un solo papavero bianco.
Tutti lo guardavano con stupore, ma non si capiva perché fosse l'unico diverso. Il piccolo papavero si sentiva solo e sognava di trovare un posto dove essere accolto per quello che era.
Un giorno , accanto a lui, apparve una scala dorata a spirale, che saliva fino al cielo, avvolgendosi tra le nuvole. Incuriosito, dopo aver preso una valigia di coraggio, il papavero bianco si mise in cammino. Salì lentamente, gradino dopo gradino, mentre sotto di lui il campo di papaveri rossi si faceva sempre più piccolo e lontano.
In cima alla scala trovò un luogo incantato: un giardino pieno di fiori di ogni colore, dove nessuno era uguale all'altro. Lì il papavero bianco capì che essere diversi non era una debolezza ma una forza, e finalmente trovò amici veri che lo accolsero con gioia per quello che era!
C'era una volta un bambino a cui piacevano molto le stelle, ma anche leggere, un giorno mentre leggeva all'aria aperta il suo libro si immaginò una "costellazione di lettere" e la disegnò
C’ERA UNA VOLTA UNA SIRENA DI NOME LUCENTE CHE VIVEVA IN SARDEGNA NELLE PROFONDITÀ DEL MARE.
LEI ERA MOLTO VIVACE, NUOTAVA PRESSO LA BARRIERA CORALLINA ED AMAVA OSSERVARE GLI ANIMALI MARINI.
UN GIORNO, MENTRE NUOTAVA, RESTO' INTRAPPOLATA IN UNA RETE INSIEME A DELLE MEDUSE. SUCCESSIVAMENTE, LUCENTE E LA MEDUSA FURONO CATTURATE DA UN MARINAIO IN CERCA DI PESCI. APPENA IL MARINAIO VIDE COSA AVEVA PESCATO, RIMASE SORPRESO TUTTAVIA, DECISE DI RINCHIUDERE LUCENTE IN UNA GABBIA.
LA SIRENA ERA DISPERATA NEL PENSARE CHE SAREBBE STATA RINCHIUSA IN QUELLA MALEDETTA GABBIA FINO ALLA MORTE. PERO' PER SUA FORTUNA, SI RICORDO' CHE AVEVA TROVATO UNA CONCHIGLIA IL GIORNO PRECEDENTE E DECISE DI APRIRLA. AL SUO INTERNO TROVO' UNA CHIAVE E, DOPO UNA LUNGA RIFLESSIONE, SCOPRI' CHE SERVIVA PER APRIRE LA GABBIA. RIUSCI' A FUGGIRE E INIZIO'A NUOTARE FELICE PER IL MARE . MOLTE VOLTE I VIVACI POSSONO SORPRENDERE I FURBI!
a cura di Greta Apuzzo,1E
IN UNA NOTTE BUIA D’INVERNO, UN RAGAZZO DI NOME EDGAR STAVA PER ANDARE A LETTO, QUANDO AD UN CERTO PUNTO SENTI' UNA VOCE: ERA SUA MADRE CHE GLI RICORDAVA L’APPUNTAMENTO DAL DENTISTA DEL GIORNO SEGUENTE E VOLEVA DARGLI LA BUONANOTTE. AD UN TRATTO EDGAR SENTI' UN ALTRO RUMORE. QUESTA VOLTA NON ERANO NE' SUA MADRE NE'SUO FRATELLO O SUO PADRE, ERA UN MIAGOLIO.
ALLORA EDGAR SI AFFACCIO’ ALLA FINESTRA E VIDE UN GATTO CON UNA SFERA DI CRISTALLO CHE CONTENEVA UN PESCE; IL FELINO CERCAVA DI LIBERARLO PER DIVORARLO.
IL GATTO CHIESE AD EDGAR DI AIUTARLO A ROMPERE LA SFERA, MA EGLI SCAVALCO’ LA FINESTRA, PRESE LA SFERA E LA PORTO’ IN CAMERA SUA.
LUI NON VOLEVA CHE IL POVERO PESCIOLINO FINISSE NELLO STOMACO DEL GATTO, ALLORA IL GATTO ENTRO’ NELLA CAMERA E PRESE IL RAGAZZO.
DA QUEL GIORNO EDGAR NON TORNO’ PIU’ A CASA.
a cura di Giulia Villani 2A
Ciao! Mi chiamo Sofia, ho otto anni, ho i capelli arruffati come un nido di passeri e un sorriso da ”non sono stata io” che uso almeno tre volte al giorno. Sono una bambina dolce, certo, ma solo finché non ho in mano farina, colla o un rotolo di carta igienica.
Tutto è cominciato una domenica mattina.
Papà voleva leggere il giornale in pace, mamma sistemava il salotto e io…stavo proteggendo la mia opera d’arte più spettacolare: la macchina sparatorte!
Avevo visto un video sul tablet di papà e ho pensato: “Se lo fanno gli scienziati, perché non io?”
Ho preso:
-una racchetta da tennis;
-un palloncino gonfio come un tacchino;
-una torta al cioccolato (preparata il giorno prima per la nonna);
-e una molla trovata sotto il divano.
Dopo 15 minuti di lavoro (e un po’ di colla sul naso), ero pronta al lancio.
Ho posizionato la torta sulla racchetta, ho caricato il palloncino…e ZAAANG!
La torta è volata dritta…sulla testa di papà.
-"Sofiaaa!!!"
- “Esperimento riuscito, papà: gravità confermata!”
Scappata a gambe levate, mi sono rifugiata nel mio nascondiglio segreto: la Fortezza dei Panni Sporchi, che si trova dietro la cesta della biancheria in bagno.
Nessuno osa avvicinarsi lì: è protetta da un odore misterioso (che pare arrivi dai calzini di papà del calcetto del mercoledì).
Mentre sentivo mamma urlare: “Chi ha visto mia figlia e la mia torta!?”, io ridevo sotto voce e mangiavo un biscotto nascosto nel rotolo di carta igienica (strategia di sopravvivenza n.3).
Poco dopo, mi hanno trovata. Papà aveva ancora la panna sulla fronte.
“Sofia, ma perché fai sempre questi disastri?”
“Perché il mondo senza torte volanti è noioso!”
“E la torta per la nonna?”
“La prossima volta userò quella al limone, vola meglio!”
a cura di Carmen Naclerio 2A
Ciao sono Leo, sette anni, faccio da angelo… e cervello da diavoletto! A casa mi chiamano "uragano con le orecchie“. Ogni giorno ne combino una o due o dieci
Il primo guaio di oggi è stato che ho legato i lacci delle scarpe di mamma mentre era distratta. Appena si è alzata per preparare il caffè…splash e caduta come un sacco di patate (arrabbiate però).
Dove mi sono nascosto? Dietro la tenda, immobile come una statua…ero ridicolo !
Per il secondo guaio di oggi, a pranzo invece del purè, ho servito a papà una ciotola di colla vinilica e del pepe.
“Ma che cos….”
“E’ la nuova ricetta: purè all’attack!”
Dove mi sono nascosto? Sotto il tavolo, coperto da una tovaglia. Sicurezza prima di tutto!
Per il terzo guaio, ho messo il sapone liquido nel soffione della doccia. Quando mamma ha acceso l’acqua, è uscita schiuma ovunque. Sembrava Babbo Natale dopo un tuffo.
Dove mi sono nascosto? Nel cesto della biancheria, tra i calzini sporchi. Lì nessuno osa cercare.
Per il quarto, cioè l’ultimo, ho sostituito il dentifricio con la senape. Papà si è lavato i denti con il fuoco in bocca.
“Sto sputando vulcani!” urlava. Ogni volta che combino qualcosa, mi trasformo nel Ninja dei Disastri: silenzioso e veloce. Ma la sera, quando mi mettono a letto, faccio la mia faccia da cucciolo triste e dico: “Scusate, ma era troppo divertente!"
E loro? Mi perdonano. Sempre. Anche se, quando sentono troppo silenzio, gridano già: “LEO?! COSA HAI FATTO?!”
a cura di Julia Aprea 2A
Era lunedì mattina e Giuseppe, un bambino di otto anni con una riserva infinita di idee discutibili, si svegliò con una missione precisa: rendere la giornata dei suoi genitori memorabile... A modo suo, ovviamente! Alle 7:30, mentre la mamma preparava il caffè, Giuseppe sostituì lo zucchero con il sale. “Mmm… che sapore nuovo…” disse lei, prima di sputare tutto nel lavandino come un drago inferocito. Giuseppe osservava da dietro la porta, cercando di non ridere. Alle 8:00, toccava al papà. Prima che uscisse per andare a lavoro, Giuseppe attaccò con del nastro adesivo una calza al tergicristallo della macchina. Quando il papà lo attivò, la calza cominciò a sventolare come una bandiera. Alle 9:00, era già stato sgridato due volte, ma Giuseppe non si dava per vinto. Prese tutti i telecomandi di casa e li nascose nel freezer. “Così imparano a ignorarmi mentre guardano la TV” pensò con un sorrisetto. A pranzo, decise di aiutare. Mise la tovaglia, preparò le posate e al posto del pane mise delle spugnette da cucina. “Il pane è croccante oggi” commentò il papà, cercando di staccarsi un pezzo di spugna dai denti. Il disastro finale arrivò nel pomeriggio. Giuseppe mise del sapone liquido sul pavimento del bagno e una ciabatta in mezzo alla stanza. Quando la mamma entrò, scivolò, gridò qualcosa che non sembrava italiano e poi minacciò punizioni fino al 2050. Capendo di aver esagerato un pochino, Giuseppe si rifugiò nel suo nascondiglio segreto: l’armadio delle lenzuola. Quando la mamma lo trovo lì, con gli occhi da cucciolo, sbuffò: “Tu non sei un bambino. Tu sei un film comico con le gambe!”
a cura di Giuseppe Mascolo, 1A
E così Odisseo, dopo aver sconfitto il Ciclope, sbarcò in una penisola. Egli chiese ad un vecchio: “Ehi tu vecchio, dunque, puoi dirmi quale rispettosa terra è questa?”. Lui gli rispose: “Mizzica, ma cummu parl' uagliò? Ma sarai sicuramente nu mminalese, ‘cca simm’ a o confin tra la Campania e la Calabria; vuoi che t’ port’ a magnà a cacc’ part uagliò? Là fann’ na past’ e faggioul bell’ cumm a na guagliuncell!”. Odisseo, basito di fronte a quelle parole, ne chiese il significato, ma il vecchio rispose chiedendo: “Uagliò, ma cumme che vuoi ‘o significat’ e ste pparol’, nun sarai mic nu frances’, o zì?”. “No, ma che francese, io sono Odisseo, il solo e unico Odisseo, il figlio di Laerte”. Il vecchio, stupefatto, disse: “Mizzica! Viciè, Peppi’, ccà tenimm’ Odisseo, ‘na celebrità! Offrite nu musstacciuol’ e ppur a ‘ndiuia a Odisseo”.
Poi, rivolgendosi verso Odisseo: “Uagliò, tu e tutt’ ‘ll’amic tuoi putit restà ccà, sarrit tutt’ quant’ celebrità! Vi putimm’ rà pur la casa meglio ca tenimm’!”.
Dopo qualche anno, Odisseo dovette far ritorno a casa, ma ci tornò pieno di anduia, mustacciuoli, pizzette etc. Quando Odisseo entrò nella reggia, sapendo dei Proci, disse:” Salve Proci, agg’ purtat’ tantissime cose a magnà: teng’ anduia, mustacciuol’ e cinque o sei pizzette p’ tutt’ quant; accussì facimm’ na bella festa!”. Il capo dei Proci, proveniente da Napoli, rispose: “Uè, Odissè, ma pur tu sì stat’ al Sud Italia? Allora si' pur tu nu frat’ a mme!
Cumm’ a ritt’ tu, facimm’ na bella festa!!!”
Fu così che Odisseo, di ritorno ad Itaca, riuscì a riprendere il suo regno in pace, armonia e manicaretti!