LO SHOCK DA COMBATTIMENTO
LO SHOCK DA COMBATTIMENTO
Chiara, Greta, Rabia
I sintomi del disturbo da stress post-traumatico sono stati registrati per millenni, ma ci è voluto più di un secolo perché i medici lo classificassero come disturbo con un trattamento specifico.
Il primo caso di sintomi mentali cronici causati dallo spavento improvviso sul campo di battaglia si trova già nel racconto della battaglia di Maratona di Erodoto, scritto nel 440 a.C.
Durante e dopo la prima guerra mondiale migliaia di soldati furono ricoverati per disturbi mentali: negli ospedali si trovavano reduci estraniati e muti, che camminavano come automi, con i muscoli irrigiditi. Le cartelle cliniche parlavano di “tremori irrefrenabili”, di “ipersensibilità al rumore”, di “uomini inespressivi, che volgono intorno a sé lo sguardo come uccelli chiusi in gabbia”, che “camminano con le mani penzoloni e piangono in silenzio” o che “mangiano quello che capita, cenere, immondizia, terra”.
Il termine shell shock (“shock da combattimento”) fu utilizzato dallo psicologo Charles Myers nel 1915, sulla rivista medica “The Lancet”, per definire una serie di disturbi riportati da molti soldati ed ufficiali durante la prima guerra mondiale. Myers ipotizzava che le lesioni cerebrali fossero provocate dal frastuono dei bombardamenti oppure dall’avvelenamento da monossido di carbonio, ma presto fu chiaro che alla base di questi disturbi c’era qualcos’altro, dato che i sintomi si manifestavano anche in persone che non si trovavano in prossimità di bombardamenti.
Il neurologo francese Joseph Babinski nel 1917 attribuì i sintomi a fenomeni di isteria (amnesia, qualche tipo di paralisi o incapacità di comunicare senza una chiara causa fisica), un disturbo che si riteneva diffuso solo tra le donne (isteros significa utero, in greco) e suggerì quindi di curarlo come allora si trattava l’isteria femminile: con l’ipnosi. Questa terapia in alcuni casi funzionò per ridurre il disagio mentale, ma ebbe un rovescio della medaglia, infatti i soldati che si pensava soffrissero di isteria, considerato appunto un male tipico delle donne giudicate “esseri inferiori”, vennero accusati di “femminilizzazione” o di “omosessualità latente”. Questi soldati vennero “puniti” con aggressioni verbali e “faradizzazioni” (forti scosse di corrente elettrica alla laringe in caso di mutismo o alle gambe in caso di immobilità).
Quando la guerra finì, i soldati avevano flashback, incubi, attacchi di panico, ansia, tendenze suicide, aggressività ingiustificata, squilibrio, depressione, palpitazioni, tremori, paralisi, ma in Italia quella dei traumi psichici conseguenti alla Grande Guerra fu una pagina presto chiusa e rimossa, perché venne ritenuto sconveniente attribuire alla guerra i traumi psichici riportati. Circa 40.000 uomini con disturbi mentali finirono rinchiusi nei manicomi statali, dove spesso la terapia consisteva nell’elettroshock, ma una quantità ben più numerosa fece ritorno a casa in quelle condizioni e fu accolta dalle loro famiglie. Fu qui, anche per prendere le distanze dal carico emotivo di quegli sguardi assenti e per poter ricominciare a vivere dopo il trauma collettivo dell’esperienza bellica, che la gente prese a chiamare quei giovani uomini con un termine feroce e ingiusto: “scemi di guerra”. Ora sappiamo invece che ciò che questi veterani di guerra stavano affrontando era probabilmente quello che oggi chiamiamo disturbo post-traumatico da stress (PTSD).
Psicologi e psichiatri militari per poter studiare il comportamento dei soldati, gli chiesero di essere passivi, indifferenti alla morte, di essere crudeli, di saper uccidere, di accettare di morire, di allontanarsi dalle loro famiglie e di non avere rapporti con loro.
I rumori delle bombe facevano impazzire i soldati non facendoli dormire la notte, per esempio Tuglio Nicoletti è un soldato trentino che racconta il crescere dell'ansia durante le giornate.
Shell-shock è il termine usato dagli psichiatri inglesi per definire la nevrosi traumatica che si sviluppa in combattimento dopo bombardamenti prolungati e azioni sanguinose: i soldati in stato confusionale si ritrovano subito in ospedale, le gambe e le braccia sono bloccate da un comando interiore, la mente è come svanita e non riescono più a parlare, non ricordano, tremano e fanno incubi sempre uguali.
Per esempio un soldato di 19 anni con amnesia, afasia e indifferenza alle parole eccetto che alla parola "bombe".
Es. "Ora soffro ancora di insogna, poco appetito e un tremito quasi continuo per il collo specie alle gambe, ho ondate di caldo che mi avvolgono tutto fino alla testa, di tanto in tanto qualche capogiro e dolori alla schiena, non ho più tranquillità, frequenti crisi di pianto, mi sento troppo impressionabile".
Un metodo per cercare di guarire questa malattia era quello di usare l' elettricità sulle parti del corpo che si rifiutavano di funzionare correttamente, il pensiero di una seduta elettrica doveva essere più forte del terrore di ritornare al fronte.
Altri aspetti di malattie dopo la guerra furono: iperemotività e fobia per le divise militari rosse, man mano che procede la guerra le manifestazioni di disturbo mentale e di sofferenza psichica sono sempre più gravi.
Un numero sempre maggiore di soldati furono mandati in manicomio, non si trattava più di eliminare un sintomo come il non parlare, non camminare, non udire e tremare, ci si trovò di fronte a una vera e profonda disperazione esistenziale.
Nel corso del conflitto, i ricoveri per cause nervose e mentali furono:
80 mila in Inghilterra
315 mila in Germania
98 mila negli Stati Uniti
Per l'Italia non esistono dati ufficiali. Gli storici ipotizzno che i soldati ricoverati per problemi psichici non siano meno di 40 mila.
Gli istituti sanitari americani hanno diagnosticato che il 45% dei soldati impegnati in Iraq tra l'inizio della guerra e l'ottobre del 2007 hanno sofferto di patologie psichiche legate all'esperienza di guerra.