Non ancora pienamente soddisfatto di un’opera che sembrava non voler finire, ho sentito l’ispirazione di associare a ciascuno dei diciassette Piccoli Canti dell’Alleanza un disegno realizzato con una tecnica nuova ed assolutamente originale, da me creata ed adottata per quest’occasione: da questi disegni nascerà poi la Collezione “Piccoli Canti”, subito integrata dal Trittico dell’Alleanza. La fusione di queste due serie porterà al progetto di una grande installazione: la Croce dell’Alleanza (di cui alla pagina successiva).
Nel disegno a filo chiuso, come ho voluto chiamare questa tecnica, l’immagine è costituita da un’unica linea curva monocromatica, disegnata a mano libera su carta; il tracciato, detto appunto “filo”, rispetta tre regole: 1) non forma spigolosità nette; 2) non si interseca e non entra in contatto con se stesso; 3) si completa richiudendosi su se stesso, in modo da strutturare un circuito unitario che non permette l’individuazione di estremità. Esso è la deformazione di un cerchio.
La linea appare segnata in modo impreciso e “tremante” a prova dell’umano, reverenziale timore con cui l’artista si accosta al nobile, eccellente oggetto.
La tecnica di realizzazione dell’effigie richiama l’idea del labirinto, che vuol essere sia metafora della complessa ricerca di Dio da parte dell’uomo sia simbolo della tortuosa complicatezza dell’animo e della mente degli umani (non a caso le sinuosità delle curve somigliano a circonvoluzioni cerebrali). Tuttavia, a ben guardare, non si tratta di un labirinto da risolvere, ma di un enigma già decifrato; meglio ancora: è la soluzione di un ipotetico labirinto. Rimosse le sue pareti, è rimasto l’itinerario di chi lo ha risolto: un percorso che rivela l’inesistenza di un punto di partenza o di un punto di arrivo, ma si dimostra infinito.
Se invece consideriamo la nostra linea non come il percorso da seguire (la via su cui “camminare”), ma come la parete contorta di un labirinto visto in pianta, ci accorgiamo che, presi due distinti punti uno da un lato (A) e uno dall’altro (B) di una qualunque porzione della “parete”, partendo da uno dei due riusciremo sicuramente ad “uscire” dall’immagine labirintica, partendo dall’altro, invece, sicuramente no: infatti qualsiasi porzione della “parete” separa sempre la parte esterna dalla parte interna della “costruzione”. Ciò può essere meglio evidenziato colorando, ad esempio (vedi figura in basso), in blu tutto lo spazio possibile a partire dal punto A (spazio interno - finito), e in giallo il rimanente spazio (esterno - infinito) che conterrà certamente il punto B (nel colorare, evidentemente, non bisogna mai superare la “parete”).
Lo spazio esterno infinito è spirituale e divino. Lo spazio interno finito è materiale e umano. Tuttavia il primo “si insinua” nel secondo e lo pervade. Nelle immagini che ho realizzato, però, non è evidenziato il contrasto (qui ottenuto con i colori) tra aree interne e finite ed aree esterne ed infinite, tra spazio A e spazio B: il primo non è più distinguibile dal secondo… è come se l’infinito penetrasse e si mescolasse col finito. A livello ideale ciò si traduce nella realtà teologica di Dio in mezzo a noi, dentro di noi, sostanzialmente separato ma intimamente unito all’uomo.
Il tracciato si può anche immaginare come originato da un cerchio o da un’ellisse a cui siano state impresse numerose introflessioni; l’ellisse è la forma delle orbite (dall’universo all’atomo), l’ordine che Dio sembra aver dato alla creazione, mentre le introflessioni rappresentano le continue e disordinate deviazioni cui la nostra imperfetta quotidianità ci induce.
L’ellisse e il cerchio sono anche il segno della ciclicità della natura, della ripetitività delle stagioni e del tempo (dove natura e tempo sono le coordinate all’interno delle quali si muove ogni essente terreno).
Il filo – privo di grovigli e perfino di intersezioni o di tangenze, dal tragitto sempre nettamente distinguibile, pur nei suoi contorsionismi morbidi e flessuosi (assenza di spigolosità) – esprime quel minimalismo disegnativo che ho preteso per sottolineare l’essenzialità concettuale che sottende la mia opera: un unico filo, di un unico colore, privato perfino delle sue due estremità (un segmento curvo avrebbe due estremi ma, ricongiungendosi col punto da dove è partito, gli estremi si sovrappongono proprio in questo punto, che subito svanisce, perdendosi nell’infinità di tutti gli altri punti – inesistenti perché privi di dimensione e di identità, in quanto non individuati da altri elementi, come, ad esempio, un’intersezione o una secante che tagli il filo, o un punto di spigolosità) – tanto che non si riuscirà più ad identificare da dove la traccia abbia avuto inizio.
Angoli spigolosi, vertici e “guglie” rappresenterebbero punti di discontinuità; estremità, tangenze e intersezioni individuerebbero altri punti precisi, distinti dall’infinità di punti anonimi che formano il filo: tutti nuovi elementi che turberebbero il concetto di “unicità” che sta alla base di quel minimalismo sopra definito.
Questa sorta di voluta “anonimia”, di privazione dell’identità dei punti che formano il filo non deve essere considerata nei suoi aspetti negativi ma come semplice uguaglianza, come vera parità… tra tutti i punti che formano la linea… tra tutti gli uomini che formano l’umanità.
Un’ultima considerazione a proposito del concetto di minimalismo disegnativo, o meglio, minimalismo significativo: oltre che a soddisfare i citati principi di “essenzialità” (come esaltazione del contenuto religioso sui temi estetici) e di “unicità” (come connotazione irriducibile del minimalismo stesso) esso doveva estendersi – almeno in questa mia prima produzione – anche al colore. L’idea della linea monocromatica potrebbe già apparire minimalista: essenziale nella forma (linea) e unica nel colore (monocromatica)… ma, in tal caso, esisteva sempre la duplicità forma-colore. Ebbene, la scelta del nero come colore della linea mi è apparsa come la più soddisfacente, in quanto il nero non è un colore ma è l’assenza di colore, la negazione del colore, il non-colore… Optare per il nero mi è parso come ottenere la sola linea, privata – in certo senso – anche del colore. Così come il bianco è la somma dei colori (vidi figura qui sopra), il nero ne è la “sottrazione”, l’eliminazione, la negazione. Dunque, anche se ho sempre parlato di linea monocromatica, in realtà, ho sempre pensato ad una linea nera… di un nero che non implicasse negatività (dolore, tristezza, tenebra, oscurità, lutto, ombra, nascondimento, sofferenza…) ma semplicemente “assenza di colore”. Da un punto di vista spirituale, infine… è nel buio che desideriamo maggiormente e percepiamo meglio la Luce!