Rassegna stampa
Il dialogo con la poetica di Andrej Tarkovskij e Bèla Tarr in
'𝔹𝕀𝕊𝔸ℂℂ𝕀𝕊𝕋𝔸ℕ' il film di Vito Nicoletta.
'𝔹𝕀𝕊𝔸ℂℂ𝕀𝕊𝕋𝔸ℕ' il film di Vito Nicoletta compie 4 anni.
Un'opera che resiste al tempo, come i muri scrostati che ritrae.
4 anni di premi e riconoscimenti in oltre 20 Festival Internazionali del Cinema in oltre 20 nazioni dei quattro continenti. Un risultato che va oltre ogni aspettativa per un film indipendente, autoprodotto.
'𝔹𝕀𝕊𝔸ℂℂ𝕀𝕊𝕋𝔸ℕ' è un'opera cinematografica che esplora in maniera dura e reale il tema dello spopolamento dei piccoli borghi italiani.
L'opera è caratterizzata da un linguaggio d'avanguardia, privo di dialoghi lineari, che punta su esperienze sensoriali, rumori ambientali (come il vento e i passi) e simbolismi.
È un film "di sottrazione", dove il silenzio e i rumori della natura che si riappropriano dei luoghi dell'abbandono, sostituiscono la narrazione classica.
L'analisi del sound design in Bisaccistan rivela come l'autore utilizzi il suono per sostituire interamente la narrazione verbale, riflettendo la lezione del cinema metafisico e contemplativo.
Il regista stesso cita spesso maestri come Andrej Tarkovskij e Béla Tarr come principali punti di riferimento per la gestione del tempo e dello spazio audiovisivo.
Queste tecniche si strutturano nell'opera e si collegano alla filosofia tarkovskijana.
Il Sound Design in "Bisaccistan" è
il vuoto come Suono Diegetico.
Il film racconta il ritorno spettrale di un emigrante in un borgo dell'Alta Irpinia, oramai, totalmente deserto. Vito Nicoletta amplifica i suoni naturali del luogo (le campane, il fischio costante del vento, il respiro affannoso del protagonista, il rumore dei suoi passi sui ciottoli) per dare una consistenza quasi "fisica" all'assenza umana.
L'eliminazione totale della parola parlata sposta l'asse dell'attenzione cognitiva sull'udito. Il paesaggio sonoro diventa il narratore che descrive il declino e "l'indifferenza degli sconfitti".
Il Legame con la Poetica di Tarkovskij è profondamente radicato nel modo in cui Nicoletta "scolpisce il tempo". Attraverso il suono eredita i principi fondamentali del regista russo (visibili in capolavori come Stalker o Solaris).
La Realtà Trasfigurata, come Tarkovskij, che nei suoi film non cercava una musica orchestrale tradizionale ma "forme sonore della realtà" mixate a musica sintetica. Nicoletta nel suo film, confonde il confine tra rumore reale (il vento) e musica astratta.
Per Tarkovskij la pioggia, l'acqua che scorre o il vento erano elementi spirituali, la Natura come Specchio dell'Anima.
In Bisaccistan, il vento cessa di essere un agente atmosferico e diventa il lamento stesso del borgo morente, un'eco della memoria del protagonista.
Il Ritmo Contemplativo, l'uso combinato di lunghi piani sequenza e tappeti sonori continui costringe lo spettatore a un approccio attivo e meditativo, tipico del cinema tarkovskijano, rifiutando i ritmi frenetici del cinema commerciale contemporaneo.
L’influenza del maestro ungherese Béla Tarr sullo stile visivo di Vito Nicoletta si manifesta principalmente nella gestione rigorosa del tempo, dello spazio e della desolazione, elementi chiave sia di capolavori come Sátántangó e Il cavallo di Torino, sia del documentario sperimentale Bisaccistan.
Ecco come l'estetica di Tarr si riflette geometricamente e concettualmente nelle inquadrature di Vito Nicoletta in Bisaccistan :
1- Il Piano Sequenza come Scolpitura del Tempo
La tecnica di Tarr: Il regista ungherese è celebre per le sue inquadrature lunghissime (piani sequenza) che rifiutano il montaggio frenetico. Il tempo scorre sullo schermo alla stessa velocità della realtà.
L'applicazione di Nicoletta: In Bisaccistan, il regista adotta questa dilatazione temporale. La macchina da presa segue il vagabondare del protagonista nel borgo deserto senza tagli artificiali. L'inquadratura non serve a far progredire l'azione, ma a costringere lo spettatore a "vivere" il peso del tempo e dell'abbandono.
2- L'Estetica della Desolazione e del Fango.
La tecnica di Tarr: I paesaggi di Béla Tarr sono lande desolate, spesso sferzate dalla pioggia, dal vento e dal fango, simboli di una decadenza esistenziale e cosmica.
L'applicazione di Nicoletta: il regista traspone questa estetica nei borghi fantasma del Sud Italia. Le sue inquadrature incorniciano case sventrate, vegetazione che si riprende lo spazio umano e muri scrostati. Non c'è alcuna ricerca del "pittoresco" o del borgo da cartolina, la desolazione è filmata con una crudezza geometrica che ricorda i paesaggi rurali e spettrali della puszta ungherese.
3- I Movimenti di Macchina Ipnotici e Circolari.
La tecnica di Tarr: La cinepresa di Tarr si muove con coreografie lente, fluide e avvolgenti attorno ai personaggi o agli oggetti, creando un senso di ineluttabilità e prigionia.
L'applicazione di Nicoletta: Nell' opera di Nicoletta, la camera esplora gli spazi vuoti con movimenti millimetrici e solenni. Questo approccio trasforma i vicoli deserti di Bisaccia in un labirinto mentale. L'inquadratura si sposta lenta, quasi a voler registrare la polvere che si deposita, privando lo spettatore di punti di fuga rapidi.
4- Il Peso dei Corpi e degli Oggetti (Materialismo Visivo)
La tecnica di Tarr: Tarr filma la fatica della materia, il camminare controvento, il peso di un secchio d'acqua, la consistenza del legno vecchio.
L'applicazione di Nicoletta: Nicoletta adotta un simile approccio tattile e materico. Nelle sue inquadrature, i dettagli degli oggetti abbandonati nelle case (una vecchia sedia, una porta divelta) o la pesantezza del passo del protagonista sui ciottoli assumono una dignità monumentale. La materia in decomposizione diventa la vera protagonista dell'immagine.
In sintesi, se da Tarkovskij Nicoletta eredita la spiritualità e la ricerca dell'anima nei dettagli della natura, da Béla Tarr mutua la radicalità dello sguardo, l'idea che il cinema debba essere un'esperienza visiva totalizzante, priva di compromessi commerciali, dove l'inquadratura diventa un monumento alla memoria e alla fine delle cose.
𝙑𝙞𝙩𝙤 𝙉𝙞𝙘𝙤𝙡𝙚𝙩𝙩𝙖 è 𝚊𝚜𝚜𝚘𝚌𝚒𝚊𝚝𝚘 𝚊 𝚌𝚘𝚗𝚝𝚎𝚜𝚝𝚒 𝚍𝚒 𝚌𝚒𝚗𝚎𝚖𝚊 𝚍'𝚊𝚞𝚝𝚘𝚛𝚎 𝚎 𝚜𝚙𝚎𝚛𝚒𝚖𝚎𝚗𝚝𝚊𝚕𝚎 𝚜𝚙𝚎𝚜𝚜𝚘 𝚙𝚛𝚘𝚖𝚘𝚜𝚜𝚒 𝚍𝚊 𝙼𝚄𝙱𝙸, 𝚌𝚘𝚖𝚎 𝚍𝚒𝚖𝚘𝚜𝚝𝚛𝚊 𝚕𝚊 𝚜𝚞𝚊 𝚙𝚊𝚛𝚝𝚎𝚌𝚒𝚙𝚊𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 𝚊 𝚏𝚎𝚜𝚝𝚒𝚟𝚊𝚕 𝚎 𝚛𝚊𝚜𝚜𝚎𝚐𝚗𝚎 𝚍𝚒 𝚛𝚒𝚕𝚒𝚎𝚟𝚘.
𝐌𝐔𝐁𝐈 è 𝚞𝚗𝚊 𝚙𝚒𝚊𝚝𝚝𝚊𝚏𝚘𝚛𝚖𝚊 𝚒𝚗𝚝𝚎𝚛𝚗𝚊𝚣𝚒𝚘𝚗𝚊𝚕𝚎 𝚍𝚒 𝚟𝚒𝚍𝚎𝚘 𝚜𝚝𝚛𝚎𝚊𝚖𝚒𝚗𝚐 𝚍'𝚎𝚜𝚜𝚊𝚒 𝚜𝚙𝚎𝚌𝚒𝚊𝚕𝚒𝚣𝚣𝚊𝚝𝚊 𝚒𝚗 𝚏𝚒𝚕𝚖 𝚍’𝚊𝚞𝚝𝚘𝚛𝚎 𝚒𝚗𝚍𝚒𝚙𝚎𝚗𝚍𝚎𝚗𝚝𝚒.
𝚂𝚒 𝚍𝚒𝚜𝚝𝚒𝚗𝚐𝚞𝚎 𝚍𝚊𝚒 𝚜𝚎𝚛𝚟𝚒𝚣𝚒 𝚍𝚒 𝚖𝚊𝚜𝚜𝚊 𝚙𝚎𝚛 𝚞𝚗𝚊 𝚜𝚎𝚕𝚎𝚣𝚒𝚘𝚗𝚎 𝚌𝚞𝚛𝚊𝚝𝚊 𝚍𝚊 𝚎𝚜𝚙𝚎𝚛𝚝𝚒 𝚌𝚑𝚎 𝚖𝚎𝚝𝚝𝚎 𝚒𝚗 𝚛𝚒𝚜𝚊𝚕𝚝𝚘 𝚌𝚊𝚙𝚘𝚕𝚊𝚟𝚘𝚛𝚒 𝚌𝚕𝚊𝚜𝚜𝚒𝚌𝚒 𝚎 𝚗𝚞𝚘𝚟𝚎 𝚟𝚘𝚌𝚒 𝚍𝚎𝚕𝚕'𝚎𝚌𝚌𝚎𝚕𝚕𝚎𝚗𝚣𝚊 𝚍𝚎𝚕 𝚌𝚒𝚗𝚎𝚖𝚊 𝚌𝚘𝚗𝚝𝚎𝚖𝚙𝚘𝚛𝚊𝚗𝚎𝚘.
𝚂𝚞 𝐌𝐔𝐁𝐈 è 𝚙𝚛𝚎𝚜𝚎𝚗𝚝𝚎, 𝚙𝚛𝚎𝚟𝚊𝚕𝚎𝚗𝚝𝚎𝚖𝚎𝚗𝚝𝚎, 𝚌𝚒𝚗𝚎𝚖𝚊 𝚍’𝚊𝚞𝚝𝚘𝚛𝚎 𝚎 𝚒𝚗𝚍𝚒𝚙𝚎𝚗𝚍𝚎𝚗𝚝𝚎, 𝚘𝚙𝚎𝚛𝚎 𝚍𝚒 𝚛𝚎𝚐𝚒𝚜𝚝𝚒 𝚌𝚑𝚎 𝚑𝚊𝚗𝚗𝚘 𝚞𝚗𝚘 𝚜𝚝𝚒𝚕𝚎 𝚞𝚗𝚒𝚌𝚘 𝚎 𝚙𝚎𝚛𝚜𝚘𝚗𝚊𝚕𝚎, 𝚜𝚙𝚎𝚜𝚜𝚘 𝚏𝚞𝚘𝚛𝚒 𝚍𝚊𝚕 𝚖𝚊𝚒𝚗𝚜𝚝𝚛𝚎𝚊𝚖.
𝚄𝚗 𝚕𝚞𝚘𝚐𝚘 𝚍𝚘𝚟𝚎 𝚜𝚌𝚘𝚙𝚛𝚒𝚛𝚎 𝚜𝚎𝚛𝚒𝚎 𝚎 𝚏𝚒𝚕𝚖 𝚊𝚖𝚋𝚒𝚣𝚒𝚘𝚜𝚒 𝚍𝚒 𝚛𝚎𝚐𝚒𝚜𝚝𝚒 𝚟𝚒𝚜𝚒𝚘𝚗𝚊𝚛𝚒, 𝚍𝚊 𝚏𝚒𝚐𝚞𝚛𝚎 𝚎𝚖𝚎𝚛𝚐𝚎𝚗𝚝𝚒 𝚊 𝚗𝚘𝚖𝚒 𝚙𝚕𝚞𝚛𝚒𝚙𝚛𝚎𝚖𝚒𝚊𝚝𝚒.
L'EGOCORE COME POETICA E IDENTITA' AUTORIALE:
IL CINEMA TOTALIZZANTE DI VITO NICOLETTA.
Egocore, la nuova frontiera del cinema.
Nel panorama contemporaneo del cinema indipendente, il concetto di “egocore”, coniato dall’analista Stephen Follows a partire da casi come Markiplier e il suo Iron Lung, sta offrendo una lente interessante per rileggere anche alcune traiettorie autoriali meno mainstream. Tra queste, quella del regista Vito Nicoletta si presta a una riflessione critica proprio in relazione a questo modello produttivo e creativo totalizzante.
Un controllo autoriale radicale.
Il cinema “egocore” si definisce per la concentrazione di ruoli chiave, sceneggiatore, regista e produttore, nelle mani di un’unica figura. Non è una novità assoluta: già Charlie Chaplin incarnava questa sintesi creativa, mentre autori come Nanni Moretti o Xavier Dolan ne hanno aggiornato la formula in chiave contemporanea. Tuttavia, oggi questo approccio assume nuove implicazioni grazie alla democratizzazione degli strumenti produttivi.
Nel caso di Vito Nicoletta, ciò che emerge, pur in assenza di una vasta esposizione mediatica o di dati industriali consolidati, è una tensione evidente verso il controllo totale dell’opera. I suoi film mostrano una firma riconoscibile non tanto per l’aderenza a un genere specifico, quanto per la centralità della sua presenza narrativa e visiva. Questo lo avvicina più a una pratica autoriale “necessaria” che a una scelta puramente stilistica.
Egocore per necessità o per poetica?
Uno dei nodi centrali dell’egocore riguarda la motivazione: si tratta di una scelta artistica o di una condizione imposta dalle risorse limitate? I dati raccolti da Follows suggeriscono che la maggior parte dei cineasti percorre questa strada una sola volta, spesso per vincoli economici. Ma nel caso di Vito Nicoletta, si intravede qualcosa di diverso.
Il suo lavoro sembra suggerire che la sovrapposizione dei ruoli non sia soltanto un compromesso produttivo, bensì parte integrante della poetica. L’autore non si limita a “fare tutto da solo”: costruisce opere in cui questa solitudine operativa diventa linguaggio. Il risultato è un cinema spesso introspettivo, a tratti autoreferenziale, dove il confine tra autore e personaggio tende a dissolversi.
Tra rischio narcisismo e autenticità.
Il limite strutturale dell’egocore è evidente: il rischio di autoreferenzialità e chiusura. Film come Zoolander, firmato da Ben Stiller, dimostrano che questa formula può funzionare quando sostenuta da una forte consapevolezza ironica. In contesti più indipendenti, però, il confine tra visione personale e narcisismo è sottile.
Vito Nicoletta si muove proprio su questa linea. Nei suoi lavori, l’“io” creativo è onnipresente, ma non sempre autoreferenziale in senso sterile: spesso diventa dispositivo per esplorare temi più ampi, come l’identità, il controllo e il rapporto tra autore e realtà. Quando funziona, il risultato è un cinema autentico, quasi brutale nella sua esposizione; quando meno, emerge una certa autoreclusione espressiva.
Un caso italiano da osservare.
Se l’egocore è un fenomeno globale alimentato da tecnologia e cultura digitale, il caso di Vito Nicoletta suggerisce che anche nel contesto italiano esistono declinazioni interessanti di questo approccio. Non ancora un nome canonizzato come Moretti, ma nemmeno un semplice esempio di cinema “fatto in casa”.
Piuttosto, Vito Nicoletta rappresenta una fase intermedia: quella in cui l’egocore smette di essere solo una necessità produttiva e diventa un terreno di ricerca artistica. Il vero banco di prova, come sempre, sarà la durata: riuscire a trasformare questa pratica da soluzione contingente a linguaggio maturo e riconoscibile.
Perché, in fondo, il dato più significativo emerso dagli studi di Follows resta questo: pochissimi autori riescono a sostenere nel tempo il peso di un cinema costruito interamente su sé stessi. Ed è lì che si misura la differenza tra esperimento e visione.
(Stefano Corsi)
𝗜𝗠𝗗𝗯 𝚗𝚘𝚗 𝚎̀ 𝚜𝚎𝚖𝚙𝚕𝚒𝚌𝚎𝚖𝚎𝚗𝚝𝚎 𝚞𝚗 𝚍𝚊𝚝𝚊𝚋𝚊𝚜𝚎 𝚖𝚊 𝚞𝚗𝚊 𝚟𝚎𝚛𝚊 𝚎 𝚙𝚛𝚘𝚙𝚛𝚒𝚊 𝚎𝚗𝚌𝚒𝚌𝚕𝚘𝚙𝚎𝚍𝚒𝚊 𝚖𝚞𝚕𝚝𝚒𝚖𝚎𝚍𝚒𝚊𝚕𝚎 𝚌𝚑𝚎 𝚍𝚘𝚌𝚞𝚖𝚎𝚗𝚝𝚊 𝚕𝚊 𝚜𝚝𝚘𝚛𝚒𝚊 𝚍𝚎𝚕 𝚌𝚒𝚗𝚎𝚖𝚊, 𝚛𝚒𝚏𝚕𝚎𝚝𝚝𝚎𝚗𝚍𝚘 𝚕𝚎 𝚝𝚎𝚗𝚍𝚎𝚗𝚣𝚎 𝚌𝚞𝚕𝚝𝚞𝚛𝚊𝚕𝚒 𝚎 𝚕𝚎 𝚜𝚌𝚎𝚕𝚝𝚎 𝚍𝚒 𝚖𝚒𝚕𝚒𝚘𝚗𝚒 𝚍𝚒 𝚜𝚙𝚎𝚝𝚝𝚊𝚝𝚘𝚛𝚒 𝚗𝚎𝚕 𝚖𝚘𝚗𝚍𝚘.
In the garden of the Venieri Tower in Ann Mera, the official Urban Official 2023 selection will be projected.
Recensioni
Vito Nicoletta, Il CONTESTO E LE RADICI DEL SUO CINEMA.
Vito Nicoletta, pur essendo un cineasta, è profondamente radicato nell'arte visiva in senso più ampio. La sua esperienza come fotografo, pittore e scultore non è un semplice "hobby" o un'attività parallela, ma la vera e propria fondamenta del suo linguaggio cinematografico. Questo lo distingue da molti registi tradizionali.
Per Vito Nicoletta, l'immagine non è un supporto alla narrazione, ma la narrazione stessa.
Le sue inquadrature sono spesso composizioni studiate, cariche di simbolismo, colore e texture, che richiamano la pittura e la fotografia d'arte. L'attenzione alla luce, alle ombre e ai dettagli è quasi maniacale, e mira a evocare sensazioni e stati d'animo piuttosto che a illustrare una storia.
A differenza del cinema narrativo classico, che si basa su una chiara progressione degli eventi e sullo sviluppo dei personaggi, il cinema di Vito Nicoletta si muove spesso nell'ambito dell'astrazione, l'astrazione come linguaggio. I suoi film possono essere paragonati a poesie visive, dove il significato emerge non tanto dalla logica sequenziale, quanto dall'accostamento di immagini, suoni e ritmi. Questo richiede allo spettatore un approccio più contemplativo e meno passivo.
La sua competenza come musicista inoltre e la sua attenzione al sound design sono cruciali. Il suono nei suoi film non è mai un semplice accompagnamento, ma un elemento narrativo autonomo e potente. Rumori ambientali, tracce musicali originali (spesso composte da lui stesso), e silenzi eloquenti contribuiscono a creare l'atmosfera, a suggerire significati e a guidare l'esperienza emotiva dello spettatore, sopperendo spesso all'assenza di dialoghi.
Le sue scelte tematiche non sono casuali ma riflettono una profonda sensibilità verso le problematiche socio-culturali del suo tempo, con un focus particolare sul Sud Italia.
Il tema del declino dei borghi italiani, in particolare quelli del Sud, è centrale. Non è solo una denuncia della perdita demografica, ma una riflessione sulla perdita di identità, di storia e di memoria collettiva. I borghi abbandonati diventano metafore di un'esistenza sospesa, di un tempo che si è fermato, e al contempo luoghi di introspezione profonda. "BISACCISTAN" ne è l'esempio più lampante, dove il ritorno dell'emigrante non è un ricongiungimento, ma una dolorosa constatazione del vuoto.
Con "ORIZZONTI PERDUTI", Vito Nicoletta ci racconta con grande poesia, l'Impatto dell'Uomo sull'Ambiente, allarga la sua visione all'impatto delle scelte umane sull'ambiente e sul paesaggio, in particolare l'installazione di impianti eolici. Qui non si tratta solo di estetica, ma di una riflessione sulla modifica irreversibile di panorami e sulla perdita di un'innocenza visiva e identitaria. Questi interventi diventano simboli di una modernizzazione che spesso ignora il legame profondo tra l'uomo e il suo territorio.
Nonostante la malinconia intrinseca ai suoi temi, c'è spesso un sottile strato di nostalgia non patetica, ma quasi di ammirazione per ciò che è stato. E in alcuni casi, una ricerca di segni di resilienza, di una bellezza che persiste nonostante l'abbandono. I suoi personaggi (o le sue figure archetipiche) sono spesso soli, quasi come fantasmi in paesaggi dimenticati, ma la loro presenza evoca una storia, una resistenza silente.
Vito Nicoletta si colloca in un filone del cinema italiano meno mainstream, più vicino al cinema d'autore sperimentale e al documentario d'arte. Non ricerca il successo commerciale ma l'espressione artistica e la provocazione intellettuale.
Il fatto che sia un produttore indipendente è significativo. Significa totale libertà creativa, ma anche la sfida di reperire fondi e distribuzione. Questo gli permette di mantenere la sua visione artistica pura, senza compromessi dettati da esigenze di mercato.
I premi e le selezioni in festival internazionali non di massa (come il WIDESCREEN International Film Festival di Toronto) sono un indicatore del valore artistico del suo lavoro e della sua capacità di comunicare un messaggio che trascende i confini nazionali, proprio perché universali sono i temi dell'abbandono, della memoria e del rapporto uomo-territorio.
Sebbene non sia possibile indicare precise influenze, il suo stile potrebbe richiamare a tratti registi come Michelangelo Antonioni (per l'attenzione al paesaggio e al vuoto esistenziale), o alcuni documentaristi contemplativi che esplorano i luoghi e le loro atmosfere.
In sintesi, Vito Nicoletta è un artista poliedrico che utilizza il mezzo cinematografico per esplorare la condizione umana attraverso il prisma di paesaggi in trasformazione. Il suo cinema è un invito a rallentare, a osservare, a sentire, e a riflettere sulla fragilità e la bellezza del mondo che ci circonda.
(Stefano Costa)
"Un regista che sa parlare con il silenzio "
(Rocco Roberto)
" 𝘙𝘪𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦 𝘧𝘳𝘦𝘯𝘦𝘵𝘪𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘯 𝘶𝘯 𝘣𝘰𝘳𝘨𝘰 𝘳𝘪𝘥𝘰𝘵𝘵𝘰 𝘢 𝘳𝘶𝘥𝘦𝘳𝘦.
𝘓’𝘶𝘴𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘢𝘯𝘨𝘰𝘭𝘰 è 𝘰𝘴𝘴𝘦𝘴𝘴𝘪𝘷𝘰, 𝘱𝘪𝘢𝘤𝘦𝘷𝘰𝘭𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 “𝘥𝘪𝘴𝘵𝘶𝘳𝘣𝘢𝘯𝘵𝘦”, 𝘥𝘰𝘱𝘰 𝘱𝘰𝘤𝘩𝘪 “𝘧𝘳𝘢𝘮𝘦”, 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘪 𝘧𝘪𝘭𝘮 𝘥𝘪 𝘉𝘦𝘭𝘢 𝘛𝘢𝘳𝘳 𝘦 𝘎𝘦𝘳𝘮𝘢𝘯 𝘈𝘭𝘦𝘬𝘴𝘦𝘺.
𝘐𝘭 𝘤𝘰𝘳𝘵𝘰 𝘴𝘪 𝘢𝘱𝘳𝘦 𝘤𝘰𝘯 𝘶𝘯 𝘣𝘳𝘶𝘴𝘪𝘰 𝘪𝘯 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘰𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘦 𝘪 𝘳𝘪𝘯𝘵𝘰𝘤𝘤𝘩𝘪 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘤𝘢𝘮𝘱𝘢𝘯𝘪𝘭𝘦 𝘢 𝘴𝘪𝘨𝘯𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘢 “𝘯𝘰𝘳𝘮𝘢𝘭𝘪𝘵à” 𝘥𝘦𝘭 𝘱𝘢𝘦𝘴𝘦, 𝘮𝘢 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘶𝘯𝘢 𝘮𝘦𝘳𝘢 𝘪𝘭𝘭𝘶𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦.
𝘐𝘯 𝘳𝘦𝘢𝘭𝘵à, 𝘯𝘰𝘯 𝘤’è 𝘯𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘯𝘥𝘶𝘤𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘢 “𝘷𝘪𝘵𝘢” 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘢, 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘢𝘭𝘦 𝘰 𝘷𝘦𝘨𝘦𝘵𝘢𝘭𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘪𝘢, 𝘴𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘲𝘶𝘢𝘵𝘵𝘳𝘰 𝘧𝘪𝘨𝘶𝘳𝘦, 𝘢𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘵𝘦, 𝘪𝘳𝘳𝘦𝘢𝘭𝘪, 𝘳𝘪𝘱𝘳𝘦𝘴𝘦 𝘥𝘪 𝘴𝘱𝘢𝘭𝘭𝘢. 𝘗𝘦𝘳 𝘪𝘭 𝘳𝘦𝘴𝘵𝘰, 𝘥𝘦𝘨𝘳𝘢𝘥𝘰 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘵𝘦 𝘭’𝘢𝘯𝘪𝘮𝘢.
𝘓𝘦 𝘤𝘢𝘮𝘱𝘢𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘢𝘷𝘦𝘷𝘢𝘮𝘰 𝘴𝘦𝘯𝘵𝘪𝘵𝘰 𝘱𝘳𝘪𝘮𝘢 𝘰𝘳𝘢 𝘴𝘶𝘰𝘯𝘢𝘯𝘰 𝘢 𝘮𝘰𝘳𝘵𝘰. "
( scrive Francesco Cardinale sul film 'Bisaccistan' )
" 𝐺𝑖𝑜𝑟𝑛𝑎𝑡𝑎 𝑖𝑛 𝑠𝑖𝑚𝑏𝑖𝑜𝑠𝑖 𝑐𝑜𝑛 𝑖𝑙 𝑐𝑎𝑣𝑎𝑙𝑐𝑎𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑖𝑚𝑚𝑎𝑔𝑖𝑛𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑐𝑜𝑟𝑟𝑜𝑛𝑜 𝑎𝑓𝑓𝑎𝑛𝑛𝑜𝑠𝑒 𝑖𝑙 𝑙𝑢𝑜𝑔𝑜 𝑛𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐𝑎𝑡𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑛𝑒𝑏𝑏𝑖𝑜𝑠𝑎.
𝐿'𝑖𝑛𝑐𝑟𝑒𝑑𝑖𝑏𝑖𝑙𝑒 𝑐𝑎𝑙𝑝𝑒𝑠𝑡𝑖𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑙𝑒𝑔𝑔𝑒𝑟𝑜 𝑠𝑓𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑠𝑜𝑛𝑜𝑟𝑜.
𝐼 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑖 𝑝𝑖𝑎𝑛𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑚𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑠𝑜𝑓𝑓𝑒𝑟𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒 𝑙𝑒 quattro 𝑓𝑖𝑔𝑢𝑟𝑒 𝑢𝑚𝑎𝑛𝑒 𝑛𝑒𝑙 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜 𝑠𝑓𝑜𝑐𝑎𝑡𝑖 𝑛𝑒𝑙 𝑔𝑟𝑖𝑔𝑖𝑜𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑖𝑒𝑟𝑜 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑢𝑡𝑜."
(scrive Antonio Donatiello sul film 'Bisaccistan')