«Anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all'opera, ricominciando dall'inizio».
Antonio Gramsci (Lettere dal carcere)
Dal «Giornale Critico di Storia delle Idee»
Negli ultimi trent'anni l'immagine di Gramsci è profondamente cambiata. Parallelamente a una straordinaria diffusione internazionale delle opere, nuovi studi hanno portato a sostanziali progressi in termini di filologia, biografia e pensiero politico.
L'Edizione Nazionale, avviata nel 1990, ha ridefinito l'ordine di composizione dei Quaderni del carcere, ha reso disponibili nuovi documenti, come le lettere ricevute dal detenuto, e ha verificato la datazione e l'attribuzione di scritti giovanili. L'articolo sottolinea l'importanza dell'opera di Gramsci anche a livello strettamente filosofico.
La filosofia della prassi, come critica dell'idealismo e del materialismo, dimostra la presenza decisiva di Karl Marx e Antonio Labriola nell'elaborazione intellettuale di Gramsci e costituisce l'orizzonte teorico che collega le categorie chiave del suo pensiero: egemonia, rivoluzioni passive, americanismo. L'autore considera la teoria della scienza e il concetto di traducibilità come i principali traguardi del modello filosofico proposto nei Quaderni del carcere.
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Tra filosofia e ideologia
L’attualità di Gramsci nel discorso filosofico contemporaneo
di Marcello Mustè*
Prima parte
1. Un nuovo Gramsci
In un articolo del 1987, Eric Hobsbawm segnalava la presenza di Gramsci (a differenza di Machiavelli o di Vico) nell’«elenco degli autori di tutto il mondo le cui opere sono più frequentemente citate nella letteratura internazionale»1. Quasi dieci anni dopo, in seguito agli eventi del 1989, al crollo dell’Unione Sovietica e alla fine del Partito comunista italiano, aggiungeva che Gramsci era «sopravvissuto allo stesso movimento comunista europeo»2, dimostrando una vitalità imprevista nel panorama del marxismo mondiale. Come spesso si ripete, Gramsci è ancora oggi l’autore italiano più tradotto e citato nel mondo. Questo non significa che la sua “fortuna” sia stata continuativa e uniforme. Lo studio delle sue interpretazioni (come delle diverse edizioni e delle frequenti scoperte filologiche e biografiche) rappresenta anzi uno dei settori più fecondi e promettenti nella critica gramsciana. Chi ne ha ricostruito la storia ha ricordato, per esempio, un intero decennio «a luci spente»3, di crisi e dimenticanza, all’incirca dal 1978 al 1986, coincidente con una più generale crisi del marxismo, e ha evidenziato le fasi alterne, come le discordanze di giudizio, che da sempre hanno accompagnato la diffusione della sua opera. Una crisi di prospettive, a volte anche di idee, quella degli anni Ottanta, dalla quale le ricerche su Gramsci sono uscite con una doppia direzione di marcia. Da un lato, dopo la pubblicazione della prima edizione critica dei Quaderni del carcere a cura di Valentino Gerratana, è stato possibile (a partire dagli studi di Gianni Francioni, Michele Ciliberto e altri autori) impostare un lavoro di rinnovamento filologico e biografico, che ha portato alla scoperta di documenti inediti, alla revisione di datazioni e attribuzioni degli articoli giovanili, alla ridefinizione, grazie a un rigoroso metodo cronologico, dell’ordine di composizione e della “mappa” concettuale dei quaderni, fino all’avvio, nel 1990, del progetto (tuttora in corso di pubblicazione) della Edizione Nazionale degli scritti4. Un progetto ambizioso intorno al quale è cresciuta una stagione interpretativa e una leva di studiosi più preparati, sotto il profilo metodologico, rispetto al passato. D’altro lato, più o meno nello stesso periodo (con un fascicolo del «Contemporaneo» del 1987, poi con il convegno di Formia del 1989 su Gramsci nel mondo e con la prima bibliografia internazionale curata da John Cammett), l’attenzione si volgeva alla straordinaria diffusione dell’opera di Gramsci nel mondo, dall’Europa all’America Latina, con uno scambio sempre più fruttuoso tra le ricerche condotte in Italia e gli “usi” (per adoperare la formula di un fortunato libro di Juan Carlos Portantiero5) che del suo pensiero erano stati fatti e continuavano a farsi a livello globale.
Nell’ultimo trentennio, il rinnovamento filologico e la ricostruzione della biografia politica e intellettuale hanno condotto a un notevole avanzamento anche sul terreno più propriamente teorico. Gli studi hanno enucleato e interpretato le categorie fondamentali del pensiero gramsciano all’altezza della composizione dei quaderni, evidenziandone l’evoluzione, spesso costituita da fratture e ripensamenti, sul piano concettuale e su quello lessicale. Questo vale, anzi tutto, per il principio unificatore dell’egemonia, già utilizzato da Gramsci nel periodo precedente l’arresto (soprattutto nel saggio del 1926 sulla questione meridionale) ma sviluppato nei quaderni «speciali», composti dal 1932. Rispetto alle letture tradizionali (come quelle, per citare due esempi autorevoli, di Leonardo Paggi e Franco Lo Piparo), le interpretazioni recenti hanno ricostruito il nesso con la lunga storia del concetto (che ha radici greche e una significativa presenza nell’Ottocento italiano e tedesco)6, chiarendo il rapporto con Lenin e con la vicenda sovietica degli anni Venti, fino a mostrare la trasformazione operata da Gramsci in relazione alla nozione di società civile e allo sviluppo della democrazia moderna. Così come, d’altra parte, l’egemonia gramsciana è stata collocata in un orizzonte sovranazionale, come espressione di una lettura del mondo in termini di interdipendenza e di cosmopolitismo e di acuta consapevolezza della crisi irreversibile della forma politica moderna dello Stato nazionale7.
Lo stesso discorso può ripetersi per le altre due categorie-chiave del lessico dei quaderni: le rivoluzioni passive e l’americanismo. Gli studi sul concetto di rivoluzione passiva sono stati fecondi negli ultimi anni e hanno condotto non solo a una precisa ricostruzione delle fonti, ma anche a sottolineare la rielaborazione, da parte di Gramsci, dell’idea marxiana di rivoluzione borghese, al cui interno deve essere collocata l’interpretazione del Risorgimento e della storia nazionale italiana8. In modo analogo, a partire dalle indagini pionieristiche di Franco De Felice e Mario Telò9, l’intera tematica dell’americanismo, sistemata e rielaborata nel tardo Quaderno 22, è uscita dalle antiche e abbastanza sterili dispute sull’industrialismo o meno di Gramsci10, per essere riconsiderata come una originale lettura del mondo negli anni Trenta (condotta in larga parte con le categorie del terzo libro del Capitale di Marx), di quella crisi organica globale, risultato del declino del vecchio liberalismo e della esigenza di una «economia programmatica», di una «società regolata», che riguardava non solo l’America, ma anche l’Europa e la Russia staliniana, e che, non risolta, avrebbe portato alla guerra e alle catastrofi del Novecento11.
2. La filosofia della praxis
Al progresso delle conoscenze nei campi della filologia, della biografia e del pensiero storico-politico non ha corrisposto, fino ad anni recenti, un analogo riconoscimento della originalità e attualità nel discorso filosofico. Per quanto Gramsci avesse scritto, per un intero biennio (tra il maggio 1930 e il maggio 1932, nei Quaderni 4, 7 e 8), le tre serie di Appunti di filosofia e avesse dedicato l’intero Quaderno 11 (composto tra il giugno e il dicembre 1932) a «una introduzione e un avviamento allo studio della filosofia», il suo contributo è stato a lungo considerato marginale e privo di autentica importanza. Quello dei rapporti, o non rapporti, tra Gramsci e la filosofia rappresenta, d’altronde, un problema di antica data, che meriterebbe di essere ricostruito nella genesi e nei molteplici sviluppi, in una connessione stretta con le vicende del marxismo teorico in Italia. Basti ricordare il fatto che, fin dal primo volume dell’edizione tematica dei Quaderni del carcere, nel 1948, l’uso del lemma «filosofia della praxis» (che dall’aprile 1932, in testi di prima e di seconda stesura, Gramsci aveva sostituito al tradizionale «materialismo storico») era ricondotto dal curatore Felice Platone alla necessità di «non insospettire la censura»12; e che lo stesso Togliatti, in tutta la sua opera, adoperò una sola volta quella espressione, con un circostanziato riferimento non a Gramsci ma al precedente di Labriola13. In generale, con poche eccezioni (si potrebbero ricordare i casi di Rodolfo Mondolfo e, nella cultura liberale, di Nicola Matteucci), la novità di una filosofia della praxis venne ricondotta, se non alle circostanze della vita carceraria, all’idealismo o al pragmatismo, e perciò disinnescata in quanto elaborazione originale del marxismo teorico. Gli esiti più significativi di tali tendenze si avvertirono in un influente libro di Augusto Del Noce14 e, qualche tempo dopo, nel convegno romano per il cinquantesimo anniversario della morte (24-26 giugno 1987), con una specie di dissolvimento del pensiero di Gramsci in quelle che, a torto o a ragione, vennero considerate le sue fonti o premesse filosofiche, da Gentile a Carl Schmitt15. Prevaleva l’idea, come scrisse Gennaro Sasso, che in Gramsci fosse mancata una «militanza» filosofica, una frequentazione assidua dei «grandi classici»16, e che, aggiunse Garin, la filosofia, almeno nel senso classico del termine, «gli [era] sempre stata estranea»17.
Per circa un quarantennio, dunque, Gramsci è rimasto ai margini della discussione filosofica. Al suo pensiero non è stata riconosciuta, in tale prospettiva, una vera importanza. Affinché tale situazione venisse corretta, era necessario superare due ostacoli e acquisire due conoscenze preliminari, che mancavano del tutto nella letteratura precedente. Come prima condizione, lo si è già accennato, occorreva rileggere i Quaderni del carcere in una ottica dinamica, con un criterio cronologico che permettesse di definire l’ordine della composizione e di cogliere le discontinuità, spesso legate alla biografia umana e politica del prigioniero, che scandirono la scrittura delle note carcerarie. Solo in questo modo è diventato possibile comprendere che «la sostituzione dell’espressione “materialismo storico” con “filosofia della praxis”» corrisponde «al mutamento del problema fondamentale posto a base del “programma di ricerca” dei quaderni»18. La filosofia della praxis indica, pertanto, il quadro concettuale che sostiene l’intera elaborazione dei quaderni e intorno al quale si intrecciano, in maniera sistematica, le categorie portanti di egemonia, rivoluzione passiva, americanismo.
Accanto allo sviluppo di un metodo cronologico, era però necessaria una seconda condizione. Per lungo tempo Gramsci è stato rappresentato come una figura eclettica e, per certi versi, stravagante: capo del comunismo italiano dall’estate del 1924 alla morte (e anche oltre la morte, si potrebbe dire ironicamente, se si pensa al fatto che Togliatti venne eletto segretario del partito solo nel 1945), ma, d’altra parte, fondamentalmente estraneo al marxismo, se è vero che da Marx era tornato alla società civile hegeliana e al crocianesimo (secondo la tesi di Bobbio) o a Gentile (per Del Noce e, almeno in parte, per Biagio De Giovanni)19. Perciò, dopo Lukàcs e Korsch, la filosofia del marxismo è stata in genere delineata lungo i due assi principali della Scuola di Francoforte e di quella althusseriana, considerando Gramsci come una “combinazione” di diverse radici teoriche. Per superare questo paradosso, e mostrare la peculiarità della filosofia della praxis nel contesto del marxismo teorico del Novecento, si dovevano riconsiderare due resistenti pregiudizi, relativi al rapporto con l’opera di Marx e con l’eredità di Antonio Labriola. La leggenda di un marxismo “senza Marx” o “senza il Capitale” ha cominciato a circolare presto nel pensiero italiano, intensificandosi nella breve parabola dell’operaismo. Secondo questa tesi, Gramsci avrebbe costruito un paradigma, e persino un concetto di rivoluzione, senza fare i conti con il lascito marxiano. La pubblicazione di nuovi documenti – le corrispondenze da Vienna, l’elenco dei libri posseduti in carcere, le traduzioni dalle opere di Marx nel Quaderno 7 – ha di fatto eliminato questa supposizione. Ed è stato possibile dimostrare che tutti i concetti fondamentali dei quaderni (dalle rivoluzioni passive alla traducibilità20) nascono da un confronto con le principali opere di Marx, a cominciare dal Capitale, il cui terzo libro è alla base, per esempio, dell’intera problematica dell’americanismo. Oggi, a differenza del passato, sappiamo che Marx (ancora più di Machiavelli, Croce o Lenin) è veramente il classico fondamentale di Gramsci nel periodo carcerario.
Per ricostruire il rapporto con il marxismo è però necessario sottolineare il carattere di “eccezione” che, fin dal periodo precarcerario, Gramsci attribuì alla lezione di Antonio Labriola. Tutti ricordano il giudizio di Cesare Luporini sulla discontinuità tra questi due autori21. E non mancano, nei quaderni, osservazioni critiche e prese di distanza. Ma il punto essenziale è che Labriola fornisce a Gramsci, fin dal periodo giovanile, non solo la formula di una filosofia della praxis (introdotta, come è noto, nel terzo saggio sul materialismo storico), ma soprattutto il metodo critico per la lettura di Marx e l’idea dell’autonomia del marxismo come filosofia, oltre ogni ipotesi di “combinazione” con il positivismo o l’idealismo. Nella visione di Gramsci, come in quella di Labriola, il marxismo è una nuova filosofia, né idealista né materialista, implicita, sia pure in «frammenti»22 e non pienamente sviluppata, nei testi di Marx ed Engels.
Il principio della filosofia della praxis deve essere indicato in questa idea dell’autonomia del marxismo come filosofia. Lo scarto principale, rispetto al marxismo di Labriola, riguarda la teoria del soggetto, sviluppata nei quaderni non solo per l’influsso del pensiero di Lenin, ma grazie al contributo di altre fonti, da Machiavelli a Sorel al Croce dei Frammenti di etica e della Filosofia della pratica. Rispetto a Marx e allo stesso Labriola, il soggetto non era più configurato come una premessa del discorso politico, riconoscibile nella struttura e nella sua anatomia economica, ma come il prodotto di una elaborazione intellettuale, sia pure innestata (non bisogna dimenticarlo, rispetto ad alcune letture poststrutturaliste del suo pensiero) sulla condizione oggettiva della storia, su una realistica base materiale. Come tale, spiegò Gramsci nel Quaderno 8 e nel Quaderno 11, il «lavoratore medio» è una compresenza contraddittoria di fattori progressivi e regressivi, di prassi e senso comune tradizionale: l’operaio non è un soggetto rivoluzionario fin quando la funzione intellettuale non ne elabora la soggettività politica23. Il concetto di catarsi, enucleato nelle note dantesche del Quaderno 4, diventava il fulcro di una diversa concezione del soggetto, decisiva anche sotto il profilo filosofico. Alla visione cartesiana e moderna del cogito come presupposto innegabile e alla stessa concezione di Marx, della classe rivoluzionaria come elemento della grande industria, Gramsci opponeva l’immagine di un soggetto mai presupposto ma sempre conseguito, nella storia, dalla comprensione teorica e dall’azione pratica. Per questo motivo, cambiava, anche rispetto a Marx e a Labriola, la fisionomia della filosofia della praxis e, nel percorso dei quaderni, si stringeva il nesso indissolubile tra filosofia della praxis e concetto di egemonia.
(1/2. Continua).
Marcello Mustè*
* Università di Roma “La Sapienza”.
(Tratto dal «Giornale Critico di Storia delle Idee», n. 1/2025, pp. 273-284, disponibile su: https://www.giornalecritico.it/n-1-2025-must%C3%A8).
Note
1 E. Hobsbawm, Per capire le classi subalterne, in Gramsci nel mondo (1937-1987 a cinquant’anni dalla morte), «Il Contemporaneo», n. 8 (1987), p. 23.
2 E. Hobsbawm, Gramsci in Europa e in America, Laterza, Roma-Bari 1995, p. X.
3 G. Liguori, Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche 1922-2012, Editori Riuniti university press, Roma 2012, pp. 273-302.
4 Si veda, in generale, L’edizione nazionale e gli studi gramsciani, «Studi storici», a. 52, n. 4 (ott.-dic. 2011).
5 J.C. Portantiero, Los usos de Gramsci, «Cuadernos de pasado y presente», Ediciones Pasado y Presente, Còrdoba 1977.
6 Cfr. G. Cospito, Egemonia. Da Omero ai Gender Studies, Il Mulino, Bologna 2021.
7 Cfr. F. Izzo, Il moderno Principe di Gramsci. Cosmopolitismo e Stato nazionale nei Quaderni del carcere, Carocci, Roma 2021.
8 Cfr. Crisi e rivoluzione passiva. Gramsci interprete del Novecento, a cura di G. Cospito, G. Francioni e F. Frosini, Ibis, Como-Pavia 2021; M. Mustè, Rivoluzioni passive. Il mondo tra le due guerre nei Quaderni del carcere di Gramsci, Viella, Roma 2022.
9 F. De Felice, Rivoluzione passiva, fascismo, americanismo in Gramsci, in Id., Il presente come storia, a cura di G. Sorgonà e E. Taviani, Carocci, Roma 2016, pp. 315-368; M. Telò, Note sul futuro dell’Occidente e la teoria delle relazioni internazionali, in Gramsci e il Novecento, a cura di G. Vacca, Carocci, Roma 1999, pp. 51-74.
10 Si pensi, a titolo di esempio, alle osservazioni di Marco Revelli, Americanismo e fordismo: la lettura di Antonio Gramsci, in Il giovane Gramsci e la Torino d’inizio secolo, a cura della Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci, Rosenberg&Sellier, Torino 1998, pp. 29-36.
11 Cfr. M. Mustè, Rivoluzioni passive, cit., pp. 121-133.
12 A. Gramsci, Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce, Einaudi, Torino 19664, p. XXIII.
13 P. Togliatti, Gramsci e il leninismo (1958), in Id., La politica nel pensiero e nell’azione. Scritti e discorsi 1917-1964, a cura di M. Ciliberto e G. Vacca, Bompiani, Milano 2014, p. 1148. Cfr. M. Mustè, Aspetti dello storicismo di Togliatti, «Filosofia italiana», n. 1 (2021), pp. 47-62.
14 A. Del Noce, Il suicidio della rivoluzione, Rusconi, Milano 1978.
15 Cfr. la ricostruzione di G. Liguori, Gramsci conteso, cit., pp. 310-314.
16 G. Sasso, Gramsci e l’idealismo, in Id., Filosofia e idealismo. V. Secondi paralipomeni, Bibliopolis, Napoli 2007, pp. 513-577.
17 E. Garin, Quell’abile trovata di Togliatti, «La Repubblica», 20 gen. 1991.
18 G. Vacca, Materialismo storico e filosofia della praxis, in Attualità del pensiero di Antonio Gramsci, Bardi, Roma 2016, p. 135.
19 Per la discussione di questo tema, cfr. M. Mustè, Leggere Gramsci, fra tradizione e futuro, in G. Vacca, In cammino con Gramsci, Viella, Roma 2020, pp. 187-215.
20 Sul concetto di traducibilità, qui considerato come il risultato più rilevante della riflessione filosofica di Gramsci, si tornerà nelle pagine seguenti, in particolare nel quinto paragrafo.
21 C. Luporini, Il marxismo e la cultura italiana del Novecento, in Storia d’Italia, vol. 5, a cura di R. Romano-C. Vivanti, Einaudi, Torino 1973, p. 1587.
22 A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, in Id., Scritti filosofici e politici, a cura di F. Sbarberi, Einaudi, Torino 1976, vol. 2, p. 673.
23 A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975, pp. 1041-1042 e pp. 1385-1386.
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Tra filosofia e ideologia
L’attualità di Gramsci nel discorso filosofico contemporaneo
di Marcello Mustè*
Seconda parte
3. Idealismo e materialismo
I principali obiettivi critici dei Quaderni del carcere sono due. In primo luogo la storiografia e la filosofia di Benedetto Croce, considerate nel Quaderno 10 e in tante altre pagine, a cui Gramsci oppose il progetto collettivo di un Anti-Croce, concepito come il lavoro di «un intero gruppo di uomini», che avrebbe dovuto occupare «dieci anni di attività»24. Quello con Croce fu un dialogo memorabile, che toccò numerosi aspetti, dall’estetica alla concezione politica e alla teoria della storia. Ma l’obiezione filosofica fondamentale riguardava il suo idealismo, ossia il fatto che Croce, determinato lo storicismo e un rigoroso immanentismo, aveva poi elevato sopra di essi una struttura trascendentale di categorie, che non trovano nella storia una genesi e che, al contrario, sono costitutive dello stesso processo storico. Perciò, attraverso la ripresa del paradigma trascendentale, Croce aveva edificato una nuova figura della metafisica, negando la premessa storicista del suo pensiero. Di qui il programma gramsciano di uno storicismo e di un immanentismo integrali, fino all’affermazione (che di quel programma costituisce l’espressione più radicale) secondo cui anche la filosofia della praxis è destinata a essere superata una volta conseguiti i propri fini.
Il secondo “avversario” dei quaderni è Bucharin, per il suo Manuale popolare di sociologia marxista, assunto come la sintesi di tutta la tendenza immatura e insufficiente del marxismo sovietico. Qui non si può neanche parlare di un Anti-Bucharin (nel senso di superamento e inveramento), come nel caso di Croce, ma si tratta di una negazione sostanziale. La critica filosofica più rilevante riguarda il materialismo, cioè il presupposto di una natura indipendente, non formata dall’uomo, che nega il principio stesso della praxis, e, in secondo luogo, la configurazione del materialismo storico come una sociologia, quasi una scienza esatta che sfugga al divenire della storia. È il «concetto della “realtà” indipendente dall’uomo pensante» il grande errore filosofico di Bucharin e di tutto il marxismo ingenuo, a cui occorre contrapporre il concetto, affermato dallo stesso idealismo, che «la realtà del mondo è una costruzione dello spirito»25.
A un primo esame, potrebbe sembrare che Gramsci oscilli tra l’una e l’altra di quelle filosofie che confuta, adoperando argomenti tratti dal repertorio dell’idealismo contro il materialismo e viceversa. Ma le cose non stanno così. Lo sguardo di Gramsci è sempre indirizzato al nocciolo teoretico delle Tesi su Feuerbach di Marx, all’idea che il marxismo non rappresenta una combinazione di tradizioni filosofiche, ma una filosofia nuova, una terza posizione, si potrebbe dire, capace di realizzare compiutamente il principio di immanenza. Quelle due concezioni – idealismo e materialismo – rappresentano il vicolo cieco della metafisica europea, incapace l’una di giustificare la deduzione del molteplice empirico da una struttura trascendentale e l’altra di elaborare concetti storici a partire da una premessa naturalistica. Solo il principio della praxis (la verità, aveva scritto Marx nella seconda tesi, va provata nella Wirklichkeit e nella Macht) permette di superare quella duplice impasse, fondata in un caso sulla trascendenza delle idee e, nell’altro caso, su quella della materia. In entrambe le situazioni il fondamento è posto oltre la storia e oltre l’uomo.
Nella visione di Gramsci, dunque, non si trattava di abbandonare la filosofia, o di dissolverla nel flusso del divenire, ma di costruirne una diversa immagine. Non è difficile osservare (anche se la circostanza è sfuggita alla maggioranza degli interpreti) che il Quaderno 12, dedicato alla «storia degli intellettuali» e iniziato nel maggio 1932, prosegue, in una forma che può definirsi costruttiva, le note sulla filosofia composte, più o meno nello stesso periodo, nei Quaderni 10 e 11. La questione ha un certo rilievo, perché, proprio nel Quaderno 12, emerge il principio per cui «tutti gli uomini sono “filosofi”»26 e per cui la filosofia rappresenta una visione del mondo, una concezione condivisa della realtà, immanente nel senso comune, pietrificata nel folclore popolare e sintetizzata o anticipata dai filosofi di professione. Per questo, la storia della filosofia è ripensata come “storia degli intellettuali”, come ricostruzione, in una «filologia vivente», delle visioni generali che costituiscono l’ossatura ideologica di una determinata epoca e che “fanno epoca”. Quel programma di una “storia degli intellettuali” è stato inteso e praticato, nella storiografia del secondo dopoguerra, come un metodo vòlto all’analisi di gruppi e istituzioni culturali, come “storia della cultura”, ma in realtà racchiudeva una precisa indicazione sul significato della filosofia nella storia umana.
Oltre idealismo e materialismo, la filosofia appare, nella prospettiva dei quaderni, come una “visione del mondo”, largamente diffusa nelle coscienze e costitutiva di un’epoca. Per questa ragione, parole diverse del lessico intellettuale – filosofia, ideologia, religione – tendono a sovrapporsi o persino a identificarsi nel vocabolario di Gramsci. Considerata così, infatti, la filosofia assume il carattere dell’ideologia ed eredita una funzione analoga a quella che, nel passato, hanno esercitato le grandi religioni della trascendenza. Diventa una religione moderna, una religione dell’immanenza2727, perché in fondo anche per Gramsci l’uomo non può vivere senza una religione (e, di conseguenza, senza una filosofia). Non a caso Gramsci riprese, nel Quaderno 10, la definizione che si leggeva nel primo capitolo della Storia d’Europa di Croce, dove si definiva religione il liberalismo, in quanto sintesi di «una concezione della realtà» e di «un’etica conforme». La riprese come descrizione adeguata del sapere filosofico, arrivando a stringere sempre più il nesso «tra filosofia, religione, ideologia»: «se per religione – scriveva – si ha da intendere una concezione del mondo (una filosofia) con una norma di condotta conforme, quale differenza può esistere tra religione e ideologia (o strumento d’azione) e in ultima analisi, tra ideologia e filosofia? Esiste o può esistere filosofia senza volontà morale conforme?»28.
4. Scienza e previsione
La duplice critica di materialismo e idealismo ispirò anche la riflessione gramsciana sulle scienze empiriche e sperimentali, che rappresenta uno dei punti più complessi nell’itinerario dei quaderni. In tale ambito, mentre l’idealismo assumeva l’aspetto delle ipotesi soggettivistiche di Borgese o Mario Camis (che avevano tratto conseguenze “costruttiviste” dalla scoperta del vuoto atomico), il materialismo vantava una tradizione solida e autorevole, che dall’Antidühring di Engels arrivava al Lenin di Materialismo ed empiriocriticismo (1909) e, con una discreta continuità di accenti, al manuale popolare di Bucharin del 1921. In questa linea di pensiero, realismo e materialismo indicavano lo sfondo filosofico ed epistemologico dell’intero paradigma marxista. Fin dagli anni giovanili – quando, come scrisse alla cognata Tania, aveva partecipato «in tutto o in parte al movimento di riforma intellettuale e morale promosso in Italia da Benedetto Croce»29 –, Gramsci aveva condotto, insieme agli altri esponenti del gruppo ordinovista (Tasca, Terracini, Togliatti), una polemica aspra nei confronti di quel positivismo di fine secolo, socialista e non, che era diventato «una versione irrigidita e dogmatica»30 dei miti della scienza e del progresso. E non mancò di rivolgere a Bucharin critiche analoghe, attingendo spesso da quell’antico repertorio e riportando l’idea di scienza del filosofo sovietico agli errori teorici di Engels e, forse (ma in forma indiretta e sempre cifrata), dello stesso Lenin31. Alle sue spalle c’era non solo Marx, che nel primo libro del Capitale aveva sottolineato l’indole moderna della scienza sperimentale e contrapposto la sua scienza critica dell’economia alla “scienza del capitale”, ma anche Labriola e Croce, che diversamente avevano ripensato quel nodo che stringeva insieme la scienza, la storia, la società.
La questione emerse nelle riflessioni sul concetto di previsione, che Bucharin aveva ricondotto alla causalità, fondata sulla conformità alle leggi sociali e alla regolarità empirica degli eventi. Come è noto, nel primo saggio sul materialismo storico, Labriola aveva riformulato il concetto marxiano non come previsione «cronologica, di preannunzio o di promessa», ma soltanto «morfologica»32, capace di rappresentare la forma sociale di sviluppo ma non anche i tempi e i modi della sua realizzazione. E nel secondo saggio del 1896, discutendo di darwinismo, aveva ulteriormente chiarito il rapporto tra uomo e natura, identificando la storia con il «terreno artificiale», inaugurato dall’operazione elementare del lavoro, e considerando la natura come «il sottosuolo immediato», «l’ambito che tutti ci recinge»33, senza il quale anche il progresso si arresterebbe e la storia, come compito inesauribile, si chiuderebbe. Su una linea analoga, Croce negò valore conoscitivo alla previsione, riducendola a visione della realtà o, d’altronde, ad atto pratico e volontario indirizzato alla sua trasformazione. Nella critica a Bucharin, Gramsci rielaborò queste posizioni e sottolineò, in primo luogo, l’aspetto solo “morfologico” e conoscitivo della previsione. Scrisse, riecheggiando Labriola, che si può «prevedere “scientificamente” solo la lotta, ma non i momenti concreti di essa, che non possono non essere risultati di forze contrastanti in continuo movimento, non riducibili mai a quantità fisse, perché in esse la quantità diventa continuamente qualità»34.
Ma soprattutto ne evidenziò il carattere pratico, con parole che rinviavano più a Croce che a Labriola, il quale, in definitiva, aveva insistito sul carattere scientifico (morfologico) della previsione, senza identificarla con il principio stesso della praxis. Invece, per Gramsci, «realmente si “prevede” nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il “risultato preveduto”»35.
Il concetto di previsione, che unisce teoria e prassi, spiega perché il problema della scienza diventò un punto fondamentale nella riflessione filosofica di Gramsci. Partendo dal presupposto marxiano del significato “moderno” del discorso scientifico (tecnica, dunque, legata allo sviluppo dell’industria), concepì la scienza come «sovrastruttura» e ideologia, ma assegnandole, come scrisse, «un posto a sé»36. Ideologia come le altre, in quanto formazione storica, visione del mondo e concezione della realtà, ma anche diversa dalle altre ideologie, perché capace di stabilire un livello più profondo della condizione oggettiva, di fissare «ciò che è comune a tutti gli uomini», «ciò che tutti gli uomini possono controllare nello stesso modo», attraverso la selezione delle sensazioni e la distinzione del «necessario da ciò che è arbitrario, individuale, transitorio»37. Alla scienza veniva attribuito il compito di formazione della realtà comune del mondo, di produzione della regolarità (e qui si scioglieva l’arcano della previsione “morfologica”). Per questo, la scienza acquistava una precisa dinamica egemonica e conflittuale, come «il terreno in cui una […] unità culturale ha raggiunto il massimo di estensione », come «lotta per l’oggettività», che è «la stessa lotta per l’unificazione culturale del genere umano»38.
5. Traducibilità e interdipendenza
Questa visione delle scienze dimostra, in una maniera esemplare, come Gramsci elaborasse la filosofia della praxis oltre quella linea teorica che da Engels era arrivata a Lenin e a Bucharin e che, da lui scolpita nell’immagine, di derivazione crociana, di una “Riforma” senza “Rinascimento”, sarebbe stata proseguita, in una forma sempre più rigida, nel materialismo dialettico di scuola staliniana. Altre erano le sue fonti, altri i suoi autori, per «avere – come scrisse – una Riforma e un Rinascimento contemporaneamente»39. Si trattava di tornare a Marx, anzi tutto, con il metodo critico che era stato di Labriola, non “combinandolo” con altre filosofie ma riempiendone i vuoti, quasi scrivendo nelle righe delle sue opere che erano rimaste in bianco, con le lezioni che provenivano dai classici del passato e del presente, da Machiavelli e da Hegel, da Ricardo e da Croce, e dallo stesso Lenin, non però dal Lenin teorico della materia e della scienza, bensì dal dirigente politico e rivoluzionario, sintesi vivente della grande rottura dell’ottobre sovietico. Era una «ortodossia»40, come pure la definì, che al tempo stesso disegnava una prospettiva “eterodossa”, alternativa a quella che, tra Seconda e Terza Internazionale, aveva prevalso nel mondo comunista. Non un “marxismo occidentale”, come tante volte si è ripetuto41, perché il problema di Gramsci restava la rivoluzione mondiale, ma una filosofia di portata universale, capace di riattivare un ritmo di pensiero che si era interrotto, a Ovest come a Est, nel Nord come nel Sud.
La filosofia che ne scaturiva aveva i caratteri dell’ideologia e della religione civile, prospettava un immanentismo radicale e una altrettanto radicale unificazione con la storia e con la politica, persino con la vita (come si vide nell’analisi dell’americanismo quale costruzione del nuovo «tipo umano»42). Una filosofia «estroflessa», come è stato scritto, che raccoglieva un carattere saliente della tradizione italiana e anticipava molte tendenze del Novecento43. Le idee non vi erano abolite né ridotte a “riflesso” o a “falsa coscienza”, ma private, questo sì, di ogni funzione trascendentale e ricondotte alla loro genesi pratica, al momento costitutivo di concezioni del mondo capaci di organizzare un’epoca intera di “senso comune”, fino a sedimentarsi nel folclore popolare. A partire dalla critica del materialismo di Bucharin, questa immagine della filosofia trovò una espressione compiuta nella teoria della «traducibilità dei linguaggi scientifici e filosofici », sistemata, in seconda stesura, nel quinto punto del Quaderno 11. Anticipato, nel Quaderno 1, da una osservazione sul rapporto tra Machiavelli e le monarchie europee, il tema venne svolto con riferimento a un passo della Sacra famiglia e a un discorso di Lenin al quarto congresso dell’Internazionale, ma via via si arricchì di riflessioni, ora esplicite ora implicite, sulla circolazione del pensiero europeo di Bertrando Spaventa, sul modo in cui Labriola, nel quarto saggio, aveva configurato l’interdipendenza, sul circolo delle categorie nel sistema di Croce44. In una prima accezione, la traducibilità aveva un significato politico, perché ripensava, in una chiave del tutto diversa (nella prospettiva dell’interdipendenza), la disputa ormai innescata tra la tesi di Stalin sulla «vittoria del socialismo in un solo paese» e quella trockista della rivoluzione permanente e mondiale. Il socialismo avrebbe potuto progredire solo se ogni nazione, e ciascun partito, fossero stati capaci di “tradurre” nel linguaggio della propria storia il principio che aveva provocato la scossa dell’ottobre sovietico.
Come spesso accade nelle pagine di Gramsci, il pensiero trascendeva il motivo politico che, forse, lo aveva occasionato, fino ad allargarsi a una teoria del concetto universale, del ritmo caratteristico della filosofia e, a un medesimo tempo, della storia della filosofia. In apertura della seconda serie degli Appunti di filosofia, spiegava che «una “fondamentalmente identica” espressione culturale e filosofica», relativa a una data «fase della civiltà», ossia «una stessa concezione del mondo», si traduce in «un linguaggio diverso», dato dalle differenze di «ciascuna nazione» e di «ogni sistema filosofico»45. Da un lato, dunque, le filosofie “traducono” nel loro linguaggio, appropriandosene, un principio globale, che segna un’epoca della storia universale, mentre d’altro lato contribuiscono a determinarlo, in un circolo di reciprocità che non può mai essere interrotto. All’interdipendenza politica ed economica conseguita dal mondo moderno faceva riscontro, così, una dialettica del pensiero, il processo di formazione di quel concetto che, da sempre, costituisce la materia propria del sapere filosofico.
(2/2. Fine).
Marcello Mustè*
* Università di Roma “La Sapienza”.
(Tratto dal «Giornale Critico di Storia delle Idee», n. 1/2025, pp. 273-284, disponibile su: https://www.giornalecritico.it/n-1-2025-must%C3%A8).
Note
24 Ivi, p. 1234.
25 Ivi, p. 1076.
26 Ivi, p. 1375.
27 Cfr., per questo, F. Frosini, La religione dell’uomo moderno. Politica e verità nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, Carocci, Roma 2010, pp. 112-161.
28 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1269.
29 A. Gramsci, Lettere dal carcere, a cura di F. Giasi, Einaudi, Torino 2020, p. 619.
30 N. Bobbio, Profilo ideologico del Novecento italiano, Einaudi, Torino 1986, p. 8.
31 Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1786: «l’origine di molti spropositi contenuti nel Saggio è da ricercarsi nell’Antidühring».
32 A. Labriola, In memoria del Manifesto dei comunisti, in Id., Scritti filosofici e politici, vol. 2, cit., p. 497.
33 A. Labriola, Del materialismo storico. Dilucidazione preliminare, in Id., Scritti filosofici e politici, vol. 2, cit., pp. 618-619.
34 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1403.
35 Ibidem.
36 Ivi, p. 430.
37 Ivi, pp. 1455-1456.
38 Ivi, p. 1416.
39 Ivi, p. 892.
40 Ivi, p. 435.
41 Basti ricordare, per l’uso di questa categoria storiografica, P. Anderson, Ambiguità di Gramsci, Laterza, Roma-Bari 1978 e L. Colletti, Tra marxismo e no, Laterza, Roma-Bari 1979.
42 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 2146.
43 Cfr. R. Esposito, Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, Torino 2010, pp. 12-13 e passim.
44 M. Mustè, Marxism and Philosophy of Praxis. An Italian Perspective from Labriola to Gramsci, Palgrave Macmillan, Cham 2021, pp. 208-212.
45 A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 851.
Pasolini davanti alla tomba di Gramsci (1970 ca.)
Autore della foto: Ansa.
Fonte della foto: https://it.wikipedia.org/wiki/Le_ceneri_di_Gramsci#/media/File:Gramsci_Pasolini.jpg
Le ceneri di Gramsci (1954) fa la differenza tra Pasolini e tutti gli altri poeti, scrittori del suo tempo perché in ogni sua opera poetica fa emergere questa equazione unica e irripetibile, originalità e diversità che insieme producono una grande bellezza. Originalità di scrittura e di genio poetico.
Pasolini, quella sera di maggio, visita il Cimitero degli inglesi a Roma al crepuscolo di un pomeriggio mentre percepisce che il giorno è freddo e grigio come se fosse una giornata autunnale. Tra Porta San Paolo e Testaccio, la strada nuda e deserta, immota era immersa in una luce vivida che di sbieco illuminava le pietre brune e le rovine della mura aureliane.
Egli si accorge che in questa giornata tutte le sue speranze e illusioni di rifare la sua vita personale e di cambiare l’Italia sono svanite. Il grigio del cielo, il verde scuro dei pini e dei cipressi, il rosa e l’ocra dei mattoni delle case, erano spenti.
Quella sera di maggio, adagiato su un lieve declivio ai piedi della Piramide Cestia, emerge il Cimitero degli Inglesi, con una selva di tombe di pietra in un labirinto di siepi annegate nella penombra dei muri lacerati. Tutto era velato come certi fotogrammi di un vecchio film.
A questo punto si rivolge a Gramsci, sepolto nella tomba di quel cimitero, non lontano da John Keats e Percy Bysshe Shelley, e Pasolini dice che lui, nel maggio del 1919, aveva avuto la forza e anche il coraggio di “delineare l’ideale che illuminava” con la speranza di cambiare l’Italia e “già con la sua magra mano” scriveva l’ideale (politico e filosofico) che ancora oggi illumina il silenzio di Pasolini.
Però Gramsci, “umile fratello” del nostro poeta, non può più guidargli, perché è sepolto e confinato in quel cimitero; al cimitero arriva solo dal quartieri limitrofo, il Testaccio, qualche colpo di martello mentre “intorno spiove”.
(Città Pasolini)
Le ceneri di Gramsci
I
Non è di maggio questa impura aria
che il buio giardino straniero
fa ancora più buio, o l’abbaglia
con cieche schiarite... questo cielo
di bave sopra gli attici giallini
che in semicerchi immensi fanno velo
alle curve del Tevere, ai turchini
monti del Lazio... Spande una mortale
pace, disamorata come i nostri destini,
tra le vecchie muraglie l’autunnale
maggio. In esso c’è il grigiore del mondo,
la fine del decennio in cui ci appare
tra le macerie finito il profondo
e ingenuo sforzo di rifare la vita;
il silenzio, fradicio e infecondo...
Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore
era ancora vita, in quel maggio italiano
che alla vita aggiungeva almeno ardore,
quanto meno sventato e impuramente
sano
dei nostri padri – non padre, ma umile
fratello – già con la tua magra mano
delineavi l’ideale che illumina
(ma non per noi: tu morto, e noi
morti ugualmente, con te, nell’umido
giardino) questo silenzio. Non puoi,
lo vedi?, che riposare in questo sito
estraneo, ancora confinato. Noia
patrizia ti è intorno. E, sbiadito,
solo ti giunge qualche colpo d’incudine
dalle officine di Testaccio, sopito
nel vespro: tra misere tettoie, nudi
mucchi di latta, ferrivecchi, dove
cantando vizioso un garzone già chiude
la sua giornata, mentre intorno spiove.
II
Tra i due mondi, la tregua, in cui non
siamo.
Scelte, dedizioni... altro suono non hanno
ormai che questo del giardino gramo
e nobile, in cui caparbio l’inganno
che attutiva la vita resta nella morte.
Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno
che mostrare la superstite sorte
di gente laica le laiche iscrizioni
in queste grigie pietre, corte
e imponenti. Ancora di passioni
sfrenate senza scandalo son arse
le ossa dei miliardari di nazioni
più grandi; ronzano, quasi mai
scomparse,
le ironie dei principi, dei pederasti,
i cui corpi sono nell’urne sparse
inceneriti e non ancora casti.
Qui il silenzio della morte è fede
di un civile silenzio di uomini rimasti
uomini, di un tedio che nel tedio
del Parco, discreto muta: e la città
che, indifferente, lo confina in mezzo
a tuguri e a chiese, empia nella pietà,
vi perde il suo splendore. La sua terra
grassa di ortiche e di legumi dà
questi magri cipressi, questa nera
umidità che chiazza i muri intorno
a smotti ghirigori di bosso, che la sera
rasserenando spegne in disadorni
sentori d’alga... quest’erbetta stenta
e inodora, dove violetta si sprofonda
l’atmosfera, con un brivido di menta,
o fieno marcio, e quieta vi prelude
con diurna malinconia, la spenta
trepidazione della notte. Rude
di clima, dolcissimo di storia, è
tra questi muri il suolo in cui trasuda
altro suolo; questo umido che
ricorda altro umido; e risuonano
– familiari da latitudini e
orizzonti dove inglesi selve coronano
laghi spersi nel cielo, tra praterie
verdi come fosforici biliardi o come
smeraldi: "And O ye Fountains..." – le pie
invocazioni...
III
Uno straccetto rosso, come quello
arrotolato al collo ai partigiani
e, presso l’urna, sul terreno cereo,
diversamente rossi, due gerani.
Lì tu stai, bandito e con dura eleganza
non cattolica, elencato tra estranei
morti: Le ceneri di Gramsci... Tra
speranza
e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato
per caso in questa magra serra, innanzi
alla tua tomba, al tuo spirito restato
quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa
di diverso, forse, di più estasiato
e anche di più umile, ebbra simbiosi
d’adolescente di sesso con morte...)
E, da questo paese in cui non ebbe posa
la tua tensione, sento quale torto
– qui nella quiete delle tombe – e insieme
quale ragione – nell’inquieta sorte
nostra – tu avessi stilando le supreme
pagine nei giorni del tuo assassinio.
Ecco qui ad attestare il seme
non ancora disperso dell’antico dominio,
questi morti attaccati a un possesso
che affonda nei secoli il suo abominio
e la sua grandezza: e insieme, ossesso,
quel vibrare d’incudini, in sordina,
soffocato e accorante – dal dimesso
rione – ad attestarne la fine.
Ed ecco qui me stesso... povero, vestito
dei panni che i poveri adocchiano in
vetrine
dal rozzo splendore, e che ha smarrito
la sporcizia delle più sperdute strade,
delle panche dei tram, da cui stranito
è il mio giorno: mentre sempre più rade
ho di queste vacanze, nel tormento
del mantenermi in vita; e se mi accade
di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sensuale
così come, confuso adolescente, un tempo
l’odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora, scisso
– con te – il mondo, oggetto non appare
di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto
perché non scelgo. Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio – nella sua miseria
sprezzante e perso – per un oscuro
scandalo
della coscienza...
IV
Lo scandalo del contraddirmi,
dell’essere
con te e contro te; con te nel core,
in luce, contro te nelle buie viscere;
del mio paterno stato traditore
– nel pensiero, in un’ombra di azione –
mi so ad esso attaccato nel calore
degli istinti, dell’estetica passione;
attratto da una vita proletaria
a te anteriore, è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza: è la forza originaria
dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica: ed altro più
io non so dirne, che non sia
giusto ma non sincero, astratto
amore, non accorante simpatia...
Come i poveri povero, mi attacco
come loro a umilianti speranze,
come loro per vivere mi batto
ogni giorno. Ma nella desolante
mia condizione di diseredato,
io possiedo: ed è il più esaltante
dei possessi borghesi, lo stato
più assoluto. Ma come io possiedo la
storia,
essa mi possiede; ne sono illuminato:
ma a che serve la luce?
V
Non dico l’individuo, il fenomeno
dell’ardore sensuale e sentimentale...
altri vizi esso ha, altro è il nome
e la fatalità del suo peccare...
Ma in esso impastati quali comuni,
prenatali vizi, e quale
oggettivo peccato! Non sono immuni
gli interni e esterni atti, che lo fanno
incarnato alla vita, da nessuna
delle religioni che nella vita stanno,
ipoteca di morte, istituite
a ingannare la luce, a dar luce
all’inganno.
Destinate a esser seppellite
le sue spoglie al Verano, è cattolica
la sua lotta con esse: gesuitiche
le manie con cui dispone il cuore;
e ancor più dentro: ha bibliche astuzie
la sua coscienza... e ironico ardore
liberale... e rozza luce, tra i disgusti
di dandy provinciale, di provinciale
salute... Fino alle infime minuzie
in cui sfumano, nel fondo animale,
Autorità e Anarchia... Ben protetto
dall’impura virtù e dall’ebbro peccare,
difendendo una ingenuità di ossesso,
e con quale coscienza!, vive l’io: io,
vivo, eludendo la vita, con nel petto
il senso di una vita che sia oblio
accorante, violento... Ah come
capisco, muto nel fradicio brusio
del vento, qui dov’è muta Roma,
tra i cipressi stancamente sconvolti,
presso te, l’anima il cui graffito suona
Shelley... Come capisco il vortice
dei sentimenti, il capriccio (greco
nel cuore del patrizio, nordico
villeggiante) che lo inghiottì nel cieco
celeste del Tirreno; la carnale
gioia dell’avventura, estetica
e puerile: mentre prostrata l’Italia
come dentro il ventre di un’enorme
cicala, spalanca bianchi litorali,
sparsi nel Lazio di velate torme
di pini, barocchi, di giallognole
radure di ruchetta, dove dorme
col membro gonfio tra gli stracci un
sogno
goethiano, il giovincello ciociaro...
Nella Maremma, scuri, di stupende fogne
d’erbasaetta in cui si stampa chiaro
il nocciolo, pei viottoli che il buttero
della sua gioventù ricolma ignaro.
Ciecamente fragranti nelle asciutte
curve della Versilia, che sul mare
aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,
le tarsie lievi della sua pasquale
campagna interamente umana,
espone, incupita sul Cinquale,
dipanata sotto le torride Apuane,
i blu vitrei sul rosa... Di scogli,
frane, sconvolti, come per un panico
di fragranza, nella Riviera, molle,
erta, dove il sole lotta con la brezza
a dar suprema soavità agli olii
del mare... E intorno ronza di lietezza
lo sterminato strumento a percussione
del sesso e della luce: così avvezza
ne è l’Italia che non ne trema, come
morta nella sua vita: gridano caldi
da centinaia di porti il nome
del compagno i giovinetti madidi
nel bruno della faccia, tra la gente
rivierasca, presso orti di cardi,
in luride spiaggette...
Mi chiederai tu, morto disadorno,
d’abbandonare questa disperata
passione di essere nel mondo?
VI
Me ne vado, ti lascio nella sera
che, benché triste, così dolce scende
per noi viventi, con la luce cerea
che al quartiere in penombra si
rapprende.
E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,
intorno, e, più lontano, lo riaccende
di una vita smaniosa che del roco
rotolio dei tram, dei gridi umani,
dialettali, fa un concerto fioco
e assoluto. E senti come in quei lontani
esseri che, in vita, gridano, ridono,
in quei loro veicoli, in quei grami
caseggiati dove si consuma l’infido
ed espansivo dono dell’esistenza –
quella vita non è che un brivido;
corporea, collettiva presenza;
senti il mancare di ogni religione
vera; non vita, ma sopravvivenza
– forse più lieta della vita – come
d’un popolo di animali, nel cui arcano
orgasmo non ci sia altra passione
che per l’operare quotidiano:
umile fervore cui dà un senso di festa
l’umile corruzione. Quanto più è vano
– in questo vuoto della storia, in questa
ronzante pausa in cui la vita tace –
ogni ideale, meglio è manifesta
la stupenda, adusta sensualità
quasi alessandrina, che tutto minia
e impuramente accende, quando qua
nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina
il mondo, nella penombra, rientrando
in vuote piazze, in scorate officine...
Già si accendono i lumi, costellando
Via Zabaglia, Via Franklin, l’intero
Testaccio, disadorno tra il suo grande
lurido monte, i lungoteveri, il nero
fondale, oltre il fiume, che Monteverde
ammassa o sfuma invisibile sul cielo.
Diademi di lumi che si perdono,
smaglianti, e freddi di tristezza
quasi marina... Manca poco alla cena;
brillano i rari autobus del quartiere,
con grappoli d’operai agli sportelli,
e gruppi di militari vanno, senza fretta,
verso il monte che cela in mezzo a sterri
fradici e mucchi secchi d’immondizia
nell’ombra, rintanate zoccolette
che aspettano irose sopra la sporcizia
afrodisiaca: e, non lontano, tra casette
abusive ai margini del monte, o in mezzo
a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi
leggeri come stracci giocano alla brezza
non più fredda, primaverile; ardenti
di sventatezza giovanile la romanesca
loro sera di maggio scuri adolescenti
fischiano pei marciapiedi, nella festa
vespertina; e scrosciano le
saracinesche
dei garages di schianto, gioiosamente,
se il buio ha resa serena la sera,
e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio
il vento che cade in tremiti di bufera,
è ben dolce, benché radendo i capellacci
e i tufi del Macello, vi si imbeva
di sangue marcio, e per ogni dove
agiti rifiuti e odore di miseria.
È un brusio la vita, e questi persi
in essa, la perdono serenamente,
se il cuore ne hanno pieno: a godersi
eccoli, miseri, la sera: e potente
in essi, inermi, per essi, il mito
rinasce... Ma io, con il cuore cosciente
di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?
Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci, 1954.
(Tratto da https://www.cittapasolini.com/post/le-ceneri-di-gramsci?fbclid=IwZXh0bgNhZW0CMTAAYnJpZBExNjI2NGExaUREYjE5QTFjdnNydGMGYXBwX2lkEDIyMjAzOTE3ODgyMDA4OTIAAR4BY6Cvfd7utM76LIPtkSP2TMqvH23CMTSL_P5MZSuJwwMUtkyaIQy6YhmW4Q_aem_e-m6KRMNR1VzdQKZeGcjWA).
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Questa lettera fu scritta da Antonio Gramsci (e firmata L’ufficio politico del PCI) nei locali della rappresentanza sovietica a Roma e spedita a Mosca, precisamente a Palmiro Togliatti, che rappresentava il partito italiano nell’Esecutivo dell’Internazionale comunista. La lettera fu stilata in vista della XV Conferenza del Partito comunista dell’URSS, nel periodo più critico della discussione tra la maggioranza del PCUS (guidata da Stalin e Bucharin) e le opposizioni (dirette da Zinov'ev, Kamenev e Trockij) sui grandi temi del «socialismo in un solo paese», della politica verso i contadini, della situazione politica internazionale.
Arrivata a Mosca, la lettera fu fatta conoscere ad alcuni dirigenti dell’Internazionale, ma Togliatti si rifiutò di consegnarla al CC del Partito sovietico; egli rispose a Gramsci il 18 ottobre 1926 in cui criticava l’impostazione della sua lettera perché, a suo avviso, non vi si esprimeva abbastanza nettamente quella che Togliatti considerava ormai come la questione essenziale, «l’accordo con la linea politica del partito bolscevico e la condanna delle posizioni errate del gruppo di opposizione».
Gramsci a sua volta replicò il 26 ottobre non accettando le obiezioni di Togliatti.
Riportiamo tutte e tre le lettere, che segnano un momento fondamentale – e drammatico – nella storia del comunismo italiano.
Riprendiamo anche la ricostruzione che della vicenda fa lo storico Angelo d’Orsi nella sua preziosa biografia su Gramsci (Angelo d’Orsi, Gramsci. La biografia, Feltrinelli, Milano, 2024).
di Antonio Gramsci
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Lettera al Comitato Centrale del Partito comunista sovietico
14 ottobre 1926
Cari compagni,
i comunisti italiani e tutti i lavoratori coscienti del nostro paese hanno sempre seguito con la massima attenzione le vostre discussioni. Alla vigilia di ogni congresso e di ogni conferenza del PCR noi eravamo sicuri che, nonostante l’asprezza delle polemiche, l’unità del Partito russo non era in pericolo; eravamo sicuri anzi che, avendo raggiunto una maggiore omogeneità ideologica e organizzativa attraverso tali discussioni, il Partito sarebbe stato meglio preparato ed attrezzato per superare le difficoltà molteplici che sono legate all’esercizio del potere di uno Stato operaio. Oggi, alla vigilia della vostra XV Conferenza, non abbiamo più la sicurezza del passato; ci sentiamo irresistibilmente angosciati; ci sembra che l’attuale atteggiamento del blocco di opposizioni e l’acutezza delle polemiche nel PC dell’URSS esigano l’intervento dei partiti fratelli. È da questo convincimento preciso che noi siamo mossi nel rivolgervi questa lettera. Può darsi che l’isolamento in cui il nostro Partito è costretto a vivere ci abbia indotto a esagerare i pericoli che si riferiscono alla situazione interna del Partito comunista dell’URSS; in ogni caso non sono certo esagerati i nostri giudizi sulle ripercussioni internazionali di questa situazione e noi vogliamo come internazionalisti compiere il nostro dovere.
La situazione interna del nostro Partito fratello dell’URSS ci sembra diversa e molto più grave che nelle precedenti discussioni perché oggi vediamo verificarsi e approfondirsi una scissione nel gruppo centrale leninista che è sempre stato il nucleo dirigente del Partito e dell’Internazionale. Una scissione di questo genere, indipendentemente dai risultati numerici delle votazioni di congresso, può avere le più gravi ripercussioni, non solo se la minoranza di opposizione non accetta con la massima lealtà i principi fondamentali della disciplina rivoluzionaria di Partito, ma anche se essa, nel condurre la sua lotta, oltrepassa certi limiti che sono superiori a tutte le democrazie formali.
Uno dei preziosi insegnamenti di Lenin è stato quello che noi dobbiamo molto studiare i giudizi dei nostri nemici di classe. Ebbene, cari compagni, è certo che i giornali e gli uomini di Stato più forti della borghesia internazionale puntano su questo carattere organico del conflitto esistente nel nucleo fondamentale del Partito comunista dell’URSS, puntano sulla scissione del nostro Partito fratello e sono convinti che essa debba portare alla disgregazione e alla lenta agonia della dittatura proletaria, che essa debba determinare la catastrofe della Rivoluzione che non riuscirono a determinare le invasioni e le insurrezioni delle guardie bianche. La stessa fredda circospezione con cui oggi la stampa borghese cerca di analizzare gli avvenimenti russi, il fatto che essa cerca di evitare, per quanto le è consentito, la demagogia violenta che le era più propria nel passato, sono sintomi che devono far riflettere i compagni russi e farli più consapevoli della loro responsabilità. Per un’altra ragione ancora la borghesia internazionale punta sulla possibile scissione o su un aggravarsi della crisi interna del Partito comunista dell’URSS. Lo Stato operaio esiste in Russia ormai da nove anni. È certo che solo una piccola minoranza non solo delle classi lavoratrici, ma degli stessi Partiti comunisti degli altri paesi è in grado di ricostituire nel suo complesso tutto lo sviluppo della Rivoluzione e di trovare anche nei dettagli di cui si compone la vita quotidiana dello Stato dei Soviet la continuità del filo rosso che porta fino alla prospettiva generale della costruzione del socialismo. E ciò non solo nei paesi dove la libertà di riunione non esiste più e la libertà di stampa è completamente soppressa o è sottoposta a limitazioni inaudite, come in Italia (dove i tribunali hanno sequestrato e proibito la stampa dei libri di Trotzkij, Lenin, Stalin, Zinoviev e ultimamente anche del Manifesto dei comunisti) anche nei paesi dove ancora i nostri Partiti hanno la libertà di fornire ai loro membri e alle masse in generale, una sufficiente documentazione. In questi paesi le grandi masse non possono comprendere le discussioni che avvengono nel Partito comunista dell’URSS, specialmente se esse sono così violente come l’attuale e investono non un aspetto di dettaglio, ma tutto il complesso della linea politica del Partito. Non solo le masse lavoratrici in generale, ma le stesse masse dei nostri Partiti vedono e vogliono vedere nella Repubblica dei Soviet e nel Partito che vi è al governo una sola unità di combattimento che lavora nella prospettiva generale del socialismo. Solo in quanto le masse occidentali europee vedono la Russia e il Partito russo da questo punto di vista, esse accettano volentieri e come un fatto storicamente necessario che il Partito comunista dell’URSS sia il partito dirigente dell’Internazionale, solo perciò oggi la Repubblica dei Soviet ed il Partito comunista dell’URSS sono un formidabile elemento di organizzazione e di propulsione rivoluzionaria.
I partiti borghesi e socialdemocratici, per la stessa ragione, sfruttano le polemiche interne e i conflitti esistenti nel Partito comunista dell’URSS; essi vogliono lottare contro questa influenza della Rivoluzione russa, contro l’unità rivoluzionaria che intorno al Partito comunista dell’URSS si sta costituendo in tutto il mondo. Cari compagni, è estremamente significativo che in un paese come l’Italia, dove l’organizzazione statale e di partito del fascismo riesce a soffocare ogni notevole manifestazione di vita autonoma delle grandi masse operaie e contadine, è significativo che i giornali fascisti, specialmente quelli delle Provincie, siano pieni di articoli, tecnicamente ben costruiti per la propaganda, con un minimo di demagogia e di atteggiamenti ingiuriosi, nei quali si cerca di dimostrare, con uno sforzo evidente di obiettività, che oramai, per le stesse manifestazioni dei leaders più noti del blocco della opposizione del Partito comunista dell’URSS, lo Stato dei Soviet va sicuramente diventando un puro Stato capitalistico e che pertanto nel duello mondiale tra fascismo e bolscevismo, il fascismo avrà il sopravvento. Questa campagna, se dimostra quanto siano ancora smisurate le simpatie che la Repubblica dei Soviet gode in mezzo alle grandi masse del popolo italiano che, in alcune regioni, da sei anni, non riceve che una scarsa letteratura illegale di Partito, dimostra altresì come il fascismo, che conosce molto bene la reale situazione interna italiana, e ha imparato a trattare con le masse, cerchi di utilizzare l’atteggiamento politico del blocco delle opposizioni per spezzare definitivamente la ferma avversione dei lavoratori al governo di Mussolini e per determinare almeno uno stato d’animo in cui il fascismo appaia almeno come una ineluttabile necessità storica, nonostante la crudeltà e i mali che l’accompagnano.
Noi crediamo che nel quadro dell’Internazionale, il nostro Partito sia quello che più risente le ripercussioni della grave situazione esistente nel Partito comunista dell’URSS. E non solo per le ragioni su esposte che, per così dire, sono esterne, toccano le condizioni generali dello sviluppo rivoluzionario nel nostro paese. Voi sapete che i partiti tutti dell’Internazionale hanno ereditato e dalla vecchia socialdemocrazia e dalle diverse tradizioni nazionali esistenti nei diversi paesi (anarchismo, sindacalismo, ecc. ecc.) una massa di pregiudizi e di motivi ideologici che rappresentano il focolare di tutte le deviazioni di destra e di sinistra. In questi ultimi anni, ma specialmente dopo il V Congresso mondiale, i nostri Partiti andavano raggiungendo, attraverso una dolorosa esperienza, attraverso crisi faticose ed estenuanti, una sicura stabilizzazione leninista, stavano diventando dei veri Partiti bolscevichi. Nuovi quadri proletari venivano formandosi dal basso, dalle officine; gli elementi intellettuali erano sottoposti a una rigorosa selezione e a un collaudo rigido e spietato in base al lavoro pratico, sul terreno dell’azione. Questa rielaborazione avveniva sotto la guida del Partito comunista dell’URSS nel suo complesso unitario e di tutti i grandi capi del Partito dell’URSS. Ebbene: l’acutezza della crisi attuale e la minaccia di scissione aperta o latente che essa contiene, arresta questo processo di sviluppo e di rielaborazione dei nostri Partiti, cristallizza le deviazioni di destra e di sinistra, allontana ancora una volta il successo dell’unità organica del Partito mondiale dei lavoratori. È su questo elemento in ispecial modo che noi crediamo nostro dovere di internazionalisti di richiamare l’attenzione dei compagni più responsabili del Partito comunista dell’URSS. Compagni, voi siete stati, in questi nove anni di storia mondiale, l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la uguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il Partito comunista dell’URSS aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale.
L’Ufficio politico del PCI ha studiato con la maggiore diligenza e attenzione che le erano consentite, tutti i problemi che oggi sono in discussione nel Partito comunista dell’URSS. Le quistioni che oggi si pongono a voi, possono porsi domani al nostro Partito. Anche nel nostro paese le masse rurali sono la maggioranza della popolazione lavoratrice. Inoltre tutti i problemi inerenti all’egemonia del proletariato si presenteranno da noi certamente in una forma più complessa ed acuta che nella stessa Russia, perché la densità della popolazione rurale in Italia è enormemente più grande, perché i nostri contadini hanno una ricchissima tradizione organizzativa e sono sempre riusciti a far sentire molto sensibilmente il loro peso specifico di massa nella vita politica nazionale, perché da noi l’apparato organizzativo ecclesiastico ha duemila anni di tradizione e si è specializzato nella propaganda e nell’organizzazione dei contadini in un modo che non ha uguali negli altri paesi. Se è vero che l’industria è più sviluppata da noi e il proletariato ha una base materiale notevole, è anche vero che quest’industria non ha materie prime nel paese ed è quindi più esposta alla crisi; il proletariato perciò potrà svolgere la sua funzione dirigente solo se è molto ricco di spirito di sacrificio e si è liberato completamente da ogni residuo di corporativismo riformista o sindacalista. Da questo punto di vista realistico e che noi crediamo leninista, l’Ufficio politico del PCI ha studiato le vostre discussioni. Noi, finora abbiamo espresso un’opinione di Partito solo sulla quistione strettamente disciplinare delle frazioni, volendoci attenere all’invito da voi rivolto dopo il vostro XIV Congresso di non trasportare la discussione russa nelle sezioni dell’Internazionale. Dichiariamo ora che riteniamo fondamentalmente giusta la linea politica della maggioranza del CC del Partito comunista dell’URSS e che in tal senso certamente si pronunzierà la maggioranza del Partito italiano, se diverrà necessario porre tutta la questione. Non vogliamo e riteniamo inutile fare dell’agitazione, della propaganda con voi e coi compagni del blocco delle opposizioni. Non stenderemo perciò un registro di tutte le quistioni particolari col nostro apprezzamento a fianco. Ripetiamo che ci impressiona il fatto che l’atteggiamento delle opposizioni investa tutta la linea politica del CC toccando il cuore stesso della dottrina leninista e dell’azione politica del nostro Partito dell’Unione. È il principio e la pratica dell’egemonia del proletariato che vengono posti in discussione, sono i rapporti fondamentali di alleanza tra operai e contadini che vengono turbati e messi in pericolo, cioè i pilastri dello Stato operaio e della Rivoluzione. Compagni, non si è mai visto nella storia che una classe dominante, nel suo complesso, stesse in condizioni di vita inferiori a determinati elementi e strati della classe dominata e soggetta. Questa contraddizione inaudita la storia l’ha riserbata in sorte al proletariato; in questa contraddizione risiedono i maggiori pericoli per la dittatura del proletariato, specialmente nei paesi dove il capitalismo non aveva assunto un grande sviluppo e non era riuscito a unificare le forze produttive. È da questa contraddizione, che, d’altronde, si presenta già sotto alcuni suoi aspetti nei paesi capitalistici dove il proletariato ha raggiunto obiettivamente una funzione sociale elevata, che nascono il riformismo e il sindacalismo, che nasce lo spirito corporativo e le stratificazioni dell’aristocrazia operaia. Eppure il proletariato non può diventare classe dominante se non supera col sacrificio degli interessi corporativi questa contraddizione, non può mantenere la sua egemonia e la sua dittatura se anche divenuto dominante non sacrifica questi interessi immediati per gli interessi generali e permanenti della classe. Certo è facile fare della demagogia su questo terreno, è facile insistere sui lati negativi della contraddizione: «Sei tu il dominatore, o operaio mal vestito e mal nutrito, oppure è dominatore il nepman impellicciato e che ha a sua disposizione tutti i beni della terra?». Così i riformisti dopo uno sciopero rivoluzionario che ha aumentato la coesione e la disciplina della massa, ma con la sua lunga durata ha impoverito ancor più i singoli operai dicono: «A che pro aver lottato? Vi siete rovinati e impoveriti!». È facile fare della demagogia su questo terreno ed è difficile non farla quando la quistione è stata posta nei termini dello spirito corporativo e non in quelli del leninismo, della dottrina della egemonia del proletariato, che storicamente si trova in una determinata posizione e non in un’altra.
È questo per noi l’elemento essenziale delle vostre discussioni, è in questo elemento la radice degli errori del blocco delle opposizioni e l’origine dei pericoli latenti che nella sua attività sono contenuti. Nella ideologia e nella pratica del blocco delle opposizioni rinasce in pieno tutta la tradizione della socialdemocrazia e del sindacalismo, che ha impedito finora al proletariato occidentale di organizzarsi in classe dirigente.
Solo una ferma unità e una ferma disciplina nel Partito che governa lo Stato operaio può assicurare l’egemonia proletaria in regime di Nep, cioè nel pieno sviluppo della contraddizione cui abbiamo accennato. Ma l’unità e la disciplina in questo caso non possono essere meccaniche e coatte; devono essere leali e di convinzione e non quelle di un reparto nemico imprigionato o assediato che pensa all’evasione o alla sortita di sorpresa.
Questo, carissimi compagni, abbiamo voluto dirvi, con spirito di fratelli e di amici, sia pure di fratelli minori. I compagni Zinoviev, Trotzkij, Kamenev hanno contribuito potentemente a educarci per la rivoluzione, ci hanno qualche volta corretto molto energicamente e severamente, sono stati fra i nostri maestri. A loro specialmente ci rivolgiamo come ai maggiori responsabili della attuale situazione, perché vogliamo essere sicuri che la maggioranza del CC dell’URSS non intenda stravincere nella lotta e sia disposta ad evitare le misure eccessive. L’unità del nostro Partito fratello di Russia è necessaria per lo sviluppo e il trionfo delle forze rivoluzionarie mondiali; a questa necessità ogni comunista e internazionalista deve essere disposto a fare maggiori sacrifici. I danni di un errore compiuto dal Partito unito sono facilmente superabili; i danni di una scissione o di una prolungata condizione di scissione latente possono essere irreparabili e mortali.
Con saluti comunisti
[L’UP del PCI]
(Tratto da: Antonio Gramsci, Scritti politici (a cura di Paolo Spriano), Editori Riuniti, Roma, 1979, pp. 713-719).
di Palmiro Togliatti
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Risposta personale di Togliatti alla lettera redatta da Gramsci
18 ottobre 1926
Carissimo Antonio,
la presente per esporvi, assai brevemente, la mia opinione sulla lettera dell’ufficio politico del partito comunista italiano al comitato centrale del partito comunista dell’Urss. Non sono d’accordo con questa lettera, per alcuni motivi, che ti indico molto schematicamente.
1. Il difetto essenziale della lettera consiste nella sua impostazione. Al primo piano è posto il fatto della scissione che ha avuto luogo nel gruppo dirigente del partito comunista dell’Unione e solo in un secondo piano viene posto il problema della giustezza o meno della linea che viene seguita dalla maggioranza del comitato centrale. Questo procedimento è caratteristico del modo come molti compagni dei partiti occidentali considerano e giudicano i problemi del partito comunista dell’Unione, ma non corrisponde a una esatta impostazione di questi problemi. Non vi è dubbio che l’unità del gruppo dirigente del partito comunista russo ha un valore non comparabile con il valore che ha l’unità dei gruppi dirigenti di altri partiti. Questo valore deriva dal compito storico che è spettato a questo gruppo nella costituzione della Internazionale. Esso però per quanto sia grande non ci deve portare a giudicare le questioni del partito comunista russo in base a una linea diversa dalla linea dei principi e delle posizioni politiche. Il pericolo insito nella posizione che viene presa nella vostra lettera è grande per il fatto che, probabilmente, d’ora in poi, l’unità della vecchia guardia leninista non sarà più o sarà assai difficilmente realizzata in modo continuo. Nel passato il più grande fattore di questa unità era dato dall’enorme prestigio e dalla autorità personale di Lenin. Questo elemento non può essere sostituito. La linea del partito sarà fissata attraverso discussioni e dibattiti. Noi dobbiamo abituarci a tenere i nervi a posto e a farli tenere a posto ai compagni della base. E dobbiamo iniziare noi stessi e i militanti del partito alla conoscenza dei problemi russi in modo da poterli giudicare seguendo la linea dei principi e delle posizioni politiche. In questo studio delle questioni russe e non nell’appello alla unità del gruppo dirigente consiste l’aiuto che devono dare al partito comunista russo gli altri partiti dell’Internazionale. Giusto è quindi quanto voi dite sulla necessità di un intervento di questi partiti nel contrasto tra comitato centrale e opposizione, ma questo intervento non può avere luogo che nella forma di un contributo, sulla base della nostra esperienza rivoluzionaria, a fissare e confermare la esatta linea leninista nella soluzione dei problemi russi.
Se il nostro intervento ha un altro punto di partenza, vi è il pericolo che esso non sia utile, ma dannoso.
2. La conseguenza di questo errato punto di partenza si ha nel fatto che nella prima metà della vostra lettera, quella appunto in cui si espongono le conseguenze che può avere sul movimento occidentale una scissione del partito russo (e del suo nucleo dirigente), voi parlate indifferentemente di tutti i compagni dirigenti russi, cioè voi non fate nessuna distinzione tra i compagni che sono a capo del comitato centrale e i capi dell’opposizione.
A pagina due delle cartelle scritte da Antonio si invitano i compagni russi «a riflettere e a essere più consapevoli delle loro responsabilità». Non vi è nessun accenno a una distinzione tra di essi.
A pagina 6 si dice:
«È su questo elemento in ispecial modo che noi crediamo nostro dovere di internazionalisti richiamare l’attenzione dei compagni più responsabili del partito comunista dell’Urss. Compagni, voi siete stati in questi nove anni di storia mondiale l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi; la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la uguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il partito comunista dell’Urss aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale».
Anche qui, manca ogni sia pur lontana distinzione. Non si può concludere se non che l’ufficio politico del partito comunista italiano considera che tutti siano responsabili, tutti da richiamare all’ordine.
È vero che nella chiusa della lettera questo atteggiamento viene corretto. Si dice che Zinov’ev, Kamenev e Trockij sono i «maggiori» responsabili e si aggiunge:
«Vogliamo essere sicuri che la maggioranza del comitato centrale del partito comunista dell’Urss non intenda stravincere nella lotta e sia disposta a evitare le misure eccessive».
L’espressione «vogliamo credere» ha un valore di limitazione, cioè con essa si vuol dire che non si è sicuri.
Ora, a parte ogni considerazione sulla opportunità di intervenire nell’attuale dibattito russo attribuendo un po’ di torto anche al comitato centrale, a parte il fatto che una simile posizione non può che risolversi a totale beneficio della opposizione, a parte queste considerazioni di opportunità, si può affermare che un po’ di torto sia del comitato centrale? Non credo. Stanno a provarlo i tentativi fatti prima del XIV congresso per venire a un accordo e, ciò che più importa, sta a provarlo la politica seguita dopo il XIV congresso, che fu prudente e a cui non si può far colpa in nessun modo di essere una politica condotta alla cieca in una direzione. Quanto alla vita interna del partito, la centrale russa non è più responsabile della discussione, del frazionismo della opposizione, della acuità della crisi, ecc. di quanto non fossimo responsabili noi, centrale italiana, del frazionismo di Bordiga, della costituzione e della attività del comitato di intesa ecc. Vi è senza dubbio un rigore, nella vita interna del partito comunista dell’Unione. Ma vi deve essere. Se i partiti occidentali volessero intervenire presso il gruppo dirigente per far scomparire questo rigore, essi commetterebbero un errore assai grave. Realmente in questo caso potrebbe essere compromessa la dittatura del proletariato.
Ritengo quindi che la prima metà della vostra lettera e le espressioni conclusive che a essa si collegano sono politicamente un errore. Questo errore guasta ciò che nella lettera (e anche nella sua prima parte) vi è di buono.
Ancora una osservazione su questo punto. È giusto che i partiti esteri vedano con preoccupazione un acuirsi della crisi del partito comunista russo, ed è giusto che cerchino per quanto sta in loro di renderla meno acuta. È però certo che, quando si è d’accordo con la linea del comitato centrale, il miglior modo di contribuire a superare la crisi è di esprimere la propria adesione a questa linea senza porre nessuna limitazione. Se l’opposizione russa non avesse contato sull’appoggio di alcuni gruppi di opposizione, o di interi partiti della Internazionale, essa non avrebbe tenuto l’atteggiamento che ha tenuto dopo il XIV congresso. L’esperienza dimostra che l’opposizione utilizza le minime oscillazioni che si rendono evidenti anche nel giudizio di gruppi e di partiti che si sa essere concordi con il comitato centrale.
3. Nel passaggio che ho citato sopra in cui si richiamano i compagni russi alla loro responsabilità, si dice che essi perdono di vista gli aspetti internazionali delle questioni russe. In questa affermazione si perde di vista che dopo il XIV congresso la discussione russa si è spostata dai problemi prevalentemente russi a quelli internazionali. La dimenticanza di questo fatto spiega come nella lettera non si accenni a questi problemi internazionali ed è questo un terzo grave difetto.
4. La vostra lettera è troppo ottimista quando parla della bolscevizzazione che si veniva compiendo dopo il V congresso, e sembra che voi attribuiate solo alla discussione russa l’arresto del processo di consolidamento dei partiti comunisti. Anche qui vi è una limitazione di giudizio e un errore di valutazione. Bisogna riconoscere da una parte che la solidità bolscevica di alcuni dei gruppi dirigenti posti alla testa dei nostri partiti dal V congresso era del tutto esteriore (Francia, Germania, Polonia), per cui le crisi successive erano inevitabili. In secondo luogo poi bisogna riconoscere che queste crisi sono legate assai più che con la discussione russa, con il mutamento della situazione oggettiva e con la ripercussione di essa in seno all’avanguardia della classe operaia. Anche la crisi russa è legata a questo mutamento, allo stesso modo del resto di tutte le precedenti crisi e discussioni, e in particolare, ad esempio, quella che fu chiusa dal decimo congresso e che ha con la presente la più grande analogia.
5. La lettera è troppo pessimista, invece, non solo circa le conseguenze della discussione russa, ma in generale circa le capacità della avanguardia proletaria a comprendere quale è la linea del partito comunista russo e a farla comprendere alle masse operaie. Per questo voi sopravvalutate le dannose conseguenze della discussione russa in seno al proletariato occidentale e il vostro pessimismo dà l’impressione che voi riteniate non del tutto giusta la linea del partito. Se questa linea è giusta e corrispondente alle condizioni oggettive, noi dobbiamo essere in grado di farne comprendere alle masse il valore e dobbiamo anche essere in grado di tener raccolte le masse attorno alla Russia e al partito bolscevico nonostante le discussioni. Attraverso discussioni e scissioni il partito bolscevico riuscì a conquistare la direzione del proletariato russo. Mi pare che voi oggi intendiate la funzione storica del partito russo e della rivoluzione russa in un modo esteriore. Non è tanto la unità del gruppo dirigente (che poi non è mai stata una cosa assoluta) che ha fatto del partito russo l’organizzatore e il propulsore del movimento rivoluzionario mondiale del dopoguerra, quanto piuttosto il fatto che il partito russo ha portato la classe operaia a conquistare il potere e a mantenersi al potere. La linea attuale del partito lo condanna sì o no a venir meno a questo suo compito storico? In questo modo deve essere posta la questione della posizione del partito russo nel movimento operaio internazionale, se non si vuole cadere diritto nei ragionamenti della opposizione.
Queste sono solo alcune osservazioni fatte in fretta. Ma sono, credo, le fondamentali. Fammi conoscere il tuo pensiero in proposito.
Fraternamente
Palmiro Togliatti
di Antonio Gramsci
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Replica di Gramsci a Togliatti
26 ottobre 1926
Carissimo Ercoli,
ho ricevuto la tua lettera del 18. Rispondo a titolo personale, quantunque sia persuaso di esprimere l’opinione anche degli altri compagni.
La tua lettera mi pare troppo astratta e troppo schematica nel modo di ragionare. Noi siamo partiti dal punto di vista che mi pare esatto, che nei nostri paesi non esistono solo i partiti, intesi come organizzazione tecnica, ma esistono anche le grandi masse lavoratrici, politicamente stratificate in modo contraddittorio, ma nel loro complesso tendenti all’unità. Uno degli elementi più energici di questo processo unitario è l’esistenza dell’URSS legata all’attività reale del partito comunista dell’URSS e alla persuasione diffusa che nell’URSS si cammina nella via del socialismo. In quanto i nostri partiti rappresentano tutto il complesso attivo dell’URSS essi hanno una determinata influenza su tutti gli strati politici della grande massa, ne rappresentano la tendenza unitaria, si muovono su un terreno storico fondamentalmente favorevole, nonostante le super-strutture contraddittorie.
Ma non bisogna credere che questo elemento che fa del partito comunista dell’URSS l’organizzatore di masse più potente che sia mai apparso nella storia, sia ormai acquisito in forma stabile e decisiva: tutt’altro. Esso è sempre instabile. Così non bisogna dimenticare che la rivoluzione russa ha già nove anni di esistenza e che la sua attuale attività è un insieme di azioni parziali e di atti di governo che solo una coscienza teorica e politica molto sviluppata può cogliere come insieme e nel suo movimento d’insieme verso il socialismo. Non solo per le grandi masse lavoratrici, ma anche per una notevole parte degli iscritti ai partiti occidentali, che si differenziano dalle masse solo per questo passo, radicale ma iniziale verso una coscienza sviluppata che è l’ingresso nel partito, il movimento d’insieme della rivoluzione russa è rappresentato concretamente dal fatto che il partito russo si muove unitariamente, che insieme operano e si muovono gli uomini rappresentativi che le nostre masse conoscono e sono abituate a conoscere. La quistione dell’unità, non solo del partito russo ma anche del nucleo leninista, è pertanto una quistione della massima importanza nel campo internazionale; è, dal punto di vista di massa, la quistione più importante in questo periodo storico di intensificato processo contraddittorio verso l’unità.
È possibile e probabile che l’unità non possa essere conservata almeno nella forma che essa ha avuto nel passato. È anche certo che tuttavia non crollerà il mondo e che occorre far di tutto per preparare i compagni e le masse alla nuova situazione. Ciò non toglie che sia nostro dovere assoluto richiamare alla coscienza politica dei compagni russi e richiamare energicamente i pericoli e le debolezze che i loro atteggiamenti stanno per determinare. Saremmo dei rivoluzionari ben pietosi e irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti, giustificandone a priori la necessità.
Che l’adempimento di un tale dovere da parte nostra possa, in via subordinata, giovare anche all’opposizione, deve preoccuparci fino ad un certo punto, infatti è nostro scopo contribuire al mantenimento e alla creazione di un piano unitario nel quale le diverse tendenze e le diverse personalità possano riavvicinarsi e fondersi anche ideologicamente. Ma io non credo che nella nostra lettera, la quale evidentemente deve essere letta nel suo insieme e non già a brani staccati e avulsi, ci sia un qualsiasi pericolo di indebolire la posizione della maggioranza del comitato centrale. In ogni caso, appunto in vista di ciò e della possibilità di una tale apparenza, in una lettera aggiunta ti avevo autorizzato a modificare la forma: potevi benissimo posporre le due parti e mettere subito nell’inizio la nostra affermazione di «responsabilità» dell’opposizione. Questo tuo modo di ragionare perciò mi ha fatto una impressione penosissima.
E voglio dirti che in noi non c’è ombra alcuna di allarmismo, ma solo ponderata e fredda riflessione. Siamo sicuri che in nessun caso crollerà il mondo: ma sarebbe stolto muoversi solo se sta per crollare il mondo, mi pare. Nessuna frase fatta perciò ci smuoverà dalla persuasione di essere nella linea giusta, nella linea leninista per il modo di considerare le quistioni russe. La linea leninista consiste nel lottare per la unità del partito, e non solo per la unità esteriore, ma per quella un po’ più intima che consiste nel non esserci nel partito due linee politiche completamente divergenti in tutte le quistioni. Non solo nei nostri paesi, per ciò che riguarda la direzione ideologica e politica dell’Internazionale, ma anche in Russia, per ciò che riguarda l’egemonia del proletariato e cioè il contenuto sociale dello Stato, l’unità del partito è condizione esistenziale.
Tu fai una confusione tra gli aspetti internazionali della quistione russa che sono un riflesso del fatto storico del legame delle masse lavoratrici col primo stato socialista, e i problemi di organizzazione internazionale nel terreno sindacale e politico. I due ordini di fatti sono coordinati strettamente ma tuttavia distinti. Le difficoltà che si incontrano e si sono andate costituendo nel campo più ristretto organizzativo, sono dipendenti dalle fluttuazioni che si verificano nel più largo campo dell’ideologia diffusa di massa, cioè dal restringersi dell’influenza e del prestigio del partito russo in alcune zone popolari. Per metodo noi abbiamo voluto parlare solo degli aspetti più generali: abbiamo voluto evitare di cadere nell’imparaticcio scolastico che purtroppo affiora in alcuni documenti di altri partiti e toglie serietà al loro intervento.
Così non è vero, come tu dici, che noi siamo troppo ottimisti sulla bolscevizzazione reale dei partiti occidentali. Tutt’altro. Il processo di bolscevizzazione è talmente lento e difficile che ogni anche più piccolo inciampo lo arresta e lo ritarda. La discussione russa e l’ideologia delle opposizioni gioca in questo arresto e ritardo un uffizio tanto più grande, in quanto le opposizioni rappresentano in Russia tutti i vecchi pregiudizi del corporativismo di classe e del sindacalismo che pesano sulla tradizione del proletariato occidentale e ne ritardano lo sviluppo ideologico e politico. La nostra osservazione era tutta rivolta contro le opposizioni. È vero che le crisi dei partiti e anche del partito russo sono legate alla situazione obiettiva, ma cosa significa ciò? Forse che per ciò dobbiamo cessare di lottare, dobbiamo cessare di sforzarci per modificare favorevolmente gli elementi soggettivi? Il bolscevismo consiste precisamente anche nel mantenere la testa a posto e nell’essere ideologicamente e politicamente fermi anche nelle situazioni difficili. La tua osservazione è dunque inerte e priva di valore, così come quella contenuta al punto 5, poiché noi abbiamo parlato delle grandi masse e non già dell’avanguardia proletaria. Subordinatamente, però, la difficoltà esiste anche per questa, la quale non è campata per aria ma unita alla massa: ed esiste tanto più, in quanto il riformismo con le sue tendenze al corporativismo di classe, cioè alla non comprensione del ruolo dirigente dell’avanguardia, ruolo da conservarsi anche a costo di sacrifizi, è molto più radicato nell’occidente di quanto fosse in Russia. Tu dimentichi poi facilmente le condizioni tecniche in cui si svolge il lavoro in molti partiti, che non permettono la diffusione delle quistioni teoriche più elevate altro che in piccole cerchie di operai. Tutto il tuo ragionamento è viziato di «burocratismo»: oggi, dopo nove anni dall’ottobre 1917, non è più il fatto della presa del potere da parte dei bolscevichi che può rivoluzionare le masse occidentali, perché esso è già stato scontato ed ha prodotto i suoi effetti; oggi è attiva, ideologicamente e politicamente, la persuasione (se esiste) che il proletariato, una volta preso il potere, può costruire il socialismo. L’autorità del partito è legata a questa persuasione, che non può essere inculcata nelle grandi masse con metodi di pedagogia scolastica, ma solo di pedagogia rivoluzionaria, cioè solo dal fatto politico che il partito russo nel suo complesso è persuaso e lotta unitariamente.
Mi dispiace sinceramente che la nostra lettera non sia stata capita da te, in primo luogo, e che tu, sulla traccia del mio biglietto personale, non abbia in ogni caso cercato di capir meglio: la nostra lettera era tutta una riquisitoria contro le opposizioni, fatta non in termini demagogici ma appunto perciò più efficace e più seria. Ti prego di allegare agli atti, oltre il testo italiano della lettera e il mio biglietto personale, anche la presente.
Saluti cordiali
Antonio
Il contesto
di Angelo d’Orsi
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«Voi state distruggendo l’opera vostra»
La rottura tra Gramsci e Togliatti sui comunisti russi
di Angelo d’Orsi
[Nell’autunno 1926], giusto alla vigilia dell’arresto, si verificava la rottura improvvisa con il dirigente che negli ultimi anni gli era stato più vicino, Palmiro Togliatti, a seguito della lettera che Gramsci, su mandato dell’Ufficio politico del Pcd’I, indirizzò al Comitato centrale del partito russo e che affidò all’antico, fedele compagno dai tempi di Torino, in qualità di rappresentante del partito presso il Comintern. Lo scambio fra Togliatti e Gramsci che seguì a questo episodio è stato oggetto di notevole interesse storiografico e di eccitata attenzione giornalistica, ma anche di polemiche e speculazioni postume, che continuano ancora oggi, perlopiù volte alla drastica contrapposizione di Togliatti a Gramsci, al parteggiare per l’uno o per l’altro, a giustificare e condannare. Si tratta di una vicenda certamente drammatica, i cui contorni, anche una volta acquisiti tutti i documenti utili, si prestano comunque a giudizi contrastanti, che hanno maggiore o minor fondamento in base non solo ai documenti ma al loro corretto impiego e a una plausibile interpretazione. Lo scontro fra i due leader e, attraverso di essi, fra il partito italiano e quello russo, si dipanò in varie fasi, che non possono essere ridotte alla sola, perentoria lettera di risposta di Gramsci del 26 ottobre, quando Togliatti chiuse la vicenda risolvendosi a non consegnare l’altra lettera, la prima, datata 14 ottobre, che aveva dato il via alla contesa, coinvolgendo non soltanto i due dirigenti, ma il partito italiano, quello russo e di riflesso il Comintern.
In breve, ecco l’intricata vicenda. In vista della XV Conferenza del Pcr, prevista per novembre del 1926, l’Ufficio politico del Partito comunista italiano decise di intervenire attraverso una riflessione sulle cosiddette “questioni russe” ovvero il pericolo di scissione all’interno del partito russo, di cui Togliatti informava da tempo, preoccupato, i compagni italiani, i quali però non avevano ancora espresso opinioni. Allora l’Ufficio politico, nella persona di Gramsci, riteneva che la continuità del processo rivoluzionario, cui mirava il Comintern, si fondasse sull’unità del nucleo leninista del Pcr e della sua dimostrazione fattiva di costruzione di un partito rivoluzionario, dunque sul ripristino della linea leninista del Pcr; gli italiani manifestavano cioè una presa di distanza dalla strategia del “socialismo in un solo paese”, dalla convinzione che la sopravvivenza del socialismo dipendesse dal ruolo guida del Pcr e dell’Urss perché era lì che si era attuata la rivoluzione. Si trattava insomma di mettere in discussione la posizione del Pcr dove si era ormai verificata e stabilizzata l’ascesa di Stalin. Togliatti, d’accordo con Bucharin, allora alleato di Stalin contro la sinistra interna, dopo aver chiesto il permesso – incalzandolo – all’Ufficio politico italiano, non consegnò la lettera, in attesa di un inviato dell’Internazionale in Italia per approfondire la questione (Humbert-Droz)1, cosa che suscitò la dura reazione di Gramsci. Questi, nella lettera del 14 ottobre firmata “Ufficio politico del Pcd’I”, esprimeva la preoccupazione per la situazione di conflittualità interna al Pcr e, pur attribuendo la maggiore responsabilità a Trockij, Zinov’ev e Kamenev, raccomandava alla maggioranza, ossia Stalin e Bucharin, di non voler “stravincere” e di non arrivare a “misure estreme”. Lo schierarsi dell’estensore del testo, segretario generale del Pcd’I, dalla parte di Stalin-Bucharin, rappresentava un espediente tattico o un vero e proprio consentimento con la loro linea politica? Sta qui già uno dei punti più controversi; chi sostiene quest’ultima tesi, si fonda molto sulla seconda lettera, ossia la risposta di Gramsci a Togliatti, dopo il rifiuto di questi di consegnare la lettera, nella quale Gramsci, come estrema difesa, sottolineando la paternità collettiva dello scritto, affermava che “la nostra lettera era tutta una requisitoria contro le opposizioni”. Ma in verità non sembra di poter condividere tale spiegazione, che infatti non convinse Togliatti, anche se non manca chi oggi in sede storiografica la assume per buona e costruisce l’immagine di un consenso praticamente totale di Gramsci rispetto alla linea staliniana2.
Gramsci esaltava il valore dell’unità, interna e internazionale, e ricordando che non esistono solo i partiti, ma esistono innanzitutto le masse, alle quali dar conto di ciò che si fa. Togliatti, appunto, avendo consultato alcuni dei membri dell’Ufficio politico, rifiutò di consegnare lettera la lettera e fece giungere a Gramsci le sue controdeduzioni, sostenendo che la lettera sarebbe sembrata un appoggio alle opposizioni interne al partito russo, il che a suo parere era inaccettabile, dati i grandi risultati raggiunti da quel partito e quel paese proprio sotto la quel guida della maggioranza3.
Gramsci poneva anche, indirettamente, l’accento sulla funzione che sul piano internazionale toccava all’Urss, con tutti i riflessi che quella funzione poteva avere, in base a come veniva esercitata4. In quel carteggio tra i due – “il momento forse più significativo del loro rapporto”5 – in realtà giunsero anche al pettine nodi che si trascinavano da almeno un anno, e che concernevano una sorta di insoddisfazione crescente, sia pure tenuta sotto tono, di Gramsci per la situazione interna al partito russo e al Comintern. Gramsci in sostanza, pur continuando la battaglia contro Bordiga, da un lato gli riconosceva il coraggio e la coerenza, in particolare per aver osato, solo, e ormai sconfitto, opporsi a Stalin nella riunione del Plenum della Commissione esecutiva dell’Internazionale comunista, nel marzo ’26, a Mosca6; dall’altro si rendeva conto che a Mosca – Pc o Internazionale comunista – le cose non andavano come avrebbero dovuto. Una visione che non era condivisa da Togliatti, e fra i due, anche prima di arrivare allo scontro, si stava aprendo una divaricazione politica, che nell’ottobre del ’26 mostrò “differenze strategiche profonde”7. Lo scontro era anche relativo alla concezione generale che della fase storica davano i due dirigenti politici: Gramsci, all’epoca abbastanza vicino alle idee di Trockij, riteneva ancora valida l’opzione rivoluzionaria sul piano internazionale, anche se avvertiva già la necessità di cambiare le strategie, e non accettando di identificare – come faceva Togliatti che aveva decisamente piegato sulla visione di Stalin – la difesa della rivoluzione con la difesa dell’Urss; e, si aggiunga, la difesa dell’Urss con con quella del partito, a sua volta identificato nel suo gruppo dirigente. Alla preoccupazione gramsciana di preservare l’unità di quel partito rispondeva l’idea togliattiana che non solo quella unità era qualcosa che apparteneva al passato (come è stato sintetizzato, egli riteneva che “i i tempi della saldezza della vecchia guardia leninista fossero ormai alle spalle e non sarebbero tornati”8), ma che era persino fuori luogo parlare di maggioranza e minoranza, e occorresse piuttosto, ormai, parlare, com’egli faceva, con “la pura e semplice assimilazione del lessico staliniano, rivolto a delegittimare la nozione stessa di opposizione”, del partito da un lato e dei suoi “oppositori” dall’altro9. In sostanza chi si poneva su di una linea di critica a Stalin era fuori del partito, e come tale andava trattato.
Nello specifico, la richiesta di Togliatti all’Ufficio politico di non inoltrare la lettera seguì fasi alterne e controverse, che è utile analizzare in sede storiografica e non di polemica giornalistica per comprendere più a fondo le radici del contrasto fra i due dirigenti. In generale la replica di Togliatti, benché caratterizzata da toni aspri, non costituiva un atto di rottura, ma da essa certo emergeva un’irreparabile diversità di visione rispetto a Gramsci, nei principi e nella strategia di sviluppo del movimento socialista internazionale. Il 16 ottobre Togliatti si premurò di informare una figura altrettanto rappresentativa nell’Ufficio politico, Mauro Scoccimarro, tramite un telegramma, del contenuto della lettera appena ricevuta da Gramsci. In esso Togliatti esprimeva la propria opinione sulla “inopportunità” della consegna del messaggio che avrebbe rischiato di fare il gioco del “blocco delle opposizioni” con conseguente minaccia all’unità del partito russo, che invece andava salvaguardata. Due giorni dopo, il 18 ottobre, Togliatti inviava una lettera ufficiale in risposta all’Ufficio politico, in cui cercava di spiegare le motivazioni della mancata consegna della lettera; invitava altresì i compagni italiani a documentarsi meglio, se avessero voluto sostenere una tale posizione, e li metteva al corrente di avere già informato il segretariato del Comintern (Humbert-Droz, Bucharin, Manuil’skij), considerando per ciò stesso il loro scopo “già raggiunto”. Togliatti, cioè, informava l’Ufficio politico delle remore italiane anziché il Comitato centrale del Pcr, al quale era invece indirizzata la lettera di Gramsci, con un’intenzione assai differente dalla mera critica al partito russo, nella prospettiva di far conoscere le preoccupazioni al Comintern in vista della XV conferenza. Il 21 ottobre Manuil’skij, a seguito dell’“avvertimento” ricevuto da Togliatti, avrebbe scritto a sua volta a Gramsci, invitandolo a chiedergli personalmente notizie dettagliate dell’opposizione e prove della capitolazione per condurre a una conclusione diplomatica il contrasto con il Pcd’I.
Nello stesso giorno in cui scriveva ufficialmente all’Ufficio politico, il 18 ottobre, Togliatti inviava anche una lettera personale a Gramsci, nella quale emergeva esplicitamente il disappunto esercitato con autorevolezza dall’uomo di punta del partito italiano a Mosca. Entrambe le missive erano indirizzate a Gramsci e, insieme, all’Ufficio politico del Pcd’I, ma differiva la forma: era infatti avvenuto un salto di qualità nella carriera politica di Togliatti in seno all’Internazionale comunista dove, in occasione del V Congresso, era stato eletto nell’esecutivo a livello personale, e non a rappresentare il suo partito nazionale. Dunque, nella prima lettera, egli rispondeva come rappresentante del Pcd’I in seno al Comintern, nella seconda, invece, come un dirigente di esso, che non ammetteva si ritrattasse il suo operato10.
Il 26 ottobre l’Ufficio politico del Pcd’I rispondeva a Togliatti, non più attraverso Gramsci, ma con Camilla Ravera, accettando la decisione di non inoltrare la missiva al Comitato centrale del Pcr (“Sta bene per la non avvenuta trasmissione della lettera al Cc del Pcr”11).
Lo stesso giorno giunse infine la replica gramsciana, dura nella sostanza, fredda nella forma. Gramsci affermava che, a differenza dell’opinione di Togliatti, il punto era – in epoca post 1917 – non la presa del potere, bensì la sfida per edificare il socialismo, ossia l’immane sforzo per dare al proletariato la persuasione che quel compito fosse necessario e possibile: persuasione “che non può essere inculcata nelle grandi masse con metodi di pedagogia scolastica, ma solo di pedagogia rivoluzionaria, cioè solo dal fatto che il P[artito] R[usso] nel suo complesso è persuaso e lotta unitariamente”12. Era la conferma di quel cambio di prospettiva qui già indicato che Gramsci aveva attuato da tempo: il lavoro urgente ora da farsi era volto a stabilizzare e costruire un potere statuale.
Questo carteggio scambiato fra tensioni diplomatiche e personali ha rappresentato un tournant fondamentale nei rapporti fra Gramsci e Togliatti, tra due letture dell’azione e della teoria politica, ma anche fra Gramsci e la direzione staliniano-buchariniana del partito russo dopo la scomparsa di Lenin. La presa di distanza dell’Ufficio politico dall’azione gramsciana avrebbe segnato l’inizio di un più profondo, progressivo distacco della leadership del Pcd’I dal suo segretario, un isolamento che avrebbe notevolmente influito sulle condizioni oggettive e sulla percezione della solitudine che Gramsci visse in carcere. Non solo, ma la querelle dell’ottobre del ’26 costituì il fondamento per le riflessioni del nuovo programma di ricerca gramsciano che si sarebbe concretizzato nella stesura dei Quaderni, all’indomani della “svolta” del 1929-30. In molti, a partire da Paolo Spriano, hanno voluto vedere nell’azione di Togliatti un’iniziativa personale e arbitraria, ed è questa l’immagine più diffusa che è scaturita da tale vicenda. È stato facile replicare, da parte di altrettanti, che Togliatti aveva il polso di una situazione, trovandosi sul campo, che a Gramsci sfuggiva. E che, comunque, Gramsci stesso si dichiarava a favore della maggioranza, ovvero aderiva di fatto alla linea imposta da Stalin. Vi è anche chi ha affermato che sostenere ch’egli ponesse solo una questione di metodo, o persino di buone maniere tra compagni, sarebbe riduttivo al punto da risultare fuorviante13. A Gramsci sta a cuore, come già per il partito italiano anche per il partito “fratello” russo, il problema dell’unità: non gli sfugge che una rottura interna provocherebbe il compiacimento dei nemici, la “borghesia internazionale”, con effetti devastanti per il movimento proletario, con ricadute pesanti sulle masse contadine e operaie che alla Russia, e al partito di Lenin, guardano con assoluta fede. “I danni di un errore compiuto dal Partito unito sono facilmente superabili; i danni di una scissione o di una prolungata condizione di scissione latente possono essere irreparabili e mortali”. Si badi a quell’avvertimento accorato indirizzato alla maggioranza staliniana, con tono di alta drammaticità, contenuto nella prima lettera:
Voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il P.C. dell’U.R.S.S. aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale.14
Vi si nota anche la cesura introdotta da Gramsci, implicitamente, ma con nettezza, tra Lenin e il dopo Lenin, ossia Stalin. Sono importanti gli accenni, definiti anche se più impliciti che espliciti, ad avvalorare la cesura, sul tema dell’egemonia e della dittatura, da cui emerge, appunto, l’endiadi coercizione/consenso, la necessità per il proletariato di superare ogni egoismo di classe, la dimensione corporativa, ed essere pronto, se vuole diventare egemone oltre che dominante, a sacrificare “questi interessi immediati per gli interessi generali e permanenti della classe”15. Non c’è dubbio, in definitiva, che nello scambio di lettere fra i due compagni emerga, forse non d’improvviso, una concezione dell’azione politica differente, e anche una diversa lettura degli scenari internazionali e, infine, diversa è la percezione del ruolo dei “compagni russi”16.
Per altro verso, leggere questa controversia come uno scontro epocale fra democrazia e totalitarismo o, personalizzando, fra il Togliatti “cattivo”, ossia dogmaticamente e fanaticamente stalinista, e il Gramsci “buono”, ossia eretico, e portatore di una concezione umanistica o persino liberale, sarebbe un’altra forzatura, buona per le pagine dei giornali in cerca di gossip, inaccettabile in sede storiografica. In realtà vi sono due considerazioni da fare, premessa la differenza ontologica del modo di sentire la politica da parte dei due compagni, l’uno, Gramsci, con dei solidi fondamenti etici, il primo dei quali è la ricerca della verità, l’altro, con un assoluto privilegio concesso al perseguimento degli obiettivi, in nome di un freddo realismo politico. Le considerazioni concernono da una parte la ricchezza del dibattito interno al Partito comunista, fino allo stremo delle forze, un dibattito che ne ha preceduto e accompagnato l’esistenza, toccando sovente punte di estrema asprezza; e in effetti se la decisione di scrivere la lettera fu di Gramsci, anche se in accordo con l’Ufficio politico, fu invece tutta responsabilità dell’Ufficio politico – e nient’affatto del solo Togliatti, che ne eseguì la decisione dopo la lettera di Ravera, sebbene su propria sollecitazione – non consegnarla ai compagni russi. La seconda considerazione riguarda quella passione educativa che anima Antonio Gramsci: in fondo egli potrebbe tacere, ma la sua ossessione per la verità, e quel suo bisogno fortissimo di “educare” – anche qualora si tratti di adulti, e di adulti “autorevoli” – gli impedirono, nella circostanza, di tacere17. È poi vero che le lettere dell’ottobre del 1926 segnarono formalmente la rottura fra Gramsci e Togliatti, ma d’altro canto è ancora più vero che il filo tra i due non si spezzò mai, anche se furono altri a tenere i capi di quel filo. Nasceva allora la “questione Gramsci-Togliatti”, che avrebbe avuto sviluppi negli anni seguenti, con sospetti, insinuazioni, dubbi, paure, nutrendosi di altre lettere, di articoli, di conversazioni fra terzi, di pressioni esterne in varia direzione18. Lo vedremo. Infine, pure negli “ammonimenti” ai compagni russi, Gramsci fa vibrare, accanto alla passione educativa, la tensione unitaria. Il timore della rottura in seno al “partito-guida” lo angoscia, esattamente come quella nel proprio partito. E comunque sembra definirsi sullo sfondo, sia pure in modo soffuso, ma chiaro, il principio che il socialismo non si possa raggiungere per via burocratica; tanto meno, ovviamente, attraverso mezzi meramente coercitivi.
L’arresto di Gramsci, avvenuto due settimane dopo, impedì la prosecuzione del dibattito, in qualche modo definendo e ipostatizzando il rapporto con Togliatti in termini di radicale contrasto, che sarebbe poi diventato un luogo comune della pubblicistica, più che della storiografia19. Soprattutto l’arresto, che mise fine alla carriera politica di Gramsci, impedì alla sua linea di affermarsi, o quanto meno di cimentarsi apertamente con le altre diverse opzioni politiche. Il che fu un risultato grave dal punto di vista delle conseguenze storiche.
Angelo D’Orsi
(Tratto da: Angelo d’Orsi, Gramsci. La biografia, Feltrinelli, Milano, 2024, pp. 409-416).
Note
1 Assai importanti le memorie di questo funzionario delegato ai rapporti con l’Italia: HUMBERT-DROZ 1974.
2 Mi riferisco a R. Giacomini, Gramsci, Togliatti e il Partito bolscevico. Su alcuni nodi più discussi e controversi, in HOBEL-TINÈ 2016 (a cura di), pp. 64-93 (specie pp. 66-74).
3 Tutto il materiale è raccolto in DANIELE 1999 (a cura di), in particolare pp. 404 sgg., e in parte anche in MP, pp. 350 sgg.; infine, PISTILLO 1996 e PISTILLO 2001, pp. 15-30.
4 Cfr. G. Vacca, Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca, in DANIELE 1999 (a cura di), pp. 3-149, la più ampia e convincente ricostruzione della vicenda.
5 Ivi, p. 3.
6 Cfr. SPRIANO 1969, II, pp. 8-9.
7 In DANIELE 1999 (a cura di), p. 120. Ma si legga anche PISTILLO 2001, pp. 18 sgg.
8 FIOCCO 2018, p. 78 (dove peraltro si assume una posizione di “neutralità” nella contesa fra i due).
9 S. Pons, Togliatti e Stalin, in GUALTIERI-SPAGNOLO-TAVIANI 2007 (a cura di), pp. 195-214 (195-196).
10 Cfr. DANIELE 1999, pp. 108 sgg.
11 Ivi, p. 434.
12 Ivi, pp. 434-439.
13 Cfr. SPRIANO 1969, II, pp. 43 sgg.; DANIELE 1999, pp. 14 sgg.
14 La lettera di G. (firmata dall’Ufficio politico del Pcd’I) al Comitato centrale del Partito comunista sovietico, 14 ottobre 1926, è ivi, pp. 402-403. Ma anche in SP, II, pp. 713-719, in 2000, I, pp. 820-826 (e di seguito, pp. 827-828, una preziosa lettera inedita di Togliatti, che precisa le cose, dal suo punto di vista); nonché in L, pp. 455-462; la lettera di Togliatti a G. ivi, pp. 463-466, la replica di G. pp. 470-474; tutte con gli altri documenti sono in DANIELE 1999 (a cura di).
15 In DANIELE 1999 (a cura di), pp. 408, 410, 411.
16 Rinvio alla mia Introduzione a Inchiesta, in particolare pp. XII sgg. Nel volume sono raccolte le risposte di numerosi studiosi ad alcune domande; tra cui quella relativa al significato del carteggio 1926 e al contrasto Gramsci-Togliatti.
17 Cfr. il cap. così intitolato in D’ORSI 2015, 143-163.
18 Cfr. S. Pons, L’affare Gramsci-Togliatti a Mosca (1938-1941), in “Studi storici”, XLV, 2004, pp. 83-117.
19 Anche su questo punto rinvio a Inchiesta, passim.
Inserito il 01/02/2025.
Articolo pubblicato in «Gramsci magazine», n. 4, 2022, giornale del Liceo Scientifico Statale "A. Gramsci" di Firenze.
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Il nostro Gramsci*
Nel capitolo ottavo de I promessi sposi Alessandro Manzoni ritrae don Abbondio che, immerso nella lettura di un libro, ad un certo punto si pone la fatidica domanda: «Carneade! Chi era costui?». Parafrasando Manzoni, anche noi ci potremmo chiedere: «Antonio Gramsci! Chi era costui?». La domanda è meno peregrina di quanto possa sembrare a prima vista. Infatti, negli ultimi decenni, su Gramsci è sceso un assordante silenzio, che ha contribuito non poco ad oscurarne la figura e l’opera, in particolare agli occhi delle generazioni più giovani. Magari si conosce a grandi linee la vicenda biografica oppure qualcuno dei suoi scritti più citati, come l’articolo comparso su La città futura nel 1917 dal titolo Indifferenti («Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti») oppure il motto, altrettanto famoso, de L’ordine nuovo: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza». Ma, nella maggior parte dei casi, non si va oltre il livello di una conoscenza frammentaria e superficiale, quindi poco più che minimale.
Paradossalmente, Gramsci è più conosciuto all’estero che non in Italia. Nel 1987, in occasione del cinquantesimo anniversario della sua morte, in un articolo comparso su Rinascita, il grande storico di ispirazione marxista Eric John Hobsbawm rilevava che, nell’elenco dei 250 autori più citati nell’indice delle citazioni degli studi letterari, comparivano pochi nomi di autori italiani, di cui soltanto cinque erano quelli nati dopo il XVI secolo. Tra questi, insieme a personalità del calibro di Giorgio Vasari, Giuseppe Verdi, Benedetto Croce e Umberto Eco, figurava anche Antonio Gramsci.1 Probabilmente, nei trentacinque anni intercorsi tra il 1987 e il 2022 molte cose sono cambiate. Tuttavia, un dato è rimasto inalterato. Mentre in Italia la fortuna di Gramsci è andata sempre più declinando, all’estero è successo esattamente il contrario. Attualmente il pensiero di Gramsci è oggetto di corsi universitari in Francia e Germania ed è studiato con attenzione soprattutto nei paesi anglosassoni, dove un interessante filone di ricerca – quello dei cultural studies – ha preso spunto dalle sue intuizioni.2 Sul continente americano Gramsci è presente non soltanto in molti colleges degli Stati Uniti e in numerose università del Canada, ma ancor più nei centri di formazione e nel dibattito culturale dell’America latina, da Cuba al Messico, dalla Bolivia al Venezuela, passando per grandi nazioni come il Brasile e l’Argentina. In quest’ultimo paese, in particolare, ha preso esplicitamente le mosse dalle categorie gramsciane la riflessione sul populismo promossa da Ernesto Laclau e dalla sua scuola di pensiero.3
Se merita l’appellativo di classico un interprete del proprio tempo il cui messaggio resta valido anche al di là del proprio tempo, allora Gramsci lo è. Nato ad Ales nel 1891 da una famiglia appartenente alla piccola borghesia sarda, Gramsci ebbe modo fin da giovane di rivelare una precoce attitudine allo studio. Completato il percorso di studi liceali a Cagliari, nel 1911 vinse una borsa di studio che gli permise di iscriversi alla facoltà di Lettere e Filosofia presso l’università di Torino. Fu qui, nel più importante centro industriale dell’Italia del primo Novecento, che in Gramsci, che, fino a quel momento, aveva letto Marx soltanto per motivi di «curiosità intellettuale», nacque una «simpatia piena d’amore» per la classe operaia e che il ribelle si trasformò progressivamente nel rivoluzionario. Dopo essersi schierato, non senza qualche esitazione iniziale, contro la partecipazione dell’Italia alla Prima guerra mondiale, nel 1917 il giovane Gramsci salutò la conquista del potere da parte dei bolscevichi in Russia con un articolo rimasto giustamente celebre, dal titolo La rivoluzione contro il Capitale. Nell’aprile del 1919 Gramsci fondò con altre figure di spicco del socialismo torinese, quali Angelo Tasca, Umberto Terracini e Palmiro Togliatti, la rivista L’ordine nuovo. Rassegna settimanale di cultura socialista. Dalle colonne di questa rivista Gramsci, ancor prima dell’occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920, esaltò la democrazia consiliare, individuando nella fabbrica il luogo in cui poteva prendere corpo, grazie al protagonismo dei lavoratori, una democrazia di tipo nuovo per forma di rappresentanza e natura di classe – la fabbrica come «territorio nazionale dell’autogoverno operaio» – e presentando il consiglio di fabbrica come «modello dello stato proletario».4 A Livorno, in occasione del XVII congresso nazionale del Partito Socialista Italiano (gennaio 1921), fu uno dei promotori della scissione destinata a dare vita al Partito comunista d’Italia, di cui divenne segretario generale nel 1924. Arrestato illegalmente dal fascismo nel 1926, Gramsci fu condannato a venti anni di carcere dal Tribunale speciale per la difesa dello stato. Grazie ad una intensa campagna internazionale a suo favore, Gramsci fu trasferito, a causa dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute, in una clinica privata prima a Formia e poi a Roma. Qui morì il 27 aprile 1937, stroncato da un’emorragia cerebrale.
In carcere Gramsci continuò la sua lotta, rifiutandosi di chiedere la grazia a Mussolini, ma soprattutto dedicandosi alla stesura dei Quaderni del carcere. Fece questo da quando gli fu permesso di scrivere in cella (febbraio 1929) fino a quando le sue pessime condizioni di salute, aggravate dalla durezza del trattamento carcerario, glielo consentirono. Nella riflessione del carcere in Gramsci diventa centrale il concetto di egemonia, ripreso dall’ultimo Lenin. Infatti, uno dei problemi di fondo preso in esame nei Quaderni del carcere consiste nella conquista da parte delle classi subalterne di una propria autonomia culturale e politica, che nel linguaggio cifrato di Gramsci, dovuto alla necessità di sottrarsi ai rigori della censura carceraria ricorrendo a circonlocuzioni, metafore e sinonimi, prende il nome di «spirito di scissione». Reinterpretando creativamente quanto sostenuto da Marx ed Engels nell’Ideologia tedesca («Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti»), secondo Gramsci la progressiva maturazione di una forma superiore di coscienza permette alle masse popolari di elaborare una nuova visione della realtà, più coerente e consapevole, rigettando ciò che fino a quel momento era stato assorbito in termini acritici e passivi. Si creano così i presupposti per una liberazione delle classi popolari da quelle forme di manipolazione di massa, veicolate dall’ideologia del consenso, che, proclamando l’impossibilità di superare il sistema capitalistico, presentato come un modo di produzione atemporale e naturale, le paralizzano e le passivizzano.
Già prima di essere incarcerato, Gramsci aveva incominciato a porsi il problema dei ripetuti fallimenti che avevano contrassegnato la storia del movimento operaio italiano: «Perché i partiti proletari italiani sono sempre stati deboli dal punto di vista rivoluzionario? Perché hanno fallito quando dovevano passare dalle parole all’azione?» si chiedeva l’intellettuale sardo nel 1923; e Gramsci, lamentando la scarsa attenzione manifestata dalla sinistra italiana per il lavoro di tipo politico-culturale, rispondeva: «Essi non conoscevano la situazione in cui dovevano operare, essi non conoscevano il terreno in cui avrebbero dovuto dare la battaglia».5 Nel quaderno 19, che contiene le sue annotazioni sulla storia del Risorgimento italiano, Gramsci riprende il filo del ragionamento, interrogandosi sulle ragioni di fondo della subalternità delle componenti più avanzate del movimento risorgimentale, rappresentate da Garibaldi e Mazzini, al blocco moderato, guidato da Cavour e Vittorio Emanuele II. La sua risposta individua un criterio di ordine più generale, il cui significato sembra andare ben oltre le specifiche vicende risorgimentali: «Il criterio metodologico su cui occorre fondare il proprio esame è questo: che la supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come «dominio» e come «direzione intellettuale e morale». Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a «liquidare» o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può, anzi, deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (e questa è una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere, ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere dirigente».6 Il «dominio» serve a sottomettere le classi capitalistiche e la «direzione intellettuale e morale» a convincere alla lotta contro il capitalismo la classe operaia e i suoi alleati – i contadini, gli intellettuali organici al proletariato, ecc. Quindi, l’egemonia è la direzione intellettuale e morale, indipendentemente dalla quale non si ha una vera e propria direzione politica, se non con esiti deboli e transitori. Questo non hanno capito Garibaldi e Mazzini nel corso del XIX secolo e questo deve capire, invece, il proletariato per candidarsi, con ragionevoli possibilità di successo, al ruolo di nuova classe dirigente.
La teoria dell’egemonia serve a Gramsci anche per innovare profondamente la dottrina marxista dello stato, così come si era venuta configurando nella storia del movimento operaio. Gramsci fa propria la tradizione marxista secondo cui lo stato non è un organismo neutro, super partes, come vorrebbero invece le culture politiche di stampo liberale, ma un apparato al servizio delle classi dominanti, una macchina repressiva che gli oppressori utilizzano contro gli oppressi. Tuttavia, la funzione dello stato non si riduce soltanto a questo. Infatti, secondo Gramsci, nella categoria di stato rientrano anche elementi afferenti alla nozione di società civile, nel senso che «stato = società politica + società civile, cioè egemonia corazzata di coercizione».7 Il concetto di stato formulato da Gramsci è di conseguenza molto più ricco di quello precedentemente elaborato dagli altri classici del marxismo, in quanto la formula gramsciana stato = «dittatura + egemonia»8 indica che lo stato non è soltanto un efficiente apparato di repressione, ma anche un formidabile strumento di costruzione ed organizzazione del consenso intorno all’ideologia e alla politica delle classi dominanti. Questa innovativa concezione permette a Gramsci di rielaborare in modo originale lo stesso tema, a dire il vero più presente nel marxismo di Engels e Lenin che non nel pensiero di Marx, dell’estinzione dello stato: «L’elemento stato-coercizione si può immaginare esaurentesi mano a mano che si affermano elementi sempre più cospicui di società regolata (o stato etico o società civile). Le espressioni di stato etico o di società civile verrebbero a significare che quest’«immagine» di stato senza stato era presente ai maggiori scienziati della politica e del diritto in quanto si ponevano nel terreno della pura scienza (= pura utopia, in quanto basata sul presupposto che tutti gli uomini sono realmente uguali e quindi ugualmente ragionevoli e morali, cioè passibili di accettare la legge spontaneamente, liberamente e non per coercizione, come imposta da altra classe, come cosa esterna alla coscienza».9
La stessa espressione “società civile” non è usata da Gramsci nella medesima accezione di Marx. Rifacendosi agli insegnamenti della filosofia hegeliana dello spirito oggettivo, secondo cui la bürgerlicher gesellschaft è dominata da un atomismo di natura essenzialmente economica, anche per Marx la società civile è il luogo in cui si colloca la struttura economica della società, che il filosofo di Treviri nella celebre prefazione a Per la critica dell’economia politica fa coincidere con i rapporti di produzione.10 Per Gramsci, invece, la società civile acquista un significato più vasto che include il complesso di tutte le articolazioni prepolitiche o, comunque, non immediatamente politiche della moderna organizzazione sociale: l’associazionismo con finalità di cooperazione e ricreazione, la chiesa cattolica, l’editoria, la scuola, i sindacati, la stampa, ecc. Si tratta di quelle istituzioni a cui un grande filosofo del Novecento come Louis Althusser avrebbe poi dato il nome di apparati ideologici di stato.11 Così facendo, Gramsci compie una duplice operazione. Da una parte, senza soluzione di continuità con la linea di pensiero Hegel – Marx, identifica la struttura con l’economia; dall’altra, svincola il concetto di società civile dalla dimensione economica, inserendola a pieno titolo nella sovrastruttura. La sovrastruttura, di conseguenza, si sdoppia ed è quindi rappresentata dalla società civile e dalla società politica, costituita dalle istituzioni dello stato, dalla pubblica amministrazione, dal sistema dei partiti politici, ecc. «Si possono, per ora, fissare due grandi «piani» superstrutturali, quello che si può chiamare della «società civile», cioè dell’insieme di organismi volgarmente detti «privati», e quello della «società politica o stato» e che corrispondono alla funzione di «egemonia» che il gruppo dominante esercita in tutta la società e a quello di «dominio diretto» o di comando che si esprime nello stato e nel governo «giuridico».12 Il ripensamento della coppia concettuale struttura-sovrastruttura porta Gramsci ad introdurre la nozione di «blocco storico», che sta ad indicare l’unità organica, dialetticamente considerata, tra la struttura, la sovrastruttura e le forme di coscienza: «Se gli uomini prendono coscienza del loro compito nel terreno delle superstrutture, ciò significa che tra struttura e superstrutture c’è un nesso necessario e vitale, così come nel corpo umano tra la pelle e lo scheletro».13
L’attenzione prestata da Gramsci alla società civile e alle sue molteplici istituzioni, che rappresentano il terreno naturale della lotta per l’egemonia, porta l’intellettuale sardo a ridefinire la stessa idea di rivoluzione. Per sfuggire alla censura del regime fascista, Gramsci ricorre ad una metafora di tipo militare: la necessità di sostituire la guerra di movimento, sperimentata con successo dai bolscevichi in Russia nel 1917, con la guerra di posizione. Ancora una volta Gramsci dichiara di ispirarsi a Lenin, che, lanciando la strategia del fronte unico al IV congresso del Comintern (Internazionale comunista), a suo dire «aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente nel ‘17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente». Le differenze esistenti tra le due parti del continente europeo, dovute al fatto che nell’Europa occidentale la società è molto più articolata ed organizzata rispetto a quella dell’Europa orientale, sono un’ulteriore dimostrazione della necessità che, se si voleva perseguire l’ambizioso obiettivo della rivoluzione in Occidente, si dovevano percorrere nuove vie alternative a quella sperimentata dai bolscevichi nell’ottobre 1917. «In Oriente lo stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte, più o meno, da stato a stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale».14 La teoria dell’egemonia non deve perciò essere considerata come sostitutiva del processo rivoluzionario, ma come una sua necessaria articolazione ed integrazione nell’ambito di una lunga e snervante guerra di posizione. Soltanto dopo aver espugnato, una ad una, le innumerevoli casematte, fortezze e trincee presenti nella società civile dei paesi a capitalismo avanzato, si poteva pensare di sferrare l’assalto decisivo al potere governativo. In altri termini: per fare come in Russia, secondo Gramsci non si doveva fare come in Russia.
Durante gli anni del carcere, Gramsci riprende la polemica contro le «incrostazioni positivistiche e naturalistiche» per effetto delle quali la socialdemocrazia europea organizzatasi nella Seconda Internazionale, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, aveva deformato e snaturato il pensiero di Marx. Questa polemica contro le letture più economicistiche e meccanicistiche del marxismo risultava già evidente nel già citato articolo La rivoluzione contro il Capitale, in cui si trova scritto: «Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico».15 Ma il pericolo di un irrigidimento in senso deterministico e meccanicistico del pensiero di Marx era presente anche nell’esperienza politica che aveva preso il via con la rivoluzione bolscevica del 1917. Il 14 ottobre 1926 – a meno di un mese dal suo arresto – Gramsci aveva scritto una lettera indirizzata al comitato centrale del Partito comunista (bolscevico) russo: «Compagni, voi siete stati, in questi nove anni di storia mondiale, l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi; la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano. (…) Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il partito comunista dell’URSS aveva conquistato per l’impulso di Lenin». Infatti, dopo la morte di Lenin (1924), si era aperta nel partito la lotta per la successione, che vedeva schierati da una parte la maggioranza, raccolta intorno alle figure di Stalin e Bucharin, e, dall’altra, il blocco delle opposizioni, guidato da Trockij, Kamenev e Zinoviev. Pur schierandosi con i primi («Dichiariamo ora che riteniamo fondamentalmente giusta la linea politica della maggioranza del CC del PC dell’URSS»), Gramsci ammoniva la maggioranza a non prendere provvedimenti di tipo punitivo contro i capi della minoranza e a riconoscere il loro ruolo prima e dopo la rivoluzione: «I compagni Zinoviev, Trockij, Kamenev hanno contribuito potentemente a educarci per la rivoluzione, ci hanno qualche volta corretto molto energicamente e severamente, sono stati fra i nostri maestri».16 L’invito lanciato da Gramsci non fu raccolto e mise in cattiva luce agli occhi di Stalin, che si accingeva a costruire la propria dittatura personale, il Partito comunista d’Italia e il suo leader. Tuttavia, nei Quaderni del carcere, Gramsci ebbe modo di polemizzare anche con Bucharin. In particolare, il quaderno 11, scritto negli anni 1932 e 1933, analizza criticamente un’opera di Bucharin uscita nel 1921 e che aveva avuto grande successo, a giudicare dal numero delle edizioni e traduzioni nelle principali lingue europee: la Teoria del materialismo storico. Manuale popolare di sociologia marxista. Nel 1929 Bucharin, che fino a quel momento era stato il principale alleato di Stalin nel gruppo dirigente del PC(b)R, fu allontanato dal potere. Parzialmente riabilitato negli anni 1933-1936, cadde nuovamente in disgrazia e fu fatto fucilare come traditore da Stalin nel 1938. Tuttavia, la versione del marxismo che fu codificata da Stalin all’inizio degli anni Trenta nei termini di una vera e propria ideologia di stato – il cosiddetto marxismo-leninismo – è largamente concordante con i principi esposti da Bucharin nella sua Teoria del materialismo storico.
Per promuovere il dibattito filosofico nella Russia post-rivoluzionaria, nel 1922 era stata fondata la rivista teorica Sotto la bandiera del marxismo, la cui nascita era stata incoraggiata da Lenin e Trockij. Grazie alla figura di Abram Moiseevic Deborin, la rivista puntava a valorizzare la natura dialettica della teoria di Marx e il rapporto tra il pensiero di quest’ultimo e quello di Hegel. Già nel corso del suo primo anno di vita, tuttavia, la rivista aveva pubblicato un articolo di Sergei Kostantinovic Minin, significativamente intitolato A mare la filosofia!, che spianava la strada ad un’altra corrente, che, prendendo spunto soprattutto dalla Dialettica della natura di Engels e da una delle opere più discutibili di Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, proclamava l’identità tra dialettica e scienza. Le leggi della dialettica regolavano sia l’evoluzione della natura sia lo sviluppo della società e quindi la riflessione filosofica non aveva più senso, in quanto quello che doveva essere il suo oggetto privilegiato di indagine – la dialettica – ricadeva interamente nell’ambito della scienza. Nel 1931 lo scontro tra dialettici e meccanicisti fu risolto per decreto dal comitato centrale del PC(b)R, che si schierò dalla parte dei secondi. La vittoria dei meccanicisti trasformò il marxismo-leninismo in una forma di scientismo, staccandolo del tutto dalla elaborazione filosofica propriamente detta. Non deve trarre in inganno il fatto che il retroterra filosofico del marxismo-leninismo fu ribattezzato materialismo dialettico. Il punto di partenza di quest’ultimo era l’identificazione della realtà con la materia, che finiva per avvicinare pericolosamente il marxismo sovietico al materialismo rozzo e volgare che Marx aveva rimproverato a Feuerbach. Dal momento che il cosiddetto materialismo dialettico si configurava come una teoria generale dell’intera realtà, capace di prevedere le leggi di sviluppo non soltanto della natura ma anche della società, la subordinazione del materialismo storico al materialismo dialettico sfociava inevitabilmente in un evoluzionismo di stampo deterministico e positivistico, che ricordava più la legge dei tre stadi di Comte che non la complessità del pensiero dell'ultimo Marx sulla transizione.17
Nonostante l’emarginazione politica cui fu condannato alla fine degli anni Venti, si potrebbe dire che Bucharin sia stato «il più celebre dei meccanicisti».18 Del resto, lo stesso Lenin nella sua lettera del 24 dicembre 1922, in cui passava in rassegna le personalità che avrebbero potuto prendere il suo posto alla guida del PC(b)R, parlando di Bucharin lo definiva «il maggiore teorico del partito», aggiungendo, però, di nutrire seri dubbi sul fatto che le sue concezioni potessero essere considerate «pienamente marxiste», accusandolo di non aver mai assimilato del tutto la dialettica: «Egli non ha mai appreso e, penso, non ha mai compreso a fondo la dialettica».19 Questo è anche il filo conduttore delle critiche che Gramsci rivolge al Saggio popolare di Bucharin. Per contestare il meccanicismo di cui è impastato il pensiero di Bucharin, Gramsci recupera soprattutto il Marx delle Tesi su Feuerbach, in cui si pone in termini dialettici il rapporto tra oggetto e soggetto e si prende le distanze non soltanto dall’idealismo di Hegel, ma anche dal materialismo di Feuerbach, sottolineando la centralità della prassi umana. Non a caso, nel linguaggio cifrato del carcere, il marxismo è abitualmente indicato da Gramsci con la perifrasi «filosofia della prassi».
In primo luogo, Gramsci non condivide l’appiattimento del materialismo storico di Marx sul materialismo della tradizione filosofica, che trasforma la materia in un vero e proprio principio metafisico. L’insistenza sulla datità ed oggettività del mondo esterno alla coscienza, che vorrebbe essere una risposta all’idealismo e al soggettivismo, in realtà finisce per alimentare e rafforzare nelle masse popolari la dipendenza dal sentimento religioso: «Il pubblico «crede» che il mondo esterno sia obbiettivamente reale, ma qui appunto nasce la quistione: qual è l’origine di questa «credenza» e quale valore critico ha «obbiettivamente»? Infatti questa credenza è di origine religiosa, anche se chi vi partecipa è religiosamente indifferente».20 Il determinismo e il meccanicismo, che hanno impregnato il marxismo della Seconda Internazionale e che, adesso, minacciano di inquinare anche la cultura filosofica e politica del movimento comunista organizzatosi nella Terza Internazionale, presentano uno sfondo inequivocabilmente religioso: «Si può osservare come l’elemento deterministico, fatalistico, meccanicistico sia stato un «aroma» ideologico immediato della filosofia della prassi, una forma di religione e di eccitante (ma al modo degli stupefacenti), resa necessaria e giustificata storicamente dal carattere «subalterno» di determinati strati sociali. Quando non si ha l’iniziativa nella lotta e la lotta stessa finisce quindi con l’identificarsi con una serie di sconfitte, il determinismo meccanico diventa una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di perseveranza paziente e ostinata. «Io sono sconfitto momentaneamente, ma la forza delle cose lavora per me a lungo andare, ecc.». La volontà reale si traveste in un atto di fede, in una certa razionalità della storia, in una forma empirica e primitiva di finalismo appassionato che appare come un sostituto della predestinazione, della provvidenza, ecc. delle religioni confessionali».21 Nei momenti di crisi, la fede nella inevitabile vittoria del proletariato poteva anche configurarsi come un potente fattore di coesione e resistenza psicologica, ma, alla lunga, si rivelava un’arma del tutto inadeguata. La classe che si candidava a dirigere in futuro la società non poteva non dotarsi di una propria Weltanschauung, coerente ed organica, che l’avrebbe messa in condizione di vincere la sfida sul terreno dell’egemonia.
In secondo luogo, Gramsci contesta un altro aspetto del Saggio popolare di Bucharin che stava trovando larga diffusione nel marxismo della Terza Internazionale: l’affermazione che la storia si svolge secondo leggi causali, costanti, prevedibili e uniformi, in tutto e per tutto simili a quelle che regolano l’evoluzione del mondo della natura. Di conseguenza anche la storia è prevedibile ed essa marcia inesorabilmente nel senso indicato dal partito della classe operaia: «La posizione del problema come una ricerca di leggi, di linee costanti, regolari, uniformi, è legata a una esigenza, concepita in modo un po' puerile e ingenuo, di risolvere perentoriamente il problema pratico della prevedibilità degli accadimenti storici. Poiché «pare», per uno strano capovolgimento delle prospettive, che le scienze naturali diano la capacità di prevedere l’evoluzione dei processi naturali, la metodologia storica è stata concepita «scientifica» solo se e in quanto abilita astrattamente a «prevedere» l’avvenire della società». Secondo Gramsci questa impostazione rigidamente deterministica è metodologicamente destituita di qualsiasi fondamento scientifico in quanto «si può prevedere «scientificamente» solo la lotta, ma non i momenti concreti di essa, che non possono non essere risultati di forze contrastanti in continuo movimento, non riducibili mai a quantità fisse, perché in esse la quantità diventa continuamente qualità. Realmente si «prevede» nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il risultato «preveduto». Nelle scienze sociali chi formula una previsione non è mai un osservatore neutrale, ma una parte in causa, in quanto nessuno si sottrae alla lotta tra le classi sociali. Trovandosi di fronte ad una molteplicità virtualmente infinita di possibili soluzioni, chi prevede lo fa sempre con l’intenzione, consapevole o inconsapevole che sia, di orientare in una certa direzione, quella auspicata, le dinamiche del conflitto sociale, in modo da creare i presupposti per l’effettiva realizzazione della sua previsione. «La previsione si rivela quindi non come un atto scientifico di conoscenza, ma come l’espressione astratta dello sforzo che si fa, il modo pratico di creare una volontà collettiva».22
Negli anni in cui Gramsci scrive il quaderno 11 (1932-1933) Bucharin era già caduto in disgrazia e questo Gramsci, pur essendo ristretto in carcere, non poteva non saperlo. È quindi corretto ipotizzare che il complesso delle critiche mosse al materialismo meccanicistico e positivistico sia rivolto più che al marxismo di Bucharin a quello di Stalin, diventato ormai l’ideologia ufficiale della Terza Internazionale.23 Gramsci prende le distanze dal dogmatismo e dal dottrinarismo che, dopo la vittoria di Stalin, stavano sempre più invadendo il proprio campo. Sembra, in ultima analisi, condivisibile il giudizio espresso da uno dei maggiori studiosi italiani di Gramsci, Fabio Frosini, secondo cui il progetto elaborato da Gramsci in carcere «si contrappone obiettivamente all’impostazione teorica e politica del movimento comunista stalinizzato».24 Il tentativo di dare vita ad un marxismo colto e raffinato, in grado di confrontarsi criticamente con la filosofia di Benedetto Croce e di sottrarsi alla deriva che il pensiero di Marx e Lenin avrebbe sperimentato negli anni della glaciazione staliniana, rende Gramsci a pieno titolo uno dei padri del cosiddetto marxismo occidentale, che, nella seconda metà del XX secolo, avrà in Ernst Bloch e, soprattutto, nell’ultimo Lukacs i suoi maggiori rappresentanti.25
Al di là del contributo teorico dato al rinnovamento del marxismo, Gramsci lascia in eredità anche una importante lezione di metodo. Nel carcere di Turi l’intellettuale sardo riflette a partire da una disastrosa sconfitta, culminata nella conquista del potere da parte del fascismo. Gramsci, che, nel 1921, con Bordiga e il gruppo degli ordinovisti, aveva fondato il Partito comunista d’Italia, nella speranza che anche in Italia potesse scoppiare quanto prima una rivoluzione socialista, a distanza di pochi anni si trova chiuso in carcere, dopo la vittoria dell’avversario più temibile che il capitalismo potesse scagliare contro il movimento operaio. Ciò nonostante, Gramsci invita a non disperare: il «pessimismo dell’intelligenza» deve sempre andare di pari passo con l’«ottimismo della volontà».26 E soprattutto la consapevolezza della sconfitta deve rappresentare uno stimolo non soltanto a non disarmare, ma, anzi, a fare di più e meglio. In una lettera scritta al fratello Carlo dal carcere milanese di San Vittore, dopo avergli ricordato le ristrettezze economiche della famiglia e quindi le sofferenze patite per poter frequentare l’università e passare gli esami, Gramsci scrive: «Perché ti ho scritto tutto ciò? Perché ti convinca che mi sono trovato in condizioni terribili, senza perciò disperarmi, altre volte. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio».27 E quattro anni più tardi, scrivendo alla madre dal carcere di Turi, torna ad affrontare lo stesso argomento: «Io non parlo mai dell’aspetto negativo della mia vita, prima di tutto perché non voglio essere compianto: ero un combattente che non ha avuto fortuna nella lotta immediata e i combattenti non possono e non devono essere compianti, quando essi hanno lottato non perché costretti, ma perché così essi stessi hanno voluto consapevolmente».28 Sembra filologicamente corretto mettere l’accento sull’espressione «nella lotta immediata», con la quale Gramsci, nel momento in cui prende atto della propria sconfitta, la minimizza e la relativizza: il fatto di aver perso oggi non esclude la possibilità di vincere domani. Nessuna sconfitta, per quanto grande possa essere, sembra voler dire il rivoluzionario sardo, è mai talmente grande da annullare la legittimità storica della lotta per un cambiamento radicale della società, che ha come orizzonte la prospettiva del comunismo teorizzato da Marx, Engels e Lenin.
Stefano Gallerini
* Articolo pubblicato sul n. 4, 2022 di «Gramsci magazine» col titolo Gramsci sconosciuto.
Note
1 La fonte cui attinge Hobsbawm è l’articolo di E. Garfield, The most cited authors in the Arts and Humanities citations index (1976-1983) in «Current comments», 1986, n° 48, pp. 381-388.
2 E.W. Said, Cultura e imperialismo, Gamberetti, Roma 1998.
3 E. Laclau, La ragione populista, Laterza, Roma-Bari 2008.
4 Per la prima citazione cfr. Il programma dell’Ordine Nuovo in «L’Ordine Nuovo», 14 agosto 1920; per la seconda Sindacati e consigli in «L’Ordine Nuovo», 11 ottobre 1920.
5 Che fare? in «La voce della gioventù», 1 novembre 1923. Articolo firmato Giovanni Masci.
6 A. Gramsci, Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci, Einaudi, Torino 1975, quaderno 19, § 24. Il problema della direzione politica nella formazione e nello sviluppo della nazione e dello stato moderno in Italia, pp. 2010-2011. Da ora in avanti QC.
7 QC, quaderno 6, § 88. Stato gendarme-guardiano notturno, ecc., pp. 763-764.
8 QC, quaderno 6, § 155. Passato e presente. Politica e arte militare, p. 811.
9 QC, quaderno 6, § 88. Stato gendarme-guardiano notturno, ecc., p. 764.
10 K. Marx, Per la critica dell’economia politica, Editori Riuniti, Roma 1984, p. 4: «La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello stato non possono essere compresi né per se stessi né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell’esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel, seguendo l’esempio degli inglesi e dei francesi del secolo XVIII, sotto il termine di società civile; e che l’anatomia della società civile è da cercare nell’economia politica».
11 L. Althusser, Lo stato e i suoi apparati, Editori Riuniti, Roma 1997.
12 QC, quaderno 12, § 1 (senza titolo), p. 1518-1519.
13 QC, quaderno 4, § 15. Croce e Marx, p. 437.
14 QC, quaderno 7, § 16. Guerra di posizione e guerra manovrata o frontale, p. 866.
15 La rivoluzione contro il Capitale in «Avanti!», 24 dicembre 1917.
16 A. Gramsci, Nel mondo grande e terribile. Antologia degli scritti 1914-1935, Einaudi, Torino 2007, pp. 143-150.
17 È vero che, facendo riferimento ad opere come la già citata prefazione a Per la critica dell’economia politica, anche Marx talvolta sembra ritenere che il processo storico sia regolato da una necessità immanente che avrà il suo inevitabile punto di caduta nell’avvento della società comunista, ma, negli ultimi anni della sua vita, soprattutto il confronto con gli intellettuali populisti della Russia zarista aiutò Marx a maturare un pensiero più articolato dialetticamente e meno connotato in senso deterministico e meccanicistico sui problemi della transizione. Cfr. M. Musto, L’ultimo Marx 1881-1883. Saggio di biografia intellettuale, Donzelli, Roma 2016.
18 G. Labica, Dopo il marxismo-leninismo (tra ieri e domani), Edizioni Associate, Roma 1992, p. 82.
19 M. Lewin, L’ultima battaglia di Lenin, Laterza, Roma-Bari 1969, p. 93.
20 QC, quaderno 11, § 17. La così detta «realtà del mondo esterno», pp. 1411-1412.
21 QC, quaderno 11. I. Alcuni punti preliminari di riferimento, pp. 1387-1388.
22 QC, quaderno 11, § 15. Il concetto di scienza, pp. 1403-1404.
23 Nel 1938 Stalin chiuse definitivamente qualsiasi discussione in ambito filosofico pubblicando l’opuscolo Materialismo dialettico e materialismo storico, inserito nel quarto capitolo del famigerato Breve corso di storia del partito comunista (bolscevico) dell’URSS, che vide la luce nel corso dello stesso anno.
24 F. Frosini, Gramsci e la filosofia. Saggio sui Quaderni del carcere, Carocci, Roma 2003, p. 108.
25 Del primo si veda soprattutto E. Bloch, Il principio speranza, Mimesis, Milano-Udine 2019, voll.3; del secondo G. Lukacs, Ontologia dell’essere sociale, PGreco, Milano 2012, voll. 4. In entrambi i casi le edizioni originali risalgono al 1976.
26 QC, quaderno 28, § 11. Graziadei e il paese di Cuccagna, p. 2332.
27 A. Gramsci, Lettere dal carcere 1926-1937, Sellerio, Palermo 1996, p. 117. Lettera al fratello Carlo del 12 settembre 1927.
28 Ivi, p. 446. Lettera alla madre Giuseppina del 24 agosto 1931.
Inserito il 12/12/2022.
Dal giornale «il Fatto Quotidiano»
Angelo d’Orsi intervistato da Silvia Truzzi
La recente ripubblicazione da parte di Feltrinelli di un’edizione ampliata della biografia di Antonio Gramsci curata da Angelo d’Orsi è l’occasione per fare il punto su qual è lo stato attuale della fortuna del grande pensatore e politico comunista in Italia e nel mondo.
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«Gramsci, ormai ignorato a sinistra, seduce la destra»
Angelo d’Orsi intervistato da Silvia Truzzi
Il più noto è il teorico dell’egemonia culturale e l’inventore della filosofia della prassi; il più citato, quello della «Città futura», il numero unico in cui il giovane Antonio, a 26 anni, ragiona sugli indifferenti: il peggior torto che si poteva fare ad Antonio Gramsci era ridurlo a un aforisma. Eppure è successo, soprattutto nella sua patria – geografica e politica: è forse più studiato all’estero che in Italia, certamente più amato a destra che a sinistra. Dei molti cortocircuiti gramsciani parliamo con Angelo d’Orsi, storico e autore di una poderosa biografia, recentemente ripubblicata da Feltrinelli. In pratica, ci spiega, un nuovo libro rispetto alle edizioni del 2017 e 2018: “Nuove fonti a cui ho avuto accesso nell’ambito dell’Edizione Nazionale degli Scritti, a cui lavora la Fondazione Gramsci, hanno consentito di illuminare nuovi aspetti, dalle relazioni familiari ai rapporti con il partito e un generale approfondimento specie degli elementi teorici”.
Professore, il più importante intellettuale del Novecento italiano ha ancora qualcosa da dire oggi?
Ho spesso parlato di un Gramsci “inattuale ma necessario”. Il suo pensiero, trasposto nel nostro tempo, appare fuori luogo. Per esempio l’idea che la politica debba avere un fondamento etico: cercare la verità, sempre, nei rapporti pubblici e privati, era quasi un’ossessione per lui: un modo di fare politica oggi impensabile. Questa sua lontananza ce lo rende necessario: quanto avremmo bisogno di far ripartire la politica da questo imperativo etico!
Qual è la sua forza?
Essere stato sconfitto: in fondo i Quaderni e le Lettere sono una lunga riflessione sulla sconfitta. Gramsci, oltre a chiedersi “perché abbiamo perso”, si chiede “perché loro hanno vinto”. Perciò è un così attento osservatore degli Stati Uniti. Americanismo e fordismo suscitò nel partito reazioni avverse: tanti pensarono che si fosse smarrito nell’analisi del mondo nemico. Ma proprio nello studio del capitalismo americano si trova forse la chiave di volta del suo pensiero. Mentre il Comintern interpreta la crisi del ’29 come la campana a morto del sistema, Gramsci capisce che è vero il contrario: la crisi rafforza il sistema. E questo perché loro hanno saputo essere prima che classe dominante, classe dirigente.
Così arriviamo all’egemonia. Dal ministro Sangiuliano, promotore di mostre e convegni, ad Alessandro Giuli, che recentemente ha intitolato un suo pamphlet Gramsci è vivo, il mondo della destra è sedotto da lui: perché?
Costruire un’egemonia è una garanzia di stabilità: il potere si fonda proprio sulla capacità egemonica. Da qui l’ossessione di impadronirsi delle casematte della cultura per produrre egemonia. La tesi di Giuli è che “Antonio Gramsci” sia morto, ma “Gramsci è vivo”, appunto: il suo pensiero rimane essenza della costruzione egemonica che fornisce gli strumenti per conquistare e restare al potere.
Invece a sinistra Gramsci non è nemmeno più un santino…
È così vero che, alla fondazione del Pd, all’inizio non compariva nemmeno nel Pantheon, poi ci fu una protesta e fu recuperato. E prima ancora, quando la Fondazione Gramsci celebrò nel 2001 suoi cinquant’anni, Veltroni affermò: “Siamo oltre Gramsci, non ci appartiene più”.
Essere stato tra i fondatori del Partito comunista è la causa del “sinistro” imbarazzo?
Certamente, anche se il vero fondatore del Pci fu Bordiga. Gramsci, che al Congresso di Livorno non prese mai la parola, era lacerato dall’idea della scissione: inevitabile, ma dubitava sui tempie i modi. Anche per ciò che sappiamo dal colloquio con Lenin – nell’ottobre del 22, tre giorni prima della marcia su Roma – era per un’unione delle forze antifasciste. L’etichetta di Gramsci fondatore del partito pesa sui sedicenti eredi, che vogliono buttare a mare tutto. Sono rimasti all’immagine di Gramsci costruita da Togliatti, ma non lo hanno studiato, non sanno nulla.
È vero che ha più fortuna all’estero?
Gli studi gramsciani in Italia ci sono, e di altissimo livello, ma sono prevalentemente filologici ed ermeneutici: si scrive di Gramsci per chi già lo conosce.
Altrove non è così: in Brasile e in generale in America Latina è studiato politicamente, non accademicamente. Il Brasile è l’unico Paese al mondo dove esistono due traduzioni, una recentissima, dei Quaderni.
Che uomo era Antonio?
Una persona segnata dalle sofferenze. La malattia che lo rende disabile, le difficoltà relazionali con la famiglia, sia quella sarda di origine, sia quella russa della moglie, la povertà, il carcere: tutte queste sciagure incidono molto sul suo essere e sul suo pensiero. Ma tutto questo gli dà una marcia in più. In una lettera al fratello Carlo, un tipo piuttosto lamentoso, Antonio fa un elenco delle proprie disavventure, concludendo con la famosa frase: “Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio”. E lo scrive dalla galera fascista, dove soffre terribilmente anche per l’impossibilità di educare i suoi figli. Filosofo, rivoluzionario, scienziato sociale, ma prima di tutto credo che Gramsci sia un educatore.
intervista a cura di Silvia Truzzi
(Tratto da: Silvia Truzzi, Angelo d’Orsi: “Gramsci, ormai ignorato a sinistra, seduce la destra”, in «il Fatto Quotidiano», 7 agosto 2024).
Inserito il 08/08/2024.
(Arcidosso, C&P Adver Effigi, 2019)
di Pietro Clemente
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Francesco Del Casino, artista sociale e artigiano inventivo, incontra Gramsci
di Pietro Clemente
Ho due immagini forti di Francesco Del Casino. La prima manca della sua presenza fisica. Non lo conoscevo di persona ma stavamo entrambi in Sardegna, io a Cagliari e lui a Orgosolo, e facevamo lotte politiche e sociali consonanti. Per me Francesco era il mitico insegnante di arte toscano che aveva attivato un movimento muralista a Orgosolo con i suoi alunni su grandi temi sociali e dentro la storia della sinistra. Era un membro autorevole del Circolo Giovanile di Orgosolo, era autore della grafica dei manifesti e dei volantini che noi rilanciavamo a Cagliari nel mondo degli studenti e delle fabbriche. Il punto alto furono le lotte contro la militarizzazione di Pratobello, un’area di prati a Orgosolo, che ci vide protagonisti, loro nella lotta, noi nella solidarietà. La sua grafica scabra ed epica rendeva il mondo pastorale, cosìcomplesso e ambiguo, un protagonista chiaro della riscossa sociale.
La seconda immagine è di Francesco che si dà da fare nella Cooperativa Riuscita Sociale, che racconta dei suoi lavoratori speciali, ragazzi disabili per lo più, che con lui ed altri insegnanti producono ceramiche molto belle che per noi sono diventate regali di Natale da fare ad altri e a noi stessi. Francesco è in pensione ma non smette di essere attivo socialmente. Lo studio-grotta d’artista che ha sotto casa mostra la continuità del suo lavoro, qualche residuo quadro di Orgosolo, e poi Ligabue, Caravaggio, documenti di tantissimi murales fatti in provincia di Siena, e poi di nuovo in Sardegna. Francesco è sempre impegnato, la sua epica scabra e mai ridondante è diventata un’epica minore, è quella dei suoi ragazzi, è quella del sostegno che dà ancora e sempre alle iniziative di associazioni culturali della sinistra, in un tempo per tutti noi di orizzonti meno limpidi, e forse più veri.
Francesco si sente un artigiano, ama il suo lavoro, dipinge i muri con una esperienza e velocità incredibile. Lo ho visto fare il grande ‘murale’ dedicato a Antonio Gramsci e Emilio Lussu, ad Armungia, il paese natale di Emilio, e sono rimasto entusiasta anche dai colori che ‘prendono forma’ nella grande luce sarda.
Producendo mille volti di Gramsci Francesco gioca con la terra, con l’acqua e col fuoco, e con l’aria ovviamente. E ci suggerisce mille letture. Quella grande testa i cui pensieri scritti hanno illuminato il Novecento e continuano a fare luce, ce la fa vedere in triangoli, parallelepipedi, campi colorati, aiutandoci a vedere (come era nell’idea cubista) una verità che l’arte trova oltre la superficie delle immagini. Con la mostra “Gramsci dai murales alle ceramiche” Francesco porta nelle Stanze della Memoria, programmaticamente scure – come il fascismo – e dominate dal bianco e nero, le ceramiche e i quadri della ‘testa grande’ e della ‘grande testa’ di Gramsci. Sono come una traccia colorata che contrasta il mondo cupo del fascismo, traccia colorata come la speranza, che Gramsci coltivò fino all’ultimo, di un mondo diverso. Ora tutto è cambiato e anche Gramsci è da rileggere per ritrovarne i pensieri e la testa che li produsse in questo nuovo secolo, dove è già stato adottato in tanti luoghi del pianeta come faro di comprensione e di cambiamento.
Pietro Clemente
(Tratto da: Pietro Clemente, Francesco Del Casino, artista sociale e artigiano inventivo, incontra Gramsci, in Gramsciart. Antonio Gramsci nell’interpretazione artistica di Francesco Del Casino, Arcidosso, C&P Adver Effigi, 2019, pp. 37-39).
Inserito il 21/03/2024.
di Antonio Gramsci
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Indifferenti
Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani». Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.
L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci
(Tratto da «La Città futura», numero unico pubblicato dalla Federazione Giovanile Socialista di Torino, interamente redatto da Antonio Gramsci, 11 febbraio 1917).
Inserito il 02/08/2023.
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La Rivoluzione contro il «Capitale»
La rivoluzione dei bolscevichi si è definitivamente innestata nella rivoluzione generale del popolo russo. I massimalisti1 che erano stati fino a due mesi fa il fermento necessario perché gli avvenimenti non stagnassero, perché la corsa verso il futuro non si fermasse, dando luogo ad una forma definitiva di assestamento – che sarebbe stato un assestamento borghese, – si sono impadroniti del potere, hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste su cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi per continuare a svilupparsi armonicamente, senza troppi grandi urti, partendo dalle grandi conquiste realizzate ormai.
La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologie più che di fatti. (Perciò, in fondo, poco ci importa sapere più di quanto sappiamo). Essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'èra capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell'azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così feroci come si potrebbe pensare e come si è pensato.
Eppure c'è una fatalità anche in questi avvenimenti, e se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono «marxisti», ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. E questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l'uomo, ma le società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra di loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici, e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell'economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebullizione, che può essere incanalata dove alla volontà piace, come alla volontà piace.
Marx ha preveduto il prevedibile. Non poteva prevedere la guerra europea, o meglio non poteva prevedere che questa guerra avrebbe avuta la durata e gli effetti che ha avuto. Non poteva prevedere che questa guerra, in tre anni di sofferenze indicibili, di miserie indicibili, avrebbe suscitato in Russia la volontà collettiva popolare che ha suscitata. Una volontà di tal fatta normalmente ha bisogno per formarsi di un lungo processo di infiltrazioni capillari; di una larga serie di esperienze di classe. Gli uomini sono pigri, hanno bisogno di organizzarsi, prima esteriormente, in corporazioni, in leghe, poi intimamente, nel pensiero, nella volontà […]2 di una incessante continuità e molteplicità di stimoli esteriori. Ecco perché, normalmente, i canoni di critica storica del marxismo colgono la realtà, la irretiscono e la rendono evidente e distinta. Normalmente, è attraverso la lotta di classe sempre più intensificata, che le due classi del mondo capitalistico creano la storia. Il proletariato sente la sua miseria attuale, è continuamente in istato di disagio e preme sulla borghesia per migliorare le proprie condizioni. Lotta, obbliga la borghesia a migliorare la tecnica della produzione, a rendere più utile la produzione perché sia possibile il soddisfacimento dei suoi bisogni più urgenti. È una corsa affannosa verso il meglio, che accelera il ritmo della produzione, che dà continuo incremento alla somma dei beni che serviranno alla collettività. E in questa corsa molti cadono, e rendono più urgente il desiderio dei rimasti, e la massa è sempre in sussulto, e da caos-popolo diventa sempre più ordine nel pensiero, diventa sempre più cosciente della propria potenza, della propria capacità ad assumersi la responsabilità sociale, a diventare l'arbitro dei propri destini.
Ciò normalmente. Quando i fatti si ripetono con un certo ritmo. Quando la storia si sviluppa per momenti sempre più complessi e ricchi di significato e di valore, ma pure simili. Ma in Russia la guerra ha servito a spoltrire le volontà. Esse, attraverso le sofferenze accumulate in tre anni, si sono trovate all'unisono molto rapidamente. La carestia era imminente, la fame, la morte per fame poteva cogliere tutti, maciullare d'un colpo decine di milioni di uomini. Le volontà si sono messe all'unisono, meccanicamente prima, attivamente, spiritualmente dopo la prima rivoluzione3.
La predicazione socialista ha messo il popolo russo a contatto con le esperienze degli altri proletariati. La predicazione socialista fa vivere drammaticamente in un istante la storia del proletariato, le sue lotte contro il capitalismo, la lunga serie degli sforzi che deve fare per emanciparsi idealmente dai vincoli del servilismo che lo rendevano abietto, per diventare coscienza nuova, testimonio attuale di un mondo da venire. La predicazione socialista ha creato la volontà sociale del popolo russo. Perché dovrebbe egli aspettare che la storia dell'Inghilterra si rinnovi in Russia, che in Russia si formi una borghesia, che la lotta di classe sia suscitata, perché nasca la coscienza di classe e avvenga finalmente la catastrofe del mondo capitalistico? Il popolo russo è passato attraverso queste esperienze col pensiero, e sia pure col pensiero di una minoranza. Ha superato queste esperienze. Se ne serve per affermarsi ora, come si servirà delle esperienze capitalistiche occidentali per mettersi in breve tempo all'altezza di produzione del mondo occidentale. L'America del Nord è capitalisticamente più progredita dell'Inghilterra, perché nell'America del Nord gli anglosassoni hanno cominciato di un colpo dallo stadio in cui l'Inghilterra era arrivata dopo lunga evoluzione. Il proletariato russo, educato socialisticamente, incomincerà la sua storia dallo stadio massimo di produzione cui è arrivata l'Inghilterra d’oggi, perché dovendo incominciare, incomincerà dal già perfetto altrove, e da questo perfetto riceverà l'impulso a raggiungere quella maturità economica che secondo Marx è condizione necessaria del collettivismo. I rivoluzionari creeranno essi stessi le condizioni necessarie per la realizzazione completa e piena del loro ideale. Le creeranno in meno tempo di quanto avrebbe fatto il capitalismo. Le critiche che i socialisti hanno fatto al sistema borghese, per mettere in evidenza le imperfezioni, le dispersioni di ricchezza, serviranno ai rivoluzionari per far meglio, per evitare quelle dispersioni, per non cadere in quelle deficienze. Sarà in principio il collettivismo della miseria, della sofferenza. Ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un regime borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri anni i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe. Anche da un punto di vista assoluto, umano, il socialismo immediato ha in Russia la sua giustificazione. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile.
Si ha l'impressione che i massimalisti siano stati in questo momento la espressione spontanea, biologicamente necessaria, perché l’umanità russa non cada nello sfacelo più orribile, perché l'umanità russa, assorbendosi nel lavoro gigantesco, autonomo, della propria rigenerazione, possa sentir meno gli stimoli del lupo affamato e la Russia non diventi un carnaio enorme di belve che si sbranano a vicenda.
Antonio Gramsci
(L’articolo firmato da Gramsci apparve sull’edizione milanese del quotidiano del PSI «Avanti!» il 24 novembre 1917. Fu poi ristampato sul «Grido del Popolo» il 5 gennaio 1918 con la seguente avvertenza: «La censura torinese ha una volta completamente imbiancato questo articolo nel “Grido”. Lo riproduciamo ora dall’“Avanti!” passato al crivello delle censure di Milano e di Roma».
Tratto da: Antonio Gramsci, Scritti politici, a cura di Paolo Spriano, Roma, Editori Riuniti, 1967, III ediz. 1979, pp. 80-83).
Note
1 «Massimalisti» erano chiamati nel movimento operaio italiano, secondo un’accezione corrente, che si estenderà alla frazione di estrema sinistra del PSI, i bolscevichi (termine che in senso letterale si tradurrebbe con «maggioritari»). «Massimalista» sta anche per sostenitore del programma «massimo», la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio.
2 Lacuna nel testo.
3 La rivoluzione di febbraio (marzo) 1917.
Inserito il 03/01/2023.
di Aldo Tortorella*
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Il concetto di «egemonia»
Il concetto gramsciano di egemonia si contrappone, nei Quaderni dal carcere, all’idea di «dominio». È solo in una fase rozza e primitiva che si può pensare ad una nuova formazione economica sociale come dominio di una parte sull’altra della società. In realtà è un complesso sistema di relazioni e di mediazioni che stabilisce una egemonia e cioè una compiuta capacità di direzione. Gramsci fa una serie di esempi storici: in particolare quello della egemonia dei moderati nella Francia ottocentesca o in Italia. Non vi sarebbe stata organizzazione del potere moderato solo attraverso la forza. È un complesso di attività culturali e ideali – di cui sono protagonisti gli intellettuali – che organizza il consenso e consente lo svolgimento della direzione moderata.
Questa nozione del concetto di egemonia viene da una ben precisa interpretazione del pensiero di Marx. Gramsci sottolinea a più riprese che solo una lettura schematica può lasciar ritenere che in Marx quelle che egli definisce le sovrastrutture abbiano un rapporto di dipendenza meccanica con le strutture. Il fatto che in Marx si parli delle sovrastrutture come «apparenze» va dunque visto come un bisogno divulgativo, come una forma di discorso «metaforico» per un dialogo e una comprensione di massa della nuova analisi della società. Con la parola «apparenza» Marx vuole indicare – dice Gramsci – la «storicità» delle «sovrastrutture» etico-politiche, culturali e ideali, contro le concezioni dogmatiche che tendono a considerarle come assolute.
Di conseguenza, Gramsci non respinge la visione proposta da Benedetto Croce sulla esigenza di uno studio della storia dal punto di vista etico-politico. Ma – e qui viene la polemica con Croce – non si può interpretare la storia solo da questo punto di vista: l’aspetto etico-politico può spiegare, appunto, il processo dell’affermarsi della egemonia dell’una o dell’altra formazione economico-sociale, ma non dà conto dell’insieme del processo storico.
Per Gramsci il grande merito di Lenin è appunto quello di aver colto, di contro alle degenerazioni e semplificazioni economicistiche e deterministiche, il valore straordinario e decisivo della lotta culturale e ideale al fine della affermazione delle classi subalterne e della affermazione di un nuovo sistema economico-sociale.
L’idea di egemonia, in Lenin, non va dunque intesa – nella interpretazione di Gramsci – come affermazione di un dominio, ma come affermazione di una superiore capacità di interpretazione della storia e di soluzione dei problemi che essa pone.
È proprio l’idea di egemonia così intesa che distacca radicalmente Gramsci da ogni forma di meccanicismo nella interpretazione del corso storico e da ogni visione riduttiva o autoritaria della funzione delle vecchie o nuove classi dirigenti. Se queste perdono egemonia culturale, ideale, morale cessano di essere dirigenti e passano all’esercizio di un dominio destinato a decadere o a crollare. Gramsci si distacca così da ogni concezione di tipo tirannico della espressione «dittatura del proletariato».
Il concetto di egemonia in Gramsci – e la particolare lettura di Marx e di Lenin che esso comporta – si distingue in modo radicale dalle interpretazioni di Marx e di Lenin che in quel periodo si affermavano nella Terza Internazionale. Del concetto di egemonia è stata sovente fornita una lettura distorta, a scopi di polemica politica. Il concetto di egemonia è stato sovente attaccato come se volesse esprimere l’idea di una dittatura di partito. Ma ciò non corrisponde in alcun modo alla tesi gramsciana, anzi la nega e la contraddice.
Aldo Tortorella
(Tratto dal volume: AA.VV., Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, Roma, Editrice l’Unità, 1987, pp. 92-93).
* Aldo Tortorella (n. 1926), partigiano, deputato e dirigente di primo piano del PCI, di cui è stato presidente nell’ultima fase dell’esistenza del partito. Ha diretto «l’Unità». Fondatore e presidente dell’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, dirige la rivista teorica e culturale «Critica marxista».
Inserito il 07/01/2023.
Sorto nel luglio 1892, il settimanale torinese «Il Grido del Popolo» fu il primo giornale di orientamento socialista che vide Antonio Gramsci come collaboratore: nel 1915, a 24 anni, vi pubblicò il suo primo articolo.
Nel palazzo dell'Alleanza Cooperativa Torinese, all'ultimo piano, in tre stanze si trovavano la sezione giovanile del Partito Socialista Italiano, la redazione del «Grido del Popolo» e quella dell’edizione torinese dell’«Avanti!», organo del PSI. Gramsci vi fu figura fissa per diversi anni, e le due testate rappresentarono la sua “palestra” come giornalista e come polemista politico. Vi lavorò fino a quando non sentì, insieme ad Angelo Tasca, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti e altri, la necessità di fondare un proprio foglio di orientamento comunista, di sostegno pieno alla causa bolscevica in Russia e alla rivoluzione proletaria mondiale: «L’Ordine Nuovo».
«Il Grido del Popolo» visse, con varie interruzioni, fino al periodo della Seconda guerra mondiale; nel Ventennio fascista venne pubblicato in Francia ad opera dei fuoriusciti socialisti italiani.
L’«Avanti!», quotidiano del Partito Socialista Italiano, vide la luce a Roma il 25 dicembre 1896 sotto la direzione di Leonida Bissolati. Il nome della testata era ripreso dal giornale del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori Tedeschi «Vorwärts», fondato da Wilhelm Liebknecht nel 1876.
Dal 1916 al 1919 la sua edizione torinese ebbe come collaboratore fisso Antonio Gramsci; il giovane sardo vi scrisse quotidianamente su qualsiasi tema, dalle cronache cittadine alle vicende internazionali alla vita di partito, e per la rubrica Sotto la Mole si occupò in modo particolarmente attivo di recensire le opere teatrali, considerate partendo dal confronto con la realtà sociale, e facendo pratica di “critico militante”.
Sull’edizione torinese del quotidiano socialista comparvero alcuni dei suoi più memorabili articoli di gioventù, come per esempio il famoso La rivoluzione contro il «Capitale», pubblicato il 24 novembre 1917.
Il lavoro giornalistico di Gramsci all’«Avanti!» andò scemando dal momento in cui, con Alfonso Leonetti, Mario Montagnana, Felice Platone, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti, Angelo Tasca, fondò il giornale «L’Ordine Nuovo», il cui primo numero comparve il 1° maggio 1919.
All’autunno 1920 risalgono gli ultimi articoli di Gramsci comparsi sull’edizione torinese del giornale del PSI: ormai infuriava la polemica dentro il partito sulla linea da tenere e il gruppo degli “ordinovisti” rappresentava un vero e proprio nucleo comunista all’interno del Partito Socialista. Un nucleo che risultò decisivo per la scissione che si sarebbe praticata al congresso di Livorno nel gennaio 1921.
«La Città futura» non fu un periodico, bensì un numero unico uscito l’11 febbraio 1917 per diffondere, specialmente tra i giovani, la voce della Federazione giovanile piemontese del Partito Socialista. Fu proprio Antonio Gramsci a curare per intero questa pubblicazione, e suoi furono una decina di articoli in essa apparsi. Il più celebre, Indifferenti, lo pubblichiamo a parte.
Qui sotto inseriamo la presentazione che lo stesso Gramsci fece del numero unico sulle pagine del «Grido del Popolo» e dell’«Avanti!».
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Un numero unico dei giovani
Con questo titolo uscirà fra qualche giorno un numero unico, pubblicato a cura della Federazione giovanile piemontese dedicato appunto ai giovani.
Vorrebbe essere un invito e un incitamento.
L’avvenire è dei giovani. La storia è dei giovani.
Ma dei giovani che, pensosi del compito che la vita impone a ciascuno, si preoccupano di armarsi adeguatamente per risolverlo nel modo che più si confà alle loro intime convinzioni, si preoccupano di crearsi quell’ambiente in cui la loro energia, la loro intelligenza, la loro attività trovino il massimo svolgimento, la più perfetta e fruttuosa affermazione.
La guerra ha falciato i giovani, ha specialmente tolto alle loro fatiche, alle loro battaglie, ai loro sogni splendidi di utopia, che non era poi tale perché diventata stimolo di azione e di realizzazione, i giovani. Ma l’organizzazione giovanile socialista non ne ha in verità troppo sofferto in sé e per sé. Le migliaia di giovani strappati alle sue lotte, sono stati sostituiti subito.
Il fatto della guerra ha scosso come una ventata gli indifferenti, i giovani che fino a ieri si infischiavano di tutto ciò che era solidarietà e disciplina politica. Ma non basta, non basterà mai. Occorre ingrossare sempre più le file e serrarle.
L’organizzazione ha specialmente fine educativo e formativo. È la preparazione alla vita più intensa e piena di responsabilità del partito. Ma ne è anche l’avanguardia, l’audacia piena di ardore. I giovani sono come i veliti leggeri e animosi dell’armata proletaria che muove all’assalto della vecchia città infracidita e traballante per far sorgere dalle sue rovine la propria città.
Nel numero unico saranno discussi alcuni importanti problemi della propaganda e della vita socialista. Esso sarà posto in vendita a due soldi la copia. Si manderà a chiunque ne faccia richiesta con una cartolina doppia. I circoli e i rivenditori che ne desiderassero un certo numero di copie rivolgano le loro richieste alla Federazione giovanile socialista in Corso Siccardi, 12 Torino.
Di seguito invece la presentazione pubblicata sullo stesso numero unico:
La Città futura
Abbiamo messo a questo foglio un titolo che non è solamente nostro.
Prima che la guerra si sferrasse nel mondo con il suo flagello irresistibile, con alcuni amici si era deciso di lanciare una nuova rivista di vita socialista che fosse come il focolare delle nuove energie morali, del nuovo spirito ed idealista della nostra gioventù. Avrebbe dovuto essere slancio e riflessione, incitamento all’azione e al pensiero. Nella grande fede del nostro animo ricolmo di giovinezza e di ardore, pensavamo di ricominciare una tradizione tutta italiana, la tradizione mazziniana rivissuta dai socialisti. Ma l’intento non è stato dimesso. Le parti del nostro animo che la guerra ci ha strappato, ritorneranno al focolare. E la rivista sarà. Questo numero unico non è certamente un saggio. Esso è un invito ed un incitamento. Chi è persuaso che per il pensiero e la coltura socialista molto sia ancora da fare, e che una nuova voce di giovani possa ancora molte cose dire, mandi la sua adesione, i suoi suggerimenti, i suoi voti a questo indirizzo: «La Città futura», corso Siccardi 12, Torino. Vogliamo convincerci che l’opera nostra risponda a una necessità, e possa trovare un pubblico che la sostenga e la migliori con la collaborazione del suo fervore.
Segue infine, a pag. 4, un pensiero in generale sui giornali:
Può un giornale esser fatto in modo che accontenti tutti i suoi lettori?
Proporsi un tal fine sarebbe vano.
Ciò che per uno è residuo, per un altro sarà sostanza e viceversa.
Importa solo che il residuo non sia mai tale da esserlo per tutti
e che pur non soddisfacendo obblighi a pensare,
e diventi pertanto attivo allo stesso modo dell'altra parte.
Se c’è un giornale che si identifica con la figura, il pensiero e l’attività politica di Antonio Gramsci, questo è «L’Ordine Nuovo».
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L’idea di questo giornale nasce all’interno del gruppo di intellettuali socialisti torinesi rappresentati, oltre che dal giovane Gramsci, anche da Angelo Tasca, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Alfonso Leonetti, Mario Montagnana. Nel 1919, nel pieno del fermento del “biennio rosso”, con le occupazioni delle fabbriche metallurgiche del Nord Italia, questo gruppo di socialisti vedeva nei soviet e nella Russia rivoluzionaria un possibile modello cui ispirare la lotta politica italiana, e avviava un lotta interna al Partito Socialista perché le posizioni riformiste in esso dominanti venissero superate da una linea di completa adesione agli ideali e alle pratiche del marxismo rivoluzionario.
Il 1° maggio di quell’anno uscì il primo numero di questo settimanale che riportava sotto la testata la dicitura «Rassegna settimanale di cultura socialista». Antonio Gramsci vi figurava come «segretario di redazione» e redattore responsabile (in pratica il direttore), e come «gerenti responsabili» apparivano Alberto Chianale, Umberto Terracini e Ruggero Grieco. La redazione si trovava nello stesso stabile di quella dell’edizione torinese dell’«Avanti!», in via dell’Arcivescovado.
In un riquadro in alto a sinistra della prima pagina era riportato il celebre motto-appello che normalmente viene attribuito ad Antonio Gramsci:
Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza
Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo
Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza
L’attenzione che il giornale suscitò fra gli operai del Nord fece sì che diventasse la voce delle fabbriche e l’organo di punta del movimento dei Consigli di fabbrica. Le posizioni dell’«Ordine Nuovo» suscitarono dibattito negli ambienti politici e sindacali nazionali, e vennero fortemente criticate all’interno del Partito Socialista dalle correnti dei riformisti e dei massimalisti.
Ormai non era più solo un giornale politico e culturale, ma la piattaforma attorno a cui si riuniva la parte dei militanti socialisti che lottava per una prospettiva rivoluzionaria e per l’adesione all’Internazionale comunista. Fu proprio da questo nucleo, alleato alla corrente astensionista di Amadeo Bordiga, che partì la scissione comunista prodottasi al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, svoltosi a Livorno dal 15 al 21 gennaio 1921.
Vista la grande crescita del movimento raccolto attorno all’«Ordine Nuovo», dal 1° gennaio 1921 i redattori avevano optato per la trasformazione in quotidiano, e con la nascita del Partito Comunista d’Italia esso prese il sottotitolo di «Quotidiano del Partito Comunista», per diventare poi «Organo del Partito Comunista» dall’ottobre di quello stesso anno.
L’Italia era scossa in quel periodo dallo scontro di classe e dalla feroce politica montante del fascismo, che culminò nella “Marcia su Roma” del 22 ottobre 1922 e nella conseguente nomina a capo del governo di Benito Mussolini.
Il quotidiano «L’Ordine Nuovo» interruppe le pubblicazioni il 25 novembre 1922, meno di un mese dopo la formazione del primo governo Mussolini.
Antonio Gramsci, impegnato nella lotta interna al PCd’I contro il dominio della linea settaria di Amadeo Bordiga, rilanciò nel 1924 l’esigenza della pubblicazione di un organo di partito, chiamandolo non a caso «l’Unità». In quello stesso anno però riprese le pubblicazioni per breve tempo anche «L’Ordine Nuovo», con sottotitolo «Rassegna di politica e di cultura operaia», diretto prima da Ruggero Grieco e poi da Felice Platone: il progetto prevedeva un quindicinale, con articoli di approfondimento teorico e culturale. In realtà però la cadenza delle uscite non riuscì ad essere rispettata e, nel clima di crescente repressione fascista di qualsiasi voce d’opposizione al nuovo regime, il giornale fu costretto a cessare le pubblicazioni dopo poco tempo: ne apparvero solo otto numeri tra marzo 1924 e marzo 1925.
Di seguito riportiamo i testi integrali degli editoriali del primo numero del settimanale (1919) e del primo numero del quindicinale (1924).
Inserito il 16/06/2023.
EDITORIALE
Battute di preludio
Questo foglio esce per rispondere a un bisogno profondamente sentito dai gruppi socialisti di una palestra di discussioni, studi e ricerche intorno ai problemi della vita nazionale ed internazionale. Esso tende a una via di mezzo tra il quotidiano e la rivista, esplicando un lavoro più coordinato che non nel quotidiano, più agile e vivo che non si voglia nelle riviste. Vuole diventare uno strumento utile e magari indispensabile a tutti quanti, operai e professionisti, cercano pur nella lotta senza tregua che loro impone la vita pratica, di raccogliere le forze per organizzare la propria coscienza e comunicare con quelle sempre più numerose coscienze di socialisti che, in ogni parte d’Italia, in ogni nazione del mondo sentono ch’è venuta l’ora decisiva per la prova della validità della loro fede, della attuabilità dei loro programmi, della resistenza delle loro costruzioni.
Le esigenze a cui vogliamo e dobbiamo ricollegare l’opera nostra di proselitismo e di cultura sono intime alla natura stessa della concezione socialista. Nel secolo XIX la critica del sistema capitalistico da un lato, e l’esperienza del riformismo liberale dall’altro avevano portato, per vie opposte, i socialisti a ritenere che come generale ed organico era il male, così generale ed organico doveva essere il rimedio. Il socialismo si affermò fin dal suo sorgere massimalista e rivoluzionario; tale carattere nessuna scuola socialista rinnegò poi esplicitamente; la differenza, si disse, fu solo nei metodi, nella «pratica».
Ma considerati fini e mezzi staccati tra loro, i «mezzi» presero poi troppo spesso il posto del fine, come suole accadere; per attuare ad ogni costo si 30 dimenticò che non era tanto «necessario il navigare», quanto il muoversi verso quella meta, quella sola, nel raggiungere la quale consiste la missione storica propria del socialismo.
Perché l’azione socialista riprenda, come certo riprenderà, tutta la sua... efficacia, bisogna che non sia più lecito ad alcuno, per ignoranza o per speculazione, spezzare l’unità del fine e dei mezzi in cui consiste la vitalità dell’idea. E noi vorremmo perciò in seno al Partito a cui apparteniamo, e fuori di esso, esplicare un’opera educativa che porti a un controllo continuo dei mezzi di lotta alla ragione dei fini generali che il socialismo si propone.
Che ogni mezzo partecipi della natura del fine; ma anche che il fine non sia un’astrazione, una formula vuota, un fantasma: ch’esso viva di vita spontanea ed immediata nei mezzi.
Occorre alla propaganda parolaia, che ripete stancamente, con sfiducia mal celata dalla sonorità e dall’audacia tutta esteriore delle frasi, sostituire la propaganda del programma socialista, di quel complesso cioè di soluzioni ai grandi problemi sociali che solo possono conciliarsi e vivificarsi in un tutto armonico e compatto nell’ideologia socialista. Vogliamo che in tutta la propaganda socialista cioè si faccia seguire sempre la critica della società capitalistica, del falso ordine borghese coll’ordine nuovo comunistico.
La guerra ha generato, coll’enorme distruzione di ricchezze, col crollo degli ideali e degli organismi sociali, un profondo turbamento da cui è stolto pensare si possa uscire in breve tempo e facilmente. Nessuno può pretendere di avere la ricetta magica che da un giorno all’altro cancelli dalla faccia della terra ogni traccia del tremendo passato. Il male ha intaccato oggi più profondamente di prima la struttura stessa della società, e perciò non può esservi rimedio semplice né improvvisato.
D’altra parte l’opera dei cosiddetti «problemisti», che vanno affannandosi attorno a questo o quel problema del dopo-guerra, è resa in gran parte vana dal fatto che le soluzioni sono buone o cattive a seconda delle forze ch’è possibile ordinare per raggiungerle. Nel presente momento storico più che 31 mai nessuna saggezza diplomatica, nessun tecnicismo di gabinetto, nessuna abilità di legislatore può fare il miracolo di ridare all’umanità quanto ha perduto e quanto di cui ha bisogno per l’era nuova che s’apre.
La borghesia e con essa l’organismo sociale rassodatosi dopo la rivoluzione francese sono esausti, nell’impossibilità di trovare in sé sia i materiali che le capacità direttive della ricostruzione. La miniera è stata troppo sfruttata e non val certo più la pena di tentarne le viscere. Occorre lavorare su terreno nuovo, vergine, in cui i germi dell’avvenire trovino l’humus propizio, in cui l’umanità possa rinnovarsi e risorgere; occorre, uscendo dal figurato, che una classe nuova al potere, provata duramente ma nello stesso tempo rafforzata dalla guerra, sappia per impulso proprio assumersi l’eroica impresa di portare sulle sue spalle il torbido e suggestivo domani.
In questa classe, il proletariato, è riposto l’avvenire del mondo; tutte le speranze, tutte le possibilità. La visione profetica di Marx, che aveva annunziato ai lavoratori la loro missione, si attua ora, giorno per giorno, man mano che la borghesia si dimostra inetta a salvare l’umanità dall’incendio ch’essa stessa ha appiccato, e man mano che la vita sociale gravita sempre più attorno al suo centro naturale e stabile il proletariato. Perché il mondo si salvi è necessario che la fede socialista diventi il soffio animatore dell’opera della ricostruzione; è necessario uno scatenamento di energie morali che torni a potenziare l’umanità, a ridarle il vigore e la giovinezza adeguate all’immane compito.
Solo i lavoratori oggi credono, hanno fede, e solo la fede — intelletto d’amore — è oggi capace di ricostruire.
Tempi messianici dunque quelli in cui viviamo; e i socialisti, che cercano di corrispondere alla fiducia con cui le masse di tutte le nazioni attendono l’ordine nuovo, incanalandola a fecondare l’opera fattiva della ricostruzione, sono oggi i soli e veri «pratici».
I soli e veri «pratici», se pratica è unità e adeguatezza del fine coi mezzi: 32 se è vero che gli ideali sono i mezzi più potenti di trasformazione sociale. Ai socialisti poi il dovere che questo magnifico slancio non si perda in vane logomachie, e giunga, rapido, consapevole, e col minor numero possibile di vittime, alla meta.
Risuonano nell’animo nostro, monito e incitamento, le parole d’un socialista russo, Myskine, che nel processo dei 19, nel febbraio 1878, poco prima della condanna a morte che l’attendeva inevitabile, diceva a nome dei compagni: «Io penso che il primo problema da risolvere non è quello di provocare o creare la rivoluzione, ma di garantirne il successo».
(Tratto da «L’Ordine Nuovo», Anno I, n. 1, 1° maggio 1919; l’articolo, che alcuni hanno attribuito ad Antonio Gramsci, pare che invece sia stato scritto da Angelo Tasca).
Inserito il 16/06/2023.
EDITORIALE
L’Ordine Nuovo riprende le sue pubblicazioni nello stesso formato e con gli stessi intendimenti con cui iniziò a stamparsi a Torino il 1° maggio 1919. La sua attività di settimanale negli anni 19-20 e di quotidiano negli anni 21-22 non è stata senza lasciar larghe e profonde tracce nella storia della classe operaia italiana e specialmente nel proletariato torinese, che lo aiutò in modo più diretto coi suoi sacrifizi e che più da vicino ne seguì la propaganda e ne attuò le direttive. La situazione sembra molto cambiata da quegli anni; essa, in verità, è più cambiata alla superficie che nella sostanza. I problemi da risolvere sono rimasti gli stessi, quantunque divenuti più difficili e complicati. Allora si trattava di formare un Partito indipendente della classe operaia rivoluzionaria nello stesso tempo in cui urgeva la necessità di organizzare le grandi masse in movimento per renderle capaci di rovesciare il dominio della borghesia e di costituire un nuovo Stato, la dittatura del proletariato e delle masse lavoratrici delle campagne. Negli anni 1919-1920 l’Ordine Nuovo vedeva i due problemi strettamente legati tra loro: indirizzando le masse verso la Rivoluzione, portando alla rottura coi riformisti e con gli opportunisti nel Consigli di fabbrica e nei Sindacati professionali, vivificando la vita del Partito Socialista con le discussioni dei problemi più propriamente proletari, nelle quali pertanto i semplici operai avevano il sopravvento sugli avvocati e sui demagoghi del riformismo e del massimalismo, l’Ordine Nuovo tendeva a suscitare anche il nuovo Partito della Rivoluzione come un bisogno impellente della situazione in corso. Ma le nostre forze erano troppo esigue per un lavoro così poderoso. Occorre anche confessare che qualche volta ci mancò il coraggio delle supreme risoluzioni. Attaccati da ogni parte come arrivisti e carrieristi, non sapemmo sdegnare la meschinità delle accuse: eravamo troppo giovani e conservavamo ancora troppa ingenuità politica e troppa fierezza formale. Così non osammo fin dal 1919 creare una frazione che avesse ramificazioni in tutto il paese; così nel 1920 non osammo organizzare un centro urbano e regionale dei Consigli di fabbrica che si rivolgesse, come organizzazione della totalità dei lavoratori piemontesi, alla classe operaia e contadina italiana al di sopra e, occorrendo, contro le direttive della Confederazione Generale del Lavoro e del Partito Socialista. Oggi la situazione è cambiata: il Partito indipendente del proletariato rivoluzionario esiste ed ha svolto un immenso lavoro dal Congresso di Livorno ad oggi, bagnando ogni città e ogni villaggio col sangue dei suoi militanti più fedeli e devoti. Altre lotte, in altre forme da quelle del 19-20, si presentano dinanzi alla classe operaia che se pare dispersa e disorganizzata, conserva tuttavia una potenza che forse è ancor più grande di quella che aveva in quegli anni, se viene considerata dal punto di vista dell’educazione politica, della chiarezza delle idee, della maggiore esperienza storica.
L’Ordine Nuovo riprende le sue battaglie per approfondire questa educazione, per organizzare e rendere più vivente questa esperienza. Riprende, salutando i compagni caduti, in tutta Italia, salutando la memoria dei caduti torinesi del dicembre 1922, i compagni Ferrero e Berruti, che furono tra i suoi più caldi amici e sostenitori dei primi, difficili tempi.
(Tratto da «L’Ordine Nuovo», Terza serie, Anno I, n. 1, marzo 1924).
Inserito il 16/06/2023.
Dalla rivista «Patria indipendente»
di Aldo Tortorella
Cento anni fa, il 12 febbraio 1924, Antonio Gramsci fondava il quotidiano organo del Partito Comunista. C’era già il regime e appena due anni dopo, con le leggi fascistissime, divenne un foglio clandestino. Per stamparlo si arrivò a morire durante l’occupazione. Dal dopoguerra accompagnò i momenti più duri della vita della Repubblica, ma diede anche un grande contributo alla crescita dei diritti nel Paese. Un’esperienza unica di giornalismo e militanza insieme che si concluse con il declino e poi la scomparsa del PCI. Una storia che molto può parlare all’oggi. A raccontarla è Aldo Tortorella, il partigiano che ne è stato direttore nella stagione d’oro.
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«L’Unità», un titolo che era tutto un programma
di Aldo Tortorella
L’idea del titolo «l’Unità» per la testata del giornale nacque nel febbraio di cento anni fa a Vienna, dove Gramsci era in attesa della possibilità di tornare legalmente in Italia, dopo essere stato a lungo presso l’Internazionale comunista di cui il Partito Comunista allora era una sezione. L’anno prima l’Internazionale aveva avuto uno scontro con la segreteria del Partito comunista, allora ancora diretto da Amadeo Bordiga, sulla questione del rapporto con i socialisti. L’Internazionale premeva sul giovane piccolo Partito per una riunificazione con i socialisti terzinternazionalisti, diretti da Serrati, verso cui però c’era stata una polemica molto aspra.
Gramsci condivideva la linea unitaria, mentre Bordiga e la frazione di cui era capo si opponevano. Quando la Internazionale decise (era il 1923) che il Partito Comunista d’Italia si dovesse dotare di un quotidiano Gramsci pensò a questo titolo, «l’Unità», che alludeva all’unità degli operai e dei contadini, secondo la tradizione rivoluzionaria appresa dalla Rivoluzione d’ottobre, e contemporaneamente alludeva all’unità tra i comunisti e i socialisti. Questo titolo fu di buon augurio per la fusione con i serratiani che avverrà nell’annata, ma il giornale potrà vivere legalmente poco tempo perché già due anni dopo, nel ’26, verranno le leggi liberticide mussoliniane che gettano nella illegalità tutti i partiti politici meno, ovviamente, quello fascista. Iniziava il regime dittatoriale con il potere di un partito e di un uomo soli.
Erano stati due anni di battaglia per il giornale. Prima le elezioni del ’24 che avevano visto una modesta affermazione del PCdI, ma con l’elezione di Gramsci. La incerta legalità offrì qualche possibilità di diffusione in Italia seppure con la persecuzione dei fascisti. Subito dopo le elezioni c’era stato il rapimento e l’assassinio di Giacomo Matteotti, delitto di cui Mussolini rivendica la responsabilità.
La risposta fu l’improvvido ritiro sul colle Aventino di tutti partiti politici democratici dall’aula di Montecitorio, compresi i comunisti, nella speranza assurda nell’intervento regio contro Mussolini, cui seguì il ritorno solitario del PCdI alla Camera dopo il rifiuto degli aventiniani di proclamarsi l’unica Camera legale. In quei due anni «l’Unità» si tempra come giornale di lotta. Nel ’26 Gramsci, nonostante fosse deputato, viene arrestato, «l’Unità» diventa un organo clandestino.
C’è qui tutta una prima eroica fase della vita de «l’Unità» che seguiva le battaglie interne al partito e naturalmente quelle che segneranno le tragedie della prima metà del Novecento: la guerra fascista per la conquista dell’Etiopia con orrendi massacri, la guerra dei fascisti in Spagna contro la Repubblica, il sorgere e l’affermarsi del movimento nazionalsocialista in Germania, l’inizio della Guerra mondiale. «L’Unità» sempre esce clandestinamente in qualche modo, in Italia, dove viene diffusa nei pochi nuclei che resistono, innanzitutto in un certo numero di fabbriche, soprattutto nel Nord.
Io ho conosciuto «l’Unità» nel 1943, nel luglio, quando cadde il fascismo. Mi ritrovai nelle mani questo foglietto durante una delle manifestazioni milanesi antifasciste alle quali partecipavo come studente. Avevo appena terminato in quell’anno gli studi liceali. Scoprii questo foglio durante un corteo di esultanza. Tra l’altro era un corteo “rischioso” perché mentre passavamo dalla Galleria di Milano vennero buttati giù un paio di busti di Mussolini e diversi quadri con la sua faccia in fotografia. Qualcuno rischiò di farsi male. In tutto quel periodo che va dal 25 luglio all’8 settembre, poco più di un mese, «l’Unità» ebbe nel Nord una prima uscita semilegale curata a Milano dal giovane Pietro Ingrao venuto da Roma con un nucleo di compagni del centro del partito (che conobbi allora) tra cui Giorgio Amendola, il siciliano Momo Li Causi e altri.
Dopo, nei venti mesi della Resistenza, il giornale come il partito visse in una situazione molto singolare. Nell’Italia già liberata fino a Roma e oltre Roma fino alla linea Gotica – sfondata solo all’inizio del ’45 – «l’Unità» è un organo legale, nuovamente diretto da Ottavio Pastore che ne era stato il primo direttore nel 1924, un compagno torinese di origine operaia del primo nucleo gramsciano. Al contrario nel Nord era un giornale illegale, stampato clandestinamente e diffuso a rischio della vita.
Io fui arrestato a Milano ed evasi dal carcere ospedaliero e fui mandato a Genova da Eugenio Curiel poi assassinato da fascisti. E a Genova lo stampatore clandestino de «l’Unità» venne preso e assassinato dai fascisti. Ma non fu il solo a pagare con la vita il lavoro per «l’Unità» e la stampa comunista.
Vivevamo questa opposta realtà che riguardava il partito e il suo giornale: in parte del Centro e nel Sud dell’Italia, il Partito comunista era un partito non soltanto di governo, cioè capace di esprimere una linea di governo, ma era un partito al governo dopo la svolta compiuta giustamente da Togliatti rispetto alla pregiudiziale antimonarchica (con l’esilio del fellone e fascista re Vittorio Emanuele III e il passaggio di consegne al figlio Umberto) e la formazione di un governo che sarà del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale), cioè di tutti i partiti antifascisti che ritornavano nella legalità.
Nel Nord invece con l’appartenenza al CLN e alle sue formazioni partigiane di città e di montagna nella lotta armata contro i tedeschi e contro i fascisti per la liberazione del Paese si rischiava la vita. Molti compagni comunisti, molti antifascisti, socialisti, democristiani, azionisti, liberali vengono assassinati dai fascisti e dai nazisti in una guerra aperta.
La situazione muta radicalmente con la Liberazione. Il giorno stesso o il giorno dopo il 25 aprile escono tre edizioni de «l’Unità» nel Nord, più quella di Roma che era già legale, a Milano, Torino e Genova, il triangolo industriale, dove la classe operaia era molto più numerosa che altrove, perché i trasporti erano molto difficili, praticamente nulli, non si poteva spedire il giornale come si potrà fare molti anni dopo (e la possibilità di trasmetterlo non era neanche immaginata). Io partecipai alla fondazione, il giorno prima della Liberazione, quando mi accingevo a dirigere l’organizzazione del Fronte della Gioventù (che avevo rifondato nell’inverno del ’44 a Genova) per partecipare all’insurrezione, e invece venni destinato a «l’Unità» dal mio partito (ero a capo di una formazione clandestina unitaria ma ero anche un comunista), in quanto studente universitario.
A Genova i pochi universitari comunisti o erano stati fucilati, o erano stati mandati nei campi di concentramento. Queste tre edizioni de «l’Unità» si riunificheranno dieci anni dopo la Liberazione, nel 1957, perché a quel punto i trasporti consentivano di inviare il giornale (allora non c’erano ancora le teletrasmissioni). C’era soltanto la possibilità di spedire con camion, treni e aerei il giornale nelle varie regioni dove si diffondeva: l’edizione di Milano arrivava in Piemonte, in Liguria, in Emilia, nel Veneto e ovviamente in Lombardia. Ne diventerò direttore, dopo essere stato condirettore dell’edizione di Genova, dal 1958 al ’62. Ingrao era stato fino al ’58 direttore centrale con condirettori, poi i direttori furono due: io a Milano, a Roma Reichlin.
Questa «Unità» è un giornale di battaglia, ma contemporaneamente – per indicazione e suggerimento di Togliatti – è un grande giornale di informazione, non tanto per il numero di pagine (all’inizio erano appena due paginette che diverranno poi otto e poi dodici ecc.), quanto per la sua ambizione: la parola d’ordine adottata, voluta appunto da Togliatti, era che «l’Unità» avrebbe dovuto essere il «Corriere della Sera» delle forze della sinistra. Un giornale quindi largamente di informazione e contemporaneamente di battaglia.
Anche di battaglie dure: ad esempio, al tempo in cui vi erano stati eccidi, particolarmente contro i contadini nell’Italia meridionale per l’occupazione delle terre, utilizzai una manchette fissa vicino alla testata con scritto: “Via il governo degli assassini”. Fui condannato due volte a sei mesi di carcere per una legge che proibiva il “vilipendio” del governo (carcere mai scontato perché tra un ricorso e l’altro arrivammo fino all’abolizione del reato). «L’Unità» era quindi un giornale che dava un notiziario completo ma da un punto di vista diverso da quello di tutti gli altri, e, al tempo stesso, sosteneva tutte le lotte operaie, bracciantili, contadine. E ne diventava il portavoce e lo strumento. Come fu per la ripartenza delle lotte operaie nel ’60 con lo sciopero degli elettromeccanici che iniziò a rompere una stasi iniziata nel ’54 con la sconfitta alla Fiat di una lotta aziendale.
«L’Unità» di Milano non solo appoggiò quella ripresa ma ne fu protagonista partecipando, ad esempio, alla organizzazione di un famoso “Natale in piazza” (del Duomo) e non solo ad esso. Così come divenne la prima e polemica interprete della rivolta operaia e popolare di Genova – che sorprese anche la direzione del Pci – per la sfida del Msi (il partito neofascista) che voleva tenere il suo congresso in un teatro a fianco del sacrario dei partigiani caduti. Una rivolta che fu seguita da un moto giovanile di tutta l’Italia e originò la caduta del primo governo sostenuto dai neofascisti. Era il 1960, il tempo detto del “miracolo economico” italiano e dunque della crescita del numero degli operai dovuto agli investimenti per il basso costo della manodopera contro cui riprendeva, finalmente, la lotta.
Delle due edizioni de «l’Unità», quella di Milano aveva una tiratura molto grande per la sua zona di diffusione, quella di Roma una tiratura minore perché andava in zone dove il Partito Comunista era meno forte. Tra l’una e l’altra si superavano le 250mila copie quotidiane e le 800mila la domenica con la diffusione volontaria di casa in casa fino a punte di un milione il Primo Maggio. Era un giornale di informazione, ma anche di sostegno, oserei dire di incitamento alle lotte operaie, contadine e popolari. In questo periodo si succedono i giovani direttori de «l’Unità». Ingrao era stato il primo direttore centrale dopo i compagni della generazione dei fondatori. Dopo di lui viene il tempo dei due direttori autonomi. Ritorna il tempo del direttore unico con Mario Alicata, colpito da precoce infarto mortale proprio per l’impegno strenuo della funzione. Io sarei stato successivamente direttore centrale nel 1970 dopo la strage di Piazza Fontana del ’69 di cui avevamo subito individuato – partito lombardo e giornale – la matrice fascista.
Un giornale combattivo ma ricco di informazione politica, sindacale, economica, di cronaca ma anche di una sezione culturale, di una degli spettacoli e di una ottima parte sportiva. Un giornale che soprattutto al Nord si diversificava in molte edizioni con cronache per le maggiori città e per le differenti regioni. Così «l’Unità» divenne nella diffusione il secondo giornale in Italia, subito dopo il «Corriere della Sera». Fino al 1975, anno in cui io cessai di essere direttore, avevamo una tiratura di circa 250mila copie al giorno che arrivavano anche a 800mila alla domenica in cui c’era la diffusione militante porta a porta. E toccammo un milione di copie nei giorni più solenni come il 25 aprile o il Primo Maggio, soprattutto nei momenti della più aspra battaglia politica come il referendum sul divorzio nel 1974. «L’Unità» si giovava del fatto di essere il maggiore e il più completo quotidiano di sinistra. Altri come l’«Avanti!», anche se ben fatti, erano poco completi in quanto giornali d’informazione, oltre alla diversità tra gli aderenti e i votanti dei due partiti di riferimento.
L’uscita a inizio 1976 di un nuovo giornale, «la Repubblica», con un orientamento di sinistra moderata ma polemica e combattiva, segnò l’inizio del declino nella vendita de «l’Unità». La redazione del nuovo quotidiano fondato da Eugenio Scalfari e da Carlo Caracciolo, che era stato partigiano socialista, era composta dal nucleo originariamente liberal-radicale de «l’Espresso», settimanale allora molto diffuso e impegnato in importanti battaglie civili. E assunse immediatamente anche alcune delle firme più note de «l’Unità». Si presentò con un formato nuovo e una spregiudicatezza attraente.
«L’Unità» rappresenta un caso unico nella storia del giornalismo non solo italiano perché non si hanno altri casi di giornali di partito che abbiamo avuto una diffusione da vero grande giornale in regime di libertà di stampa. Si può trovare qualcosa di simile in Giappone, dove però il giornale era diffuso quotidianamente dagli stessi iscritti, che avevano proprio questo compito. Partecipai come rappresentante del Pci a un congresso di quel partito, molto vicino al Partito comunista e alla sua linea politica divenuta critica verso il modello sovietico. Ognuno degli interventi iniziava con la notizia del numero di copie venduto e degli iscritti fatti dalla propria organizzazione. Quel quotidiano comunista giapponese vendeva tutti i giorni come noi la domenica. Esempio encomiabile, ma diverso dalla vendita quotidiana in edicola.
«L’Unità» in quanto fenomeno originale, molto raro nell’editoria dei quotidiani a livello mondiale, fu uno strumento fondamentale per l’affermazione del Partito Comunista e in alcuni casi fu anche all’avanguardia del partito stesso. Il giornale per sua natura deve reagire subito alle notizie del giorno. Ho ricordato il caso dell’insorgenza genovese del 1960 e quello della lotta degli elettromeccanici. Ma altri ve ne furono. Ho altre volte citato il caso del referendum abrogativo voluto dai cattolici di destra contro la legge sul divorzio approvato dal Parlamento nel 1970 (anche con voti clandestini di alcuni elementi del fronte conservatore). Sul referendum, cui si arrivava quattro anni dopo, il Partito Comunista, anche per timore di una rottura definitiva con il mondo cattolico, aveva cercato un rinvio prima e poi un superamento attraverso un’opera legislativa di modificazione del testo da ottenersi con una trattativa addirittura con il Vaticano. Ma la trattativa si era prolungata fino ad arrivare a ridosso della data del referendum.
«L’Unità» da me diretta a un certo punto scelse la strada di uscire con la sua propaganda sul referendum contro la posizione del cattolicesimo di destra, anche senza una decisione del partito e mentre la trattativa continuava. Comunicai questa decisione al segretario del Partito, Enrico Berlinguer, il quale in questi casi non approvava né disapprovava, il che significava nei fatti un sì.
Quello fu un caso in cui «l’Unità» giovò molto non solo al proprio partito. La trattativa infinita si interruppe. Il Pci decise di partecipare in massa al referendum e ciò fu decisivo per respingere il tentativo di abrogazione, giovò all’incivilimento del paese, e allo stesso Pci che vide allargarsi la sua influenza fino ai successi abbastanza travolgenti nel 1975 nelle elezioni amministrative durante le quali vennero conquistati molti Comuni dalle liste comuniste e di sinistra. E fino ai successi del 1976, con i due vincitori, con il Partito Comunista che fece un balzo in avanti di sette punti, arrivando quasi al 34%, mentre la Democrazia Cristiana mantenne la sua forza superando di poco il Partito Comunista. Ma l’accesso al governo venne sbarrato dalla convenzione internazionale per escludere il Pci dal governo e Moro fu assassinato.
La funzione autonoma di questo giornale fu molto grande soprattutto nei momenti in cui le opinioni diverse entro la direzione del Pci impedivano sollecite decisioni (e perciò ho fatto l’esempio del ’60 e quello del ’74, ma altri episodi potrebbero essere ricordati da altri direttori) e si mantenne a lungo seppure su una strada di declino della diffusione fino a quando tra il 1989 e il 1991 fu presa la decisione di scioglimento del partito (alla quale io, insieme ad altri, mi opposi).
Lo scioglimento del partito e la nascita di una nuova formazione di sinistra non cancellò l’esistenza de «l’Unità». Ma la rottura (cui non partecipai) che vi era stata anche all’interno del partito e ancor prima la repentina decisione di sconfessare il proprio stesso passato (non privo di errori, ma anche pieno di meriti) non poteva non mettere in crisi la diffusione del giornale che era già in difficoltà. Si succedettero numerosi direttori, alcuni tratti dal mondo giornalistico, altri dirigenti del nuovo partito dai nomi cangianti. Quali che fossero le capacità di tutti loro, e taluno ne era ben provvisto, la diffusione venne via via calando fino alla scelta, secondo me molto infelice, di mettere la testata sul mercato. Cosicché «l’Unità» pian piano scomparve e a tratti risorse acquistata da questo o quell’imprenditore – in genere di media levatura – ognuno dei quali, com’è ovvio, aveva da pensare ai propri interessi.
La vita originale, autorevole e talora eroica di questo quotidiano, «l’Unità», pur continuando in altre forme, alcune anche nobili, si concluse in realtà con la scomparsa dello stesso Partito Comunista Italiano poiché quel rapporto partito-giornale non era riproducibile. Era fatto di convinzioni comuni, non del comando dell’uno sull’altro, come spesso si sente dire. E non era soltanto un rapporto di vertice. La diffusione volontaria, le feste dell’Unità, l’associazione di amicizia stabilivano un rapporto diretto con quello che veniva chiamato “il popolo comunista”. Un rapporto politico e affettivo difficile da descrivere e analizzare. Certamente diverso da quello che pure lega un quotidiano “normale” ai suoi lettori. Simile, forse, a quello che da tanti anni lega «il Manifesto» ai suoi abbonati e lettori. Sebbene questo legame affettivo riguardi una compagine scelta e quella de «l’Unità» un sentimento popolare.
Oggi, ricordando i cento anni dalla nascita di questo nostro quotidiano, dobbiamo trarne insegnamento. Esperienze minoritarie, seppure rilevanti e utili, acquistano peso se poi riescono a trasformarsi in movimento di massa. Il Partito Comunista Italiano fu un partito all’origine del tutto minoritario e talora addirittura settario ma seppe poi conquistare un consenso assai ampio, con milioni di iscritti. «L’Unità», tra i quotidiani, era un giornale diffuso a centinaia di migliaia di copie, letto e discusso anche collettivamente nelle zone in cui non c’era ancora un’alfabetizzazione compiuta. Fu uno strumento di formazione e informazione per grandissime masse di italiani innanzitutto dei ceti oppressi, e non soltanto perché intorno al giornale si raccolse una numerosa intellettualità. Anche se il mondo e quello della comunicazione in particolare è totalmente cambiato e quasi opposto a quello successivo alla seconda guerra mondiale, credo che l’opera de «l’Unità» debba essere ricordata come un fatto positivo non soltanto per il Partito Comunista Italiano e per la sinistra italiana, ma perché fu una particolarità che fece onore alla storia di tutto il Paese.
Aldo Tortorella
(Tratto da https://www.patriaindipendente.it/persone-e-luoghi/anniversari/lunita-un-titolo-che-era-tutto-un-programma/).
Inserito il 20/03/2024.