Aynur e il suo ultimogenito, decorato coi colori curdi.
Autore della foto: Joseph Andras.
Fonte della foto: «l’Humanité», 2 marzo 2026.
Dal quotidiano l’Humanité
Viaggio nel Bakur (Kurdistan settentrionale) - 1/5
di Joseph Andras
Lo scrittore francese Joseph Andras ha soggiornato un mese nel Bakur, il Kurdistan turco. Da un anno sono in corso trattative fra il PKK e il governo di Erdoğan. Dall’altra parte del confine, in Siria, il Rojava a metà gennaio ha chiamato il popolo a difendere la Rivoluzione contro le forze armate di Damasco. L’autore di Pour vous combattre (Actes Sud) pubblica il suo diario di viaggio in cinque articoli su «l’Humanité».
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Proteggere la Rivoluzione
di Joseph Andras
Domenica 18 gennaio 2026. La stufa a legna riscalda la stanza principale della casa. Tutte le altre sono gelide; ha nevicato di recente. I bambini vanno e vengono, sbattendo le porte. Di ritorno dal lavoro, Ihsan, un operaio edile, si è sdraiato su uno dei materassi a fiori. È incollato al telefono, ansioso di aggiornarsi su ogni nuovo sviluppo. E ne ha ben donde: la leadership della Rivoluzione del Rojava, situata a pochi chilometri di distanza ma off-limits per lo stato turco da un decennio, ha dichiarato questa mattina la mobilitazione generale.
«C’è una sola opzione per proteggere le conquiste della nostra Rivoluzione: la resistenza popolare», afferma il comunicato dell’AANES, l’Amministrazione Autonoma del Kurdistan Siriano. I combattimenti negli ultimi giorni sono stati feroci. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani segnala un totale di circa 2.000 morti non civili. Il regime del nuovo presidente, Ahmed al-Sharaa, ex combattente di al-Qaeda e dell’ISIS, intende smantellare le conquiste politiche del Rojava con il pretesto dell’unificazione nazionale.
La moglie di Ihsan, Aynur, è seduta accanto alla stufa sotto un ricamo coranico incorniciato. Anche lei è incollata al telefono. Si riproducono i video; i suoni delle grida di guerra e degli spari ora coprono le voci dei bambini. Il suo viso ha improvvisamente perso la sua radiosità.
Caduti in battaglia
I bicchieri di tè sono bollenti. I vicini sono passati a trovarci all’improvviso. Ihsan si accende una sigaretta; Aynur si sistema il velo e ci sussurra: «Stavo pensando a Ceylan prima». Una delle sue sorelle minori.
Ceylan, nata nel 1996, ha lasciato la sua nativa Bakur per unirsi alla nascente Rivoluzione nel 2015, sotto il nome di combattente della resistenza Avesta Avaşin. Studentessa, immaginava di diventare avvocato; se n’è andata senza dire una parola a nessuno. Alcune sue fotografie in tenuta da combattimento sono poi giunte alla sua famiglia. Anche un video: in esso la si vedeva cantare in curdo indossando una kefiah bianca e nera. Dietro di lei, tre fucili d’assalto erano appoggiati a un muro. Poi è calato il silenzio fino all’annuncio della sua morte alla fine del 2023. Lo Stato turco ha informato la famiglia che l’esercito nazionale l’aveva uccisa sul suolo turco e che il suo corpo si trovava in un obitorio. La loro madre, Hatice, ha preteso un test del DNA. Anche lei era una combattente.
Le due famiglie legate dal matrimonio sono state duramente colpite nel corso degli anni. Ma questo è il destino di tante famiglie qui. Ihsan ha trascorso più di tre anni dietro le sbarre. Un nipote di Aynur è caduto in combattimento. Anche uno dei suoi cugini. E poi c’è l’altra sorella, Nudem, incarcerata per undici anni: è musicista, è stata condannata a diciannove anni per aver difeso, attraverso l’arte, il diritto del popolo curdo a un’esistenza dignitosa. Nel linguaggio dello stato turco: “terrorismo”.
«Voglio respirare aria fresca»
Di recente, mentre il 2025 volgeva al termine, Nudem Durak ci ha scritto: «Non capisco ancora come un simile verdetto sia stato possibile con un caso così chiaro come il mio. Comunque. Voglio respirare aria fresca».
Il suo luogo di nascita, Zivik, fu raso al suolo dall’esercito turco poco dopo la sua nascita, all’inizio degli anni ’90. È cresciuta lì vicino, in un villaggio il cui nome curdo non ufficiale è Dêrgûlé. All’epoca, membro di una famiglia di contadini con dodici figli, lavorava come responsabile volontaria presso un centro culturale nella città di Cizre, vicino al confine turco-siriano. Da allora il centro è stato isolato.
Desideroso di avviare un nuovo processo di pace con il regime di Erdoğan, il PKK ha annunciato il suo autoscioglimento all’inizio del 2025. Nudem non ha mai fatto parte dell’organizzazione socialista clandestina, ma, come tanti curdi del Bakur, è accusata di esserne membro. Il suo avvocato, Ali Çimen, ha commentato: «Nudem Durak continua quindi a scontare una pena inflitta per conto di un’organizzazione che non esiste più». Il suo caso è stato appena deferito alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
La pace, chissà
«Stiamo tutte seguendo il processo di pace», ci aveva confidato per lettera qualche mese prima. «Ho la speranza che questa volta ne venga fuori qualcosa di buono». Un accordo potrebbe avere ripercussioni sul destino di migliaia di prigionieri politici.
Gennaio volge al termine.
Nel villaggio la corrente elettrica è interrotta a causa del maltempo. Il padre di Nudem fuma in cucina. Sua madre canta versetti del Corano. Una bambina disegna. In risposta all’appello della Rivoluzione, convogli di giovani volontari curdi sono partiti per il Rojava. È appena stato concordato un cessate il fuoco di due settimane tra la Rivoluzione e Damasco.
Squilla il telefono.
È la telefonata settimanale dei familiari dalla prigione. Immediatamente, la voce rotta della prigioniera si rompe in una risata.
L’anno scorso ci aveva scritto: «La vita è bella, davvero. Ho affrontato il peggio per anni e non ho ancora finito: tuttavia, qui dentro ho fatto la mia strada. Vi racconterò cosa succederà quando ne uscirò».
(1/5. Continua).
Joseph Andras
(Tratto da: Joseph Andras, Protéger la Révolution, in «l’Humanité», 2 marzo 2026).
Inserito il 09/03/2026.
Bakur (o Bakurê Kurdistanê) si riferisce al Kurdistan settentrionale, la regione sud-orientale della Turchia a prevalenza etnica curda. Con una popolazione stimata di circa 20 milioni di curdi, è una delle quattro parti del Kurdistan storico, caratterizzata da una situazione politica e storica conflittuale con il governo turco. È la zona in cui opera il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il cui fondatore e leader storico, Abdullah Öcalan, è rinchiuso in un carcere turco dal 1999.
Sibel Kaya.
Autore della foto: Joseph Andras.
Fonte della foto: «l’Humanité», 3 marzo 2026.
Dal quotidiano l’Humanité
Viaggio nel Bakur (Kurdistan settentrionale) - 2/5
di Joseph Andras
Sibel Kaya, incarcerata nel 2016, ha da poco tempo recuperato la libertà.
«È come se fossi stata rinchiusa in una capsula temporale».
«Comprendere la portata delle ingiustizie subite dal popolo curdo mi ha fatto capire che il mio futuro è legato ad esso».
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Speranza nel futuro
di Joseph Andras
E finalmente, la libertà. Sibel Kaya respira aria fresca da qualche settimana. Ha trascorso l’ultimo decennio rinchiusa nel carcere femminile di Erzincan, nel nord-est della Turchia. Perché? Diciamo solo che la giovane Sibel sognava l’uguaglianza. Questa ragazza, una di sei fratelli, si è appena ricongiunta alla sua famiglia a Bingöl, la sua città natale, nell’omonima provincia montuosa, nel cuore del Bakur. «La prima cosa che ho fatto quando sono uscita di prigione è stata guardare il cielo», ci racconta. «Per la prima volta in dieci anni ho potuto vedere un cielo sconfinato. La sua immensità mi ha spaventata». Sibel è nata nel 1994. Ma non è cresciuta consapevole di essere curda: l’assimilazione aveva lasciato il segno. «Sotto l’influenza delle politiche islamiste, qualsiasi prospettiva di lotta per l’esistenza curda veniva demonizzata», spiega. Bingöl è infatti nota per il suo disprezzo per l’uguaglianza politica. E anche per la sua povertà e il suo spaventoso tasso di suicidi. Nel 2015 il quotidiano «Habertürk» rivelò che una quarantina di curdi si erano uniti al Daesh [lo Stato islamico, l’ISIS, ndr] in Iraq o in Siria. «Ma, nonostante ciò, la mia famiglia aveva una sensibilità democratica».
Al liceo legge. Cerca. “Esplora”. Ama la letteratura e scrive poesie. Viene ammessa al dipartimento di letteratura dell’Università Dicle, ad Amed, capoluogo del Bakur. «Per la prima volta», ricorda Sibel, «stavo per vivere lontano dalla mia famiglia». Questo, ai suoi occhi, era tutt’altro che scontato. «Per le ragazze non è facile vivere da sole. Cresciamo con le ali tarpate».
Dieci anni di vita rubati
La studentessa si unisce ad associazioni. Partecipa alle sue prime azioni politiche. Scopre la repressione statale. La sua «coscienza nazionale curda» si consolida definitivamente. «Comprendere la portata delle ingiustizie subite dal popolo curdo mi ha fatto capire che il mio futuro era legato ad esso».
Poi arriva il 2015. Nel Rojava, la Rivoluzione, guidata dal nuovo “paradigma” autonomista e socialista, si dispiega con successo nel mezzo della guerra civile siriana. A Kobanê i rivoluzionari infrangono l’egemonia fascista del Daesh. Erdoğan, terrorizzato da questa rivolta regionale curda, interrompe i colloqui di pace con il PKK. Il partito clandestino, a sua volta, dichiara che è giunto il momento dell’«autonomia locale» nel Bakur. In diverse città del Kurdistan i rivoluzionari innalzano la bandiera nazionale e si scontrano con le truppe del governo coloniale turco. La repressione è feroce e la rivoluzione viene soffocata rapidamente.
«All’epoca non mi trovavo nelle zone autogestite, ma sono stata arrestata all’inizio di gennaio 2016 a causa delle mie attività», continua Sibel.
Dieci anni della sua vita rubati, in tre diverse strutture.
«In prigione non venivamo trattate come esseri umani. Eravamo diventate oggetti». Nel raccontare la sua vita in carcere l’ex detenuta passa dal singolare al plurale. L’esistenza dei prigionieri politici è governata da una «disciplina estrema». Tutto è organizzato collettivamente; tutto è condiviso. Partecipa, in diverse occasioni, a scioperi della fame. «Ciò che ci dà la forza di andare avanti in prigione è la nostra fede ideologica. La speranza che la nostra idea si realizzi. La speranza per il futuro».
Il tempo. Ci parla del tempo. «Fuori, il tempo scorre. Ma in prigione si dilata, si espande. È un vero e proprio labirinto». Se i prigionieri non imparano a gestirlo attraverso l’organizzazione collettiva, la follia li travolgerà.
Nel corso degli anni ha letto moltissimo: Simone de Beauvoir, il geografo Jared Diamond, il teorico ambientalista Murray Bookchin, la romanziera Ursula Le Guin, il sociologo turco İsmail Beşikçi e la femminista socialista egiziana Nawal El Saadawi.
Molto è cambiato, ovunque
Eppure, riconquistare la libertà non è stato facile. «È uno dei processi più travolgenti che abbia mai vissuto». Lasciare le sue compagne le ha lasciato un profondo dolore nell’anima. E poi molto è cambiato, ovunque. Le persone. Le cose. Il mondo. «Mi sembra di aver viaggiato nel tempo. Come se fossi stata rinchiusa in una capsula temporale».
Dall’inizio del 2025 è in corso un nuovo processo di pace tra il PKK e Ankara. Il Rojava sta attualmente negoziando la propria sopravvivenza con il neonato governo di Damasco. E Kobanê vive di nuovo sotto minaccia – non più di Daesh, ma delle forze armate siriane.
«Seguo da vicino il processo di pace», ci dice Sibel Kaya. Vuole essere prudente. Ma si concede di credere nella possibilità di un esito onorevole «per il popolo curdo e per i socialisti». Quanto agli attacchi contro la Rivoluzione del Rojava, che preferisce chiamare «la Rivoluzione delle Donne», vi vede l’alleanza infernale di forze «fallocratiche» e «imperialiste». Un’esperienza del genere rappresentava una speranza in Medio Oriente. E persino «in tutto il mondo», aggiunge. Le potenze costituite, quindi, dovevano annientarla. O almeno provarci. «Ma non viviamo più in un’epoca in cui gli Stati possano semplicemente negare la nostra esistenza. E i curdi non sono più i curdi di un tempo».
(2/5. Continua).
Joseph Andras
(Tratto da: Joseph Andras, L’espoir en l’avenir, in «l’Humanité», 3 marzo 2026).
Inserito il 20/03/2026.
Un affrescco per le strade di Qamislo, nel Rojava. Sulla targa è scritto: «Un sistema, sociale, democratico e confederale».
Kendal, giovane guerrigliero del PKK ucciso dieci anni fa.
Fonte delle foto: «l’Humanité», 4 marzo 2026.
Dal quotidiano l’Humanité
Viaggio nel Bakur (Kurdistan settentrionale) - 3/5
di Joseph Andras
Leyla: «Vogliamo la pace. Vogliamo che la lotta che i nostri figli stanno conducendo abbia successo. Vogliamo un’identità e uno status. Vogliamo la libertà».
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Una terra libera
di Joseph Andras
La città di Kızıltepe sta per sprofondare nell’oscurità. Prima del genocidio vi abitava una numerosa comunità armena. Saliamo i gradini di cemento spoglio; lo spazio è angusto e buio. Le scarpe degli abitanti del palazzo sono appoggiate davanti a ogni porta. Una si apre. Leyla, 54 anni, sorride.
La televisione, sintonizzata su un canale curdo, trasmette i ritratti dei combattenti uccisi di recente nel Rojava. Immagini di manifestazioni europee in solidarietà con la Rivoluzione attaccata scorrono in continuazione. Due dei suoi figli stanno guardando un video che hanno girato la sera prima: mostra la polizia turca che disperde i manifestanti con i cannoni ad acqua.
Un terzo figlio è tra noi. O almeno, è tra noi in un certo senso. Il suo volto incorniciato cattura subito l’attenzione nel soggiorno. Indossa l’uniforme dei guerriglieri del PKK. È stato ucciso quasi dieci anni fa.
Si chiamava Abdulselam, ma tutti in casa lo chiamavano Selam. Il primogenito della famiglia, nato nel 1993. Il ragazzo, descritto come calmo e sensibile, tranquillo e rispettoso, aveva completato tutti gli studi a Kızıltepe. Poi, un giorno, prima di terminare le superiori, mentre si avvicinava il suo diciottesimo compleanno, scappò di casa senza dire una parola.
Trincee e barricate
Leyla ricorda chiaramente quel giorno di aprile del 2011. Stava partecipando a una riunione per un negozio di cosmetici e prodotti per la pulizia nella vicina città di Mardin. «Quando sono tornata a casa, ho chiesto a mia figlia dov’era Kendal. Mi ha detto che era venuto e se n’era andato. Immediatamente ho sentito qualcosa spezzarsi dentro di me». Kendal, quello era il suo nome di battaglia. Kendal Qoser, la sua città in lingua kurmandji. Leyla non aveva alcuna prova, ma sentiva, con un presentimento che fungeva da certezza, che suo figlio aveva appena imbracciato le armi. «Ho chiamato mio marito per dirgli che nostro figlio se n’era andato. Ha cercato di rassicurarmi, dicendo che non era vero».
In quel periodo, nella piazza principale della città, gli attivisti avevano allestito delle tende per invocare pace e libertà. Kendal si era impegnato politicamente al liceo, frequentandolo regolarmente. La sua famiglia si precipitò sul posto: nessuno lo aveva visto. Pioveva. «Pochi giorni dopo venimmo a sapere che si era unito ai guerriglieri». Il PKK ha sede a Bashur, nel Kurdistan iracheno.
La settimana prima della sua partenza Kendal si era recato ad Amara, villaggio natale del cofondatore del Partito, Abdullah Öcalan. Öcalan, catturato in Kenya, è detenuto dallo stato turco dal 1999. Una delle sue sorelle ricorda la data esatta: il 4 aprile. È il compleanno del «leader del popolo curdo», come lo chiama lei.
Kendal ha trascorso cinque anni nel movimento guerrigliero socialista. Il 2015 vide l’interruzione del processo di pace tra Erdoğan e il PKK e, di conseguenza, l’appello a una rivolta autonomista nel Bakur. L’anno successivo Kendal fu assegnato alla sua regione natale, precisamente a Nusaybin. La città autoproclamatasi autonoma era disseminata di trincee e barricate. Ankara aveva appena imposto un coprifuoco permanente e inviato migliaia di soldati. Interi quartieri della città furono rasi al suolo e migliaia di civili fuggirono. Kendal cadde il 18 maggio 2016, all’età di 23 anni, insieme a un compagno di nome Tekoşin. «Sognava una terra libera, senza colonialismo», ci ha raccontato sua sorella.
«Nel cimitero degli indigenti»
Quanto a Leyla, ricorda: «Un giorno mi disse: “Mamma, il tuo cuore batte per me e il mio per i guerriglieri”. Fu questo amore a spingerlo ad aderire al Partito. Non poteva accettare l’ingiustizia». Dalla sua partenza fino alla sua morte la sua famiglia non ebbe più alcun contatto con lui.
La tavola è apparecchiata, non sul tappeto come spesso accade – Leyla fa fatica a sedersi in questo momento.
La madre desidererebbe tanto dargli una tomba dignitosa. Ma lo Stato si oppone. «Per dieci anni ho cercato il corpo di mio figlio, le sue ossa, ma non me le hanno date. Non c’è porta a cui non abbiamo bussato. Non c’è richiesta che non abbiamo presentato. Ma niente. Mai una risposta positiva». La famiglia ha incontrato il pubblico ministero a Nusaybin, il quale, a quanto ci viene detto, si è limitato a registrare la denuncia. L’avvocato continua a seguire il caso. Invano. «Sappiamo che a Mardin molti corpi sono stati sepolti nel cimitero degli indigenti. Abbiamo chiesto che queste fosse vengano aperte. Ma è stato tutto inutile». Leyla aggiunge: «Stanno cercando di punirci negandoci i resti dei nostri figli».
Sentendo l’annuncio dello scioglimento del PKK nel maggio 2025, la donna sulla cinquantina ha affermato di provare gioia e tristezza allo stesso tempo. La prima, perché un accordo di pace avrebbe permesso il ritorno di tutti i giovani combattenti che ancora vivono in montagna – lei dice: «i nostri figli». La seconda, perché tutti questi sacrifici sono incommensurabili.
«Vogliamo la pace. Vogliamo che la lotta condotta dai nostri figli per tutti questi anni raggiunga il suo scopo. Vogliamo avere un’identità e uno status. Vogliamo la libertà», ha continuato la madre del giovane deceduto. Prima di aggiungere: «Ma più parliamo di pace, più loro ricominciano la guerra. Quanto durerà ancora?».
(3/5. Continua).
Joseph Andras
(Tratto da: Joseph Andras, Une terre sans colonialisme, in «l’Humanité», 4 marzo 2026).
Inserito il 23/03/2026.
Alessandro Fanetti con un compagno, lettore del quotidiano di Santiago de Cuba «Sierra Maestra».
Autore della foto: © Alessandro Fanetti.
Fotoreportage di Alessandro Fanetti
Alessandro Fanetti, senese, analista geopolitico, responsabile del dipartimento America Latina del CESEM (Centro Studi Eurasia e Mediterraneo), uno dei massimi studiosi in Italia delle teorie sul multipolarismo, è autore di due libri: Russia: alla ricerca della Potenza perduta (Eiffel Edizioni, 2021) e America latina & Caraibi: «Alba e cuore» del nuovo mondo multipolare. Lotte, indipendenza e unità dell’area decisiva della geopolitica mondiale (Eiffel Edizioni, 2024).
Nel gennaio 2026 ha partecipato a dei convegni a Cuba, è stato a L’Avana e a Santiago; ha soggiornato nell’isola caraibica proprio nei giorni dell’aggressione imperialista nordamericana al Venezuela, che ha visto la forte risposta dei cubani con alla testa il loro presidente Miguel Diaz-Canel.
Alessandro ha gentilmente condiviso con spaziocollettivo.org 50 foto scattate durante il suo soggiorno, e lo ringraziamo per questo.
Il presidente di Cuba Miguel Diaz-Canel alla manifestazione contro l’aggressione statunitense al Venezuela e per ricordare i 32 caduti cubani durante l’operazione di rapimento del presidente Nicolás Maduro.
Autore della foto: © Alessandro Fanetti.
di Pier Paolo Pasolini
Non necessariamente per “viaggio” si deve intendere uno spostamento in un luogo lontano da dove abitualmente si vive. A volte un viaggio vero e proprio, con tanto di scoperte, di emozioni, di fatica e di dolore, lo si può effettuare anche solo svoltando l’angolo del proprio isolato, uscendo dal proprio quartiere…
È quello che si può dire di questo viaggio di Pier Paolo Pasolini nelle periferie romane, disseminate di alloggi popolari e baraccopoli, di miseria, malattie, analfabetismo, immondizia, violenza… Per lo scrittore-regista si trattò, in quel 1958, di esplorare le borgate che sarebbero in parte servite per ambientare le narrazioni dei suoi romanzi Ragazzi di vita e Una vita violenta o per le riprese di Accattone e Mamma Roma…
Per la rivista popolare del PCI «Vie Nuove» Pasolini compose un reportage in tre puntate dai titoli più che significativi, che non lasciavano spazio a illusioni: Il fronte della città, I campi di concentramento, I tuguri.
Da «Vie Nuove», n. 18/1958
Viaggio per Roma e dintorni/1
di Pier Paolo Pasolini
Le abitazioni di Roma si dividono in tre categorie: 1) abitazioni vere e proprie; 2) baracche, grotte e cantine; 3) alloggi collettivi (casermaggi, scuole): così afferma il censimento del 1951. Sono 11.000 i romani che vivono in «alloggi di seconda categoria»: grotte e cantine, baracche e tuguri e capanne, fatti di legno, di lamiera, di sassi e di cartone, costruiti a ridosso delle vecchie borgate, a fianco dei medi quartieri o tra le arcate ed i ruderi di mura romane. Le stesse «borgate» costruite venticinque anni fa per gli abitanti delle zone demolite per far posto alle mostruose costruzioni imperiali, sono ormai un vero agglomerato di malattie di squallore di miseria. I bambini vi sono condannati alla ignoranza ed alla malattia; a Pietralata soltanto 90 bambini sui 117 in età scolastica frequentano le elementari e solo 14 su 94 l’asilo. Su 583 persone, 131 pari al 22,47% sono ammalate.
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Il fronte della città
di Pier Paolo Pasolini
COS’È ROMA? Qual è Roma? Dove finisce e dove comincia Roma? Roma sicuramente è la più bella città d’Italia – se non del mondo. Ma è anche la più brutta, la più accogliente, la più drammatica, la più ricca, la più miserabile. Il cinema ha molto aiutato a farla conoscere, anche a chi non ci vive. Ma bisogna stare attenti: il gusto neorealistico che ha presieduto ai film su Roma è troppo imbevuto di bozzettismo, di particolarismo dialettale, di ottimismo umanitario, di crepuscolarismo: tutte cose che non potranno mai dare, col loro tono medio, grigio o roseo, l’atmosfera di questa città che è cosi drammaticamente contraddittoria. Le contraddizioni di Roma sono difficili a superarsi perché sono contraddizioni di genere esistenziale: più che termini di una contraddizione, la ricchezza e la miseria, la felicità e l’orrore di Roma, son parti di un magma, di un caos.
Per lo straniero e il visitatore Roma è la città contenuta entro le vecchie mura rinascimentali: il resto è vaga e anonima periferia, che non vale la pena di vedere.
Dentro le mura, si tratta di una stupenda città italiana che anziché avere tradizioni solo classiche, o medievali, o comunali, o rinascimentali, o barocche, le ha tutte insieme. Sezionata, Roma presenterebbe una quantità straordinaria di strati: e questa è la sua bellezza. Aggiungi il sole, l’aria tenera, l’allegria della vita all’aperto – che non è mai idilliaca, ma ha sempre un fondo drammatico, e quindi non può stancare mai, è sempre viva, emozionante… E aggiungi che la piccola e grossa borghesia non hanno, all’esterno, ruolo importante nel centro della città: che è ancora caratterizzato solo dal popolo, come nelle città meridionali o borboniche, con tutte le fittizie gioie del vitalismo e del paganesimo servile.
La Roma ignota al turista, ignorata dal benpensante, inesistente sulle piante, è una città immensa.
Qualche barlume, anche il turista idiota e il benpensante che si benda gli occhi, di questa città sproporzionata e affondata in mille, grandiosi comparti stagni, lo può avere se appena guardi fuori dal finestrino del treno o del pullman che lo trasporta. Allora, davanti al suo occhio che non vede, voleranno di qua e di là frammenti di villaggi di tuguri, distese di casette da città beduina, frane sgangherate di palazzoni e cinema sfarzosi, ex casali incastrati tra grattacieli, dighe di pareti altissime e vicoletti fangosi, vuoti improvvisi in cui ricompaiono sterri e prati con qualche gregge sparso intorno, e, in fondo – nella campagna bruciata o fangosa, tutta collinette, montarozzi, affossamenti, vecchie cave, altipiani, fogne, ruderi, scarichi, marane e immondezzai – il fronte della città.
Ora è una striscia abbacinante di case che serpeggia sul contorto orizzonte. Ora una catasta colorata, grandiosa come un’apparizione sull’imprevedibile costone di un’altura. Ora una enorme parete grigia che incombe tra viadotti e cavalcavia come uno strapiombo.
Non è facile dare un po’ d’ordine a questo caos. Ma dei tipi, delle zone, si possono distinguere, magari per gradazione di livello di vita. C’è intanto una periferia generica, ch’è detta residenziale, dove la bruttezza può essere, malgrado il sole, solo estetica. Ma quella di tipo più popolare acquista già aspetti disumani, violenti, inaccessibili, difficilmente interpretabili.
La raggera delle vie consolari – l’Appia, la Prenestina, la Tuscolana, la Casilina, l’Aurelia ecc. – forma intorno alla città vera e propria – con le sue complicate ma tradizionali agglomerazioni umane, coi suoi inestricabili ma storici nodi di «livelli di cultura» – un’altra città, che non si sa bene se sia centrifuga o centripeta, se crei del nuovo o se si ammassi intorno al vecchio per assimilarsi ad esso, come l’enorme accampamento di un esercito di assedianti.
Per ora pare sia nata a caso, si sia ingigantita senza senso, viva di una esistenza né propria né marginale. C’è un certo momento, in chi osserva questo fenomeno della città che cresce di anno in anno, di mese in mese, di giorno in giorno, che pare non esserci altro mezzo di conoscenza che l’occhio. Lo spettacolo visivo è così assillante, grandioso, senza soluzione di continuità, che pare di poter risolvere tutto, intuitivamente, in una serie ininterrotta di osservazioni: di inquadrature, verrebbe voglia di dire, da una infinità di primi piani particolarissimi, a un’infinità di panoramiche sconfinate.
Lo spettacolo per l’occhio è inesauribile, dunque: da Monte Mario a Monteverde, da San Paolo all’Appio, dal Prenestino a Monte Sacro, l’esplosione edilizia non ha limite.
Come è estremamente difficile descrivere le forme di questo fronte della città che avanza, perché bisognerebbe ripetersi mille volte ed essere mille volte diversi, così è difficile definire la gente che vi abita.
Roma, si sa, formicola ancora di sottoproletariato (Trastevere, Borgo Panigo, Campo dei Fiori ecc. ecc.): e, quindi, di anarchia, e malavita. Le prime fabbriche e fabbrichette romane cominciano ora ad allinearsi sulla Tiburtina. L’unica industria viva – almeno fino a qualche anno fa – la cinematografia, è l’industria-campione del mondo del lavoro romano: una industria che non implica necessariamente coscienza di classe, in chi vi lavora, ma tende a perpetuarvi lo stato psicologico di passività servile, di conformismo ecc. che è tipico della città di tradizione democratica così recente (e importata).
Le centinaia di migliaia di abitanti dei quartieri nuovi – e di quelli vecchi, un tempo quasi rustici, accerchiati e ingoiati dai primi – appartengono, fin dove è possibile definire fenomeni complessi di questo genere – a un nuovo tipo di classe lavoratrice romana. Esso conserva all’esterno – coi modi dialettali e gergali, con gli atteggiamenti, con l’intelligenza spregiudicata, la leggerezza e la strana modernità di vita morale – l’apparenza classica: ma il tenore di vita più regolare, la fortissima mescolanza con immigrati del Nord e del Sud, la vita marginale ma particolarmente e-sposta al «bombardamento ideologico» borghese, tendono a mutare la sostanziale mescolanza di anarchia e buon senso, in una forma di qualunquismo di tipo americanizzante, di «standard», di ripetizione ossessiva – se si ripresenta per centinaia di migliaia di volte – di uno stesso tipo umano.
La vita – in questi quartieri sconfinati, così diversi e accidentati – si riduce poi a forme elementari e monotone.
Questo dell’uomo ridotto così a un rapporto periferia residenziale-centro lavorativo, e coatto a un ripetersi senza fine degli atti del suo interno sistema di vita, è un problema estremamente vivo, che tuttavia riguarda ancora più il futuro che il confuso farsi presente.
Per chi cerchi di guardare dietro il fronte della città, il problema immediato è ancora un altro, ed è molto semplice. Malgrado l’eruzione edilizia la difficoltà di avere una casa resta uguale. I centodiecimila vani costruiti l’anno scorso lasciano le cose come stavano. E, per di più, va aggiunta la tragedia incombente della disoccupazione degli edili.
All’interno, dunque, il fronte della città ha due facce: quella di chi costruisce e quella di chi abita.
Coloro che costruiscono sono pochi, e in che cosa consista la loro operazione, dopo lo scandalo dell’Immobiliare e le continue denunce della stampa libera, è ben noto a tutti. Coloro che abitano sono una quantità enorme, e, benché magari fieri dei loro nuovi appartamentini al settimo piano di uno dei cento palazzoni che si accalcano su un’altura, dormono ancora in quattro o cinque per camera. L’agio su cui fa leva l’influenza ideologica della classe al potere, dando inizio all’epoca della televisione e dei flippers, e su cui si sta impiantando quella specie di americanismo cui accennavamo, è in realtà ancora disordine, miseria, precarietà: e tanto più gravi, appunto, perché si presentano sotto forma di agio, di meno peggio – mentre tutto, invece, sarebbe ancora da incominciare.
(1 – Continua)
Pier Paolo Pasolini
(Tratto da: Pier Paolo Pasolini, Il fronte della città, in «Vie Nuove», Anno XIII, n. 18, 3 maggio 1958).
Inserito il 21/08/2025.
Lo scrittore Pier Paolo Pasolini nelle borgate romane.
Fonte della foto: «Via Nuove», n. 18, maggio 1958.
I bambini di Monte Gallo.
Fonte della foto: «Via Nuove», n. 18, maggio 1958.
Una visione panoramica della mareggiata di cemento che irrompe da Centocelle verso la periferia.
Fonte della foto: «Via Nuove», n. 18, maggio 1958.
«Abusivi» all’ombra di San Pietro.
Fonte della foto: «Via Nuove», n. 18, maggio 1958.
Roma. Un allucinante esempio di «edilizia popolare».
Fonte della foto: «Via Nuove», n. 18, maggio 1958.
Uno scorcio della barriera di cemento che avanza verso la campagna (Tor de’ Schiavi).
Fonte della foto: «Via Nuove», n. 18, maggio 1958.
Da «Vie Nuove», n. 19/1958
Viaggio per Roma e dintorni/2
di Pier Paolo Pasolini
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I campi di concentramento
di Pier Paolo Pasolini
OGNI CITTÀ italiana, anche nel Nord, ha, alla periferia, dietro gli ultimi orti, i suoi piccoli campi di concentramento per «miserabili»: sono per lo più capannoni, casermette, baracche. Ma in nessuna città italiana il fatto presenta aspetti così impressionanti, complessi, direi grandiosi, come a Roma. La «borgata» è un fenomeno tipicamente romano, in quanto Roma fu capitale dello Stato fascista. È vero, continuano a sorgere anche oggi delle «borgate». Ma, per così dire, sono borgate «libere»: ammassi di casette a uno o due piani, senza tetto, per anni e anni senza infissi, e senza intonaco, biancheggianti di calce in fondo alle campagne semi-abbandonate – lussureggianti o fangose – come villaggi beduini. Le strade sono per lo più piste di fango o polverone: come a Rebibbia, ad esempio: dove un certo Graziosi ha venduto il terreno a lotti, facendo firmare ai lottizzatori (operai che si sarebbero poi costruiti da sé la casa) dei compromessi in cui essi accettavano di comprare col lotto anche la sede stradale, con l’assicurazione del tempestivo intervento comunale per la costruzione della strada. Alcuni lottizzatori accettarono, altri no, all’insaputa gli uni degli altri: sicché la sede stradale, frazionata, è rimasta tale e quale: l’intera borgata ha per strade sentieri polverosi o rigagnoli, secondo le stagioni.
Di borgate come questa formicola tutta la campagna romana, circa all’altezza dell’accordo anulare.
Sono borgate di gente povera, ma in genere, onesta e lavoratrice; assai spesso sono immigrati, o dal vicino Lazio o dalle regioni centrali, che hanno portato nel caos della capitale e nel piccolo caos della loro borgata un costume di serietà e di dignità rurale d’antica provincia.
Le vere e proprie borgate, però, sono altre, e sono caratterizzate dal fatto di essere «ufficiali»: costruite cioè dal Comune, si direbbe a bella posta, per concentrarvi i poveri, gli indesiderabili. Questa, almeno, è la loro origine, non solo cronologica, ma anche ideale.
Le prime «borgate» furono costruite dai fascisti in seguito agli sventramenti: sventramenti che non obbedivano solo a un ideale estetizzante-dannunziano, evidentemente: ma erano – in seconda istanza, ma, in realtà, in sostanza – operazioni di polizia. Forti contingenti di sottoproletariato romano, formicolante al centro, negli antichi quartieri sventrati, furono deportati in mezzo alla campagna, in quartieri isolati, costruiti non a caso come caserme o prigioni.
È nato in quel periodo lo «stile» della borgata: il fondo, naturalmente, è di tipo classicheggiante e imperiale: ma ciò che è tipico è il ripetersi ossessivo di uno stesso motivo architettonico: una stessa casa è ripetuta in fila cinque, dieci, venti volte: lo stesso gruppo di case, si ripete anch’esso cinque, dieci, venti volte uguale. I cortili interni sono tutti identici: lividi, arsi cortiletti di prigioni, con file di sostegni di cemento per i bucati che sembrano file di forche, col lavatoio e col gabinetto che serve all’intero lotto.
Un po’ alla volta la città si è avvicinata a queste borgate che prima della guerra erano perdute nella campagna, le ha inghiottite, le sta inghiottendo: ma esse vi persistono, stilisticamente e psicologicamente, come «isole».
Ai primi «miserabili» deportati dal fascismo, si sono aggiunte famiglie di sfrattati, e poi di sfollati. I cassinesi vi sono giunti a branchi.
Naturalmente durante il periodo fascista, la guerra, e specialmente il dopoguerra, la delinquenza e la malavita vi hanno fiorito. Il «gobbo del Quarticciolo» è passato ormai alla leggenda. Con l’impiego di migliaia e migliaia di disoccupati nell’edilizia e con l’immissione degli immigrati il livello civile e morale è un po’ cresciuto. Ciononostante continua certo a restare tra i più bassi della nazione.
SIAMO ritornati in questi giorni alla borgata Gordiani: la stanno distruggendo. Là dove si stendevano le file di casette – atrocemente tristi, sporche, disumane – ora c’è una distesa di breccia rossiccia: dietro vi biancheggia, allucinante, il fronte di Centocelle.
Gruppi di casette sono ancora in piedi, sopravvissute, e destinate presto a scomparire. Presto l’altopiano dei Gordiani sarà tutto spianato, e, della borgata, si perderà il ricordo.
La maggior parte degli abitanti di queste casette sono stati trasferiti, dopo un decennio di lotte e di speranza, alla Villa Gordiani e alla Villa Lancelloti, sulla Prenestina, non lontano dall’antica borgata.
Ci siamo andati. Nulla, in realtà, è cambiato. Anziché le misere casette a un piano, con davanti il misero cortiletto, ci sono ora questi palazzoni nuovi di zecca, appena costruiti tra distese di sterri, prati abbandonati e immondezzai. Ma qual è il criterio stilistico, sociologico e umano di queste nuove abitazioni? Lo stesso. Siamo sempre alla nozione di campo di concentramento. Fra due o tre anni queste pareti saranno scrostate, questi cortiletti lerci: le stanze non basteranno più, come del resto non bastano nemmeno ora. Non c’è stato ricambio sociale, mescolanza, libertà: la stessa gente è stata trasferita in massa da un campo di concentramento vecchio a uno nuovo.
Le «borgate» democristiane sono identiche a quelle fasciste, perché è identico il rapporto che si istituisce tra Stato e «poveri»: rapporto autoritario e paternalistico, profondamente inumano nella sua mistificazione religiosa.
Per avere un’idea di quanto stiamo dicendo, andate oltre Centocelle, e, se potete valicare il caos delle strade in costruzione, degli spiazzi melmosi e dei cantieri, che stanno sorgendo sgangheratamente, come in un quartiere cinese, in fondo al Prenestino, scendete al Quarticciolo. È inutile che vi entriate: lo spettacolo è ben noto. Basta che vi fermiate alle porte.
Come il fronte di un penitenziario si profilerà davanti a voi la prima fila di lotti: alti, contrariamente al solito, tre o quattro piani, di un indefinibile color liquerizia o rosa antico, sinistro. Un’infinità di finestre e finestroni e di altri ornamenti di un tipico Novecento imperiale, si dispongono lungo questo tetro strapiombo non senza pretesa di grandiosità.
Davanti c’è una strada, brulicante di miseria e di canti, percorsa da un vecchio autobus, spigoloso, e, lungo questa strada, scorre una marana, con le rive incrostate di fango e immondizia e le acque nere.
Al di qua della marana ci sono i lotti nuovi, costruiti in questi ultimi due o tre anni.
L’architettura è identica a quella della vecchia borgata: la planta è quella del campo romano, a strade perpendicolari: lungo queste strade si dispongono i palazzoni, in file identiche, identici tra loro. Solo che invece di essere orizzontali son diagonali, allineando spigoli anziché facciate, per essere meglio esposti al sole – quasi che a Roma ci fosse penuria di sole: e invece di avere un’aria classicheggiante e grandiosa hanno un’aria romantica e civettuola. La differenza tra la borgata fascista e la borgata democristiana è tutta qui.
(2 – Continua)
Pier Paolo Pasolini
(Tratto da: Pier Paolo Pasolini, I campi di concentramento, in «Vie Nuove», Anno XIII, n. 19, 10 maggio 1958).
Inserito il 22/08/2025.
«La borgata, cioè un campo di concentramento per «miserabili»: sono per lo più capannoni, casermette, baracche, che nascono da un giorno all’altro.»
«Il gelato è l’unico genere «voluttuario» che entra nelle borgate. D’inverno le strade sono allagate da pozzanghere, d’estate la polvere entra nelle case.»
«È nato anche lo stile della borgata: una casa è ripetuta in fila dieci, cento volte. I cortili sono identici, lividi e grigi. Questo è un cortile della «nuova» Villa Gordiani».
Da «Vie Nuove», n. 21/1958
Viaggio per Roma e dintorni/3
di Pier Paolo Pasolini
I villaggi di tuguri si contano a decine, si acquattano tra gli squarci della città, si aggrappano ai muraglioni degli acquedotti, si stendono lungo gli argini di ferrovie e terrapieni. Queste tane d’uomini sono focolai di malattie, di miseria, spesso di violenza e di malavita, nei cui confronti l’unica misura che le autorità responsabili sono state capaci di adottare è quella della inutile repressione poliziesca: null’altro è stato mai fatto per risanare questa tragica piaga.
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I tuguri
di Pier Paolo Pasolini
IL TETTO di De Sica, Le notti di Cabiria di Fellini, i vari prodotti minori del neorealismo: non c’è nessuno in Italia che non abbia almeno una immagine vaga di cosa siano i tuguri della periferia di Roma.
Ma siamo alle solite: la cultura italiana di questi dieci anni non è stata una cultura realmente realistica, se non forse nei generi specializzati, saggi e inchieste: tutti di fondo o d’ispirazione marxista. Soltanto indirettamente e mediatamente tale realismo è passato in prodotti artistici, films, romanzi poesie.
E subendo una interna mistificazione: cioè mescolandosi con residui culturali di altro genere, concomitanti, se non addirittura opposti. In De Sica un socialismo umanitario prefascista; in Visconti un formalismo, direbbe Gramsci, a «cosmopolitico»; in Fellini un realismo creaturale, o parareligioso.
Fatto sta che i tuguri inquadrati nei films italiani più o meno coraggiosi e di denuncia non sono mai veri tuguri.
Credo del resto che nessuno scrittore o regista avrebbe il coraggio di andare fino in fondo nel rappresentare questa realtà: la sentirebbe così atroce, così inconcepibile, che gli sarebbe lecito sospettare trattarsi di un «particolarismo», di un fenomeno troppo speciale o marginale. Certi limiti di bassezza umana non si possono, pare, artisticamente toccare; certe deviazioni della psicologia coatta da un ambiente sociale abbietto, non si possono, pare, rappresentare.
Il pubblico borghese non ci crederebbe; la critica farebbe della facile ironia, attribuendo magari crudeltà e vizi psicologici a chi si occupasse senza veli e senza ipocrisie di tali argomenti.
NON PER NULLA si tratta di «tuguri», cioè di abitazioni tipiche di popoli a uno stadio preistorico: gli etnologi sanno bene qual è il problema, in tal caso: la possibilità o no di concepire in uno stato razionale uno stato irrazionale, in modo che la rappresentazione di quest’ultimo non risulti gratuita e schematica.
Nel nostro caso non si tratta, naturalmente, di un rapporto storia-preistoria: ma il salto di livello culturale e sociale tra chi abita in una casa e chi abita in un tugurio è determinante. Se non tutto, gran parte del comportamento psicologico e sociale di chi abita nel tugurio, cioè con almeno un piede nella preistoria, rimane irriducibile.
Certo: per chi abita nei tuguri perché costrettovi da necessità esterne, da circostanze passeggere, questo discorso non vale. Ma allora si tratta dei casi più penosi e terribili, perché è una vera e propria condanna cosciente. Ma per chi vi abita per nascita, per predestinazione (per lo più gente venuta dal Sud, da altri desolati villaggi della Calabria, della Lucania, degli Abruzzi), il discorso vale invece per intero. Sono una forma di sottoproletariato puro: ma assai complesso per la mescolanza di uno stato primitivo d’area depressa, con uno stato di semi-illegalità o di malavita tipicamente romana, e uno stato morale vagamente assorbito dal mondo in cui vivono storicamente, con le sue radio, i suoi giornali, ecc.
I tuguri sono covi di malattie, di violenza, di malavita, di prostituzione: parole che non suggeriscono se non astrattamente l’idea di una simile condizione umana.
A Roma i villaggi di tuguri si contano a decine. Si acquattano in prati e marane tra gli squarci della città, si stendono lungo argini di ferrovie e terrapieni, si aggrappano ai muraglioni degli acquedotti, per chilometri e chilometri.
Il Mandrione è uno di questi. In fondo alla via Casilina, poco prima del Quadraro, c’è un acquedotto, sotto i cui archi passa la strada. A sinistra c’è un resto di porta barocca, e una stupenda fontana. Si sale, e si entra in una specie di budello: da una parte l’enorme muraglione dell’acquedotto, dall’altra una ferrovia, tra argini fetidi e immondezzai.
Contro il muraglione sono costruiti i tuguri: nei primi ci abitano degli zingari, poi più giù, dietro un secondo arco, tra due strapiombi di ruderi, incassato, c’è il villaggio vero e proprio.
Non sono abitazioni umane, queste che si allineano sul fango: ma stabbi per animali, canili. Fatti di assi fradice, muriccioli scalcinati, bandoni, tela incerata. Per porta c’è spesso solo una vecchia tenda sudicia. Dalle finestrine alte un palmo, si vedono gli interni: due brandine, su cui dormono in cinque o sei, una seggiola, qualche barattolo. Il fango entra anche in casa.
Anche di giorno, alle porte di quelle loro casupole, stanno le prostitute. Arriva, sobbalzando nel fango, qualche motocicletta, qualche macchina con dei giovanotti. Le madri chiamano rabbiose le figlie al lavoro.
Si apre una porticina, una prostituta rovescia nella strada, tra i piedi dei ragazzini che giocano lì davanti, l’acqua di una sua bacinella, e subito dopo esce il cliente. Delle vecchie urlano come cagne. Poi improvvisamente si mettono a ridere, vedendo uno storpio che si trascina per terra uscendo dalla sua tana, ch’è un tugurio scavato dentro il muraglione dell’acquedotto.
Un gruppo di adolescenti sogguarda in fondo, con aria tra ruffiana e minacciosa. Alcuni giocano sotto la ferrovia, tra due o tre cavalli, sulla sporcizia e i rifiuti: e sono così intenti alle carte, che per ore e ore non si accorgono di nulla intorno a loro.
A SEDICI anni cominciano, spesso, a fare gli sfruttatori di donne. C’era un ragazzo che, a sedici anni, ne faceva lavorare due…
Ora, la repressione poliziesca del questore Marzano ha tolto un po’ del «colore» a questi ambienti: ma è chiaro che la questione non si risolve in questo modo. E nessuno, forse in questo momento, la saprebbe o la potrebbe risolvere, coi metodi e gli strumenti ufficiali. Dare a queste prostitute, a questi sfruttatori, a questi «miserabili» un lavoro onesto e una casa, probabilmente, non risolverebbe ancora niente, perché ormai la loro psicologia è al livello del patologico. Ricostruire questa psicologia col metodo della pietà religiosa sarebbe, dopotutto, una soluzione: ma nessuno lo fa. Politicamente, queste decine e decine di migliaia di disgraziati rientrano negli schemi del sottoproletariato tipico. D’altra parte con che coraggio proporre loro il tema della speranza?
Ricordo che un giorno, passando per il Mandrione in macchina con due miei amici bolognesi, angosciati a quella vista, c’erano, davanti ai loro tuguri, a ruzzare sul fango lurido, dei ragazzini, dai due ai quattro o cinque anni. Erano vestiti con degli stracci: uno addirittura con una pelliccetta, trovata chissà dove, come un piccolo selvaggio. Correvano qua e là, senza le regole di un giuoco qualsiasi si muovevano, si agitavano, come se fossero ciechi, in quei pochi metri quadrati dov’erano nati e dove erano sempre rimasti, senza conoscere altro del mondo se non la cassettina dove dormivano e i due palmi di melma dove giocavano. Vedendoci passare con la macchina, uno, un maschietto, ormai ben piantato malgrado i suoi due o tre anni di età, si mise la manina sporca contro la bocca, e, di sua iniziativa tutto allegro e affettuoso, ci mandò un bacetto…
La pura vitalità che è alla base di queste anime, vuol dire mescolanza di male allo stato puro e di bene allo stato puro: violenza e bontà, malvagità e innocenza, malgrado tutto. Qualcosa si può, dunque, e si deve pur fare.
(3 – Fine)
Pier Paolo Pasolini
(Tratto da: Pier Paolo Pasolini, I tuguri, in «Vie Nuove», Anno XIII, n. 21, 24 maggio 1958).
Inserito il 22/08/2025.
«Uno dei più miseri agglomerati della Roma di periferia, il Mandrione, un budello che si snoda tra un massiccio muraglione e un tratto di strada ferrata. A ridosso del muraglione sorgono i tuguri, piccoli, fetidi, tanti oscuri e malsani, simili a canili.»
«La visione panoramica del villaggio di tuguri dell’Acquedotto Felice. Sotto il cielo annuvolato il desolato paesaggio acquista un rilievo anche più drammatico, né certo lo allieta la presenza di due bambini e di un povero cane randagio in cerca di rifiuti.»
«Bambini senza infanzia
Uno degli aspetti più inquietanti della drammatica realtà del mondo dei senza-tetto è costituito indubbiamente dalla vita dei fanciulli, che crescono tra «giochi proibiti» e premature esperienze che spesso si risolvono per loro in gravi quanto irreparabili traumi psicologici. Nella foto a destra: due bambine ed una ragazza nel villaggio di baracche di Porta Portese cercano di godersi questo primo sole estivo. Nella foto a sinistra: una panoramica del villaggio di tuguri a Valle Aurelia.»
UNA DRAMMATICA testimonianza sulle terribili condizioni di vita dei baraccati romani è costituita da una lettera che ci è pervenuta in redazione, inviataci da un uomo che vive appunto in uno di questi malsani agglomerati insieme con la sua numerosa famiglia. Riproduciamo interamente la lettera, che costituisce di certo una ben valida integrazione alla serie di articoli che su questo spinoso argomento ha per noi scritto Pier Paolo Pasolini. Eccone il testo:
Caro «Vie Nuove»,
ho letto su «Vie Nuove» n. 18 i resoconti dei baraccati della Fornace, sita in via Gregorio VII. Ora ti vorrei pregare se «Vie Nuove» venisse anche sulla Rampa Brancaleone e vedesse con i suoi occhi quante baracche esistono. In questa lettera le accludo un piccolo articolo de «l’Unità» dove io feci pubblicare un appello per avere una casa. In più ti accludo una raccomandata fatta da me al Sindaco Cioccetti, senza un rigo di risposta. Ora ti espongo quanto segue. Mi chiamo Gennaro Carpagnano ed ho tre figli, mia moglie Vitali Velia; ora ti faccio presente che ho due figli Mario di anni 10 e Clotilde di anni 4 ricoverati a Montecompatri, Istituto climatico infantile Tbc. Ora ho paura per la piccola Anna Maria di 13 mesi. Infatti in ogni famiglia dei baraccati vi è qualcuno ammalato ed abbiamo un’unica fontana per lavare i panni per quattordici famiglie. Tu capisci che così noi ci infettiamo uno con l’altro. Un unico gabinetto eguale per quattordici famiglie, ogni famiglia è composta dalle due persone alle otto, nove e dobbiamo fare la fila per andare al gabinetto. In più in questo gabinetto escono certi topi che rassomigliano a gatti per quanto sono grossi. Io mi domando se a Roma si deve vedere un tale sconcio. Sono certo che «Vie Nuove» verrà a fare una visitina anche da noi così vedrà con i suoi occhi la dura realtà dei romani costretti a vivere come le bestie in un solo vano: donne, bambini, uomini tutti insieme e con la magra consolazione che il lavoro scarseggia e le entrate diminuiscono.
Certo del tuo interessamento
Gennaro Carpagnano
Roma, via Rampa Brancaleone
Praga, veduta sui tetti della Citta Vecchia.
Autore della foto: Karel Plicka.
Fonte della foto: https://www.ifotovideo.cz/rubriky/co-se-deje/karel-plicka-renesancni-clovek-a-mistrovsky-fotograf_13430_fotogalerie.html?fotoIndex=2
Praga, cimitero ebraico.
Autore della foto: Leandro Casini.
Fonte della foto: archivio personale dell’autore.
Alberto Moravia (1907-1990).
di Alberto Moravia
«La stagione dei viaggi di Alberto Moravia (1907-1990) comincia al termine di una malattia giovanile, che lo costringe a letto per diversi anni. Uomo, scrittore, reporter, compagno di strade e avventure, Moravia manifesta da subito un desiderio dell’altrove che lo porta a percorrere instancabilmente territori vicini e lontani.
In lui, un certo sentimento per l’esotico si accompagna alla necessità di scoperta e testimonianza, alla ricerca di orizzonti più ampi, di sogni, storie e libertà. Nei suoi libri e contributi per i giornali, mutano i luoghi e le genti ma l’interesse per le cose del mondo si mantiene costante. Ancora oggi le sue osservazioni ci restituiscono una visione culturale, politica, antropologica, storica, ambientale fortemente attuale e illuminata» (tratto da: https://www.casaalbertomoravia.it/it/mostra-evento/il-desiderio-dellaltrove-moravia-viaggiatore).
Nel 1931 Praga era sicuramente una meta da considerare “esotica” e in un certo senso “di confine” tra Est e Ovest, non pulita e scintillante come appare oggi ai milioni di visitatori che la “invadono” ogni anno. In questo resoconto di viaggio per la «Gazzetta del popolo» il giovane scrittore trasmette al lettore le atmosfere tetre e i segni della malinconia che caratterizzavano una capitale europea ancora avvolta nel mistero.
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Tristezza di Praga
di Alberto Moravia
Le città nordiche non sono necessariamente tristi: Londra, per esempio, in fondo alla sua nebbia giallognola conserva sempre un sorriso cordiale; e ci sono invece città meridionali che hanno in pieno sole una loro intollerabile malinconia. Per questo la tristezza di Praga città nordica mi sembra debba essere attribuita ad altre ragioni che non a quella del clima. Forse alla sua storia che è quella del popolo boemo ed è tutto un seguito di fatti eroici e disgraziati, di repressioni sanguinose, di lotte, si badi bene, tutte rivolte a conservare la nazionalità piuttosto che a svilupparla (è triste la storia di un popolo nazionalista per disperazione; come quella d’un uomo che abbia sempre stentato a guadagnare da vivere); forse questa impressione di tristezza la traggo dal fatto che non parlo la lingua cèca; ad ogni modo tale è il senso che ho riportato dai miei vagabondaggi per questa nuova capitale d’Europa. E aggiungerò che la bellezza di Praga mi pare appunto venire da questa sua serena, ormai placata tetraggine.
È detto comune che Praga sia la città del barocco; e questo è vero, senonché bisogna distinguere, il barocco di Praga non è quello agitato e maestoso di Roma o quello gonfio e caldo spagnuolo; no, è un barocco ordinato assai elegante, ma freddino e piuttosto arcigno quale poteva piacere ai principi polacchi, svedesi, tedeschi piovuti dal nord a dominare questo paese già nordico. Donde la freddezza trasognata, la serena tristezza alle quali ho già alluso. Basta infatti percorrere le strade tortuose del vecchio quartiere aristocratico raggruppato sotto la gran mole rettangolare del castello, oppure le viuzze in pendenza che attraverso il quartiere popolare di Mala Strana scendono alla Moldava per soggiacere ad una specie di incanto romantico e metafisico che coll’architettura ha poco o nulla a che fare. Queste strade selciate di ciottoli tondi che le fanno assomigliare a letti asciutti di rigagnoli sono quasi vuote e il sole blando e soffocante dell’estate di quassù pare aumentare la loro solitudine. Ogni tanto le case cessano e ci sono dei grandi muri intonacati di una calce antica, inaccessibili, dei grandi muri come di convento, sui quali spuntano magre cime di alberi. Le strade non voltano ad angolo retto ma sinuosamente con curve tortuose e dolci che ogni cinquanta metri chiudono la visuale in un loro modo promettente che dà il desiderio di esplorare e di vedere più avanti. Allineati l’uno dietro l’altro, in una prospettiva che i grossi tetti da neve rendono curiosamente bassa e discontinua, i palazzotti barocchi colla loro visiera di tegole rossicce calata sugli occhi, i loro portoni serrati, sembrano disabitati. Sono massicci, con un’aria al tempo stesso dominatrice e aulica, sono fabbricati di arenaria grigiastra che la vampata degli anni inceneriti pare avere affumicata e su questo colore scuro spiccano tristemente le bianche intelaiature delle finestre numerose. Queste finestre hanno vetri puliti e lucidi, dietro i quali non è difficile intravvedere delle vecchie cortine ingiallite e trinate e con un po’ di buona volontà e molta fantasia si possono immaginare, nelle stanze che le cortine nascondono, gli alchimisti che tentano di fabbricare l’oro e scoprono il caolino, o lo studente della leggenda intento a vendere l’anima all’ultimo diavolo apparso in terra, quello della Controriforma. Ma anche senza ricorrere alla ruffianeria della leggenda, il passato è nell’aria, è impossibile non pensarci: è la Controriforma di quassù, cogli svedesi di Carlo dodicesimo, i Gesuiti e la guerra dei trent’anni; è, anche più, la dominazione o, se si preferisce, la tirannia austriaca che qui è stata più dura che altrove, priva di certe eleganze e frivolezze di cui si adornò nelle altre parti dell’impero, piena di disprezzo per i sudditi slavi. Ora di tutto questo non resta più nulla; i palazzi sono stati espropriati oppure gli antichi proprietari, impoveriti dalla riforma agraria, li hanno venduti; nulla se non quest’aria nobile e arcigna, questo curioso aspetto di severità, come di case nelle quali si studi, si mediti e si congiuri.
Scendo per una straducola di Mala Strana, sudicia, con case casine casupole baracche, bimbi sul selciato, donne slave, bionde, muscolose e atticciate che parlano senza ridere e senza alzare la voce, sedute sulle soglie delle porte. A pianterreno sono tutte bottegucce nere dalle quali escono i tanfi antichi dei mestieri: il conciapelli, il ciabattino, il droghiere, il salumaio, il sarto. Infilo una viuzza poi un’altra, m’avvio finalmente giù per una scalinata angusta, stretta, tra pareti senza finestre. Conto sei pianerottoli e non so quanti scalini, e dopo aver molto girato ed essere tornato due volte sopra i miei passi mi accorgo ad un tratto che sono arrivato alla Moldava. C’è un ponte, mi avvicino al parapetto e guardo; il cielo è vasto, pieno di nubi vivaci, quali scure, quali più chiare. La Moldava, d’un colore bruno tutto sparso di scintillii, scorre con un’aria di comodità e di larghezza tra i suoi argini di pietra, bassi e ben delineati. A sinistra sul lungofiume sono allineati i cubi dei palazzi moderni, ordinati e regolari, e dal mio ponte posso vedere ogni passante, ogni bicicletta che attraversi la strada. A destra la collina, verdissima, senza un belvedere, senza un tetto tra tutto quel verde, si alza bruscamente e dà l’impressione che la città finisca lì mentre invece mezza Praga sta al di là di quei boschi. E tutto il fondo, oltre la Moldava, è occupato dal castello il quale è sempre davanti agli occhi da qualsiasi parte si guardi, e colle sue alte muraglie piene di finestre, colle sue torri e le sue guglie, isolato com’è a mezza strada sulla collina, dà a tutto il panorama un aspetto fosco, misterioso, come di città che sia assediata, o nella quale sia scoppiata la pestilenza. Né a dissipare questo senso di tetraggine giova abbassare gli occhi verso il fiume e osservare le barche che lo solcano, i bagnanti sparsi sulla diga che in quel punto forma un bacino artificiale, oppure l’isola di cui tra il fogliame degli alberi si intravvedono i ristoranti dai tetti di legno e le tavole imbandite; il castello è lì, non è possibile non vederlo, e si direbbe che sopra le sue torri stia sempre per scoppiare un temporale: nubi scure difatti s’addensano e turbinano in quel punto del cielo, nella luce gloriosa e disordinata della giornata estiva.
Si muore come si vive. Ho veduto il cimitero del Père-Lachaise a Parigi, lugubre e ossessionante nel quale pare che la borghesia francese che nel secolo scorso conquistò la Francia abbia preso d’assalto anche le sepolture tanto è fitta la boscaglia delle tombe; ho veduto i cimiteri allegri nei quali la buona gente che da viva credette di fare dell’architettura facendosi costruire gli chalets svizzeri o le ville stile viennese, da morta è certa di raccomandarsi ai posteri cogli angeli rannicchiati, le colonne mozze e gli altri orrori del genere; ho visto il camposanto di guerra, malinconica, pietosa mescolanza di croci e di arnesi guerreschi che sarebbe piaciuta al Dürer delle stampe; ma c’è nel cimitero ebraico di Praga una poesia affatto speciale, biblica, con quel sapore di eternità per così dire antistorica che si attribuisce a questo aggettivo, una poesia, dico, che m’è stato dato per la prima volta di sentire in un modo tanto chiaro e preciso.
Praga un tempo era divisa in quattro quartieri retti ciascuno da un principe e da un municipio, uno di questi quartieri era quello ebreo. Si possono ancora vedere la casa del municipio, una sinagoghetta antica nella quale si conserva un capitello alquanto floreale del tempio di Salomone e altre cose. Il cimitero è situato non lontano dalla sinagoga. Nessun salice piangente, nessun cipresso lo annunzia al di fuori, sopra il semplice muro di cinta. È piccolissimo, una parte è stata distrutta da ultimo, è circondato da edifici moderni. Si entra per un cancello qualsiasi, e subito si è colpiti dal contrasto vivido tra il verde delle piante e la nerezza arcaica delle pietre tombali. Queste pietre che hanno la forma delle porte dietro le quali sono custodite le leggi mosaiche, non sono dritte ma pendono quali da una parte, quali da un’altra come se un vento selvaggio le avesse squassate a quel modo senza poterle atterrare. Questo senso di tempesta, di lotta è confermato dal gran disordine delle erbacce folte e violente che crescono tra le tombe, e dalla forma contorta di certi arbusti neri di tronco e bassi di fogliame che qua e là stendono le braccia come per proteggere le pietre. La vista è piena di una sua bellezza tragica e cantante, non si pensa alla morte e alla pietà, come negli altri cimiteri, ma ad una vita tuttora aggressiva e inspirata.
Poi percorro il viottolo tortuoso che s’aggira tra le tombe. Guardo i caratteri ebraici, ammiro le curiosità: la tomba del famoso rabbino che fabbricò il Golem, il sasso tondo sul quale si distendevano i cadaveri prima di seppellirli. Alcune delle tombe più celebri sono coperte di sassolini; è un atto di devozione che deriva dalla pratica antica di mettere delle pietre sui sepolcri per impedire alle belve di andare a dissotterrare i cadaveri. E prima di uscire il custode mi informa che il cimitero rimonta al settimo secolo e contiene distribuite in nove strati circa ottantamila tombe.
Alberto Moravia
[«Gazzetta del Popolo», 1º settembre 1931]
(Tratto da: Alberto Moravia, Viaggi. Articoli 1930-1990, Bompiani, Milano, 1994, pp. 69-73).
Inserito il 07/08/2025.