Sono cresciuta sapendo che le parole potevano salvare. Prima di scriverle, le ho cercate: nei libri presi in prestito, nelle frasi annotate di nascosto, nei silenzi che raccontavano più di mille dialoghi.
Scrivo per dare voce a chi non ce l’ha, per raccontare ferite che non si vedono e amori che resistono anche quando tutto sembra crollare. Nei miei romanzi troverai personaggi imperfetti, pieni di contraddizioni, che lottano, cadono, si rialzano. Un po’ come noi, nella vita vera.
Non ho iniziato a scrivere per diventare scrittrice. Ho iniziato perché avevo bisogno di respirare. Le parole, per me, sono sempre state un rifugio: l’unico posto dove potevo essere me stessa senza paura di essere giudicata.
Prima di creare storie, ho vissuto storie. Alcune leggere, altre così pesanti da lasciare segni che non vanno via. Ho visto la fragilità, la perdita, la rabbia. Ma ho visto anche la forza che nasce dal dolore, e l’amore che resiste quando sembra impossibile.
I miei romanzi sono questo: ferite trasformate in pagine, cicatrici che diventano mappe, personaggi che portano dentro un pezzo di me… e forse anche di te.
Scrivere non è la mia professione. È la mia casa.
Se deciderai di entrare, troverai sempre la porta aperta.
Non prometto storie facili. Prometto storie vere. E, se le vorrai ascoltare, saranno anche un po’ tue.
Nina non ha mai avuto una vita facile.
Tra povertà, solitudine e scelte estreme, cerca disperatamente qualcosa che assomigli alla felicità.
Ma quando tutto sembra crollare, resta una sola domanda: quanto può resistere un cuore spezzato?
Fragile racconta la vita di chi si sente sempre sul punto di crollare, di chi prova a restare in piedi mentre dentro si spezza piano.
Tra paure, solitudine e bisogno d’amore, ogni passo diventa una sfida.
Perché a volte non serve cadere per sentirsi distrutti.
A volte basta vivere.
Una storia di identità, trauma e rinascita.
Martina cresce con una verità difficile da accettare e un passato che lascia segni profondi.
Tra dolore e ricerca di sé, scoprirà che l’amore può nascere anche dalle crepe.
Romanzi che raccontano il dolore, la perdita, l'amore e la sopravvivenza.
Storie crude, vere, necessarie.
Scrivo di ciò che spesso viene evitato. Di vite che non fanno rumore, ma che dentro gridano. Di ferite che non si vedono, di solitudini che non si raccontano, di scelte che nessuno vorrebbe dover fare.
Non mi interessa addolcire la realtà. Mi interessa darle voce.
Racconto storie difficili perché esistono. Perché qualcuno le ha vissute davvero. Perché, anche quando fanno male, meritano di essere ascoltate.
E forse, tra queste righe, qualcuno potrà riconoscersi. Sentirsi meno solo. O semplicemente capire un po’ di più il mondo — e le persone che lo attraversano.
Scrivo perché certe verità non possono restare in silenzio.
Quando le parole non trovano posto nella voce.
Quando i pensieri diventano troppo ingombranti per restare dentro, quando il silenzio pesa più di quello che riesco a sopportare. Scrivo.
Scrivere è il mio modo di restare. Di non scappare.
Di guardare anche ciò che farebbe più comodo evitare.
Nelle storie che racconto ci sono ferite, fragilità, vite che non seguono un percorso lineare.
Perché è lì che riconosco qualcosa di vero. È lì che sento di poter essere onesta.
La scrittura non aggiusta. Non salva. Ma dà forma a ciò che spesso resta confuso, invisibile, irrisolto.
E a volte, questo basta.
Scrivo per capire. Per attraversare. Per non lasciare che certe verità restino senza voce.
Non sono fatte per intrattenere, né per essere dimenticate una volta chiuso il libro.
Sono storie che si infilano sotto pelle, che toccano parti che spesso preferiamo ignorare.
Non troverai eroi perfetti o finali rassicuranti.
Troverai vite vere, fragili, a volte spezzate.
Persone che sbagliano, che cadono, che cercano un modo per restare in piedi anche quando tutto sembra crollare.
Scrivo di ciò che fa male, perché è lì che riconosco qualcosa di autentico.
Perché nelle crepe, nelle mancanze, nei silenzi… esiste una verità che non può essere ignorata.
Se sei arrivato fin qui, forse è perché anche tu lo sai.
E allora entra.
Ma fallo sapendo che non tutte le storie ti lasceranno andare.
Ci sono storie che si leggono.
E poi ci sono quelle che si sentono addosso.
Tacco 12 è una di queste.
Un racconto breve, intenso, che attraversa le contraddizioni, le fragilità e le scelte che lasciano segni difficili da cancellare.
Una voce diretta, senza filtri, che non cerca di piacere — ma di dire la verità.
Pubblicato sulla rivista letteraria Carie, questo racconto è un invito a entrare nel mio modo di scrivere.
Senza protezioni. Senza distanza.
Sono al verde un’altra volta e mi trovo nel quartiere Sant’Agostino, alla periferia di Padova.
C’è Joe accanto a me, mi accompagna in un posto qui vicino.
Fa un caldo bestiale e Joe indossa una canotta bianca da muratore sfigato e un paio di jeans sbrindellati all’altezza delle ginocchia. La canotta è macchiata di unto e ha due chiazze gialle di sudore sotto le ascelle, vecchie di settimane. Joe fa veramente schifo.
Anch’io non sono da meno, per dirla tutta. Ho addosso questo vestito sbracciato con le balze in tulle, l’ho acquistato al mercatino dell’usato e me lo sento strano, mi si appiccica continuamente addosso come una schifosa gelatina e mi fa prudere la pelle come se avessi la rogna.
Joe mi guarda, con i suoi soliti occhi spiritati da bonaccione incompreso. Crede di essere una specie di benefattore del cavolo. È solo uno stronzo in mezzo al mucchio.
Si ferma davanti a un palazzo bianco sporco e mi fa segno di sistemarmi i capelli. È uno di quei palazzi vecchi, con la vernice scrostata, le persiane marroni e i gradini piccolissimi.
È soltanto giovedì e sono a secco da tre giorni.
La scorta che avevo in dispensa me la sono sciroppata tutta nel fine settimana. Non c’era un granché, erano rimaste solo un paio di bottiglie di bianco e il Fragolino che avevo giurato di non toccare, almeno fino a Natale. Da un po’ di tempo sono sempre sbronza e nella merda fino al collo. Meno male che c’è Joe.
Mi do una sistemata ai capelli con le dita e lo saluto. Mi fa un segno strano con il braccio, come se mi stesse mandando a fanculo invece di salutarmi. Ma chi lo capisce a questo.
Suono il campanello.
Viene ad aprire un ciccione parecchio avanti con gli anni, peserà almeno due quintali. Ha addosso un paio di braghe corte color cachi, gli arrivano a metà coscia, gli escono fuori due spuntoni di gambe rinsecchite e non si capisce come facciano a tenere su tutto il resto. Ha la testa pelata e lucida di sudore. C’è solo un ciuffetto di capelli in cima alla fronte, un lungo ciuffo che gli spiove sulla faccia tonda e gli copre gli occhi.
È Mario il cornuto.
Mario è proprietario di una lavasecco giù al quartiere Guizza. In lavanderia non c’è bisogno che ci stia nessuno, è tutto automatizzato, ci sono le macchine che lavano, asciugano e arrivano i soldi in banca senza fare un cazzo.
Mario si fa da parte, si appiattisce di fianco alla porta per quanto gli è possibile e mi lascia entrare. All'ingresso c’è una statua di gesso a forma di elefante, una vecchia cassapanca di legno e un tappeto sbrindellato a rombi rossi e neri.
“Ciao Sofy.” Mi dice Mario.
“Ciao,” dico io, “hai una birra in fresco per caso? Sto crepando di sete.”
Mario mi guarda e si gratta in testa.
“Certo che ce l’ho, tesoro mio bello, tutta le birre che vuoi ho in fresco.”
Mi porge una birra ghiacciata, si gratta in testa e poi in mezzo alle gambe in rapida successione. È un segno. Vuol dire che gli tira l’uccello a bomba e non ha voglia di perdere tempo con tante menate. Ma io me ne frego. Do una lunga sorsata e mi siedo su una delle sedie in cucina. C’è una puzza di cavolfiori e piscio da far vomitare.
“Grazie Mario,” dico io, e francamente non so più cosa dire. Mi pare di essere una sfigata subnormale, ho questa cosa in mente da settimane, come un solletico, come se avessi il cranio pieno di animaletti che zampettano nel cervello senza sosta. Animaletti strani.
“Che mi dici di bello?” Mi domanda Mario.
“Oh, niente di che,” dico io, “beh, insomma, ho beccato cinquanta euro al gratta e vinci, l’altro giorno,” gli dico, “quello che è uscito adesso, non mi ricordo come si chiama, il Doppia sfida, mi pare.”
Mario mi guarda e sta zitto, mi regala uno dei suoi sorrisetti pietosi che mi fanno venire una rabbia tremenda.
“Campi sulla fortuna.” Mi dice, togliendosi la maglietta, le braghe, le mutande lì, in piedi, in cucina, mentre bevo la birra e chiudo gli occhi cercando di concentrarmi su qualcos’altro; sul sapore che ha la birra ghiacciata sulla lingua, per esempio, soprattutto quando fa caldo e stai crepando di sete. Ti soddisfa proprio, ti pizzica in gola ed è completamente diverso dal sapore che ha la birra quando ti tocca scolartela tiepida come il piscio. Mi passo la bottiglia ghiacciata sulla faccia e penso che fa un caldo fottuto anche qui dentro. Mario l’aria condizionata non ce l’ha e non c’è nemmeno un cazzo di ventilatore. Mentre si spoglia gocciola dalla fronte e gli viene un po’ di affanno.
“Dimmi un po’ di che colore ce le hai oggi?” Continua Mario, afferra il suo microscopico uccello e inizia a menarselo. L’uccello è l’unica cosa piccola che ha. Non ricordo di che colore le ho messe oggi e sparo a caso. “Rosse.” Dico. Mario si avvicina, mi spalma un bacio liquido sulla guancia e mi chiede di fargliele vedere. Finisco l’ultimo sorso. Non mi fa nessun effetto, dovrei scolarmene almeno un paio da litro per avere un minimo di effetto. Mi alzo dalla sedia e inizio a spogliarmi, mi tremano un po’ le mani e non capisco perché. Mi tolgo il vestito e le mutande. Mi accorgo che sono rosa e non rosse. Mario non dice niente. Tengo su le décolleté tacco dodici perché so che a lui piace così.
“Ti sei smagrita da paura,” mi fa Mario, “una gallina secca mi sembri, buona neanche a farci il brodo.”
Gli mando un sorriso scemo e non so neanche da quale parte del mio cervello sia partito l’impulso di sorridere. In realtà è il tipo d'uomo che prenderei volentieri a padellate nel culo se solo se ne presentasse l’occasione.
“Comunque, somigli sempre a quella troia di Anto,” continua Mario, “mi piace il tuo muso. Succhiami il cazzo, bellezza. Oggi è il giorno che ti scopo fino a farti ululare basta, gallina secca.”
Faccio finta di niente e mi appoggio con la pancia sul tavolo della cucina. È freddo come la morte. Mario mi afferra le natiche e il mondo si ferma.
Si sente il vociare della Tv, di là in salotto. Sul fornello della cucina sta venendo su il caffè. Mi piace l’aroma del caffè. Non mi piace, invece, l’odore delle verdure bollite, non mi piace tenere la Tv accesa se non la sto guardando.
I colpi di Mario mi sfiancano, oggi sembra un bulldozer impazzito. Sarà il ricordo di Anto a fargli questo effetto? Anto è la sua ex moglie. L’ha riempito di corna e gli ha prosciugato il conto in banca prima di sparire in Africa col suo bello. A Mario gli è rimasta solo la lavanderia, ma ha poco da lamentarsi, ci campa bene e senza fare un cazzo, soprattutto. Ma lui pare sempre infuriato per questa storia, ogni tanto la tira fuori e comincia a smadonnare e non la finisce più. Se gli dai un minimo retta non ti molla per ore. Pure adesso sembra incazzato, ci va giù duro, talmente forte che gli si spezza il fiato, ho quasi paura che gli prenda un colpo. Mi tira per i capelli, mi schiaccia le cosce sul bordo del tavolo, mi strizza forte la carne sui fianchi e mi fa male la testa, mi gira tutto, gli animaletti strani hanno ripreso a gironzolare e mi fanno male anche i piedi. Di là la Tv sta mandando le notizie del mattino. Mi viene da pensare all’ultima volta che ho visto un telegiornale, non me lo ricordo proprio, una vita fa. Il tizio parla della colonnina di mercurio: fa caldo al nord, al sud e al centro e chissenefrega. Non mi piace il telegiornale e mi scappa da pisciare e ho di nuovo sete. Ma non mi va di dire a Mario che sono stanca e ho di nuovo sete. Mario è un buon cliente e devo tenermelo buono. Però mi resta una voglia matta di scolarmi un’altra birra.
Il sudore di Mario si mescola al mio, mi sta dicendo qualcosa all’orecchio, una stronzata di sicuro, non lo sento nemmeno. Ho lo stomaco svuotato e mi guardo intorno. Di più squallido e triste di questa casa c’è solo il padrone. Sull’angolo accanto alla finestra c’è una grossa ragnatela, in mezzo c’è una falena imprigionata, ha le ali azzurre e bianche. Seguito a guardare qua e là per non guardare Mario, che adesso mi afferra il viso sotto la mascella e cerca di girarmi la faccia verso di lui. Reprimo un conato di vomito. Con lo stomaco vuoto e questa faccia rossa e zuppa di sudore che mi si struscia addosso c’è poco da scherzare. A un certo punto mi prende la testa e me la rigira proprio, mi fa un male cane e mi viene quasi da piangere. Mi tiro su dal tavolo e mi volto verso di lui. Mario mi prende di nuovo la testa e mi bacia, mi spalma la lingua piena di saliva su tutta la faccia.
“Chinati.” Mi dice.
Mi metto giù, accucciata vicino al tavolo. Comincio a tastare qua e là, allungo una mano sulla sua pancia, sulle gambe, finché non mi afferra di nuovo la faccia e me lo infila in bocca.
Ogni tanto mi torna in mente la prima volta che l’ho fatto. Vedo questa immagine che è come la scena di un film e non mi riesce di ricordare quanto tempo è passato. Nemmeno la faccia del tizio ricordo. Risento soltanto quel calore pungente in mezzo alle gambe, l’odore di sudore, due mani che premono forte sulle cosce e poi quel puzzo di calzini, non lo so perché, sento sempre quella strana puzza di calzini sporchi.
Mario ha finito. Esce dalla mia bocca con un suono sinistro che mi ricorda il tappo di una bottiglia sgasata; pflop. Mi dà un buffetto sulla guancia. Mi fiondo nel cesso con la bocca a coppa e sputo Mario nel lavandino assieme a un rigurgito acido. Questo succede perché ho la pancia vuota. Sciacquo la bocca e me la asciugo con un pezzo di carta igienica, non mi va di usare l’asciugamano, e ritorno in cucina. Mi tremano un po’ le gambe e mi brucia là in mezzo da morire. Arrivo alla porta e dico a Mario che mi servono i soldi subito perché devo scappare da un’altra parte e ho fretta. Lui pare stranito, ma mi sa che è soltanto stanco. Non hai più l’età, vecchio panzone merdoso! Vorrei tanto dirgli, ma me ne sto zitta. Afferro la bottiglia di birra che mi porge, raccatto la mia roba dal pavimento e mi rivesto.
“Rimetti su un po’ di ciccia che così non mi comodi proprio.” Dice Mario, allungandomi cinquanta euro tutti da cinque, che gli venisse un colpo! Arraffo i soldi e faccio cenno di sì con la testa.
Ho una fame da lupi.
Mi sa che me ne vado a mangiare sushi e chissenefrega di Joe.
Apro la porta e corro fuori, testa alta e faccia al sole.