Alla fine del XVIII secolo la Francia appariva come la potenza più ricca e popolosa d’Europa, ma l’edificio dell’Ancien Régime era minato da tensioni politiche, economiche, sociali e culturali. Il regime assolutistico concentrava il potere nelle mani del sovrano e dei ceti privilegiati: nobiltà e clero godevano di immunità fiscali e diritti feudali mentre il Terzo Stato – borghesi, artigiani, contadini – sopportava il peso di imposte e decime. La monarchia, già indebitata dalle guerre di Luigi XIV e dalla partecipazione alla guerra d’Indipendenza americana, attraversava una profonda crisi finanziaria; le riforme proposte da ministri come Turgot e Necker furono osteggiate dai privilegiati, alimentando il deficit e la sfiducia.
La struttura sociale era rigidamente gerarchica: nobili e clero occupavano le cariche pubbliche e vivevano di rendite feudali, mentre la borghesia – cresciuta economicamente – rivendicava uguaglianza civile e rappresentanza politica. Le campagne soffrivano carestie cicliche e rialzi del prezzo del pane, provocando malcontento. In questo clima maturarono le idee dell’Illuminismo, che criticavano l’assolutismo e proponevano diritti naturali, libertà e sovranità popolare. I filosofi illuministi (Voltaire, Rousseau, Montesquieu) ed esempi come la Rivoluzione americana mostrarono che era possibile fondare un nuovo ordine politico.
Anche il contesto internazionale contribuì ad aggravare le tensioni: l’opinione pubblica europea seguiva con attenzione i dibattiti francesi; i governi dell’Europa centrale temevano che la rivolta travolgesse le monarchie; intellettuali come Edmund Burke presagivano il caos, mentre altri vedevano nella rivolta la realizzazione dei principi universali. La somma di queste cause preparò il terreno all’esplosione rivoluzionaria.