1 Feb 26 IV dom anno A
Sof 2,3; 3,12-13 Sal 145 1Cor 1,26-31 Mt 5,1-12
“Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero … il resto di Israele”, così Dio si rivolge al suo popolo tramite il profeta Sofonia. Un popolo che cerca la volontà di Dio e la esegue. Nel vangelo Gesù, Maestro, sul monte proclama le nuove tavole della legge, le Beatitudini: “Beati i poveri in Spirito perché di essi è il regno di Dio” E’ la magna carta dei valori sulla base dei quali costruire con la forza dello Spirito, il mondo secondo Dio, governato dal suo amore e non dalla sete di potere e di denaro.
Al centro la seconda lettura dalla prima lettera ai corinti che dice la rivoluzione di Dio:
Per confondere i sapienti - Dio ha scelto quello che è stolto
Per confondere i forti - Dio ha scelto ciò che per il mondo è debole
Per ridurre a nulla le cose che sono – Dio ha scelto quello che per il mondo è ignobile e disprezzato.
Nella comunità, infatti c’è un grave pericolo rendere vana, inutile la croce di Cristo. Agli occhi della cultura dominante, infatti, l’annuncio cristiano di un Dio crocifisso è qualcosa di stupido: come può da un giustiziato venire una qualunque salvezza? Sono le strade della conoscenza e dell’ascesi che conducono l’anima dei più evoluti fino alle più alte vette spirituali. Per altri la tentazione è di dare più importanza all’osservanza rigorosa della Legge, in modo da essere graditi a Dio. Da questo punto di vista la croce di Gesù è una pietra di inciampo, uno scandalo che distoglie dal cammino di Dio. Per questa mentalità, un affermare che la salvezza viene da un morto in croce è uno scandalo, una pietra che fa inciampare nel cammino verso la salvezza.
Tanto l’una come l’altra sono risposte elitarie che contraddicono la logica evangelica che non ci parla di ciò che dobbiamo fare noi per arrivare a Dio, ma prima di tutto di ciò che Dio fa per raggiungerci e rispondere ai nostri interrogativi con il suo modo di essere e di agire, fino al dono totale di sé, per amore.
“Chi si vanta, si vanti nel Signore”. La tentazione di mettere la propria soddisfazione in ciò che gonfia il nostro ego è sempre grande. Ma questa è la logica dei palloni gonfiati che prima o poi scoppiano e si afflosciano. Quello che ci viene proposto è un “orgoglio” umile: un ossimoro! Umiltà a orgoglio come fanno a stare insieme. Come può essere umile l’orgoglio? Forse piuttosto che farne un vanto possiamo farne motivo di gratitudine per qualcosa che spontaneamente non avremmo mai cercato ma che abbiamo trovato, un dono che arricchisce l’esistenza, che essendo dono è qualcosa che non possiamo attribuire a noi stessi ma a una forza che viene da altrove. Paolo lo dirà di sé stesso quando dovendosi vantare sarà costretto a riconoscere che l’unica cosa di cui si può vantare è la sua debolezza: “Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo”
Buona settimana. P. Daniele