22 Feb 26 I dom Quaresima anno A
Gen 2,7-9; 3,1-7 Sal 50 Rm 5,12-19 Mt 4,1-11
I testi di questa prima domenica di quaresima mettono a confronto il racconto della tentazione della prima coppia umana nel libro della Genesi, con Gesù tentato che rimane però nell’obbedienza al Padre e uscendo vittorioso da quel confronto. In mezzo la seconda lettura, dalla lettera ai Romani, brano tratto dal capitolo 5, nel quale, Paolo, mette in correlazione la disobbedienza del primo Adamo con l’obbedienza del secondo, Gesù Cristo, che ha riparato l’errore del primo aprendo per tutta l’umanità la porta di quella che Paolo chiama “giustificazione”. E’ un discorso indubbiamente alquanto complesso ma che merita di essere un po’esplorato se vogliamo capire un po’ di più il mistero dentro il quale l’umanità tra mille contraddizioni sta navigando.
Intanto c’è un concetto importante, o meglio una coppia di concetti che sono come due riferimenti antitetici, uno il contrario e la negazione dell’altro. Da una parte il peccato, dall’altra la grazia, da una parte la caduta, dall’altra la risposta di Dio. In realtà bisognerebbe invertire la sequenza perché la grazia è più originale del peccato. L’amore infatti è il primo atto di Dio col quale ha fatto ogni cosa. L’uomo e la donna al culmine della creazione, similitudine di Dio stesso.
Il peccato cambia tutto perché interrompe la circolarità dell’amore e ha come conseguenza strutturale la corruzione e la morte. Conseguenza più che punizione per una scelta libera ma sbagliata. E’ proprio questo il senso della parola peccato. Non è tanto un affronto a Dio, una lesa maestà, quanto quanto la (infantile?) pretesa da parte dell’uomo di poter fare da solo e di pensare che Dio sia un concorrente geloso che chiude le prospettive dell’uomo invece di aprirle. La parola peccato nella lingua della bibbia porta in sé il senso di una freccia che sbaglia il bersaglio, un errore, irreparabile che genera “molte cadute” e dal quale l’uomo non può risollevarsi da solo.
Ma Dio non si arrende. Il primo Adamo, scrive Paolo, è figura di colui che doveva venire, un altro uomo (Adamo), capace di obbedienza, portatore di grazia, cioè del fascino, della bellezza, della luce che dissolve le tenebre in cui il primo Adamo ha precipitato l’umanità. Dio risponde all’errore continuamente reiterato da parte dell’uomo, con la sovrabbondanza dell’amore che si manifesta in Gesù: Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita.
Entra in campo un’altra parola: giustificazione. Non è “giustificare” nel senso di spiegare le ragioni per le quali si assume responsabilità. Per esempio quando i genitori assumono responsabilità per un assenza scolastica, appunto con una giustificazione. Non è neppure l’atto attraverso il quale si dimentica il male fatto mettendoci una pietra sopra. Dio non mette una pietra sopra il peccato, l’errore resta, ma il per Dio il peccatore non è il suo peccato come ci insegna la parabola del Padre misericordioso. La grazia non è a buon mercato, come ci direbbe Bonoheffer, è una grazia a caro prezzo perché è costata la morte del suo Figlio. Dobbiamo ricordarci di questo quando andiamo a confessarci pensando che tutto torna come prima. Non è vero che tutto torna come prima perché quando Dio giustifica significa che ristabilisce, ricrea, trasforma: “vi darò un cuore nuovo, metterà dentro di voi uno Spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e metterò dentro di voi un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi e vi farò rivivere”.
La condizione perché ciò accada è la fede. Siamo resi giusti per la fede. Non una fede dichiarata ma una fede come ristabilimento della fiducia tra noi e Dio, consapevoli che Dio non smette mai di avere fiducia in noi, ci aspetta sempre e non perde mai l’occasione di avvolgerci col lo splendore della sua luce. La fede è un cuore che si apre e riprende a battere con il respiro di Dio, il ponte tra noi e lui che noi abbiamo interrotto.
Buona quaresima. P. Daniele