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La maschera romana di Rugantino nasce nel 1848 dalla penna Odoardo Zuccari che il 13 settembre 1848 presenta il personaggio sul primo numero di un foglio satirico. Inizialmente doveva essere la caricatura di un gendarme ma assume presto la connotazione di un giovane bullo di rione spaccone pronto a tutto a parole e pavido nei fatti.
La commedia di Garinei e Giovannini è stata rappresentata per la prima volta a Roma , al teatro Sistina, il 15 Dicembre 1962 con Nino Manfredi (Rugantino), Lea Massari (Rosetta), Aldo Fabrizi (mastro Titta), Bice Valori (Eusebia).
La storia: Rugantino scommette con gli amici che riuscirà a conquistare Rosetta, moglie del gelosissimo Gnecco. I due finiscono per innamorarsi davvero tanto che Rugantino sta per rinunciare ma Gnecco viene ucciso e lui, pur di non perdere Rosetta che ha scoperto la faccenda della scommessa, si autoaccusa dell'omicidio e finirà decapitato dall'amico mastro Titta che con la testa di Rugantino, trecentesima della sua carriera di boia, potrà chiedere l'annullamento del matrimonio e sposare Eusebia.
Intorno a Rugantino una Roma dove le storie della gente di Rione sono accanto a quelle dei nobili papalini annoiati. Da notare che parlano la stessa lingua romanesca.
La seconda edizione di Rugantino è del 1978 con Enrico Montesano (Rugantino), Alida Chelli (Rosetta), Aldo Fabrizi (mastro Titta), Bice Valori (Eusebia).
Oggi siamo giunti all'ottava edizione, con la regia originale di Garinei e Giovannini, messa in scena, dal 12 marzo 2020, da Massimo Romeo Piparo.
L'IDEA (tratto da www.ilsistina.com/geg)
L'idea di uno spettacolo ispirato alla maschera di Rugantino venne contemporaneamente a G&G e a tre sceneggiatori cinematografici: Pasquale festa Campanile, Massimo Franciosa e Luigi Magni. Fu raggiunto un compromesso, si sarebbe lavorato insieme per la realizzazione prima del musical e poi del film. In questo spettacolo "esordì" alle musiche Armando Trovajoli che si trovò di fronte ad un compito difficile essendo la Roma del tempo essenzialmente priva di una propria tradizione musicale, tutto si facilitò dopo la nascita di Roma nun fa la stupida stasera. "Per me è stato un amore, Rugantino lo avrei fatto per tutta la vita" diceva Manfredi ,"dopo qualsiasi parte mi è sembrata facile".
Il finale della storia rappresentò il problema più grosso e per G&G fu l'occasione per uno dei loro rari dissidi. Secondo Giovannini, Rugantino doveva riscattarsi morendo da uomo rispettabile pur essendo innocente. Secondo Garinei questo era uno choc troppo grande da dare al pubblico, ma alla fine Rugantino morì. Manfredi racconta quanto grande fosse lo sforzo di condurre il pubblico per mano dalla gioia della fine del primo tempo al finale drammatico della commedia e quanta fosse l'incertezza nei confronti della reazione del pubblico. La sera della prima il finale fu seguito da dieci lunghissimi secondi di silenzio e da un boato di applausi: la gente stava applaudendo con gli occhi lucidi. L'anno dopo Rugantino era in viaggio per New York, un impresario aveva apprezzato il lavoro e deciso di esportarlo. Prima della tournèe fu deciso di fare degli spettacoli in Canada una sorta di prove generali; dall'alto del palcoscenico scendeva uno schermo decorato con una cornice romana dove venivano proiettati i sopratitoli in inglese. "Nessuno avrebbe immaginato - raccontava Manfredi- che in platea ci sarebbero stati anche molti italiani, assistemmo così al buffo fenomeno della doppia risata, degli italiani prima e degli stranieri dopo".
"Il nostro arrivo a Toronto -ricorda Fabrizi- fu un mezzo disastro. io mi ero portato qualcosetta da mangiare che pensavo non si trovasse in quei paesi. L'olio buono, la pasta, i pomodori il pecorino romano, il necessario insomma per sopravvivere decorosamente. Alla dogana l'apertura del mio baule scatenò il finimondo, mi sequestrarono tutto. L'unica cosa che mi lasciarono fu una confezione di bicarbonato, tenetevela pure, dissi, tanto tutto quello che dovevo digerire me l'avete tolto".
Il debutto a New York fu perfetto "anche se- dice Garinei - ci sentivamo come chi va a vendere orologi in Svizzera". Fabrizi era molto legato al suo personaggio, al punto che rifiutò di farsi sostituire anche in una sola prova, anche quando si sentì male a Buenos Aires. Quel personaggio GeG gliel'avevano proprio scritto addosso tanto che Fabrizi per la prima volta nella sua vita accettò la parte senza nemmeno leggere il copione.
Ammise Manfredi: "Senza Fabrizi nessuno di noi ce l'avrebbe fatta così bene. Nella seconda parte dello spettacolo io , ad esempio, mi appoggiavo a lui come a una montagna, mi potevo fidare, sapevo che mi avrebbe portato nella direzione giusta. C'era solo un piccolo problema: quello che lui chiamava "modeste aggiunte". Fabrizi era un parlatore ed un improvvisatore da cui perfino Walter Chiari sarebbe potuto andare a lezione. nei tre anni dello spettacolo fu una guerriglia continua tra lui e G&G combattuta alla romana.
Mastro Titta è la reincarnazione del tipico oste romano, un borghese dal cuore d'oro che attende il premio pontificio per sognare ancora e ritrovare la gioia di "una donna dentro casa, che lasci il bocaletto accanto a du' bicchieri, per fasse assieme l'urtimo goccetto che scaccia li pensieri". Il personaggio, costruito su misura per l'abilità dialettica e le movenze fisiche di Aldo Fabrizi, è un'impareggiabile interpretazione che ha segnato il modo di porsi e di muoversi sul palcoscenico. Battute memorabili integrate perfettamente con l'ansimare di un uomo affaticato dal proprio fisico e dalle proprie speranze … una sorta di sparviero a coppe d'animo gentile alla ricerca del calore familiare perduto troppo presto a causa del suo sgradevole "secondo lavoro".