Torino - 31 gennaio 2025. Eviterei di fare cortei di poliziotti destinati a scontrarsi con cortei di manifestanti. Non ne vedo l'utilità se non per costruire una narrazione che giustifichi un'azione successivamente repressiva. Questo concetto è chiaro a chi il potere lo gestisce. Meno chiaro per chi la repressione la subisce e per chi è giovane di età. Se l'obiettivo della polizia oggi era quello di prevenire una rinnovata occupazione sarebbe stata più utile e meno spettacolare una presenza massiccia e demotivante intorno alla sede del centro sociale sgomberato. Evidentemente non era quello l'obiettivo.
A noi che vediamo cortei e repressione da 60 anni fa pena pensare che chi ci governa non rispetta i giovani, la loro vita, la loro creatività, la loro ribellione, e non sa interloquire con loro se non attraverso la forza. Se si comporta nei confronti dei giovani che sono sinceri, diretti e disarmati, evitando analisi, programmi e comunicazione sarà facile immaginare quanto scarso sarà il suo operato nell'ambito di questioni più complesse, più articolate e che addirittura abbracciano l'arco di tempo di qualche anno... [GG]
***
La testimonianza di Rita Rapisardi giornalista de il manifesto
Ieri sera verso la chiusura del giornale, tarda, tanto lavoro, vedo esplodere la storia del "poliziotto martellato", soprattutto da dopo che Crosetto twitta il video (rubato a un collega di Torino oggi, non citato, non pagato, il logo tagliato) che poi rimbalza ovunque.
La notizia in poco tempo diventa quella principale, oggi ci aprono i giornali, la premier in ospedale a stringere mani, dopo che a Niscemi si è fatta vedere dieci giorni dopo, ma non dalla popolazione per paura di contestazione.
Fortuna vuole che quella scena l'abbia vista con i miei occhi, ero a cinque metri, ancora più vicina del videomaker che si trovava alle mie spalle, in mezzo al corso, diviso dalle barriere del tram. A quel punto della serata gli scontri stavano andando verso la conclusione, i manifestanti si erano dileguati da corso Regina, quello di Askatasuna, dove si sono svolti per la maggior parte, per scappare verso il lungo Dora attraverso i giardinetti che portano al Campus Einaudi.
Migliaia di persone si sono riversate in quel poco spazio e pian piano sono riuscite ad arrivare dall'altra parte, sulla Dora appunto, anche perché le forze di polizia arrivavano da entrambi i lati e la paura era quella di essere chiusi contro i cancelli, motivo per cui alcuni hanno aperto un varco tra le grate. Il tutto per fortuna si è svolto abbastanza tranquillamente, in molti urlavano di fare piano, con calma e non agitarsi. Nel frattempo continuava incessante il lancio dei lacrimogeni.
In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un'altro batte sull'angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto.
A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare "stampa", convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi.
Uno di questi, esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso, prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello).
Segui @ossrepressione
Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l'hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, "basta, basta, lasciamolo stare". I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno.
Cosa capiamo quando vediamo un video? Dov'è la nostra capacità di analisi? Quali domande ci facciamo? Cosa è successo prima, come interpreto quei pochi secondi, saranno tagliati ad arte? Ieri sera leggo "il poliziotto assaltato, circondato, preso e isolato".
Ci sono numerosi video di persone a terra circondate e manganellate quando sono a terra (non finiranno in home page), ho visto teste aperte, labbra spaccate, persone intossicate dai lacrimogeni che hanno vomitato in strada. Almeno in trenta sono andati negli ospedali torinesi, allertati la sera prima, l'ultima volta l'emergenza era stata data nel periodo Covid, per capirci. Molti altri curati sul posto, non si avvicinano ai pronto soccorsi per paura di denunce.
Ora al di là di tutto, questo volevo raccontare, solo perché ero lì, di analisi sulle violenze e il loro significato ne trovate altrove, non aggiungerò altro, quello lo facciamo di persona. La giornata di ieri invece la trovate sul giornale, scritta insieme a Giansandro Merli, o nei commenti.
***
"Io Federico Guarino, fotografo picchiato dalla polizia a Torino"
Il racconto del fotografo che sabato scorso, a Torino, ha preso parte per lavoro alla manifestazione per Askatasuna. "Vi prego, basta, sto male. Sono un fotografo” - racconta sui social - “Ho fotografato uno di loro e un attimo dopo mi sono saltati addosso in 4 o 5 prendendomi a calci e pugni e manganellate”. Non è servito dichiarare di essere un fotografo e di trovarsi lì per svolgere il proprio lavoro. “Fisicamente sono un po’ ammaccato ma sto bene, tutto sommato: fortunatamente avevo il casco. Psicologicamente sarà dura affrontare la rabbia, la delusione e la tristezza di essere picchiati con tanta violenza dalle forze dell’ordine senza motivo.”
***
Dossier: il vero volto del governo nella “gestione dell’ordine”
https://www.infoaut.org/approfondimenti/dossier-il-vero-volto-del-governo-nella-gestione-dellordine
***
Se neanche due mesi fa aveste detto a un qualsiasi torinese "sai che sgomberano Askatasuna?" quello vi avrebbe guardato con un sorriso, aggiungendo che solo un pazzo poteva avere un'idea del genere. Quello che è successo è che ieri l'altro si è capito il perché, molto semplicemente... leggi tutto il Post di Marco Arturi
https://www.facebook.com/share/1DXiyMFriy/
***
La narrazione dominante si ciba di frammenti: un video di pochi secondi, un agente a terra, l'impatto di un oggetto. Tanto basta alla retorica mainstream per operare una chirurgia della realtà, amputando dal contesto le cariche indiscriminate, i lacrimogeni ad altezza d’uomo e la militarizzazione di un intero quartiere, per degradare cinquantamila manifestanti al rango di orda delinquenziale. Ma se la reazione della destra di governo è fisiologica, e se non sorprende la rincorsa di Schlein e Conte - in affannosa gara con Meloni per accreditarsi come “potabili” concorrenti istituzionali - ciò che disvela il vero abisso del nostro tempo è la postura di una specifica intellighenzia “progressista”.
Parliamo di quella classe intellettuale che fino a ieri tentava di intestarsi, senza merito alcuno, una quota morale delle piazze per Gaza. Un posizionamento, il loro, sempre attento a un logorante equilibrismo: ostentare solidarietà a parole senza mai compromettersi troppo, attenti a non urtare la suscettibilità di antiche amicizie e sodalizi sionisti. Oggi, quegli stessi soggetti si ritraggono disgustati di fronte agli scontri di Torino, bollati come inutili o dannosi, palesando un'inconsistenza politica che trascende l'ingenuità per sfociare nella malafede.
Siamo spettatori di una schizofrenia valoriale grottesca. Questa élite intellettuale ha edificato il proprio capitale simbolico sulla celebrazione delle rivolte altrui, purché esotiche e distanti. Molti tra essi hanno osannato le molotov di Hong Kong come baluardi di democrazia e si sono commossi per la recente furia dei rivoltosi iraniani contro i Basij. Ma quando quel conflitto, con intensità ben più contenute, tocca il suolo italiano, quando la rabbia esce dallo schermo e minaccia il decoro urbano, il “partigiano” muta improvvisamente in “facinoroso” e la resistenza degrada a teppismo.
Il messaggio è cristallino quanto cinico, intriso di un evidente sguardo orientalista: la reazione violenta è accettabile, quasi antropologicamente “naturale”, laggiù, tra i popoli oppressi, specialmente se utile alla narrazione occidentale. Ma se quella stessa dinamica mette in discussione il nostro status quo, garantito dai privilegi di chi verga editoriali dai salotti, diviene un crimine inaccettabile. È qui che si svela la natura spuria della loro solidarietà alla Palestina.
L’evanescenza delle manifestazioni “oceaniche e multicolori”, tanto care a costoro, è ormai verificata. Erano piazze comode, depoliticizzate, dove la solidarietà per la Palestina era vissuta come puro consumo etico, un accessorio identitario da sfoggiare prima dello shopping natalizio. Finito dicembre, archiviata la stagione televisiva del genocidio, è rimasto il vuoto. Di Gaza non si è voluto capire nulla. Si è preferito ignorare che la resistenza palestinese non è un pranzo di gala, né una mera richiesta di aiuto umanitario, ma una lezione tragica e materiale di lotta contro un capitalismo genocida, fondato sulla sorveglianza e sull'apartheid tecnologico. Per recepire questa lezione, avrebbero dovuto accettare la complessità del reale, superando il disgusto per le fazioni combattenti che, piaccia o meno, costituiscono la risposta concreta a un'occupazione militare. Invece, per adeguamento al pensiero unico e per non sporcarsi le mani, si uniscono al coro di condanna, pretendendo che l'oppresso resista secondo le regole del galateo liberale, mentre viene schiacciato da una violenza sistemica che non conosce regole.
Hanno lungamente rifiutato di vedere negli anni che quei principi di oppressione combattuti a Gaza e in Cisgiordania - con sacrificio di sangue e non con petizioni online - sono gli stessi che il laboratorio israeliano esporta oggi nelle nostre metropoli. E di fronte a questa minaccia concreta, qual è la “tempestiva” risposta, lungimirante e acuta, dei benpensanti? Mi è stata segnalata una singolare proposta di clandestinità digitale. Una proposta di un classismo raggelante, spacciata per necessaria astuzia tattica ma perfetta per chi ha un Mac, una connessione in fibra e alcune ore di tempo libero tra un convegno e l'altro. Il precario che lavora dodici ore, lo studente strozzato dagli affitti, il migrante senza documenti che subisce lo sgombero di Askatasuna non hanno il lusso di “giocare agli hacker”. Per loro, la resistenza è quella - tanto vituperata per la sua presunta inefficacia - fatta di corpo, strada e fango.
Si tratta di un upgrade del classismo: vorrebbero una dissidenza asettica, compatibile con i ritmi dell'accademia e dell'aperitivo, negando la materialità dello scontro. E così, mentre i dispositivi di controllo e i sistemi di riconoscimento facciale — sperimentati per anni nell'indifferenza globale sul corpo vivo dei palestinesi — iniziano a blindare le nostre metropoli, la sinistra salottiera preferisce liquidare i manifestanti come relitti del passato. Quello che spacciano per approccio visionario altro non è che un sintomo di arretratezza culturale. È la scelta consapevole di chi, potendo optare tra la comprensione delle ragioni profonde del conflitto e il proprio decoro borghese, ha scelto di difendere il giardino di casa, esercitando il proprio ludibrio su chi, nella polvere, tenta ancora di opporre i corpi alla macchina della repressione e del controllo.
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-solidariet_da_salotto_e_disgusto_per_la_piazza/45289_65089/
"Io Federico Guarino, fotografo picchiato dalla polizia a Torino"
***
«La narrazione del Ministro Piantedosi sui fatti di Torino appare totalmente rovesciata rispetto alla realtà che noi, come operatori e sindacato sul campo, riscontriamo.
Sostenere che i manifestanti abbiano fornito copertura ai violenti significa non rendere giustizia alla verità e mancare di rispetto a chi esercita un diritto costituzionale.
La realtà è l’esatta opposto: sono i violenti che si affiancano ai manifestanti per sfruttare la piazza.
Confondere le responsabilità è un errore logico e sociale pericoloso: è come accusare i proprietari di casa di aver favorito i ladri che vi hanno fatto irruzione, o ritenere i tifosi responsabili dei criminali che si infiltrano allo stadio per aggredire gli spettatori.
Chi scende in piazza pacificamente deve avere la garanzia che lo Stato sia in grado di isolare chi si infiltra per inquinare il dissenso.
Chi sceglie di portare avanti una narrazione così distorta non rispetta la realtà dei fatti e ignora le difficoltà operative delle lavoratrici e dei lavoratori di polizia.
Ribadiamo che la sicurezza non si fa colpevolizzando i cittadini, ma con strategie di intelligence e prevenzione, capaci di distinguere tra diritto al dissenso e atti delinquenziali inaccettabili.
Ribaltare i fatti non aiuta l'ordine pubblico, serve solo a scaricare sulle Forze dell'Ordine il peso di una gestione politica della piazza che ha fallito nel proteggere sia chi manifesta che chi lavora in divisa».