Esaminato l’appello promosso da Emergency-LeA-Mediterranea-AssopacePalestina, sottoscritto da quattromila tra intellettuali, giornalisti, artisti e diplomatici, liberamente osservo come, impossibile essendo non concordare con l’oggetto della richiesta, il suo argomentare denoti gravi carenze tali da inficiarne ogni possibile effetto.
Al misterioso destinatario cui è rivolto perviene un messaggio avulso dal contesto storico ed ipocrita nel suo volersi distinguere dalla “logica binaria trappola a cui è necessario sottrarsi” con il risultato di non essere in grado di comprendere la portata del tema affrontato.
Per invocare il cessate il fuoco e la necessaria soluzione politica l’appello esordisce riferendosi al 7 ottobre quindi nemmeno accennando all’evidentemente insignificante dato della presenza di una barriera illegale entro la quale Gaza è rinchiusa da 18 anni, definendo l’azione della Resistenza palestinese (non appannaggio esclusivamente di Hamas) come “un attacco che ha colpito prevalentemente ebrei israeliani”, senza porsi il minimo dubbio circa le effettive modalità dell’accaduto così sposando la narrativa sionista ed affermando: ”non si può cancellare l’orrore del 7 ottobre”.
Al fine di avvalorare la benemerita equidistanza, sempre tanto apprezzata “ai piani alti”, viene fatto esplicito riferimento anche ai bombardamenti indiscriminati nonché alla violenza dei coloni (come se il genocidio in atto si sostanziasse solamente in questo) ed entrambi i richiami volti a contrastare la “lotta ad ogni forma di razzismo”: antisemitismo/islamofobia, sentimenti che deriverebbero da analoghi orrori. Un’ulteriore ragione di dissenso.
L’antisemitismo non appartiene a coloro i quali combattono per difendere la propria terra ed alla miriade dei popoli che sostiene la lotta degli oppressi; l’islamofobia, similmente all’antisemitismo, rappresenta una patologia che affligge le menti vuote.
Fingere di ignorare le origini del sorgere dell’Entità sionista, il suo perfido disegno colonialista di insediamento, la volontà esplicitata da sempre, quindi già antecedentemente al ’48, di conquistare la terra degli indigeni senza la loro presenza, la pratica posta in essere di umiliare, deportare, assassinare milioni di palestinesi, arrivando ad esplicitare, nel corpo dell’appello, considerazioni come:
“Un crimine di guerra non ne cancella un altro, alimenta solo ingiustizia che prepara terreno ad altra violenza” si dimostra essere un messaggio mistificante e fuorviante, quantomeno.
Proprio alla stregua dei concetti semplicisticamente espressi nell’appello l’invocazione finale appare estranea al tema del contendere.
Certo, la fine del massacro a Gaza; certo i corridoi umanitari; ma perché il rilascio (auspicabile) di tutti gli ostaggi e dei 1.000 prigionieri in detenzione amministrativa (quindi senza accusa né processo a loro carico) e non dei 6.000 e più dei detenuti e torturati nelle segreghe sioniste? La soluzione politica equivarrebbe a fine dell’apartheid e della colonizzazione? Cosa non Vi è chiaro nel concetto di: OCCUPAZIONE? Il 7 ottobre 2023 ha sì un significato anche temporale: la Palestina non è più disposta a subire, piaccia o non piaccia a sionisti, complici vari, finti indifferenti, pacifisti.
Ognuno per la sua strada.
Cordialmente
Milano 29.11.2023 Enzo Barone