di Marwan Abdel Aal
(scrittore palestinese)
L'ho incontrato in azienda. Un giovane filippino, come me era venuto nel Golfo Arabo, lontano dalla sua terra, per lavorare. Non conosceva nessuno qui, e non sapeva nulla della Palestina, né della storia del nome che, per coincidenza, portava: "Isr4ele". Al suono di quel nome, sentii uno strano tremore, come se tutt'a un tratto l'eco della storia mi rimbombasse nelle orecchie. Non era lui l'assassino, e non nutriva cattive intenzioni; era semplicemente una persona ignara che il suo nome si scontrava con una storia che mi perseguitava fin dall'infanzia. Dentro di me, si è ravvivato il ricordo di tutto: le case demolite a Gaza, i bambini sepolti sotto le macerie, i villaggi sradicati, i campi distrutti e i prigionieri assassinati a sangue freddo. Ero sopraffatto da un profondo risentimento per il fatto che il nome di una persona innocente fosse lo stesso nome del mio assassino.
Ho ingoiato lo stupore e ho cercato di sorridere, come faccio con gli sconosciuti, ma il nome mi ha appesantito il sorriso e mi ha paralizzato la lingua. Come potevo essere gentile con lui quando la mia mente era piena di tutto ciò che quel nome simboleggia: dolore, stupro, sfollamento e cancellazione della memoria? Gli ho detto con calma: "Sono palestinese". Non c'era animosità personale in questo, ma piuttosto una dichiarazione d'identità, un promemoria per me stesso che dietro questo nome c'è un popolo che viene ucciso ogni giorno, una memoria violata, una terra rubata, e che l'oppressione non è solo un evento storico, ma una realtà che si impone sulla nostra vita quotidiana.
Poi è arrivato l'ordine amministrativo a complicare ulteriormente le cose: sarebbe stato il mio compagno di stanza. È stato allora che ho capito che il nome non sarebbe rimasto solo un suono passeggero in ufficio; sarebbe diventato parte della mia vita quotidiana, bussando alla mia porta, condividendo i miei momenti e trasformando ogni semplice conversazione con una persona innocente in una prova di consapevolezza e pazienza. Le mie emozioni erano un miscuglio: rabbia repressa, disgusto, senso di ingiustizia e profondo imbarazzo. Perché dovevo spiegare a tutti intorno a me che un certo nome mi faceva male? Perché ero solo io a portare il peso delle ferite della storia? Sentivo che la battaglia non era con lui, ma con il nome stesso, con coloro che lo avevano trasformato in un simbolo di oppressione e con il mondo che permetteva a tali coincidenze di gravare sulle anime. Iniziai a considerare le mie opzioni: scrivere una lettera alla direzione per chiedere un trasferimento? Cercare una stanza con un amico fidato? Dimettermi? O imparare ad accettare il nome come una realtà, ad accettare il mio disgusto interiore senza mostrarlo? Scrissi una lettera, calma e rispettosa, spiegando che la mia privacy di palestinese mi imponeva di non condividere la stanza con qualcuno che condivideva quel nome. La direzione non capiva la situazione, né coglieva il peso psicologico e simbolico della questione. La risposta sconcertante arrivò: "Il suo rifiuto di condividere la stanza è considerato un'interferenza con le politiche aziendali e motivo sufficiente per adottare misure severe". Era il 29 novembre, Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Ero sbalordito dal fatto che difendere la mia dignità e la mia identità palestinese fosse diventato motivo di licenziamento.
Quel giorno lasciai l'azienda riflettendo sulla domanda che mi assillava a ogni passo: quante volte ci troveremo di fronte a questo nome prima che il suo significato svanisca? Quanto sangue, memoria e dolore saranno preservati prima che il nome venga liberato, proprio come la terra? Quanta storia potrà vivere con noi in queste piccole stanze e nei nostri momenti quotidiani? Oggi, sento che il nome non ferisce solo me; è un simbolo di tutto ciò che la Palestina vive quotidianamente: l'occupazione che permea le nostre vite, sradica la terra, cancella i ricordi e invade i nostri momenti più piccoli, persino in una stanza condivisa in una terra lontana. E io, come palestinese, porto queste ferite, ci vivo e imparo a distinguere tra ferita e innocenza, tra nome e persona, tra dolore ed empatia, in una lotta interiore incessante.
La coincidenza può essere fatale, ma è anche uno specchio che rivela come la storia possa vivere con noi in ogni momento, e come un nome possa bussare alle nostre porte, abitare il soggiorno o la camera da letto, condividere il nostro lavoro e suscitare le nostre emozioni, tutto in una volta. E ora, mentre mi trovo di fronte alla stanza che condividerò con lui, la domanda rimane aperta e diventa più pesante a ogni passo: come posso vivere con "Isr4ele"? Come posso dormire, come posso respirare, come posso chiamarlo e come posso affrontare un nome che porta con sé tutta questa storia e questo dolore nella mia piccola stanza?
FONTE: https://hadfnews.ps