di Enzo Barone
19 ottobre 2024
Nascere a Gaza perché obbligatoriamente sfollato dalla terra dei tuoi genitori e lì venire assassinato per opera della medesima volontà suprematista offre il senso di un’esistenza esemplare, per coraggio, coerenza, determinazione.
Già prigioniero prima ancora di esserlo ufficialmente per mano dei carnefici, prendi coscienza dell’ingiustizia imposta sulla condizione del tuo popolo a Gaza come in Cisgiordania, nella Palestina storica come nella diaspora e non lo accetti, avvertendo come un dovere per ogni palestinese degno della sua origine quello di esprimere con la lotta il suo diritto ad esistere libero.
La vita di un lavoratore-studente universitario è ardua per chiunque, a Gaza di più; queste difficoltà, irrisorie rispetto al contesto, faranno da sprone alla tua presa di coscienza, corroborata da un grado di curiosità culturale particolare, tale da rivelarsi in futuro prezioso, tali elementi alimentati da un’intelligenza, della quale consapevolmente usufruisci, fuori dal comune.
L’Occupazione è il nemico contro cui combattere in quanto responsabile dell’esproprio della vita altrui e nei cui confronti ogni abboccamento alle velenose promesse di pace equivale a sottomissione: a questo paradigma che il tempo dimostrerà drammaticamente reale, resterai fedele senza umilianti compromessi di sorta. Lo farai quale militante di Hamas fino a raggiungere il vertice dell’ufficio politico, attribuendo il dovuto rilievo alla componente militare, l’obiettivo che ti prefiggi è: “cacciare l’invasore”, scevra ogni considerazione di natura progressista in un modello sociale personalmente non condivisibile; nell’ordine delle priorità però ci siamo.
Una volta incarcerato e condannato a quattro ergastoli per aver operato da partigiano nella sua terra, arricchirai ulteriormente la tua cultura imparando, tra l’altro, perfettamente l’ebraico ciò che ti consentirà di immetterti nei gangli di quella mentalità criminale per studiarla, identificarne i meccanismi perversi, annientarla.
L’autorevolezza conquistata sul campo ti viene riconosciuta e nei 22 anni durante i quali vieni segregato nelle prigioni ebraiche ricopri il ruolo di referente per i prigionieri, compito che non abbandonerai mai nemmeno una volta uscito di galera in virtù dello scambio di più di mille combattenti con l’occupante Gilad Shalit.
Questa attenzione è dimostrata dalla fiera intransigenza affermata nel corso delle trattative durante l’ultimo eccidio su Gaza; i colloqui apparentemente volti ad una soluzione dell’aggressione in atto hanno visto una parte in causa affermare, immediatamente e costantemente, le condizioni irrinunciabili: ritiro definitivo da
Gaza, cessazione dello stato di belligeranza, scambio di prigionieri. In riferimento a quest’ultimo punto piace sottolineare come priorità fosse la cessazione della detenzione di Marwan Barghuti -oltre che di Ahmad Sa’dat- entrambi emblema dell’incorruttibilità, leaders riconosciuti dalle masse palestinesi, entrambi non appartenenti ad Hamas. Sionisti e collaborazionisti, tremando alla prospettiva di vedere nuovamente operative menti dedite alla causa della liberazione della Palestina, si sono ignominiosamente sottratti al confronto.
Un’infezione endemica che affligge la Palestina da sempre è l’infamia rappresentata dai traditori, coloro i quali vendono i propri fratelli ai carnefici e non esistono scusanti valide per tale viltà, nemmeno il ricatto operato dall’occupante; la dignità impone un diverso atteggiamento altrimenti è legittimo venire puniti.
Inceppare simile, perverso meccanismo ha rappresentato uno degli obiettivi che ti sei prefissato e l’organizzazione ad hoc impostata a tal fine ha permesso di evitare ulteriori lutti a danno di combattenti, purtroppo non eliminando il problema ma, almeno, giustiziando chi non meritava sorte differente.
Questo tristissimo fenomeno corrode dall’interno soggetti che si vendono, sotto mentite spoglie, all’oppressore e non soltanto in Palestina. Le forme di ingaggio sono le più varie, dai “sayanim” che ci circondano anche qui da noi, ai singoli informatori, alle strutture organizzate nella repressione della resistenza, leggi ANP.
Personalmente anche per aver opposto la forza della ragione ti sarò eternamente grato.
E così per aver organizzato quell’esemplare atto rivoluzionario che è stato e rimane il 7 ottobre 2023.
La sapienza acquisita nello studio del loro linguaggio cifrato ha fatto sì che, all’insaputa del mondo intero fuori da una ristrettissima cerchia di cui potevi realmente fidarti, il più organizzato sistema repressivo vigente fosse sorpreso ed imbelle a fronte della riconquista da parte del popolo gazawo della propria terra delimitata da un confine imposto, illegittimo. Troppo facile sparare al bersaglio disarmato da torrette di cemento durante l’ammirevole, tragica, emblematica “marcia del ritorno”; questa volta i palestinesi erano armati per rivendicare un loro diritto incontrovertibile.
Questo atto ha cambiato la Storia, lo si può leggere secondo la vulgata generale e considerare negativamente, attribuendo ai partigiani colpe che non hanno essendo il loro intento colpire installazioni militari e fare prigionieri i soldati; quello che è accaduto in più (non certamente l’obbrobrio descritto mai verificatosi ma vergognosamente mai smentito seppure in possesso di elementi a riguardo) si deve all’intervento tardivo della milizia ebraica ed alle dottrine pedissequamente osservate.
Oppure lo si può interpretare secondo una prospettiva storica: lo status quo antecedente il 7 ottobre e risalente al 1948 (se non prima) creava piena soddisfazione da parte dell’occupante e vile acquiescenza nella corrotta sedicente Autorità palestinese e nei complici del misfatto, a livello globale.
Avere contezza che tale immondo immobilismo istituzionalizzava lo stato di soggezione dei palestinesi tutti, non soltanto in Gaza vittima di assedio, di guerre ripetute, di segregazione, ma anche della Cisgiordania fatta oggetto della furia messianica dei coloni, con gli insediamenti crescenti, con le incursioni omicide dell’esercito “più morale del mondo” e, naturalmente, compreso “gli arabi palestinesi” ghettizzati ed umiliati nella Palestina storica, ebbene tale consapevolezza rappresenta un enorme atto di coraggio compiuto altruisticamente per il riscatto di un popolo oppresso.
I miserabili che gioiscono per la tua morte hanno ragione impersonificando la tua figura valori talmente distanti dalla loro mediocrità da esserne terrificati: umanità, solidarietà, coraggio, una vita dedicata ad uno scopo per cui vale la pena vivere..e morire, concetti complicati per i vili, gli ipocriti, i servi.
Sono le persone come Te che illuminano il percorso di chi verrà dopo e porterà a termine il compito che grava su ogni palestinese libero nel pensiero: una terra unica dal fiume al mare che si chiama Palestina.
Grazie Yahya